CAPITOLO IV.

»Quale invilì furía di nembo il fiore,

»Che fu di questa rocca e vanto e onore?

_Giovanna Baillie_.

Il vecchio castello di Lidcote-Hall era situato presso al villaggio del

medesimo nome, contiguo alla grande foresta di Exmoor, ed abbondante

d’ogni specie di selvaggiume. Ivi antichi privilegi spettanti alla

famiglia di Robsart, davano a sir Ugo un diritto riservato di andare

alla caccia, passatempo a lui prediletto sopra tutti gli altri,

come vedemmo. Questo vetusto edifizio poco alto, e che inspirava

venerazione, teneva un grande spazio di terreno, circondato all’intorno

da profondissima fossa. Una torre ottangola, ed un ponte levatoio

lo difendevano contro chi ostilmente avesse preteso avvicinarvisi.

Fabbricata di mattoni questa vecchia fortezza, le muraglie ne erano

sì fattamente coperte di edera, e di altre piante serpeggianti, che

sotto quel tappeto mal potea indovinarsi la materia prima adoperata

nell’edificarla. Ogni angolo della torre andava decorato di una

torricella, nè l’una di tali torricelle somigliava all’altra; il che

si scostava di gran lunga dalla regolare monotonia dell’architettura

gotica moderna. Quadrata era la base di una fra esse, e vi stava un

orologio, ma fermo; la qual cosa sorprese tanto più Tressiliano, che

il signore del luogo, fra l’altre sue innocenti manìe, avea quella

di voler conoscere scrupolosamente le ore e i minuti, fantasia assai

famigliare a tutti coloro, i quali non sanno che farsi del tempo. Nella

stessa guisa vediamo parecchi mercanti spassarsi nel far l’inventario

delle lor mercanzie, quando appunto vi sono minori occasioni di

spacciarle.

Entravasi nella corte del castello per una strada in volto, appena

dentro la torre. Abbassato in quell’istante era il ponte levatoio, e

socchiuso uno de’ battitoi della porta foderata di ferro. Tressiliano

affrettatosi di attraversare il ponte, entrò nella corte, chiamando

ad alta voce ognun dei servi per nome. Alla prima chiamata non gli

risposero se non se l’eco, che ripetea la sua voce, e parecchi veltri

che abbaiavano dal lor canile situato non lungi dal castello nel

ricinto attorniato dalla fossa. Ei vide finalmente giugnere William

Badger, vecchio favorito di sir Ugo, che gli era ad un tempo, e primo

bracchiere a cavallo, e soprantendente de’ suoi piaceri, e fedele

guardia del corpo. La fronte di quel vegliardo, dianzi cupa, si aperse

alla vista di Tressiliano.

«Che il Cielo vi protegga, sig. Edmondo Tressiliano! Siete veramente

voi in carne ed in ossa? Avvi dunque alcun raggio di speranza per sir

Ugo? Nessuno sa più quali vie tenere con lui, cioè nol sappiamo nè il

ministro, nè il sig. Mumblazen, nè io.»

«Sir Ugo adunque sta peggio che non quand’io lo lasciai?»

«Peggio... no. Starebbe anzi meglio, perchè lo stomaco.... gli

serve bene; ma... è la testa che è sconcertata; non v’è più luogo

da dubitarne. Beve e mangia siccome d’ordinario, ma non dorme, o se

vogliamo dire più acconciamente, non si sveglia mai, perchè è sempre

in una specie di torpore, che non può dirsi nè un vegghiare, nè un

dormire. La governante Swineford si dava a credere che fosse una specie

di paralisia. Ma no, le dissi: il suo male sta nel cuore, solamente nel

cuore.»

«Nè potete distrarlo con qualcuno dei suoi soliti passatempi?»

«Non trova più diletto in nessuna cosa. Non tocca più nè la tavola

reale, nè il _shovel-board_; non ha guardato una sola volta il grosso

volume di Blasone del signor Mumblazen. Mi venne in pensiere di fermar

l’orologio, dicendo fra me stesso, che il non udire più sonare le ore

gli darebbe uno scotimento: voi ben sapete che non si stava mai dal

contarle. Tutta opera gettata, in guisa che fo conto ora di tornare a

mettere in lavoro i pesi dell’orologio. Vi dirò sino, che sperando di

farlo andare in collera, mi presi la libertà di camminar sulla coda di

Bungay; vi è noto che cosa mi sarei buscato con ciò in altri tempi. Eh!

non pensò alle grida del povero cane più di quanto avrebbe fatto mente

ad una civetta che strillasse dalla sommità esterna del cammino. In una

parola, perdo la testa io medesimo nel pensarci.»

«Ebbene, William, mi racconterai il rimanente entrati che saremo in

casa. Ma fa intanto condurre quest’uomo alla credenza, e procura gli

sieno usati tutti i convenienti riguardi. Egli è un artefice, che sa di

molte cose.»

«Vorrei che sapesse la magia, fosse poi la nera o la bianca, purchè

avesse abilità di portare qualche sollievo al mio povero padrone.

