CAPITOLO PRIMO.

«Qui ei pose sua fucina,

»Nè aspettar suol la mattina

»Per menar con braccia ignude

»Aspri colpi sull’incude.

»Quelle stanze dell’Averno

»Buio ingombra un fumo eterno,

»Che mal rompon le scintille,

»Benchè svolte a mille a mille

»Fuor del ferro ripercosso,

»E le vampe che il fan rosso.»

_Gay_.

Tressiliano, non meno di Giles Gosling, avea riconosciuto essere cosa

comandata dalla prudenza il non farsi vedere ne’ dintorni di Cumnor

da coloro che il caso avesse fatto uscire di letto avanti giorno.

Perciò quell’ostiere gli aveva indicata una via composta di sentieri,

e strade di traverso, cui dovea tenersi successivamente, la quale via

s’egli avesse al giusto seguita, si sarebbe infine trovato sulla strada

maestra di Marlborough.

Ma, simili ad un altro genere di consigli dati dal Gosling, tali

istruzioni erano più facili da fornirsi, che da mettersi in pratica;

onde le frequenti tortuosità del cammino, l’oscurità della notte, la

niuna conoscenza che Tressiliano aveva del paese, e le considerazioni

malinconiche, lo sviarono sì fattamente, che l’aurora lo trovò non

più innoltrato che nella valle di White-Horse, luogo memorabile per

una vittoria ivi un dì riportata contra i Danesi. Arrivato a quel

punto, si accorse che il suo cavallo avea sferrato un piede dinanzi,

accidente che rendendo zoppo il corridore, minacciava ritardo a chi lo

saliva. Prima cura di Tressiliano fu il domandare a due contadini, che

si trasferivano ai loro lavori, ove potrebbe trovare un maniscalco,

ma n’ebbe tai confuse risposte che nol soddisfecero in modo alcuno.

Sollecito di alleviare il suo cavallo quanto il potea, scese a terra, e

lo condusse a mano verso certo casale, ove sperava trovare un fabbro,

del cui soccorso non potea più far di meno. Giunse colà per un cammino

stretto, pieno di loto e di rotaie, nè vi trovò che alcune miserabili

capanne, e alla porta di esse due o tre contadini in atto di accignersi

ai loro lavori. L’esterno di costoro corrispondeva a quello delle

loro abitazioni. Nondimeno una di tali capanne pareva in migliore

stato, ed una vecchia che ne scopava l’ingresso, aveva una presenza

men ributtante, che non gli altri suoi confinanti. Avvicinatosi a lei

Tressiliano, le ripetè la domanda, che per più riprese ed invano aveva

fatto a diversi di que’ contadini.

«Un maniscalco! (sclamò la vecchia, e nel guardarlo fece una fisonomia

poco meno che di spaventata). Se vi è, dite, un maniscalco? Vi è

certamente. Ma che cosa volete dal maniscalco?»

«Che ferri il mio cavallo. Non vedete mia buona donna, che ha perduto

un ferro?»

«Signor Holyday (si fece a gridare la vecchia senza darsi pensiero di

rispondere a Tressiliano). Sig. Erasmo Holyday, venite qui, di grazia,

fate presto.»

«_Favete linguis_ (rispose una voce che veniva dall’interno). Io mi

trovo al punto più importante degli studii della mattina, e non li

posso abbandonare.»

«Bisognerà bene che veniate, sig. Holyday. È qui un viaggiatore, che

domanda ov’e la dimora del maniscalco Wayland, e non voglio essere io

quella che gl’insegni la strada di andare a casa del diavolo. Il suo

cavallo è sferrato.»

«_Quid mihi cum caballo?_ rispose la medesima voce. Guardate! Non credo

vi sia che un uomo dotto in tutto il cantone, e non si ha da poter

ferrare un cavallo senza di lui!»

Nondimeno nel terminare queste parole, l’onesto pedagogo si lasciò

vedere; ed il solo suo abito bastava a far conoscere l’arte ch’ei

professava. Ad un corpo lungo, magro, e curvato ad uso di volta,

sovrastava un capo coperto di lunghi capelli neri, che incominciavano

a volgere al grigio. I lineamenti del volto avean l’impronta di un

abituale esercizio d’autorità, impronta, che senza dubbio Dionigi

porto seco allorchè discese dal trono per andare a fare il maestro di

scuola, e passata poi a titolo di legato sulle teste di tutti quelli,

che gli succedettero in tal professione. Dell’abbigliamento di costui

non vedevasi che una lunga sottana di traliccio nero, stretta da un

cinturino di cuoio dello stesso colore, dalla quale pendea in luogo

di sciabola un lungo calamaio da scuola. Il suo staffile si mostrava

dall’altra parte a guisa di frusta d’Arlecchino. Teneva fra le mani un

volume tutto sfasciato, ch’era quello su di cui stava meditando nella

sua stanza.

