CAPITOLO V.

»Ogni specie in sua officina

»Scorgerai di medicina,

»Sali, spiriti, antimonio,

»Egli è, corpo del demonio!

»Il migliore in fra i perfetti,

»Cui nel gregge degli addetti

»Vanti aver d’Alchimia il regno.

»Che se ancor non giunse al segno

«Di scoprire il _Grande Arcano_,

»N’è, per Dio, poco lontano.

_L’Alchimista._

Tressiliano e la sua comitiva composta di due persone, misero la più

grande celerità nel loro viaggio. All’atto del partirsi, questi avea

chiesto a Wayland, se non giudicherebbe prudente consiglio lo evitare

la contea di Berk, ove lo stesso Wayland avea sostenuta una parte così

brillante. Ma il maniscalco gli rispose non avere il menomo timore. Di

fatto egli impiegò troppo bene il breve tempo trascorso nel castello

di Lidcote-Hall a trasformarsi compiutamente. Della sua folta barba,

che avea può dirsi segata, non gli rimanevano che due piccole basette

rivolte sul labbro superiore all’usanza dei militari; ed un sarto del

villaggio, ben pagato a tal fine, adoperò sì acconciamente il suo

sapere nel secondare la mente esternatagli da Wayland, che si sarebbe

detto, questi avesse vent’anni di meno di quanti ne mostrava alcuni

giorni prima. Perchè per lo innanzi a veder quel volto, e quelle mani

annerite dal fumo e dal carbone, quelle chiome disordinate, quella

barba lunga e sconvenevole, ed una statura incurvata dal genere del

suo lavoro, nè lui coperto che da una pelle d’orso, gli si potevano

attribuir cinquant’anni; ma in allora vestito della livrea di

Tressiliano, con la sciabola a fianco ed una targa alla spalla, non ne

appariva che la vera sua età, vale a dire una trentina d’anni. Ed egual

cambiamento aveano preso pur anche gli esterni suoi modi, poichè in

vece della selvatichezza di chi fugge dai boschi, vedeasi in lui una

gagliardia congiunta a destrezza e ad accorgimento, non mancandovi mai

una tal qual dose di sfrontatezza.

Avendogli Tressiliano domandato il motivo di una metamorfosi tanto

compiuta e singolare, Wayland per tutta risposta gli canticchiò una

strofetta, solita cantarsi in una commedia, allora affatto nuova, che

dava a sperar molto dall’ingegno di chi la compose. Ne giova in questo

luogo il citarla.

»Caliban, odimi,

»Se da naufragio,

»Se da sinistri

»Vuoi star lontan;

»Novo il dominio,

»Novi i registri

»Sian del servigio,

»O Caliban.

Questi versi di cui Tressiliano non si ricordava più, gli fecero venire

a mente, che Wayland era stato commediante, circostanza che rendea

meglio ragione del perchè ei cambiasse con tanta disinvoltura il suo

esterno. E certo il trasmutamento di costui nascondea sì bene l’antico

Wayland, ch’egli non avrebbe temuto, ma anzi desiderato di ripassare

pel luogo, dove fu prima la sua fucina.

«Sotto queste vesti, gli diss’egli, e divenuto uno del seguito di

_vostro Onore_, non mi sgomenterei di mettermi in faccia al giudice

Blindas, fosse pur giorno di piena adunanza. E mi piacerebbe ancor di

sapere che è divenuto di Flibbertigibbet, il quale farà il diavolo in

questo mondo, se giunge a rompere affatto le briglie con cui cercano

frenarlo la nonna ed il precettore. E vorrei in oltre vedere i guasti

che ha fatti lo scoppio per mezzo alle storte e ai crogiuoli del

dottore Demetrio Doboobie. Corpo del diavolo! so ben io che la memoria

di me rimarrà nella vallata di White-Horse lungo tempo dopo che il

mio corpo sarà sparito da questo mondo; e più d’un contadino verrà

ad attaccare il suo cavallo all’anello, ed a mettere il suo _groat_

d’argento sopra la pietra del centro, ed a fischiare come un marinaio

nel tempo della bonaccia, per chiamar di sotterra il maniscalco

dell’inferno; ma i cavalli di questa gente avranno tutto il tempo

d’inchiodarsi prima che io abbia il divertimento di mettere ad essi un

sol ferro.»