Eh! Tommaso, (gridò egli al cantiniere che si mostrò ad una finestra

bassa della corte). Prendi cura di questo artefice, e (soggiunse con

voce sommessa) abbi occhio ai cucchiai d’argento perchè ho conosciuto

artefici di più d’una fatta.»

Indi condotto Tressiliano in una sala a pian terreno, il Badger andò a

vedere come stava il padrone, temendo che l’inaspettato ritorno d’un

uomo da esso amato siccome figlio, e che anzi egli si era scelto per

genero, non producesse una impressione troppo violenta nel suo animo.

Ma tornò addietro quasi nel medesimo istante, narrando come sir Ugo

era poco men che sopito nella sua sedia a bracciuoli; che però, appena

darebbe egli sentore di svegliarsi, il signor Mumblazen non avrebbe

mancato d’avvertirne il sig. Tressiliano.

«Sarà un gran caso se vi riconosce, aggiunse il bracchiere, perchè non

si ricorda il nome d’un solo fra i suoi cani. Otto giorni fa, veramente

io sperai d’aver causa vinta, perchè dopo aver preso la bevanda della

sera nella sua grande tazza d’argento, mi disse: _domani mattina tu

metterai la sella al vecchio Sorrel, e andremo a cacciare sulla collina

di Hazelhurst_. Tutti giubilanti fummo pronti allo spuntare dell’alba,

e salito egli a cavallo, si mise alla caccia secondo l’ordinario, ma

non disse altra parola se non che il vento spirava da ostro, e che

i cani avrebbero fatto male il loro dovere; ma questi non erano per

anche sguinzagliati, quand’egli si fermò d’improvviso, guardò attorno

di sè come uomo che si svegli subitamente da un sogno, e volgendo la

briglia del suo destriero, tornò al castello, lasciando noi padroni di

continuare la caccia senza di lui se così avessimo voluto.»

«È ben acerbo il racconto che mi fate, o William, disse Tressiliano, ma

speriamo in Dio, perchè omai gli uomini non possono nulla.»

«Voi non ci arrecate adunque nessuna notizia della nostra giovane

padrona Amy? Ma qual uopo omai di farvi questa interrogazione? Non me

ne dice abbastanza la vostra fisonomia? Eppure io aveva sperato, che se

v’era qualcuno capace di scoprirne la pesta, voi ci sareste riuscito. È

dunque deciso, ed il male è senza rimedio! Ma se arrivo ad incontrare

il Varney a gittata del mio archibugio, oh! non lo sbaglierò. Lo giuro

per il pane e per il sale.»

Si aperse in quell’istante la porta ed entrò nella sala il sig.

Mumblazen, vecchio magro increspato, le cui guance parevano due mele su

le quali sia passato tutto un inverno: le sue chiome grigie stavano in

parte coperte sotto un piccolo cappello simile ai canestri entro cui si

vendono le fragole a Londra, vale a dire di forma conica. Egli era uno

di quegli uomini gravi, che temono far troppo dispendio di parole nel

salutar qualcheduno. Laonde, chinando solamente il capo e strignendo

la mano a Tressiliano, gli diede a comprendere come gli fosse grato

il rivederlo, e con un cenno lo sollecitò a seguirlo nella stanza di

sir Ugo. William Badger gli accompagnò, senza averne avuto l’ordine

da nessuno, ma troppa curiosità lo pungea di scoprire se la presenza

di Tressiliano trarrebbe infine dal suo torpore un padrone che tanto

eragli caro.

Sir Ugo Robsart signore di Lidcote, seduto sopra una grande sedia a

bracciuoli, se ne stava in una vasta sala più lunga che larga, le cui

pareti andavano ornate di corna di cervo, e di tutti gli strumenti

necessarj alla caccia tenuti quanto meglio poteasi. La sedia ov’ei

posava era poco distante da un grande cammino, sopra cui vedevansi una

sciabola, ed alcune armi, come usavano i cavalieri, non però troppo

rispettate dalla ruggine. Essendo sir Ugo fornito di un gran volume di

corpo, il solo esercizio della caccia avea posto qualche limite alla

pinguedine, cui egli propendea. Tressiliano credette osservare, che

la specie di letargo nel quale giacevasi il suo vecchio amico, avesse

aumentata questa pinguedine nelle poche settimane che l’altro rimase

lontano. Certamente, era sparita ogni vivacità dagli occhi di quel

vecchio infelice, i quali si portarono tosto sopra il sig. Mumblazen,

che andò a passi lenti a sedersi dinanzi una tavola di quercia su cui

stava aperto un grosso volume in foglio; poi si fissarono con aria

d’incertezza sopra Tressiliano, che veniva dietro al sig. Mumblazen.

Il vecchio ministro, che avea sofferto grandi persecuzioni ai tempi

della regina Maria, stava seduto con un libro in mano nell’altro angolo

dell’appartamento. Salutò egli Tressiliano con faccia mesta, e chiuso

il volume, si diede ad esaminare qual effetto produrrebbe sull’anima di

quell’afflitto genitore la presenza del Cavalier sopraggiunto.

S’avvicinava Tressiliano, cogli occhi gonfi di lagrime, al buon

vegliardo, che lo avrebbe voluto per genero, ed in proporzione

sembrava, che la ragione riprendesse il suo impero sullo spirito di sir

Ugo.

