»Gli eran, dimora una spelonca oscura,
»Compagno un nano che mettea paura.
_Spencer_.
«Siamo ancora molto lontani, mio bel fanciullo?» chiese Tressiliano
alla sua giovine guida, dopo che ebbero fatto alcuni minuti di strada.
«Come mi chiamate voi?» disse il ragazzo, fissando in esso que’ suoi
due occhi grigi pieni di vivacità.
«Vi chiamo, mio bel fanciullo. Fors’è che questa cosa vi offende?»
«Niente affatto. Ma se vi trovaste tuttavia con mia nonna, e con Erasmo
Holyday, potreste cantare con essi a coro quest’antica arietta:
»Tutt’e tre, diam lode al vero,
»Siamo pazzi da legar:
»Vostro adesso sia il pensiero
»Di trovarne ove alloggiar.
«E perchè dite così?»
«Perchè in tutto il mondo non vi sono altri fuori di voi tre che mi
chiamino bel fanciullo. Mia nonna mi dà questo titolo, perchè l’età le
ha indebolita la vista, e la parentela gliel’ha tolta affatto. Il sig.
Holyday perchè vuol dar nel genio alla nonna, e assicurarsi il miglior
posto vicino al fuoco, e la più grande scodella di frumento cotto
nel latte. Quanto a voi, signore, i motivi che avete, li saprete voi
stesso.»
«Ebbene! Se vi manca la bellezza, non si può dire altrettanto della
malizia. I vostri compagni come vi chiamano?»
«Lo spirito folletto; ed aggiungono altri complimenti ad onore di
questa mia bellezza. Ma con tutto ciò son più contento di tenermi il
mio brutto volto, che nol sarei se avessi una testa senza cervello,
simile a quella ch’essi portano sulle spalle.»
«Voi non temete dunque il maniscalco che andiamo a trovare?»
«Io temerlo! Fosse anche così diavolo come lo fanno questi sciocchi,
nemmeno allora lo temerei. Ma benchè in quest’uomo si trovi qualche
particolarità affatto straordinaria, non è un diavolo più di quello che
lo siate voi; non credeste però, che dicessi tal cosa a tutto il mondo.»
«E perchè dunque la dite a me?»
«Perchè voi non mi parete un uomo sullo stampo di quelli che siam
soliti veder tutti i giorni; e benchè io mi conosca orrendo quanto il
peccato, non vorrei per questo che mi reputaste un giumento, tanto più
che avrò qualche giorno una grazia da domandarvi.»
«E quale è questa grazia, o Riccardo che non devo chiamare mio bel
fanciullo?»
«Oh! se ve la dicessi adesso, me la neghereste. Aspetterò, per farvi
tale inchiesta, che c’incontriamo insieme alla Corte.»
«Alla Corte! Divisate d’andare alla Corte?»
«Ah! Voi siete dunque un uomo fatto all’usanza di tutti gli altri.
Perchè mi vedete sì brutto, andate pensando fra voi stesso: _che cosa
vorrebbe far costui alla Corte?_ Oh! fidatevi in Riccardo Sludge. Non è
per nulla che in questo paese sono stato finora il gallo del pollaio, e
pretendo che la sostanza mi compensi dell’apparenza.»
«Ma che cosa dirà la vostra nonna Gammer Sludge? che cosa dirà il
signor Erasmo Holyday vostro precettore?»
«Diranno tutto quel che vorranno. Mia nonna ha assai faccende nel
contare le sue galline, e il maestro nello staffilare i suoi scolari.
Oh! sarebbe gran tempo che gli avrei lasciati a custodire le loro
pecore, e che avrei voltate le calcagna a questo sgraziato villaggio,
se il sig. Holyday non mi promettea di darmi da rappresentare una parte
nella prima festa che sarà regolata da lui; e si dice che se ne stia
preparando una ben grande.»
«E dove sarà questa gran festa, mio piccolo amico?»
«In un castello, dalla parte di tramontana, ma lontano assai dalla
contea di Berk, e _Dominus_ pretende che non si potrà farla senza di
lui. Può darsi che abbia ragione. Egli non è pazzo, sappiatelo, la metà
di quello che comparisce, soprattutto quando si mette ad un’impresa
di cui s’intenda. Egli è in grado di recitar versi quanto un bravo
personaggio da teatro, e nonostante se lo incaricaste di portar via un
uovo di sotto un’oca, vi giuro, che si lascerebbe dar beccate dalla
chioccia.»