La fretta che era in Tressiliano di giugnere presto alla meta del suo

cammino, fece, che questi due viaggiatori non si fermassero più del

tempo necessario a dare riposo e biada ai loro cavalli; e poichè i nomi

del conte di Leicester, o di chiunque si fosse annunziato della sua

comitiva, potevano grandemente su gli animi della moltitudine per tutte

le terre d’onde passarono, credettero prudente cosa il nasconderli, e

il celar parimente il motivo dell’intrapresa peregrinazione. Lancilotto

Wayland, che tale si era il vero nome di costui, ritraeva soprattutto

grande diletto dal deludere la curiosità degli osti e degli stallieri,

facendo loro credere una cosa per l’altra, e spargendo al proposito del

suo padrone tre voci diverse, che si contraddicevano scambievolmente.

Qui Tressiliano era il Lord vicerè dell’Irlanda, venuto incognito

per prendere ordini dalla Regina intorno al famoso ribelle Rory Oge

Mac-Carthy Mac-Mahon; lì un ministro del principe d’Angiò, inviato per

sollecitare le sospirate nozze colla regina Elisabetta; in altri luoghi

il Duca di Medina Sidonia, travestito, che si portava a Londra per

aggiustare i dispareri non anco sedati fra questa Sovrana e Filippo re

di Spagna.

Tressiliano fu malcontento che si divulgassero tai finzioni, e se ne

dolse per più riprese col maniscalco, dimostrandogli i disordini che

alle menzogne sempre si uniscono, e quello principalmente di volgere

sopra di lui, Tressiliano, l’attenzion pubblica in un modo troppo

vistoso — «Eppure, poichè l’aria e il portamento di _vostro Onore_

annunziano un uom d’alto affare, gli è ben d’uopo dar qualche ragione

straordinaria, che giustifichi la rapidità con cui viaggiate, e il

grande segreto che custodite sui motivi del vostro viaggio.»

In proporzione che questi viaggiatori si avvicinavano a Londra,

sminuiva la curiosità da essi eccitata, atteso il grande numero di

stranieri che vanno alla capitale. Entrarono finalmente nella città.

Era mente di Tressiliano trasferirsi sull’istante a Say’s-Court, presso

Depford, ove in allora il lord Sussex aveva residenza, e ciò ancora

per trovarsi in maggior vicinanza a Greenwich, soggiorno favorito

d’Elisabetta, e paese ad un tempo ov’ella sortì i suoi natali. Era

indispensabile ciò nondimeno il fare una breve pausa a Londra, la qual

pausa divenne più lunga per le istanze vivissime mosse da Wayland, onde

poter fare una corsa per la città.

«Prendi adunque la tua sciabola e la tua targa, e mi segui, dissegli

Tressiliano. Io parimente ho disegno di vedere diversi luoghi. Andrem

di conserva.»

Tressiliano avea un motivo segreto per operare in tal modo; ed era

il non credersi abbastanza sicuro della fedeltà di questo novello

servo, onde dispensarsi al sopravvegghiarlo in tal momento, che due

diverse fazioni rivali stavano a fronte l’una dell’altra presso la

corte di Elisabetta. Wayland acconsentì all’aggiustamento propostogli

dal padrone, ma volle stipulare un patto che gli fosse cioè, permesso

di entrare, secondo il crederebbe a proposito, in tale o tal altra

officina di alchimista o di speziale, e di comperarvi le droghe che

gli sarebbero abbisognate. A ciò non si oppose Tressiliano; onde

trascorrendo le strade di Londra, entrarono successivamente in quattro

o cinque botteghe, ed in ognuna di esse Tressiliano osservò, che

Wayland non acquistava mai più d’una droga. Le prime ch’ei domandò si

trovarono speditamente, ma non vi fu l’eguale facilità a procacciarsi

le successive, delle quali costui mostrò desiderio. Nè fu senza

maraviglia di Tressiliano che molte volte ricusò le droghe offertegli,

negando essere quelle ch’egli chiedeva, o almeno della voluta qualità;