Questi mandò un profondo sospiro, come uomo che si riscote da uno stato

di stupidezza; una leggiera convulsione ne agitò tutti i muscoli; e

senza pronunziare parola aperse ambo le braccia, tra le quali si lanciò

Tressiliano, ch’egli si strinse al seno con tenerezza.

«Non ho io dunque ancora perduto ogni cosa!» sclamò egli, e nel

mandare tali accenti, la natura ebbe ristoro d’abbondanti lagrime, che

gl’innondarono le guance e la bianca barba.

«Non avrei creduto giammai, disse William Badger, dovere render grazie

a Dio per veder piangere il mio padrone, ma ora lo fo di tutto cuore,

benchè mi senta costretto a piangere in sua compagnia.»

«Io non ti farò interrogazioni, no: nemmeno una interrogazione, o mio

Edmondo, disse allora sir Ugo. Tu non la trovasti; ovvero la trovasti

sì digradata, che meglio varrebbe averla perduta.»

Tressiliano non seppe meglio rispondere a quel vecchio infelice che

coprendosi il volto con tutte due le mani.

«Basta così. Già intesi assai. Non piangere, Edmondo, per essa. Io ho

ragione di piangere, perchè ell’era mia figlia. Tu in vece hai di che

rallegrarti, poichè non divenne tua moglie. Onnipotente Iddio, tu sai

meglio di noi quello che tu ne devi concedere. La mia preghiera d’ogni

sera era di vedere Edmondo sposo d’Amy; se fossi stato esaudito, quanto

più acerbo dolore or proverei!»

«Consolatevi, mio degno amico, gli disse il Ministro; egli è

impossibile, che la figlia delle nostre speranze, delle nostre tenere

sollecitudini, sia divenuta spregevole siccome lo immaginate.»

«Oh senza dubbio! sclamò sir Ugo col tuono dell’impazienza, avrei

torto nel chiamarla schiettamente col nome ch’ella merita di portare.

Ne avranno inventato alcun altro, che soni meglio alla Corte. Ivi

l’infamia sa coprirsi d’una vernice brillante. La figlia di un

gentiluomo di campagna, d’un vecchio contadino di Devon, è abbastanza

onorata col divenire la favorita d’un cortigiano.... e d’un Varney!

di quel Varney, il cui avolo ebbe d’uopo de’ soccorsi del padre mio,

allorchè i suoi beni furono confiscati dopo la battaglia di... di...

Eh! vada al diavolo la mia memoria! e state lì, e nessuno mi aiuterebbe

nemmeno a dire quello che voglio dire.»

«Dopo la battaglia di Bosworth, disse il sig. Mumblazen, che accadde

fra Riccardo il Gobbo, ed Enrico Tudor avolo della presente Regina,

_anno primo_ del regno di Enrico Settimo, 1485 _post Christum natum_.»

«È questo che io voleva dire; non vi è ragazzo che non sappia tai cose.

Ma la mia povera testa dimentica tutto ciò che amerei ricordarmi, e si

ricorda di tutto ciò che vorrei dimenticarmi. Sai Tressiliano? Il mio

cervello ha vacillato dopo la tua partenza, e anche adesso, credo che

vada a caccia a dispetto del vento.»

«_Vostro Onore_ farebbe assai meglio col mettersi a letto, disse il

Ministro, e col procurare di prendere qualche ora di riposo. Il dottore

ha lasciato una pozione calmante, e quell’altro medico, che ne sa al

di sopra di tutti i dottori, vuole che per noi s’adoprino tutti gli

espedienti umani a fine di metterci in grado di sopportare le prove,

che ne vengono dalla sua mano.»

«Voi dite il vero, mio vecchio amico, rispose sir Ugo, e mi sforzerò di

sopportarle qual si conviene ad un uomo: infine ella è una donna che

noi abbiamo perduto. Vedi, Tressiliano (disse il vecchio, traendosi dal

seno un riccio di capelli), la sera innanzi del suo allontanamento,

ella mi abbracciò colmandomi di carezze anche più dell’ordinario, ed io

come un vecchio insensato, la riteneva per questo riccio. Ella prese la

cesoia, sel tolse dalle chiome, e lo lasciò fra queste mie mani quasi

unico ricordo che doveva rimanermi di lei.»

Tressiliano non fu capace di rispondergli. E pensava fra se medesimo

all’aspra lotta, che in quel momento avrà sofferta entro il suo cuore

la misera fuggitiva. Il ministro stava per dire qualche cosa, allor

quando lo interruppe sir Ugo.

«So che cosa volete dirmi, non è che un riccio di capelli di una

donna, e sol per opera di una donna, la vergogna, la morte, il peccato

entrarono in questo mondo. E il dotto sig. Mumblazen potrebbe qui

citarmi molte autorità per provarmi l’inferiorità di questo sesso.»

«Un celebre autore Francese, soggiunse allora il Mumblazen, dice: _che

l’uomo è nato per la guerra e per li consigli_.»

