»Il valor di sue parole
»Può cangiar, s’ei così vuole,
»Tutto questo pavimento
»In un lastrico d’argento.
_Favole di Cantorbery_.
«Imparai da giovane l’arte del maniscalco, disse Wayland, e conosceva
questo nobil mestiere al pari d’ogn’altro che cignesse grembiule di
cuoio, e avesse la faccia e le mani annerite dal fumo. Ma stanco di
cantare battendo l’incude, mi diedi a correre il mondo, e così entrai
in conoscenza con un celebre bagattelliere, il quale accorgendosi
che le sue dita cominciavano a farsi men agili ai mestieri dell’arte
professata, pensava all’espediente di educarsi un allievo. Io lo servii
per sei anni, sintantochè fui ricevuto maestro nel novello mio stato.
Me ne appello a _vostro Onore_, sul cui giudizio si può far conto. Non
adempieva io la mia parte passabilmente?»
«Non si poteva farlo meglio, disse Tressiliano, ma spicciati presto.»
«Poco dopo il tempo in cui alla vostra presenza feci maravigliata della
mia destrezza la conversazione di sir Ugo Robsart, presi la carriera
del teatro, ove nello scopare il palco, io non aveva chi potesse starmi
a prova fra gli scopatori di granai, anche i più accreditati. Ma le
poma erano sì a buon mercato in quell’anno, che gli spettatori non ne
mangiavano mai che un boccone o due, e gettavano il rimanente sulla
testa dei personaggi a mano a mano del loro comparire sulla scena.
Questo incidente mi disgustò della professione; onde rinunziando la
mezza parte ch’io aveva nella compagnia, lasciai le mele ai miei
colleghi, i coturni al direttore, poi volsi le calcagna al teatro.»
«E qual nuovo stato abbracciasti tu allora?» domandò Tressiliano.
«Divenni per metà collega, per metà servitore d’un uomo fornito di
molta sapienza e di poco danaro, che faceva il mestiere di medico.»
«Che vuol dire, soggiunse Tressiliano, tu eri il pagliaccio del
ciarlatano.»
«Qualche cosa di più, ottimo signor Tressiliano, permettetemi dirlo;
benchè volendo dar loda al vero, si operasse talora a fortuna, e
quello ch’io aveva imparato ne’ miei primi studii per rendermi utile
ai cavalli, giovò più d’una volta alla specie umana. Perchè in fine
poi, i germi delle malattie sono tutti gli stessi; e se la trementina,
il catrame, la pece, e il grasso di bue, mescolati colla gomma, colla
resina, e con uno spicchio di aglio, hanno virtù di guarire un cavallo
offeso da un chiodo, non vedo ragione perchè la stessa ricetta non
debba far bene ad un uomo trafitto da un colpo di spada. Ma la scienza
del mio maestro andava più in là della mia, e si estendeva sopr’altri
rami. Oltre all’essere un medico pratico de’ più coraggiosi, egli
era anche, se volete, un di quelli che si chiamano _iniziati_. Niuno
meglio di lui leggeva nelle stelle, e coll’aiuto della genetliologia,
come diceva egli, o fosse poi anche in tutt’altra maniera, vi predicea
l’avvenire. Profondissimo chimico, sapeva distillare i semplici, aveva
fatti molti tentativi per fermare il mercurio, e si trovava lì lì per
iscoprire il _lapis philosophorum_. A tale proposito conservo tuttavia
alcuni versi, ch’egli custodiva gelosamente, e se _vostro Onore_
arriva ad intenderli, è più sapiente di tutti coloro che li lessero, e
probabilmente anche di chi gli ha fatti.»
Nel medesimo tempo consegnò a Tressiliano un foglio di pergamena,
ov’erano dipinti, e di sopra, e di sotto, e nei margini i segni
zodiacali, e pieno in oltre di caratteri greci, ebraici e talismanici.