«E voi dovete sostenere una parte nella prima festa?» disse
Tressiliano, il quale incominciava a prender diletto nell’intertenersi
con un fanciullo, che mostrava col suo dire di non essere sfornito nè
d’un certo coraggio, nè d’una tal quale accortezza per valutare gli
uomini.
«Sì: devo sostenere una parte. Il maestro me l’ha promesso, e se non
mi mantiene la parola, tanto peggio per lui. Perchè se gli salta nella
fantasia di volermi mettere il morso fra i denti, e farmi volgere la
testa dalla banda del villaggio, gli do una tal trinciata di briglia
che andrà giù di sella, e si fracasserà tutte l’ossa. Per altro mi
spiacerebbe fargli male; perchè, noioso come lo provaste, si è preso
molti fastidi per insegnarmi tutto quello che sa egli medesimo. Ma
eccoci alla fucina del maniscalco Wayland.»
«Voi scherzate, caro amico. Io qui non vedo che una collina su di
cui stanno grandi pietre ordinate in circolo. Ne osservo là in mezzo
una più grossa dell’altre, e tutto ciò mi fa ricordare certi antichi
sepolcri, che si vedono tuttavia in Cornovaglia.»
«Ebbene, quella grossa pietra posta in mezzo all’altre è il banco del
maniscalco. È là che dovete mettere il vostro danaro.»
«Che significa questa pazzia?» domandò Tressiliano, che cominciava ad
impazientirsi, e a sospettare che il ragazzo si volesse divertire a
spese di lui.
«È d’uopo (continuò Riccardo facendo una contorsione come di chi vuol
frenare il riso) che voi attacchiate il vostro cavallo a quella pietra,
dove vedete un anello di ferro, e che gettiate un _groat_ d’argento su
quella di mezzo; dopo di che, darete tre fischi, uscirete fuori del
cerchio, e andrete a sedervi dietro di questa macchia, senza guardare
nè a destra nè a manca, sintanto che ascolterete battere il martello.
Allora reciterete tre _pater noster_, ovvero conterete i numeri
dall’uno al cento, che tornerà poi allo stesso. Ritornato indi entro al
cerchio, troverete sfumato il vostro denaro, e ferrato il cavallo.»
«Sfumato il denaro; è ciò di che non dubito punto; ma quanto al
restante... Ascoltatemi, Riccardo; io non sono il maestro; ma se
vi credeste di usarmi qualcuna delle bindolerie che forse vi saran
famigliari, saprò fare le veci d’Erasmo, e vi giuro che non isfuggirete
al castigo.»
«Se vi riuscirà trappolarmi» rispose il ragazzo, e in ciò dire fece
gamba con tal prestezza, che Tressiliano, ritardato dal peso de’
propri stivali non valse a raggiungerlo. E quanto raddoppiava in lui
il dispetto era, che questo piccol ribaldo non sembrava già fuggire
colla fretta di chi si crede in pericolo o di chi ha paura. Si fermava
di distanza in distanza, quasi provocando Tressiliano ad inseguirlo, e
quando se lo vedeva vicino, correva colla rapidità del vento, facendo
giravolte, in modo da non allontanarsi dal cerchio d’onde era partito,
e attorno al quale aggiravasi.
Stanco finalmente Tressiliano, si fermò, e stava quasi per cessare dal
corrergli dietro, limitandosi a maledire con tutto il cuore il deforme
simiotto che gli fece sì brutto scherzo; allorchè Riccardo collocatosi
sopra una piccola altura, rimpetto a lui, si diede a batter le mani,
ad accennarlo col dito, e a far tutte le smorfie d’un ragazzo che
prende a gabbo chi nol può raggiungere. Non sapeva bene Tressiliano se
dovesse ridere o andare in collera; ma finalmente, deliberato almeno
d’intimorire il ragazzo, risalì a cavallo, giudicando che così gli
sarebbe arrivato addosso senza difficoltà.