Nel vedere un uomo del portamento nobile di Tressiliano, su di che,

il pedagogo poteva intendersene meglio degli altri abitanti di quel

miserabile paese, si levò la berretta e il salutò in questa foggia:

_salve domine. Intelligis ne linguam latinam?_ Tressiliano volle far

prova del suo sapere, e sì gli rispose: _Latinae linguae haud penitus

ignarus, venia tua, domine eruditissime, vernaculam libentius loquar._

Tale risposta in latino produsse sul maestro di scuola l’effetto

medesimo, che, a quanto si dice, opera il segno dei franchi muratori

sui fratelli della mestola. Il prese tosto grande sollecitudine in

verso il dotto viaggiatore, ed ascoltò con molta attenzione la storia

del suo cavallo sferrato; poi gli si fece a dire in tuono solenne:

«Ella potrebbe sembrare semplicissima cosa, _doctissime domine_, il

dirvi che distante un miglio incirca _ab hoc tugurio_, avvi il migliore

_faber ferrarius_, il più abile maniscalco, che abbia unqua ferrato

cavallo. Che se tal linguaggio io mi tenessi con voi, ardisco dire che

sareste _voti compos_ o, come si spiega l’uomo volgare, all’apice de’

vostri voti.»

«Almeno, disse Tressiliano, avrò una risposta confacevole alla mia

interrogazione, cosa che non par tanto facile in questo paese.»

«Veramente, soggiunse la vecchia, vi è sempre tempo per mandare

un’anima peccatrice a trovare Belzebù; che torna lo stesso

coll’insegnare ad una creatura vivente la dimora di Wayland.»

«Zitto, mia cara Gammer Sludge, la interruppe il pedagogo, zitto.

_Curetur ientaculum_, e badate piuttosto a non lasciare il frumento nel

latte, che sta cocendosi. Dovete por mente che questo gentiluomo non è

una delle vostre commari.» Poi volgendosi a Tressiliano: «Dunque, mio

signore, voi vi chiamereste _bis terque felix_, s’io v’insegnassi ove

sta questo maniscalco?»

«Se non _bis terque felix_, avrei almeno ciò che ora mi manca; cioè un

cavallo capace di condurmi sino alla fine del mio viaggio, e _fuor di

gittata della vostra erudizione_» disse solo in animo suo queste ultime

parole.

«_O caeca mens mortalium!_ sclamò quel dottor di campagna. Sapete voi

al giusto quello che vi domandate? Disse pur bene Giovenale: _Numinibus

vota exaudita malignis!_»

«Signore, soggiunse Tressiliano, la vostra erudizione è tanto al

di sopra della mia intelligenza, che vi prego scusarmi, se vado a

procacciarmi in altra parte indizii per me più facili da comprendersi.»

«Ecco come tutti gli uomini son fatti! Fuggono da chi li vuole

instruire. Quintiliano disse con verità....»

«Vi prego, signore, non disturbiamo il riposo di questo illustre

Romano, e ditemi se la vostra sapienza degnerà discendere alla mia

pochezza tanto d’informarmi, s’io potrò qui trovare qualche albergo per

far ristorare il mio cavallo finchè lo abbian ferrato.»

«Questa cosa sarà molto facile, o signore, perchè comunque in questo

povero villaggio, _nostra paupera regna_, non si trovi ciò che chiamasi

_hospitium_ in forma, pure avendo voi qualche cognizione, o almeno

tintura di lettere, impiegherò il mio credito presso la padrona di

casa, perchè ella vi somministri una scodella d’ottimo frumento

cotto nel latte, nudrimento sanissimo, di cui nessun autore latino

parlò. Quanto al vostro cavallo, verrà messo nella stalla, e gli si

appresterà un fascio del miglior fieno, di cui la nostra buona Sludge

va provveduta a dovizia, e provveduta tanto, che la sua vacca vi si

seppellisce dentro fino alle corna; onde potrebbe dirsi _foenum habet

in cornu_. Che se vi piace impartirmi l’onore della vostra compagnia

per far colezione, il banchetto non vi costerà nulla, _ne semissem

quidem_, poichè la nostra Gammer Sludge mi ha grandi obbligazioni per

le cure datemi ad allevare il suo unico erede, Dick, _vel_ Riccardo,

fanciullo che dà grandi speranze, ed al quale felicemente ho fatto far

tutto il viaggio per traverso agli elementi della lingua latina.»