«Ebbene, disse sir Ugo, procuriamo adunque di comportarci siccome

uomini, intendo con saggezza e coraggio. Edmondo, io ti rivedo

volentieri nel modo istesso che se tu m’avessi apportato migliori

novelle. Ma tanto parlare che abbiam fatto non può a meno di non averne

inaridite le labbra. Amy, ordina che ci portino vino.» Poi ripensando

sull’istante, che quella figlia, un giorno a lui tanto cara, non era

ivi per ascoltarlo, dimenò il capo, e voltosi al ministro: «È deciso,

diss’egli; il cordoglio sta nella mia mente alienata, come la chiesa

di Lidcote nel mio parco. Posso ben perdermi per qualche istante fra

i boschetti e le macchie: ma non sono appena al finire d’un viale,

vedo il campanile, che mi ricorda il sepolcro de’ miei maggiori.

Oh! piacesse al cielo che coll’incominciar di domani io mi stessi

tranquillamente in loro compagnia!»

Tressiliano e il ministro raddoppiarono di preghiere al vegliardo

per indurlo a mettersi in letto, tantochè finalmente vi riuscirono.

Lo condussero nella stanza sua di riposo, ove Tressiliano rimase con

lui, finchè il sonno venisse a chiuderne le pupille; portatosi di poi

a raggiugnere il ministro, ed a deliberare congiuntamente con lui su

quanto di meglio era da operarsi in una circostanza cotanto malaugurata.

Non potevano essi escludere il signor Mumblazen da tale colloquio,

e per altra parte non ebbero discaro ch’ei ne fosse partecipe,

perchè, anche non calcolando i soccorsi che potessero venir loro

dall’accortezza di quest’uomo, lo sapevano per indole sì taciturno

da non temere ch’ei commettesse imprudenze. Era egli un vecchio

celibe, venuto da famiglia onesta, ma povera anzi che no, e parente

in lontananza della casa di Robsart. Tale affinità fu il motivo, per

cui già volgeano venti anni dacchè dimorava in quella magione. Accetta

oltre ogni dire era al vecchio signor del castello la compagnia di

questa persona, e ciò soprattutto per la scienza profonda posseduta dal

Mumblazen (nè si estendeva più in là) sopra il Blasone e le genealogie,

e sopra tutte le date storiche che alle genealogie si riferivano. Ma

gli era questo il genere di sapienza più conforme ai gusti di sir Ugo,

che trovava per sè espedientissima cosa l’avere ad ogni uopo pronto un

amico a cui volgersi, se lo tradiva la memoria, o se lo conduceva in

errore intorno i nomi e le date, cosa non rara a succedergli. Allora

Michele Mumblazen non mancava mai dal fornirgli con aggiustatezza

e laconismo quanti mai indizi l’altro potesse desiderare. E benchè

nelle bisogne ordinarie di questo mondo adoperasse il più delle volte

uno stile enigmatico, e mescolato con termini andati a pescar nel

Blasone, la sostanza dei suggerimenti che venivano dal suo labbro non

era da disprezzarsi; onde aveva ragione William Badger nel dire che il

Mumblazen snidava la cacciagione, intanto che gli altri scotevano i

rami.

«Avremmo noi creduto mai che lo starci col buon Cavaliere ne avesse

tratti a soffrir tanto, signor Edmondo? (gli disse il Ministro): io non

aveva mai più provato simil cordoglio dopo il momento che togliendomi

al mio prediletto ovile, mi costrinsero a lasciarlo alla discrezione di

lupi affamati.»

«_In anno tertio_ del regno di Maria» disse il signor Mumblazen.

«In nome del Cielo, signor Edmondo, continuò il Ministro, narrateci se

il vostro tempo fu impiegato meglio del nostro, e se otteneste qualche

notizia della sciagurata giovinetta, che dopo aver fatto per diciotto

anni le delizie di questa casa immersa oggi nel pianto, ne è divenuta

la vergogna e la disperazione? Scopriste voi il luogo ov’ella si

asconde?»

«Vi è noto il castello di Cumnor?» chiese a lui Tressiliano.

«Certamente, rispose il Ministro. Era come una casa di campagna, goduta

dagli abati d’Abingdon.»

«Ed io ne ho veduto lo stemma, aggiunse tosto il Mumblazen, sopra il

cammino di pietra, posto nel salone a pian terreno: è una croce, cui

sovrasta una mitra, fra quattro merli.»

«Ebbene: è colà, disse Tressiliano, ove quella infelice soggiorna in

compagnia dello scellerato Varney, che la mia sciabola avrebbe punito

di tutti i suoi delitti, se un puro caso non lo sottraeva al mio

furore.»

«Sia lodata la Divina Providenza, soggiunse il Ministro, poichè

v’impedì, o giovine ardito, di bagnar le mani nel sangue di un vostro

simile. _A me si aspetta il vendicarmi_, dice il Signore: ben varrebbe

meglio il pensare a liberar questa misera dagl’infami lacci in cui

quello sgraziato la tiene.»

«E che si chiamano, in termine di Blasone, _laquei amoris_» non potè

starsi dal dire il Mumblazen.

«Egli è appunto su di ciò, che vi chiedo consiglio, diletti amici,

ripigliò Tressiliano. Il mio disegno è gettarmi ai piedi del Trono, e

colà accusare questo scellerato, come perfido, come seduttore, come

violatore in somma di tutte le leggi della ospitalità. La Regina non

negherà darmi ascolto, quand’anco stesse al suo fianco il conte di

Leicester che lo protegge.»