Allorchè Riccardo s’accorse di questo disegno: «Aspettate un momento,
gridò: solo un momento. Piuttosto che vedere lo strazio del vostro bel
cavallo dalle zampe sferrate, tornerò a voi, se però mi promettete di
non toccarmi.»
«Io non fo patti con un tristo della tua sorte, disse Tressiliano, e
fra un momento tu sarai a mia discrezione.»
«Forse sì e forse no, sig. viaggiatore. Voi non sapete dunque che
qui vicino sta una palude capace d’inghiottire tutti i cavalli della
guardia della Regina? Io vado a farvi la mia ritirata, e vedremo se vi
darà l’animo di seguirmi fin là.»
Tressiliano osservò di fatto essere oltre l’altura uno spianato,
coperto di giunchi e pieno di frane; laonde giudicando che per questa
parte almeno Riccardo non lo ingannava, decise conchiuder la pace
con un nemico sì lesto e sì risoluto. — «Vieni, gli disse, vieni,
bricconcello: prometto in fede di gentiluomo che non ti farò alcun
male.»
Il fanciullo corrispose a tale invito senza titubare un istante, e
scendendo con passo deliberato, avea gli occhi fisi sopra Tressiliano,
che smontato da cavallo, e tenendo in mano la briglia, si sentiva
mancare il fiato per la corsa fatta, intanto che sulla fronte di quel
diavoletto non compariva una sola gocciola di sudore.
«Ah! direte ora, o perversa creatura; per qual cagione mi trattate in
tal guisa? Qual era il vostro disegno nel raccontarmi l’assurda favola,
che volevate mi prendessi per vera? Conducetemi una volta alla fucina
di questo maniscalco, e vi regalerò di che comprarvi poma per tutto
l’inverno.»
«Voi potreste donarmi tutte le poma che nascono in un verziere, nè
io saprei ripetervi che le medesime cose. Attaccate il cavallo a
quell’anello, mettete il denaro sulla pietra, date tre fischi e andate
a sedere dietro la macchia. Vi prometto di non dipartirmi dal vostro
fianco, e vi do licenza di torcermi il collo, se due minuti dopo che
saremo seduti, non udirete il maniscalco a batter l’incude.»
«Bada bene, perchè se tu mi fai fare una figura ridicola per prenderti
spasso, potrei esser tentato a pigliarti in parola. Facciamo dunque
le prime prove sull’effetto del tuo talismano. Ecco il mio cavallo
attaccato a questa pietra, ecco un _groat_ d’argento su quest’altra, e
darò anche i tre fischi.»
«Oh! non è così che si fischia. Un barbaggianni che non abbia anche
messe le penne, sa far meglio da starsene nel suo nido. Bisogna
fischiare più forte, se volete che il maniscalco vi possa udire. Perchè
chi sa adesso dove si trovi? egli sta forse nelle scuderie del re di
Francia.»
«Tu m’hai però detto che non è un diavolo.»
«Uomo o diavolo che sia, ho già capito, converrà che faccia io le
vostre veci.» Detto ciò diede tre fischi acuti tanto, che Tressiliano
si turò le orecchie. «Questo si chiama ben fischiare, soggiunse il
ragazzo, andiamo ora dietro la macchia, o non son più io, se il vostro
_dai piedi sferrati_ non è ferrato dentr’oggi.»
Tressiliano era curioso di vedere a che intendesse tutto questo
cerimoniale. E per altra parte l’intrepidezza del ragazzo, il quale
mostrava tutt’altra voglia che di fuggire, lo metteva in sospetto
che le conseguenze di un tal affare potessero divenir serie. Pure si
lasciò condurre dietro la macchia, e venutogli in mente che tutto ciò
fosse una gherminella per rubargli il cavallo, non dipartì la propria
mano dal collo di Riccardo, risoluto che questo furfantello divenisse
ostaggio per il corridore.
«Zitto! disse Riccardo. Siamo al momento. Voi ascolterete lo strepito
d’un martello, che non è stato fabbricato da mano d’uomini, e che ha
la mazza fatta di una pietra che precipitò dalla luna.» Nè passò un
istante, allorchè Tressiliano udì uno strepito, non per vero dire, più
violento di quei che s’ascolta quando un maniscalco ferra un cavallo.