Vi stavano in mezzo quattro versi sì bene scritti, che a malgrado
dell’oscurità del luogo, Tressiliano li potè leggere senza fatica. Tale
capolavoro di poesia era il seguente:
»Si fixum solvas, faciasque volare solutum,
»Et volucrem figas, facient te vivere tutum;
»Si pariat ventum, va’ et auri pondere centum,
»Ventus ubi vult spirat: — Capiat qui capere potest».
«Tutto quanto v’intendo, disse Tressiliano, è, che l’ultima linea
non è un verso, e che le quattro ultime parole sembrano voler dire:
_m’intenda chi può_.»
«E v’assicuro bene esser questa la massima, con cui si regolava sempre
il mio degno padrone ed amico, dottor Doboobie. Ma finalmente burlato
dalla propria immaginazione medesima, e impazzito dietro alla sua
cara chimica, spese ingannando se stesso tutto il denaro, che aveva
guadagnato ingannando gli altri. Non ho mai saputo se avesse scoperto a
caso, o fatto fabbricare in segreto egli stesso questo laboratorio ove
era solito venirsi a rinchiudere, lontano così dai suoi infermi come
dai suoi scolari. Fu creduto, che queste lunghe e misteriose assenze
dalla città di Faringdon, luogo ordinario di sua dimora, fossero
prodotte dagli studii delle scienze mistiche, e da un commercio ch’egli
avesse col mondo invisibile. Fece prova d’ingannare me parimente; ed io
voleva fingermi persuaso delle baie onde a mano a mano mi regalava; ma
ben s’accorse ch’io conosceva tutti i suoi segreti, per lo che cominciò
a non garbargli troppo la mia compagnia. Intanto il nome di costui
acquistò celebrità, e la maggior parte di quelli che si conducevano a
consultarlo, venivano persuasissimi ch’ei fosse uno stregone. Dopo di
che, l’ottenuta fama d’essere iniziato nelle scienze occulte, guidò
segretamente ad ascoltarne gli oracoli, personaggi potenti, che il
nominare non sarebbe prudenza; ed i quali macchinavano divisamenti
pericolosi, e che non giova qui il menzionare. Allora insorsero
contr’esso molti nemici, e la cosa si terminò col predicargli la croce
addosso, e col minacciarne la vita; ed io innocente cooperatore de’
suoi studii, venni soprannominato _il Bastone del diavolo_, titolo
che mi fruttava una scarica di sassi sulla persona ogni qual volta
mi mostrava in qualche vicino villaggio. Per finirla, il mio padrone
disparve improvvisamente, dicendomi che andava a lavorare in questa sua
segreta officina, e vietandomi di venirlo qui a disturbare prima che
fossero trascorsi due giorni. Passato un tale intervallo, mi trasportai
in questo luogo; e rinvenni il fuoco estinto, tutti gli ordigni chimici
in pieno sconquasso, ed una lettera del dotto Doboobie, che dotto ei
soleva chiamarsi da se medesimo. Con questa mi avvisava, che non ci
saremmo più riveduti, lasciandomi in legato le sue suppellettili, e
la pergamena che vi feci vedere. Mi consigliava inoltre di seguire a
tutto punto le istruzioni, che vi si contenevano, essendo quella la via
infallibile di pervenire alla _grand’opera_.»
«E tu ti sarai tenuto ad un così savio consiglio?»