«La Regina, disse il Ministro, che ha dato sì grande esempio di

continenza ai suoi sudditi, ne darà certamente uno di giustizia contra

questo malfattore. Ma non sarebbe migliore avviso, sig. Tressiliano,

il volgervi a dirittura al conte di Leicester, che è all’immediato

servigio della Regina? Se potete ottenere giustizia da lui, perchè

farvene un potente nemico? E lo diverrebbe certo, se per prima cosa

accusaste dinanzi la Regina quell’uomo che egli tiene non solamente in

grado di suo scudiere, ma di favorito e di confidente.»

«Sento in me medesimo tal qual ripugnanza contra sì fatto avviso,

Tressiliano rispose. Mi è grave persin l’idea di trattar la causa di

questa figlia infelice di un padre non meno infelice, alla presenza

di tutti altri fuor che a quella della legittima mia Sovrana. Il

Leicester, mi direte voi, tiene un grado elevato, e ve lo concedo; ma

è suddito al pari di noi, nè mi pare ben fatto portare ad esso le mie

querele, allorchè espedienti migliori stanno in mia mano. Nondimeno

mediterò più maturamente il parer che mi date. Intanto mi fa d’uopo

della vostra assistenza per far risolvere sir Ugo a conferirmi un

mandato legale ed ostensibile. Voi comprendete essere in nome di sir

Ugo, e non nel mio ch’io debbo parlare. Poichè il cuore della nostra

Amy si digradò fino ad amare un ente così spregevole, fa di mestieri

almeno che costui la sposi, e le renda in tal guisa quell’unica

giustizia che sta in suo potere di renderle.»

«Tornerebbe assai meglio (sclamò il Mumblazen con un calore

straordinario in tal uomo) tornerebbe assai meglio che ella morisse

_cælebs et sine prole_, anzichè inquartare i nobili stemmi della casa

di Robsart con quelli d’un simile miscredente.»

«Se lo scopo che vi prefiggete, come non ne dubito punto, disse

il Ministro, è di salvare quanto ancora si può, l’onore di questa

sventurata fanciulla, persisto sempre sulla necessità d’incominciare le

cose coll’indirigersi al conte di Leicester. Egli è padrone assoluto

nella sua casa non meno di quello che Elisabetta il sia nel suo regno.

Oh! vi prometto che s’egli ne dimostra soltanto un desiderio a Varney,

il fallo commesso da Amy avrà almeno minore pubblicità.»

«Il vostro raziocinio è giusto, disse con vivacità Tressiliano, sì,

giustissimo; e vi son grato d’avermi fatto pensare a cosa, che il

turbamento dell’animo mio non mi lasciava vedere. Io veramente non

aveva mai sognato in vita mia di trovarmi nella circostanza di chieder

grazia di sorte alcuna al conte di Leicester; ma mi sentirei fin capace

di piegare il ginocchio innanzi a questo orgoglioso Dudley, se ne fosse

premio il diradare soltanto alcun poco la macchia portata al nome della

misera Amy. Voi mi aiuterete adunque ad ottenere da sir Ugo Robsart le

facoltà necessarie?»

«Certamente che vi aiuterò» rispose il Ministro, intanto che il

Mumblazen col chinar la testa conveniva nelle loro conclusioni.

«Sarà parimente ben fatto, continuò Tressiliano, che vi teniate pronti,

ove l’uopo il volesse, ad attestare i modi ospitali, con cui il buon

sir Ugo accolse questo traditore in sua casa, e la perfidia, onde

costui gli corrispose, seducendone l’infelice figlia.»

«Nei primi tempi, disse il Ministro, non parea che Amy trovasse molto

diletto nello starsene con costui; ma dipoi li vidi molto spesso

rimanere insieme.»

«_Parlamentando_ nel salone, disse il Mumblazen, e _trascorrendo_ nel

giardino.»

«In una sera della primavera passata, soggiunse il ministro,

gl’incontrai nella foresta del mezzogiorno. Varney era avvolto in

un pastrano bruno, sicchè il viso non se ne vedeva. Si separarono

affrettatamente, allorchè s’accorsero del mio arrivo, ed osservai

ch’ella volse addietro la testa per continuare a guardarlo.»

«_Teste in profilo_» fece questa osservazione di Blasone il Mumblazen.

«E nel giorno della fuga riconobbi alla livrea il servo di Varney, che

teneva il cavallo del suo padrone, e il palafreno di miss Amy, entrambi

bardamentati, dietro la muraglia del cimitero.»

«Ed ora, disse Tressiliano, ella vive confinata in un’oscura prigione.

Vi sono dunque prove di fatto contro quel perfido! Vorrei ch’egli si

cimentasse a negare il proprio delitto per convincerlo con questa

sciabola. Ma è d’uopo ch’io m’allestisca per mettermi in cammino. Voi

intanto, o miei amici, preparate l’animo di sir Ugo a conferirmi il

diritto di fare atti in suo nome.»

Dopo tai detti, Tressiliano lasciò l’appartamento.