Ma la singolarità delle circostanze, per cui questo strepito si fece
udire, e la natura del luogo, lontano a quanto parea da ogni abitato,
eccitò in Tressiliano un moto involontario e più forte di quello che
la sola sorpresa produce. In quell’istante medesimo guardando in volto
il fanciullo, e, dalla espressione maligna della costui fisonomia,
accorgendosi com’ei godesse di vederlo in tale perplessità, si persuase
nel modo il più fermo che fosse stata ordita anticipatamente una trama,
e fece risoluto proposito di saperne l’autore, e il fine che in far ciò
erasi avuto.
Nondimeno rimase tranquillo sintantochè udì battere il martello, e ciò
durò appunto il tempo di cui abbisogna un abile maniscalco per ferrare
un cavallo. Ma cessato appena lo strepito, invece di aspettare che
trascorressero i minuti dei _pater noster_ indicati a lui dal ragazzo,
snudando la sciabola si lanciò verso il luogo della scena, e fatto
il giro del bosco, si accorse d’un uomo che portava un grembiule di
cuoio, quai gli usano i maniscalchi, ma stranamente coperto d’una pelle
d’orso col pelo in fuori, e sì avvolto il capo in una berretta della
stessa roba, che ne rimanevano in gran parte nascoste le sue affumicate
sembianze.
«Tornate addietro, tornate addietro, sig. Tressiliano, gridò a tutta
voce il ragazzo, o vi metterà in quarti. Nessuno può vederlo senza
morire.» E veramente l’invisibile maniscalco, fattosi allora visibile,
alzò il suo martello, e parea si preparasse all’assalto, o per lo meno
alla difesa.
Allorchè il fanciullo s’avvide, che nè le sue grida, nè i modi
minaccevoli del maniscalco avevano forza di rattenere Tressiliano, che
coll’arme impugnata sempre avanzavasi, cambiò stile, e ad alta voce
volse al fabbro tai detti: «Wayland, guardatevi dal toccarlo. Egli è un
gentiluomo, è un vero gentiluomo, incapace di lasciarsi atterrire.»
«Tu m’hai dunque tradito, o Flibbertigibbet, (gridò il maniscalco, che
con tal nome solea chiamare il ragazzo). Ma per Dio! facesti un cattivo
mercato.»
«Chiunque tu sia, disse Tressiliano voltosi al maniscalco, tu non corri
alcun rischio con me, ma è d’uopo che tu mi dica il perchè eserciti il
tuo mestiere in un modo sì misterioso, e sì stravagante.»
Al qual proposito rispose in tuono minaccevole il fabbro: «Chi è che
ardisce interrogare il guardiano del castello di _Cristallo di Luce_,
il signore del _Leon Verde_, il padrone del _Drago Rosso_? ritirati,
allontanati, prima ch’io chiami dagli abissi _Talpach_ colla sua lancia
di fuoco a ridurti in atomi e in cenere;» ed accompagnò tai detti coi
gesti che loro si confacevano, brandendo in aria formidabile il suo
martello.
«Taci là, vile impostore, disse Tressiliano: credi tu spaventarmi
con questo dialetto del tuo mestiere? seguimi tosto innanzi ad un
magistrato, se non vuoi sapere come è fatto il filo della mia sciabola.»
«Acquetati, buon Wayland, disse Riccardo, le parolone non ti gioveranno
nulla in quest’oggi, e conviene prendere la cosa in altro tuono.»
«Io credo, signore, (disse il maniscalco in aria sommessa, e abbassando
il martello) che quando un pover’uomo fa bene i suoi affari, gli sia
permesso il farli nel modo che più gli conviene. Il vostro cavallo è
ferrato, il maniscalco non avanza nulla. Che vi resta da far meglio del
rimontare a cavallo, e continuare per la vostra via?»
«Sì, mi resta da far meglio, rispose Tressiliano, perchè è dovere
d’ogni uomo onesto lo smascherare i ciarlatani e gl’impostori. Questo
tuo modo di vivere fa che io ti sospetti d’essere l’uno e l’altro.»