«Oh! no signore. Prudente io e sospettoso per natura, oltrechè non
sapeva troppo bene con chi mi avessi a bazzicare, feci una visita
per ogni dove, e fortunatamente la feci prima d’accendere il fuoco,
perchè rinvenni un piccolo barile di polvere ch’egli aveva con gran
cura nascosto sotto il cammino del focolare, venuto cred’io nel
caritatevol disegno di farmi trovare morte e sepoltura in questo
luogo, e ciò appunto nell’atto che mi sarei dato alla _grand’opera_
della trasmutazione dei metalli. Vi giuro che una tale scoperta mi
fece passare ogni voglia d’Alchimia, e divenni più che mai desideroso
di tornare onestamente all’incude ed al martello. Ma chi voleva far
ferrare un suo cavallo dal _Bastone del Diavolo_? Per buona sorte
contrassi amicizia con questo bravo Flibbertigibbet; che col suo
maestro Erasmo Holyday si trovava in allora a Faringdon, e tale
amicizia mi venne dall’avergli insegnati alcuni segreti, fatti per
piacere ad uno della sua età. Tenemmo consiglio insieme, e risolvemmo,
che non potendo io sperare di procacciarmi avventori col seguire le vie
ordinarie, avrei provato a guadagnarmeli profittando della credulità di
questi villani. Ne sia tutta la lode a Flibbertigibbet, che ha fatto
tutto il mio credito, gli avventori non mi sono mancati. Ma mi avvedo
che sforzo troppo la carta; e temo non la finiscano col credermi uno
stregone, e come tale farmi un brutto servigio. Perciò nulla bramerei
ora di meglio quanto un’occasione di abbandonare la mia fucina, se
trovassi qualche personaggio di gran conto, che mi volesse proteggere
contro la furia della ciurmaglia, caso che venissi ad essere scoperto.»
«Conosci tu bene le strade di questo paese?» gli domandò Tressiliano.
«Di notte come di giorno» rispose Wayland.
«Ma tu non avrai sicuramente cavallo?»
«Vi chiedo scusa. Mi dimenticai dirvi esser questa la migliore eredità
ch’io mi abbia fatta dal dottore, eccetto due o tre segreti di
medicina, che m’appropriai suo malgrado.»
«Ebbene, va a lavarti il volto e le mani, butta via questa ridicola
pelle, vestiti il più convenientemente che puoi, e se ti comporterai
con saviezza e fedeltà, ti permetto seguirmi per qualche tempo finchè
siano dimenticati i tuoi giuochi di mano. Credo che non ti manchino
coraggio e destrezza, ed ho intavolati certi affari, che possono
abbisognare d’entrambe queste prerogative.»
Wayland senza farsi pregare abbracciò un tale partito, assicurando il
suo novello padrone di prestargli fedelissimo ed affezionato servigio.
In pochi minuti, col prendere nuovi abiti e coll’aggiustarsi la barba
e i capelli, si trasformò in guisa tale, che Tressiliano non potè
ristarsi dal dirgli: «Credo che omai non abbisogni di protettore,
perchè chi avvi mai fra quelli che ti conoscevano anticamente, il quale
possa sotto questi abiti ravvisarti?»
«I miei debitori no, perchè non mi vorrebbero pagare (disse Wayland
scotendo la testa), ma quanto ai creditori di ogni specie, oh! vi dico
bene che non sarebbe sì facile l’accecarli, nè mi terrei sicuro, se non
mi fossi posto sotto la protezione d’un personaggio pari a voi e per
natali e per fama.»
Detto ciò, prese per uscire della caverna la stessa strada, d’onde
tutti e tre vi erano entrati. Tressiliano lo seguì, e Riccardo che li
raggiunse qualche minuto dopo, comparve carico di tutta la bardatura
di un cavallo. Wayland chiuse quella porta orizzontale, ponendo molta
accuratezza nel ricoprirla; «Chi sa, diss’egli, che non mi torni
un’altra volta a proposito questa caverna? Poi gli ordigni che vi
lascio hanno sempre un qualche valore.» Mandò un fischio, ed un cavallo
che pascolava nella più vicina prateria, comparve a quel segnale a
cui già tal bestia era avvezza. Mentre Wayland mettea la sella al suo
cavallo, Tressiliano saliva sul proprio, dopo averne ristretta la
cinghia.
Intantochè Wayland montava a cavallo, così gli disse Riccardo. «Voi
siete dunque per abbandonarmi, o antico mio collega, e mi togliete
per sempre il piacere di ridere alle spalle di tutti que’ goffi, che
tremavano dalla testa ai piedi quando io li conducea qui per far
ferrare i loro cavalli dal diavolo e dai suoi ministri?»
«Che vuoi farci, mio caro Flibbertigibbet? rispose Wayland: anche
i migliori amici, bisogna che si lascino presto o tardi; ma te ne
accerto, mio caro ragazzo, tu sei la sola cosa per cui mi rincresca
abbandonare la vallata di White-Horse.»