e se le facea quindi cambiare, o andava a cercarne altrove delle

migliori. Fuvvi una di tali droghe, che parve impossibile il trovare

per ogni dove. In tal luogo non si conoscea neanco che vi fosse. In

tal altro si sosteneva, non aver questa esistenza che nel cervello

d’alcuni alchimisti. Altrove si offeriva di sostituirle qualche altro

ingrediente fornito, diceasi, e in più alto grado, d’una efficacia

della stessa natura. Per tutto poi mostravasi una certa curiosità di

saper l’uso che si voleva farne. Finalmente un vecchio farmacista

rispose con ischiettezza a Wayland, ch’egli cercherebbe inutilmente una

tal droga per tutta Londra, a meno che non gli riuscisse per avventura

di rinvenirla nella bottega dell’ebreo Yoglan.

«Gli è quanto io cominciava già a sospettare (disse Wayland qual uomo

impazientito). Vi chiedo perdono, o signore, ma comunque abile fosse un

artefice, ben vedete che non può lavorare senza ordigni. Mi è d’uopo

veder tosto l’Ebreo. Che, se anche una tale necessità pone ritardo

di pochi istanti alla nostra partenza, non temiate di non averne

compenso grandissimo dall’uso ch’io son per fare di questa droga rara e

preziosa. Permettetemi soltanto ch’io vi preceda nel cammino, perchè ne

è di mestieri abbandonare la strada maestra; e arriveremo più presto al

cercato luogo se io ve ne insegno la via.»

Acconsentì Tressiliano, fattosi a seguitare questo suo condottiero,

che col guidarlo velocemente, e senza impacciarsi, per mezzo ad un

labirinto di viottoli e di traversi, diede a conoscere al suo compagno

quanto fosse pratico di quel rione. Finalmente si fermò nel mezzo di

angusta strada, in fondo a cui si scorgeva il Tamigi, e gli alberi di

due vascelli, i quali non aspettavano che il grosso fiotto per salpare.

La bottega a cui si fermarono, non era chiusa da invetriate, ma vi

tenea vece di vetri una grossa tela stesa sui telai delle finestre;

tutta aperta poi si vedea la parte davanti di quell’edifizio, come

scorgonsi tuttavia oggidì le botteghe dei pescivendoli. Si presentò

ad essi un vecchio, piccolo di statura, e che a vederlo non sarebbesi

detto un Ebreo. Questi lor chiese tosto di che abbisognassero, e appena

Wayland domandò la droga, per cui venuto era sin lì, quel droghiere

fece un atto di gran maraviglia.

«E come può occorrere all’_Onor vostro_ una droga, non richiestami

ancor da nessuno dopo quarant’anni che fo il mestiere di farmacista in

questa contrada?»

«Io non ho obbligo alcuno di rispondere a tale interrogazione, disse

Wayland; bramo solamente sapere se avete questa droga, e se me la

volete vendere.»

«Se ho questa droga, Dio di Mosè! Sicuramente che l’ho. E quanto al

volerla vendere, non son io un mercante?» Dette le quali cose, gli

pose innanzi agli occhi una polvere. «Ma ella è assai cara, continuò

l’Ebreo, e ho dovuto pagarla in oro effettivo, e di peso. Essa viene

dal monte Sinai, ove la nostra santa legge fu promulgata, ed è tal

pianta che non fiorisce più d’una volta per secolo.»

«Poco m’importa di tutta questa vostra cicalata (disse Wayland,

guardando con occhio di sprezzo la polve offertegli dal Giudeo), ma

ben so trovarsi in tutti i fossi di Aleppo, ed ai comandi di chiunque

voglia il fastidio di raccoglierla, questa cattiva mercanzia che or mi

fate vedere.»