«Se voi siete a ciò risoluto, o signore, non potrò salvarmi che usando
la forza, nè vorrei adoperarla contro di voi, signor Tressiliano.
(Ognun giudica come il Cavaliere restasse maravigliato in udire il suo
nome profferito da costui). Non che io tema le vostre armi, continuò
il maniscalco, ma perchè mi è noto quanto voi siete generoso ed umano,
e che voi amereste meglio trar dagl’impacci uno sfortunato, anzi che
cagionargliene dei maggiori.»
«Questo è parlar bene, o Wayland (disse il ragazzo che con inquietudine
aspettava la conclusione di un tale intertenimento). Ma scendiamo nella
vostra caverna: sapete pure che l’aria aperta vi pregiudica nella
salute.»
«È vero,» rispose il maniscalco, e portandosi verso la macchia, dalla
banda più vicina al cerchio di pietre, ed opposta a quella ove Riccardo
aveva condotto Tressiliano nel durare della misteriosa faccenda, fu
presto ad una porta orizzontale accuratamente nascosta in mezzo agli
sterpi, e dopo averla sollevata, scese sotterra, scomparendo così
agli occhi de’ due circostanti. Comunque punto da grande curiosità
Tressiliano, esitò un momento prima di risolversi a tenergli dietro in
quest’antro, che poteva essere una caverna di malandrini, e crebbe in
lui la perplessità, allor quando udì una voce, che pareva uscisse dalle
più profonde viscere della terra: «Flibbertigibbet, abbi cura d’entrare
per l’ultimo, e di chiudere a dovere il trabocchello.»
«Quanto avete veduto intorno al maniscalco Wayland vi basta, o
signore?...» domandò lo scaltrito a Tressiliano, accompagnando tale
inchiesta con quel maligno sorriso, che lo mostrava accorto della
titubazione in cui stavasi il Cavaliere.
«Non mi basta ancora» rispose con fermezza Tressiliano, e preso il
suo partito, scese per la scaletta cui mettea la porta orizzontale,
seguendolo Riccardo, che la chiuse tosto; onde a lieve crepuscolo
che lì vedevasi succedettero buie tenebre. La scala non aveva che un
picciol numero di gradini, e metteva ad una via stretta non più lunga
di venti passi, in fondo alla quale scorgevasi una luce rossiccia.
Ivi giunto Tressiliano, che non pose mai nel fodero la sua sciabola,
e seguito passo a passo dal fanciullo, si trovò sotto una piccola
volta, ov’era una fucina di fabbro ferraio, piena d’acceso carbone, il
cui vapore avrebbe soffocato qualunque vivente, se non fosse sfuggito
per alcune aperture preparatevi con grande arte. Quella luce che
diffondevano il carbone acceso, ed una lampada sospesa da una catena di
ferro, dava a vedere, che oltre all’incude, al mantice, alle tenaglie,
al martello, alle masse di ferro pronte per esser poste in lavoro,
e a tutti gli ordigni necessari ad un maniscalco, si trovavano colà
crogiuoli, lambicchi, storte ed altri apparecchi, de’ quali fa uso la
chimica. La figura grottesca del maniscalco, ed i lineamenti irregolari
e maligni del ragazzo nano, veduti al lume di quel fuoco di carbone e
d’una lampada moribonda, si accordavano sì bene col rimanente di questo
mistico apparato, che in un secolo superstizioso, come era quello,
poteano fare impressione anche sopra animi i più coraggiosi.
Ma la natura aveva fornito Tressiliano di una grande fermezza di
nervi, e il suo spirito fortificato da studio, e da buona educazione
era incapace di cedere ai vani terrori. Guardandosi adunque d’intorno
domandò nuovamente all’artefice chi egli fosse, e soprattutto dond’era
che sapea il nome di Tressiliano.
«_Vostro Onore_ dee ricordarsi, disse il maniscalco, che saranno circa
tre anni, un bagattelliere girovago, presentatosi a certo castello
della contea di Devon vi fece pompa delle proprie virtù, al cospetto di
un degno cavaliere e della sua rispettabile comitiva. Comunque regni
poca luce in questa spelonca, scorgo dalla vostra fisonomia che di ciò
non vi siete dimenticato.»