«Oh! non vi dico per questo l’ultimo addio. Voi sarete sicuramente
a quelle belle feste che stanno per celebrarsi, e non mancherò di
trovarmivi io pure; perchè se il sig. Holyday non mi ci vuol condurre,
giuro per la luce di quel sole, che non è mai entrato nella vostra
fucina, mi darà l’animo di venirci da me.»
«Bada, Flibbertigibbet, a non far corse in fallo.»
«Voi vorreste far di me un fanciullo, e di que’ fanciulli che corrono
rischio se muovono un solo passo non tenuti per le cordicelle. Oh!
vi proverò il contrario, e non sarete lontano un miglio da queste
pietre, allorchè v’accorgerete che non mi diedero fuor di proposito il
nome di spirito folletto. A quest’ora, e lo saprete fra poco, ho già
meditata una cosa, che vi tornerà di grande vantaggio, purchè sappiate
approfittarne.»
«Che intendi tu dire?» gli chiese tosto Tressiliano. Ma il fanciullo
non rispose che con una capriola, ed esortandoli entrambi che non
frapponessero alla partenza verun indugio, ne diede ad essi l’esempio,
prendendo a tutte gambe il sentiero della sua capanna, e sfoggiando
tutta quella medesima agilità che dianzi aveva opposta a Tressiliano,
allorchè questi lo volle indarno raggiugnere.
«Sarebbe inutile il tenergli dietro, disse Wayland, e tanto varrebbe
l’accignersi a seguire una lodola per aria. Per altra parte a che
monterebbe? La miglior cosa da farsi per noi è quella di seguire il suo
consiglio ed andarsene.»
Tressiliano fece comprendere al compagno il luogo, verso cui bramava
indirizzarsi, e si misero insieme in cammino.
Non avevano essi fatto un miglio, quando Tressiliano si avvide che il
proprio cavallo era in maggior ardenza di quanta ne avesse avuta il
mattino all’atto in cui lo salì, e tal cosa ei fece osservare a Wayland.
«Ho piacere che ve ne siate accorto, questi rispose; tale è l’effetto
d’uno dei miei segreti, da me aggiunto alla misura di biada che gli
somministrai. Di qui a sei ore almeno, _vostro Onore_ non abbisognerà
più di servirsi de’ suoi speroni. Credete voi che per nulla io abbia
studiato la medicina e la farmacia?»
«Spero bene non gli avrai dato nulla, che possa fargli del male.»
«Credete che gli potesse produr male il latte della cavalla che lo
nudrì? Tanto gliene produrrà il mio segreto.»
E si diffondeva Wayland in fare encomi all’efficacia di tal suo
segreto, allorchè l’attenzione d’entrambi fu interrotta da uno scoppio,
violento quanto quello di una mina che faccia saltare all’aria i
baluardi d’una città assediata. I due cavalli fecero un salto, nè men
sorpresi si dimostrarono quelli che vi stavano sopra. Si volsero essi,
e verso la parte appunto che abbandonarono, videro una densa colonna di
fumo, che sorgendo altissima, copriva il cielo a guisa di nuvola.
«Ecco la mia fucina andata al diavolo! (sclamò Wayland, indovinando
subito il motivo di tale scoppio). Ho avuto poco giudizio allorchè
parlai alla presenza di Flibbertigibbet dei divisamenti caritatevoli,
che aveva sulla mia casa il dottor Doboobie. Dovea ben io immaginarmi
che quel demonio di ragazzo non avrebbe avuto più pace se non mandava
a termine tale impresa. Ma adesso bisogna raddoppiare il passo, perchè
questo romore metterà sossopra tutto il paese.»
Detto ciò, punse leggermente il fianco del suo cavallo, e fattosi
altrettanto da Tressiliano, di gran galoppo si allontanarono da quel
luogo.
«Era questo dunque il senso misterioso di que’ detti con cui ci lasciò!
soggiunse Tressiliano. Ma ciò è ben altro che una vivacità da ragazzo.