«Ebbene, (rispose l’Ebreo sempre più maravigliato) io non ne ho di

migliore; e quand’anche ne avessi, non ne venderei senza l’ordinanza

d’un medico, o senza conoscere l’uso, che divisate di farne.»

Wayland diede a tal proposito una risposta laconica, ed in cotal

linguaggio, che Tressiliano non potè intendere nulla; risposta che

raddoppiò la sorpresa dello Israelita, e gli fece spalancar due grandi

occhi che fissò sopra Wayland, non diversamente da quel che farebbe

taluno, il quale in uno straniero sconosciuto, e in apparenza di lieve

conto, riconoscesse d’improvviso un celebre eroe, o un potentato di

prima sfera.

«Santo profeta Elia! (sclamò egli, dopo essersi riavuto dai primi

effetti dello stordimento che lo avea colpito, e facendo rapido

passaggio dai modi rubesti e sospettosi ai più sottomessi e servili),

non mi concederete voi l’onore di entrare in quest’umilissimo mio

soggiorno, e di portargli felicità calcandolo co’ vostri piedi?

Ricuserete voi di bere un bicchier di vino unitamente al povero Ebreo

Zaccaria Yoglan? Volete voi vino d’Alemagna.... del Tokai... del

Lacoimo?...»

«Non ci perdiamo in ciance, disse Wayland, datemi quel che vi chiedo, e

tacete.»

L’Israelita prese il suo mazzo di chiavi, ed aperto con circospezione

un armadio, chiuso, a quanto vedeasi, più accuratamente che non tutti

gli altri di quella bottega, spinse una molla, d’onde uscì un cassetto

segreto, coperto di cristallo, entro cui trovavasi una polve nera in

assai piccola quantità. Ei l’offerse a Wayland, facendo la fisonomia

d’uomo che per riguardo ad un tal personaggio non sa ricusare veruna

cosa, ma nel tempo medesimo lascia scorgere il contraggenio, e il

dolore di dover cedere solamente un grano di simil tesoro; laonde

avresti detto che due opposti sentimenti si disputavan terreno

nell’animo di costui.

«Avete voi bilance?» chiese ad esso Wayland.

L’Ebreo gli mostrò quelle, di cui servivasi d’ordinario nella sua

bottega, ma dando a divedere sì chiaramente una irresolutezza ed un

timore, che non isfuggirono agli occhi acutissimi del nostro maniscalco.

«Altre bilance ben diverse da queste mi occorrono, gli disse con severi

modi il secondo. Ignorate forse che le cose sante perdono la loro

virtù, se vengono pesate in una bilancia che non sia giusta?»

Chinò la testa l’Ebreo, e da un cassettino foderato d’acciaio trasse

un paio di bilance che avevano bellissima apparenza. — «Sono queste di

cui mi valgo nelle mie esperienze chimiche (disse costui presentandole

dilicatamente a Wayland). Un pelo della barba del gran Rabbino messo in

uno dei piattelli è assai per far che l’altro si abbassi.»

«Basta così» rispose Wayland, e prendendo le bilance, vi pesò egli

stesso due dramme di quella polve nera, e avviluppate con gran cura

entro un pezzetto di carta, se le mise in saccoccia, chiedendone il

prezzo.

«Nulla, signore; non voglio nulla da un personaggio della vostra sorte.

Ma, voi tornerete, lo spero, a vedere il povero Zaccaria? A dare

un’occhiata al suo laboratorio, ove a furia di lavoro, si è disseccata

la zucca, che par quella del santo profeta Giona? Voi vi moverete a

compassione di lui, e gli presterete man soccorrevole onde faccia

qualche passo di più nella _nobile strada_...»

«Zitto là! (disse Wayland, mettendosi misteriosamente il dito contro

le labbra). Non è cosa impossibile che ci rivediamo. Voi possedete

già lo Schah-Majm, così almeno lo chiamano i vostri Rabbini, la

_creazion generale_. Vegghiate dunque ed orate, perchè è d’uopo che

voi arriviate a conoscere l’elissire Alchahest Sainech prima ch’io

possa entrare in comunicazione con voi.» Corrispondendo allora con una

lieve inclinazione di capo al saluto profondissimo e rispettosissimo

dell’Ebreo, uscì gravemente della bottega, seguendolo il suo padrone,

il cui primo discorso con Wayland si fu il fargli osservare quanto

sarebbe stato convenevole e giusto il pagare a quel mercante, qualunque

ne fosse il valore, la droga da esso fornita.