«Egli è troppo focoso, disse il Ministro, e prego Dio gli conceda tutta

la pazienza, di cui abbisogna chiunque abbia che fare con Varney.»

«_Pazienza e Varney_, sono due cose, le quali non s’accordano meglio

insieme che metallo sopra metallo giusta le regole del Blasone, disse

tosto il Mumblazen. Colui è più falso d’una _Sirena_, più rapace d’un

_Griffo_, più crudele d’un _Leone rampante_.»

«Non so, disse il Ministro, se noi possiamo in coscienza, e nello stato

di mente in cui si trova sir Ugo, domandargli che deleghi a nessuno la

sua paterna autorità.»

«La Reverenza vostra non debbe avere scrupoli su di ciò, (disse William

Badger, che entrava in quel momento) perchè, e scommetterei la vita, il

mio padrone all’atto dello svegliarsi si troverà tutt’altro da quel che

lo vediamo, sono omai trenta giorni.»

«Tu hai dunque una fiducia ben grande nella pozione ordinata dal

dottore Diddleum?» disse il Ministro.

«Nessuna affatto, rispose il Badger, e guardate se posso averne; il

padrone non ne ha bevuto una gocciola, perchè si è rotta l’ampolla.

Ma il sig. Tressiliano ha condotto qui un semplicista, il quale ha

composto per sir Ugo una bevanda, che vale per venti pozioni del

dottore Diddleum. Ho parlato a lungo colla persona che vi accenno, e

posso giurarvi che non vi è il più bravo maniscalco....»

«Un maniscalco!» e volea più dire il Ministro, ma il Badger non lo

lasciò continuare.

«Sì; un maniscalco, e non ho conosciuto uomo che s’intenda meglio delle

malattie dei cavalli. Figuratevi se vorrà far male ad un cristiano.»

«Ah disgraziato! sclamò inviperito il Ministro. Somministrare a sir Ugo

una bevanda preparata da un maniscalco! E chi te ne diede l’autorità?

Chi si farà mallevadore per le conseguenze?»

«Per quanto spetta all’autorità, vostra Reverenza sappia, che me la

sono data da me. Quanto al resto non vedo il bisogno d’un mallevadore:

perchè a quanto parmi, venticinque anni che sto in questo castello,

devono bene avermi dato il diritto di porgere, se occorre, una bevanda

ad un uomo, se ne ho date tante ai cavalli. Oh! quante medicine ho

distribuite nelle scuderie; e a quante bestie ho fatto salassi, e messo

cauteri e ventose!»

I due consiglieri privati credettero non dover perdere un istante,

per arrecare tale notizia a Tressiliano, il quale chiamò tosto in sua

presenza Wayland e gli domandò, ma in segreto, con qual diritto ei si

fosse avvisato di preparare una bevanda per sir Ugo Robsart.

«_Vostro Onore_ dee ricordarsi, rispose Wayland, ch’io gli dissi come

fossi entrato nei segreti del mio padrone, cioè del dottore Doboobie,

più di quello ch’egli non avrebbe voluto; e per dir vero se costui mi

prese in tanto contraggenio non gli do torto, perchè molte persone

fornite d’accorgimento, e singolarmente una giovane e bella vedova

d’Abingdon, preferivano le mie ricette alle sue.»

«Non è questa ora di scherzi, disse Tressiliano. Ti giuro che se la

medicina da cavallo che hai somministrata a sir Ugo reca il menomo

pregiudizio alla sua salute, ti do per sepoltura la parte più profonda

di una delle nostre miniere di stagno.»

«Oh! non ho per anche assai profittato nel grande _arcanum_ della

trasmutazione dei metalli per desiderare questo soggiorno (rispose

senza scomporsi Wayland). Ma non abbiate paura di nulla, sig.

Tressiliano; William Badger mi ha spiegato con troppa verità lo stato

in cui trovasi il degno Cavaliere, e mi tengo sicuro di non avere fatto

sbaglio nel somministrargli una dose di mandragola, non eccedente il

bisogno di procurargli un sonno dolce e tranquillo, che è quanto fa di

mestieri a rimettere in calma lo spirito agitato di sir Ugo.»

«Spero, o Wayland, non sarai tu l’uomo che mi tradisca.»

«Il fatto ve lo proverà. E qual interesse avrei io di nuocere ad un

povero vecchio che vi sta a cuore? Se Gaffer Pinniewink non mi caccia

ora nelle carni il suo punteruolo, e se non mi straccia con quelle

maledette sue tenaglie ogni parte del mio corpo ove si trova qualche

macchia, per vedere se è stata fatta dal diavolo, non è a voi forse

che ne ho tutta l’obbligazione? Il mio più ardente desiderio è che mi

riguardiate tra i più fedeli vostri servitori, e vi sarà prova della

mia buona fede tutto quanto vedrete succedere dopo il sonno che avrà

dormito il vecchio Cavaliere.»