Per poco che avessimo indugiata la partenza, eravamo già sepolti sotto
quelle rovine.»
«Oh! ci avrebbe avvertiti, disse Wayland, ed ho osservato che tornò
più volte addietro per assicurarsi se eravamo in cammino. Egli è bensì
un vero diavolo quanto a malizia, ma non però un diavolo cattivo. Ci
vorrebbe troppo se dovessi raccontarvi tutte le impertinenze che mi ha
fatte cominciando dal momento che strinsi lega con lui. Ma gli debbo
altresì gratitudine d’avermi prestati rilevanti servigi, e quello
soprattutto di condurmi avventori. Non v’era maggior delizia per lui
quanto il veder que’ poveri contadini, che non ne potevano più di paura
stando dietro la macchia ad udire il rimbombo del mio martello. Io
credo, che la natura abbia messo in quella testa difforme una doppia
quantità di cervello, per dargli almeno il compenso di saper ridere a
spese di quegli sciocchi, che fanno le maraviglie della sua orridezza.»
«Forse è così, disse Tressiliano. Coloro che la stranezza del loro
esterno separò in tal qual modo dalla società, se non odiano il
rimanente del genere umano, sono certamente propensi a prendersi spasso
delle sue follie, e talvolta ancora, che è peggio, delle disgrazie che
non li toccano.»
«Però Flibbertigibbet, rispose Wayland, possede tali prerogative per
cui gli si perdonano volentieri le sue stesse furfanterie. Non nego
che si diletta far burle un po’ forti veramente agli estranei, ma
è indicibile la fedeltà, onde si fa pregio verso coloro ai quali è
affezionato, e non è senza motivo, come già vi dissi, ch’io parlo così.»
Tressiliano non andò più avanti in questo intertenimento, e il loro
viaggio fu continuato senza incidenti, e senza avventure sino alla
città di Marlborough, divenuta celebre di poi per aver dato il suo
nome al più grande generale, eccettone uno, che l’Inghilterra abbia
prodotto. Ivi i nostri due viaggiatori riconobbero nel tempo stesso la
verità di due antichi proverbi, l’un dei quali è, che le cattive novità
hanno le penne, l’altro, che chi sta ad ascoltare alle porte non ode
mai dir bene di se medesimo.
La corte dell’osteria ove smontarono stava in una specie di sconquasso,
e a stento trovarono essi chi prendesse cura de’ loro cavalli, tanto
ognuno era intento alla notizia sparsa d’intorno, e che correva di
bocca in bocca. Rimasero qualche tempo senza poter discoprire di che si
trattasse, ma finalmente compresero che la cosa agitata da quella gente
li riguardava assai da vicino.
«Abbiam capito, signori, abbiam capito, (rispose finalmente lo
stalliere alle ripetute chiamate di Tressiliano). In verità so appena
dov’io m’abbia la testa. È passato di qui, son minuti, un viaggiatore,
che ne ha raccontato.... voi altri sicuramente avrete inteso a nominare
il maniscalco Wayland, che abitava, non si sa bene in qual parte della
vallata di White-Horse. Ebbene, questa mattina, il diavolo se lo è
portato via con uno spaventevole fracasso, in mezzo ad una colonna di
fuoco e di fumo, e nel far questo ha mandata all’aria una collina su di
cui vedevasi un cerchio di grosse pietre. A quanto pare, l’abitazione
di Wayland era lì.»
«Vi dico la verità, tal cosa mi dispiace, disse allora un vecchio
fittaiuolo, poichè questo Wayland, poco importa che avesse o no
patto col diavolo, possedeva eccellenti rimedi contro le malattie
dei cavalli, e d’or innanzi la vedo brutta per que’ galantuomini che
avranno cavalli rognosi, se il demonio non ha dato tempo a Wayland di
far testamento, e di lasciare a qualcheduno il suo segreto.»
«Dite ottimamente, Gaffer Grimesby, si fece a dire lo stalliere.
Anch’io una volta gli ho condotto un cavallo, nè vi era in tutto il
paese un maniscalco abile al pari di lui.»