«Io pagarla! sclamò Wayland. Voglio mettermi al salario del diavolo,

s’io la pago. Senza la tema di spiacere a _vostro Onore_, avrei

tratto da costui un’oncia o due di purissimo oro, dandogli in cambio

altrettanto peso di polve di mattoni.»

«Vi consiglio, sin tanto che state al mio servigio, a non fare simili

furfanterie.»

«Non v’ho detto essere questo il motivo che mi trattiene? Ma... voi le

chiamate furfanterie? Uno scheletro ambulante, ricco abbastanza per

poter lastricare di dollari tutta la sua contrada, che ne leva uno a

fatica dal suo scrigno, e che a guisa di matto, corre dietro al _lapis

philosophorum_! Poi, non era egli stesso nella intenzione d’ingabbiare

un povero papero, se tal mi trovava, col vendermi a peso d’oro una

droga che non costava un soldo? Scaltrito contro scaltrito, disse il

diavolo al carbonaio; e se la sua cattiva polvere valeva le mie corone

d’oro, per Dio! la mia polvere di mattoni poteva ben valere le _corone_

d’oro di costui.»

«Questo raziocinio sarà forse opportuno avendo che fare con Ebrei e con

farmacisti. Ma il sig. Wayland pensi bene, ch’io non posso permettere

questi giuochi di mano sintanto ch’egli riceverà stipendio da me.

Avrete terminato, spero, le vostre compere.»

«Sì, o Signore; e con tutte queste droghe io comporrò in tal giorno

medesimo il vero orvietano, prezioso medicamento, tanto raro, tanto

difficile da trovarsi in Europa; e ciò per mancanza di quella polvere

che ho avuto ora da Yoglan.»

«Ma perchè non avete comperate tutte le vostre droghe ad una stessa

bottega? Abbiamo perduto quasi un’ora correndo da un mercante

all’altro.»

«Vel dico subito, signore. Non voglio far sapere il mio segreto a

nessuno; e ben vedete che non sarebbe più segreto, se acquistassi tutte

le mie droghe da uno stesso mercante.»

Così ragionando se ne tornarono al loro alloggiamento: ed intanto che

Stevens preparava ad essi i cavalli, Wayland, fattosi dare un mortaio

ad imprestito, si rinchiuse nella sua stanza, e spolverizzò, triturò,

mescolò, amalgamò, serbate le debite proporzioni, tutte le acquistate

droghe; e ciò con prontezza e destrezza, tali da ben comprendersi ch’ei

non era novizio nelle opere manuali della farmacia.

Preparatosi così da Wayland il suo elettuario, i tre nostri viaggiatori

salirono a cavallo, ed una corsa di un’ora li fece essere all’antico

castello di Say’s-Court, ove allora risedeva il conte di Sussex,

castello altra volta appartenuto ad una famiglia Say, ma che da un

secolo in poi era divenuto dominio della antica e ragguardevole

gente di Evelyn. Il rappresentante attuale di questa nobile casa,

tenendo grandemente a cuore tutto ciò che al lord Sussex si riferiva,

aveva in sì fatta occasione ricettati nel suo ostello così il detto

Lord, come la numerosa sua comitiva. Say’s-Court fu in appresso la

residenza del celebre signor Evelyn, autore di un’opera intitolata

_Sylva_, che è tuttavia il manuale di coloro, i quali piantano alberi

nell’Inghilterra; e personaggio rinomato parimente, perchè la vita, i

costumi, e le massime di cotest’uomo, come giova il ravvisarlo dalle

particolarità che si leggono nelle sue memorie, sono tal modello, che

dovrebbero conformarsi ad esso tutti i veri gentiluomini Inglesi.

Kenilworth, vol. 2/4 · 第 9 / 16 题