«Tu dicesti abbastanza» soggiunse Tressiliano, volgendo altrove il
volto, ove leggevansi le amare rimembranze che nell’animo di lui si
risvegliarono a que’ detti del maniscalco.
«Il bagattelliere, continuò il maniscalco, fece sì bene la sua
parte, che i contadini e i gentiluomini campagnuoli ivi trovatisi di
brigata, s’indussero quasi a credere essere effetto di magia quanto
il giocolatore faceva ad essi vedere. Ma trovavasi in quel luogo una
donzella di quindici anni all’incirca, la più avvenente di quante io
abbia mai viste, il cui volto color di rosa impallidì all’aspetto delle
maraviglie che costui operava.»
«Taci una volta, disse Tressiliano, taci una volta. Parlasti anche
troppo.»
«Io non vorrei offendere _vostro Onore_, ma non credeste già avere io
dimenticato, che per calmare i timori di quella vaga fanciulla, le
spiegaste il modo onde si operavano questi incanti, e che metteste a
cattivo passo il povero bagattelliere, scoprendo i misteri della sua
professione con tanta dottrina da farvi credere un suo confratello. Oh
com’era bella! Un solo sorriso di essa valeva più...»
«Finiscila, te ne supplico: non ho dimenticata la sera di cui mi parli:
essa entra nel piccolo numero delle sere felici ch’io m’abbia mai
conosciute.»
«Ella dunque se n’è andata (disse il maniscalco che dal sospiro con
cui le parole di Tressiliano vennero accompagnate giudicò morta quella
donzella) e andata per sempre! così giovane, così leggiadra, così amata
da tutti! Ma io domando perdono a _vostro Onore_; vedo che avrei dovuto
battere il ferro sopr’altra incude, e che in vece l’ho conficcato nelle
carni vive.»
E pronunciò tai detti con un tuono, che lo dimostrava sinceramente
commosso da rincrescimento e pietà, comunque rozzi fossero in lui i
modi di esprimere tai sentimenti. Laonde Tressiliano prese opinione più
favorevole del povero artefice, che egli aveva giudicato da principio
con alquanta severità. Ma nulla è più fatto per cattivare a sè il cuore
d’un uomo sfortunato, siccome il dimostrarsi impietosito delle sciagure
cui egli soggiace.
«Se non m’inganno, disse Tressiliano dopo un istante di silenzio, tu
eri allora un uomo gioviale, capace d’intertener bene una brigata non
solamente con giuochi, ma facendo racconti ed intonando ballate. D’onde
accade che tu sia divenuto artefice in sì strana guisa, e in questa sì
orribil dimora?»
«La mia storia non è tanto lunga, rispose Wayland, e se _vostro Onore_
vuol sedersi, gliela racconterò.»
Così dicendo, accostò al fuoco uno sgabelletto fatto a treppiedi,
prendendone un altro per sè, come fece pure Riccardo, che sedutosi
appiè del maniscalco, tenea gli occhi fisi sopra di lui; onde le
brutte forme di questo fanciullo schiarite meglio dal fuoco della
fucina, si vedeano accese di una vivissima curiosità. Quindi gli
disse il maniscalco: «Tu pure saprai la storia della mia vita. Ben mi
prestasti servigi tali da meritarti la mia confidenza. Poi, tanto vale
il raccontare le cose mie in tua presenza, che lasciartele indovinare,
perchè la natura non ha mai nascosto un ingegno più acuto sotto una
scorza sì laida. Ebbene, o signore, eccomi ai vostri comandi, ed
incomincio tosto la mia narrazione. Ma non accetterete voi un bicchiere
di _ala_? Non ne vado sprovvisto, benchè mi vediate in sì povero
soggiorno.»
«Ti ringrazio, disse Tressiliano, ma veniamo alla tua storia perchè ho
poco tempo da perdere.»
«Non vi pentirete di tale indugio, perchè in questo mentre il vostro
cavallo farà miglior pasto che non lo fece stamane, e avrà maggior
gagliardia pel rimanente del viaggio.»
Wayland abbandonò per un istante la sua dimora sotterranea, e
ritornatovi dopo qualche minuto, incominciò la sua storia, come si
vedrà nel seguente capitolo.