«L’avete veduto, Giacomo?» domandò a questo stalliere madonna Alison
Cicogna, padrona di quell’osteria, la cui insegna presentava l’uccello
di questo nome, vero emblema quanto al collo e alle gambe del marito
della Alison. Chiamavasi questi Goodman Cicogna, ed il contegno
sommesso e rispettoso ch’egli teneva alla presenza della sua cara metà,
ben dimostrava come madonna Alison era degna di portare in vece del
marito anche quella parte di vestimento, che per lo più suol essere
riserbata al solo sesso mascolino.
Pure in tale occasione, prese coraggio a ripetere in questi termini
l’interrogazione fatta dalla moglie: «Avete veduto il diavolo, Giacomo?»
«Sì! come doveva io fare a vederlo?» rispose sgarbatamente costui,
perchè in questa casa l’esempio della padrona non inspirava ai famigli
grande rispetto verso quello che li stipendiava.
«Gli è perchè, se lo aveste veduto, rispose il pacifico Goodman
Cicogna, avrei avuto gusto di sapere come il diavolo sia fatto.»
«Oh? vi avanzerà tempo per impararlo a conoscere, gli rispose la
carezzevole compagna, sempre che non mutiate registro di vita, e non
cominciate a pensare un po’ più a’ vostri affari senza impacciarvi
tanto in quelli degli altri. Ma però, Giacomo, non sarei malcontenta io
pure d’intendere come fosse fatto questo Wayland.»
«È quanto mi è impossibile il dirvi, buona padrona Alison (rispose lo
stalliere in modo ben più rispettoso, che non aveva usato col padrone)
perchè non l’ho mai veduto.»
«Ma senza vederlo, disse allora Gaffer Grimesby, come hai potuto dargli
a comprendere la malattia del tuo cavallo?»
«La feci scrivere dal maestro di scuola; e mi fu guida il più brutto
aborto di ragazzo, che madre natura abbia formato giammai.»
«E che rimedio ordinò? — Il cavallo guarì?» — Queste furono le
interrogazioni che s’intesero da molte bande.
«Non vi dirò il nome di questo rimedio, perchè lo lasciò sopra una
grossa pietra. Mi feci però coraggio per metterne in bocca tanto,
quanto è grosso il pomello di una spilla. Al gusto e all’odore si
sarebbe detto che fosse un miscuglio di corno di cervo e d’erba savina,
stemprati nell’aceto; ma non par possibile che una tal droga di per se
stessa guarisca un cavallo con tanta prontezza. Oh! lo veggo anch’io;
non sarà sì facile d’ora in avanti il risanar dalla rogna i nostri
cavalli.»
L’amor proprio, che, senza distinzione di stati o di condizioni, fa
nido in tutti gli animi umani, ebbe tanto potere in quel punto sopra
Wayland, che dimenticò il pericolo cui si sarebbe esposto dandosi a
conoscere; onde non potè ristarsi dal volgere di soppiatto un’occhiata
a Tressiliano, sorridendo misteriosamente, e quasi volesse dirgli: «Voi
gli udite! eccovi altrettante prove irrefragabili della mia sapienza.»
Continuava intanto quell’intertenimento.
«Non fa niente (disse un grave personaggio vestito di nero, e venuto lì
in compagnia di Gaffer Grimesby). È assai meglio veder morire i nostri
cavalli della malattia che vorrà mandar loro il Signore, che farli
curare dal diavolo.»
«È vero, disse l’ostessa, e sono molto maravigliata, che Giacomo abbia
voluto mettere a repentaglio la sua anima per quella rozza di cavallo.»
«Dite bene, padrona, rispose Giacomo, ma quella rozza apparteneva al
padrone col quale allora io mi stava. Supponete fosse stata vostra.
Che avreste voi detto, se per paura del diavolo non l’avessi fatta
medicare? Poi, ci pensi il Clero. Ognuno si prenda brighe delle sue
faccende, dice il proverbio. Il ministro della Chiesa pensi al suo
vangelo, e lo stalliere alla sua stregghia.»