Nè s’ingannò Wayland nelle sue congetture. La bevanda calmante ch’ei

preparò, fidatosi alla propria esperienza, e che William Badger

somministrò, non dubitando della propria saggezza, produsse il

migliore effetto. Sir Ugo dormì di un sonno lungo e tranquillo, e

nello svegliarsi, non si trovò per vero dire risanato dalla ferita del

cuore, nè dall’indebolimento che aveva sofferto il suo corpo, ma lo

spirito di lui era, più che mai nol fosse stato da qualche tempo, in

grado di giudicare sulle cose che gli venivano proposte. Non convenne

egli sull’istante con Tressiliano intorno al divisamente di portar

suppliche alla Corte, onde ottenere la più possibile riparazione

dell’ingiuria fatta ad Amy. «È d’uopo abbandonarla, egli disse. Ella è

un falco che tien dietro al vento, e che val meno del fischio adoperato

per richiamarlo.» Si giunse nondimeno a convincerlo, che era di suo

debito il cedere al grido di natura, a quel grido che gli parlava a suo

malgrado al cuore, e di acconsentire che Tressiliano facesse per Amy

quanto rimaneva ancora da farsi. Egli sottoscrisse adunque il mandato,

quale il ministro gliel preparò, perchè in quel secolo la greggia di un

pastor d’anime trovava in lui non solamente una guida spirituale, ma un

consigliere che la regolava per gli affari di questa terra.

Ventiquattr’ore dopo che Tressiliano era tornato a Lidcote-Hall, ogni

cosa stava pronta per la sua seconda partenza, ma erasi dimenticato

un punto rilevante, del quale il sig. Mumblazen fece che gli altri si

ricordassero. «Voi andate alla Corte, sig. Tressiliano, diss’egli,

e non pensate che i colori del vostro stemma debbono essere oro ed

argento, soli colori che vi possono essere ricevuti!» L’osservazione

non era meno giusta che imbarazzante, perchè, nè sotto il regno

d’Elisabetta, nè da poi procedendo fino a quella data che si giudichi

più opportuna, era cosa troppo facile il tener dietro ad un affare che

agitavasi in Corte, per chiunque mancasse d’argento monetato, genere di

derrata alquanto rara a Lidcote-Hall. Tressiliano non trovavasi gran

che in capitali, e le rendite di sir Ugo Robsart erano sempre mangiate

in erba, per cagione dell’ospitalità che a tutti ei praticava. Ma il

promotore della difficoltà fu parimente quegli che la tolse di mezzo.

Il signor Michele Mumblazen presentò un sacchetto di cuoio, entro cui

stavano circa trecento sterlini in monete d’oro e d’argento di ogni

spezie, frutto d’un risparmio d’oltre a venti anni, ch’egli consagrò

senza pronunziar parola al servigio di colui, il quale ricettandolo in

propria casa, gli aveva forniti i modi di accumulare questo piccolo

tesoro. Tressiliano accettò, senza mostrar d’esitare, tal presente

della cordialità, nè fu che stringendosi scambievolmente la mano che

dimostrarono, l’uno la soddisfazione d’impiegare quanto possedeva

all’adempimento d’un sì onorevol disegno, l’altro l’aggradevole

sorpresa di veder dissipato in un modo così istantaneo e non preveduto

un ostacolo, che si presentava da prima siccome insuperabile.

Intanto che Tressiliano allestiva tutte le cose per partire nel dì

successivo, Wayland chiese parlargli; e dopo aver fatto valere agli

occhi del padrone i favorevoli effetti della bevanda data a sir

Ugo, gli domandò la permissione di accompagnarlo alla Corte. Nè a

condiscendervi era avverso l’animo di Tressiliano, cui la destrezza,

l’accorgimento, e la fecondità d’immaginare espedienti, qualità da lui

ravvisate a prova in questo compagno di viaggio, ben persuasero che

il condurlo con sè cosa anzi utilissima gli sarebbe stata. Ma non era

tolto il mandato d’arresto uscito contro Wayland, il che Tressiliano

gli ricordò, non dimenticando le tenaglie e il punteruolo di Pinniewink.

Wayland rise di questo. «Chi mai, diss’egli, vuol andare a rintracciare

il maniscalco sotto gli abiti d’una vostra livrea? Poi osservate le mie

basette, e i miei capelli: basta dare altro andamento alle prime, e

tingere in nero i secondi con una preparazione di cui tengo il segreto,

e sfiderò allora il diavolo a riconoscermi.»

Operò egli questa nuova trasmutazione, e dopo alcuni minuti si presentò

a Tressiliano sotto forme affatto diverse. Ciò nondimeno Tressiliano

esitava ancora nell’accettare gli offertigli servigi, la quale

perplessità facea, che Wayland raddoppiasse ancora d’istanze.

«Io vi debbo, diss’egli, la vita, e tanto più desidero pagarvi una

parte del mio debito che seppi dal Badger, tali essere i motivi che

vi chiamano alla Corte, da non andare immune da pericolo per voi

una simile spedizione. Non già ch’io mi dia il vanto di essere uno

spadaccino, o uno di que’ bravacci, che vorrebbero ad ogni istante

frammettersi colla sciabola alla mano nelle brighe de’ lor padroni.

Che anzi, per dirvi la verità, amo meglio il termine d’una cena, che

il principio d’una contesa; ma so parimente di poter servire _vostro

Onore_ in siffatto affare, meglio assai di que’ disperati, che

null’altro conoscono fuorchè i moschettoni e gli stili, e so parimente

che questa mia testa val sola più di cento delle loro braccia.»