«Io protesto, disse madonna Alison, che Giacomo parla qual deve un buon
cristiano, ed un servo fedele, che non risparmia, nè anima, nè corpo
per l’interesse de’ suoi padroni. Vi dirò bene che il diavolo si è
portato via a tempo questo maniscalco, perchè un uffiziale del cantone
è venuto questa mattina a cercare il vecchio Pinniewink, famoso per
avere fatto i processi a tante streghe, e dovevano andare insieme nella
vallata di White-Horse per arrestare questo Wayland, e convincersi se
era veramente uno stregone. Ho aiutato io medesima il Pinniewink ad
aguzzare le sue molle e i suoi punteruoli, ed ho veduto il decreto
d’arresto spedito dal giudice Blindas.»
«Sì, che avrebbero fatto molto, disse la vecchia Crank, lavandaja
e cattolica; il diavolo si sarebbe riso di Blindas, del suo ordine
d’arresto, di Pinniewink e delle sue molle; e le carni di Wayland
avrebbero tanta paura del punteruolo, quanta ne ha del ferro da
stirare un collare di tela batista increspato. Ma badate a me, brave
persone. Il diavolo avrebbe egli avuto potere di privarvi con questa
disinvoltura dei vostri maniscalchi e dei vostri artefici, allorchè gli
abati d’Abingdon erano padroni del paese?.... Oh! no per la Vergine.
Essi sapevano scongiurarlo e non lo lasciavano venire avanti. Dite ai
vostri ministri di farne altrettanto.»
Questo sarcasmo, che feriva la chiesa riformata, mise in mezzo a quella
discussione il tumulto, e Tressiliano ne profittò per entrare con
Wayland nella casa. Goodman che lor tenne dietro li fece entrare in una
stanza particolare, ove li lasciò soli intanto che andò ad ordinare
quella refezione di cui lo chiesero.
«Voi vedete, o signore, disse allora a Tressiliano Wayland con tuono
grave e trionfante, voi vedete che non v’ingannai, allor quando
mi diedi presso voi per iniziato in tutti i misteri dell’arte del
maniscalco, persona sì ragguardevole appo i Francesi, che diedero così
a lui, come ai primi uffiziali della Corona il nome di _marescialli_.
Questi cani di stallieri, i quali poi sono in sostanza i migliori
giudici in sì fatte cose, ben sanno in quanto pregio debbano aversi i
medicamenti. Vi prendo in testimonio, sig. Tressiliano, se non furono
solamente le voci della calunnia e l’opera della violenza, che mi
costrinsero ad abbandonare questo decoroso ed utile mestiere.»
«Non mi ristarò mai dal renderti tal giustizia, mio caro amico, ma
parleremo di ciò a miglior tempo, semprechè non credessi tu necessario
all’aumento di tua fama il far conoscenza colle molle e coi punteruoli
del dotto sig. Pinniewink; perchè tu vedi che le stesse persone più
ardenti in tuo favore ti notificano per uno stregone.»
«Che Dio perdoni a costoro i quali confondono la scienza colla magia!
Ma io spero che un galantuomo possa possedere abilità al pari, e più di
chiunque espertissimo chirurgo abbia mai tastato polso a cavalli, e non
aver patto col diavolo.»
«Lo spero anch’io. Ma taci ora: è qui l’ostiere, che a quanto mostra in
fisonomia non ha comuni con noi queste speranze.»
Ognuno dell’osteria era talmente immerso ne’ pensieri di questa
sparizione di Wayland, portato via dal diavolo, e nel confrontare le
diverse tradizioni che su di tale argomento si moltiplicavano e si
ingrandivano ad ogni istante da tutte le bande, che Goodman non potè
farsi aiutare fuorchè dal più giovane de’ suoi garzoni, d’età in circa
ne’ dodici anni, e di nome Sansone.
«Io vorrei (diss’egli, scusandosi con quegli ospiti sull’averli fatti
aspettare, e mettendo sulla tavola un fiasco di vino) che il diavolo
si fosse portato via mia moglie e tutti i miei famigli in luogo di
questo Wayland, che a ben pesare tutte le cose, non meritava quant’essi
l’onore concedutogli da Satanasso.»
«La penso anch’io così, buon galantuomo, disse Wayland; e berremo
insieme una tazza di vino all’adempimento dei vostri auguri.»
«Non è per pretendere di giustificare nessuno, che faccia lega col
diavolo, disse Goodman dopo avere bevuto, ma gli è che.... Avete mai
gustato un vin di Canarie più squisito di questo, miei signori?...
gli è che si vorrebbe aver faccende con una dozzina di rompicolli
come Wayland, anzichè con un diavolo in carne, con cui si è obbligato
trovarsi sempre a tavola ed a letto. Quanto a me, vorrei, anzichè
continuare una tal vita...»
Ma sul più bello venne interrotto dalla voce aspra della sua metà, che
stava chiamandolo dalla cucina; onde dopo avere chiesto perdono agli
ospiti, uscì affrettatamente di quella stanza.
Partito appena costui, Wayland pose in opera tutti gli epiteti di
sprezzo, fornitigli dal vocabolario della sua lingua contro questo
ostiere, cui diede nome di gallina tuffata nell’acqua per tale suo
nascondere la testa entro il grembiule della moglie, e soggiunse, che
se le loro cavalcature non avessero avuto gran bisogno di riposo e di
nudrimento, sarebbe stato per pregare il signor Tressiliano a tirare
avanti ancora per qualche miglio, piuttostochè pagar conti ad un uomo,
che era l’infamia del proprio sesso.
Intanto il comparire d’un buon piatto di garretto di bue condito col
lardo, temperò alquanto il mal umore venuto nel nostro maniscalco,
mal umore che affatto si dileguò all’arrivo di un bellissimo cappone
arrostito in quell’istante, e coperto di falde di lardo, che al dir di
Wayland, spumeggiavano come rugiada di maggio al di sopra di un giglio.
Goodman e la moglie di questo, Alison, divennero allora ai suoi occhi
persone stimabili, industri e persino gentili, che meritavano ogni
genere d’incoraggiamento.
Giusta l’usanza di que’ tempi, il padrone ed il servo sedettero ad un
medesimo desco, ma il secondo si accorse con dispiacere che l’altro
faceva poco onore alla mensa. Ricordandosi però il turbamento dianzi
nato in Tressiliano all’udir soltanto rammemorare la giovine donzella,
nella cui abitazione l’uno e l’altro si conobbero la prima volta,
temette Wayland di rinovare con indiscrete interrogazioni una ferita,
a quanto gli parea, troppo acerba nel cuore del Cavaliere, e mostrò
di attribuire ad altra cagione la poca voglia di cibarsi che in esso
scorgea.
«Forse queste vivande non sono assai dilicate per _vostro Onore_ (gli
disse facendo sparire il terzo quarto di cappone, da cui Tressiliano
non avea tolto che un’ala). Ma se aveste alloggiato tanto tempo
quant’io vi stetti nel sotterraneo, a cui Flibbertigibbet ha or or dato
aria, in quel sotterraneo ove io ardiva appena di far cuocere i miei
alimenti per paura d’essere tradito dal fumo, v’accorgereste al pari di
me che un cappone è una squisita vivanda.»
«Godo che il banchetto sia di tuo aggradimento, rispose Tressiliano;
ma spicciati; questo luogo non è sicuro per te, e i miei affari non mi
permettono di perder tempo.»
Eglino non si fermarono adunque più di quanto bastò a restituire forza
ed ardore ai loro cavalli, indi con incredibile velocità si spinsero
fino a Bradford, ove passarono la notte.
Ne partirono allo schiarire della domane; ma per non annoiare il
leggitore col racconto d’inutili particolarità, ci limiteremo a dire,
che attraversarono, senza scontrarsi in avventure, le contee di Wilt
e di Sommerset; ond’era il terzo giorno dacchè Tressiliano partì da
Cumnor, allorchè verso il mezzodì si trovarono al castello di sir Ugo
Robsart, detto Lidcote-Hall sulle frontiere della contea di Devon.