Stavasi ancor dubbioso Tressiliano, siccome quegli che conoscendo da

poco tempo questo personaggio straordinario, non sapea troppo al giusto

fin dove gli convenisse concedergli confidenza; e gli sarebbe stato pur

d’uopo confidarsi in lui volendolo rendere utile ai propri divisamenti.

Non si era per anco deliberato, allorchè udì il calpestio d’un cavallo

nella corte, e vide quasi nel medesimo tempo entrar frettolosi nella

sua stanza il Mumblazen e il Badger.

«Giunse in quest’istante, disse il bracchiere, un servo, a cavallo

della più bella pulledra grigia ch’io m’abbia mai visto in mia vita...»

«Che ha sul braccio, continuò il Mumblazen, una piastra d’argento, su

di cui vedesi un drago che inghiottisce un pezzo di mattone, fregiato

d’una corona di conte. Questi mi ha rimessa una lettera per voi che ha

lo stemma medesimo nel suggello.»

Tressiliano prese la lettera, di cui tale era la soprascritta: _Allo

spettabile Edmondo Tressiliano nostro caro parente_, e al disotto della

soprascritta medesima leggeasi: _in tutta fretta, come se vi fosse

pericolo di vita_. Tressiliano si fece tosto a leggere la lettera, e

tale ne era il contenuto:

_Sig. Tressiliano

nostro buon amico e caro cugino_

«Nel momento in cui vi scriviamo, è sì cattivo lo stato di nostra

salute, e sono per altra parte tanto moleste le circostanze in

cui ci troviamo, che è nostro desiderio unire attorno alla nostra

persona tutti quegli amici sul cui affetto possiamo maggiormente

fondarci. Noi vi diamo fra questi la prima sede, sig. Tressiliano,

tanto a cagione dell’amicizia, che ci è noto essere in voi per

nostro riguardo, quanto in considerazione delle altre prerogative

che vi adornano. Vi preghiamo pertanto venirci a trovare il più

presto che potrete al castello di Sav’s-Court, presso Depford, ove

vi parleremo d’affari, che non giudichiamo ben fatto il confidare

alla carta. Nella speranza di vedervi tantosto, siamo il vostro

affezionato parente

_Ratcliffe_ conte di Sussex».

«Affrettati, Badger, sclamò Tressiliano, e fa che questo messaggiere

sia subito alla mia presenza». E appena il vide: «Ah! Stevens, siete

voi! come sta dunque Milord?»

«Male, sig. Tressiliano, male assai, e tanto più egli ha bisogno di

aver buoni amici d’intorno a sè.»

«Ma quale è il genere della sua infermità? Io non ne aveva ancora

inteso parlare.»

«Assai brutte apparenze: non altro potrei dirvi, o signore. I medici

non sanno qual cosa giudicarne. Molti della casa sospettano vi entri

opera di tradimento, o di fattucchieria, o fors’anche qualche cosa di

peggio.»

«Quali ne sono i sintomi?» Chiese tosto il maniscalco, frammettendosi

arditamente in tale discorso.

«Che mi chiedete?» disse Stevens che non intendeva la domanda.

«Dove sta il suo male? disse Wayland. In qual parte del corpo si

sente egli peggio?» Stevens si diede a riguardar Tressiliano, come

per comprendere da lui se dovesse rispondere alle interrogazioni di

questo straniero, ed avendone ricevuto un segno affermativo, fece

l’enumerazione de’ sintomi che si univano alla malattia del suo

padrone: perdita successiva di forze, notturne traspirazioni, mancanza

di appetito, debolezza, ec.

«E a tutto questo andranno congiunti, disse Wayland, un rodente dolor

nello stomaco, ed una lenta febbre?»

«Appunto» disse lo Stevens alquanto maravigliato.

«Conosco assai bene questa malattia, soggiunse Wayland, e ne conosco

l’origine. Il vostro padrone ha mangiato, o gli hanno fatto mangiare la

manna di S. Nicolò. Ma ne conosco altresì il rimedio; e il dottore non

dirà che indarno io abbia studiato nella sua officina.»

«Che intendete voi? (disse Tressiliano aggrottando le ciglia). Pensate

bene che or si parla d’uno fra i primi signori dell’Inghilterra. Non è

questo un momento per far la parte da buffone.»

«Dio me ne guardi, rispose Wayland. Sostengo che conosco una tal

malattia, e che mi darà l’animo di guarirla. Avete a quest’ora

dimenticato quello che feci per sir Ugo Robsart?»

«Ebbene! noi partiremo in questo momento, sclamò Tressiliano. Egli è

Dio medesimo che ne chiama.»

Annunziando il motivo sopravvenutogli onde non aspettare il dì vegnente

a partir dal castello, e tacendo però i sospetti raccontati da Stevens,

e le speranze concette da Wayland, Tressiliano si congedò da sir Ugo, e

di gran galoppo s’avviò per alla volta di Londra, nè altri il seguivano

che Wayland, e il servo del conte di Sussex.

Kenilworth, vol. 2/4 · 第 8 / 16 题