«Che Dio ve ne renda quel merito che non potrò io, sig. Holyday,

disse allora la vecchia; e quanto a questo degno gentiluomo, se vuole

accettare la nostra colezione, questa comparirà sulla tavola in un

batter d’occhio. Non ho poi l’anima così vile da pretendere nemmeno un

soldo per aver dato da colezione ad un uomo e ad una bestia.»

Pensando allo stato in cui trovavasi il suo cavallo, Tressiliano non

credè poter far nulla di meglio dell’accettare un invito offertogli

con tanta dottrina per una parte, per l’altra con tanta ospitalità.

Il prese anche lusinga, che quando il buon pedagogo sarebbe una volta

sazio di sfoggiare la sua sapienza, gl’indicherebbe finalmente la

dimora di questo sospirato maniscalco. Entrò dunque nella capanna, e

postosi a tavola con Erasmo Holyday, prese la sua parte di frumento

cotto nel latte, e ascoltò per buona mezz’ora il dotto racconto, che

il maestro gli fece dell’intera sua vita; senza che mai capitasse a

Tressiliano il momento di trarre il discorso sulla cosa per lui più

importante. Il lettore ne avrà per iscusati se non teniamo dietro

al sapiente personaggio in tutte le particolarità di cui presentò

Tressiliano, e se ci limitiamo ad offerirgliene il seguente epilogo.

Il nostro maestro era nato in Hogsnorton, paese, ove, giusta un

proverbio popolare, i porci sonano l’organo; ed egli interpretava

allegoricamente un tale proverbio, che secondo lui si riferiva ai

porci di Epicuro, fra i quali Orazio si dava vanto di annoverarsi.

Il nome d’Erasmo gli veniva in parte dall’avere avuto per padre il

figlio di una celebre lavandaia, la quale teneva cura della biancheria

di quel sommo filosofo che portava lo stesso nome, e ciò per tutto

il tempo ch’egli rimase ad Oxford; impiego per vero dire non privo

di difficoltà, perchè il ridetto sapiente non aveva al suo comando

che due camicie, l’una delle quali, al dire della stessa lavandaia,

sospirava il momento che l’altra fosse imbianchita. Il sig. Holyday

andava superbo di possedere ancora gli avanzi di una di queste camicie,

che la sua nonna si era appropriata per pareggiare l’ultimo conto.

Ma il nostro Holyday credeva che una cagione ben più possente, e più

rilevante avesse regolata la scelta del nome datogli di Erasmo. Ed

era questa cagione un segreto presentimento venuto nella madre del

fanciullo, quando lo portavano al battesimo, ch’egli possedesse cioè un

genio segreto, per cui la sua fama un dì sorgerebbe a pari con quella

del celebre Olandese.

Il predicato di maestro di scuola, che univasi nell’Holyday, trasse

costui ad una dissertazione anche più lunga, che non fu quella

instituita sul nome battesimale. Egli inclinava a credere, che portava

questo nome di Holyday, _quasi lucus a non lucendo_, perchè dava poche

vacanze alla sua scolaresca[1]. «Egli è in tal modo, diceva egli,

che il maestro di scuola vien nominato dagli autori classici _ludi

magister_, perchè non permette il giocare ai ragazzi, che gli son

confidati.» Pensava poi ancora, che a tal nome si potesse dare un’altra

interpretazione, e supporre si riferisse ad una prerogativa, ch’ei

dicea possedere in grado eminente, e ch’egli sfoggiava ogni qualvolta

accadea ordinare giochi scenici, danze, o altri divertimenti d’un

giorno festivo[2]. E di questa abilità, a suo dire aveva fatto prova

alla presenza di personaggi d’altissimo riguardo, così in provincia,

come alla corte, e soprattutto dinanzi al nobile conte di Leicester.

«E benchè sembri, soggiunse egli, che questo personaggio m’abbia ora

posto in dimenticanza, attesi i suoi grandi affari, non ho minor

sicurezza che se dovesse ordinare qualche festa per ricreare sua

Maestà, si vedrebbe più d’un cavaliere, mandato da lui a rintracciare

l’umile capanna di Erasmo Holyday. Intanto, _contentus parvo_, ascolto

i miei allievi che vanno declinando i nomi e coniugando i verbi, e

passo il tempo che mi rimane col soccorso delle muse. E mi credo tanto

beato che ho sempre sottoscritto la mia corrispondenza coi dotti

stranieri, _Erasmus ab die fausto_, e per questo titolo ho goduto della

considerazione dovuta ai sapienti; e vi dirò di più che l’erudito

Diedrich Bucherscochio ha dedicato _Erasmo ab die fausto_ il suo

Trattato sulla lettera greca _Tau_. In somma, o signore, io fui sempre

un uomo felice e distinto.»

«Possiate lungamente godere di questa medesima felicità, disse

Tressiliano; ma permettete ch’io mi valga dell’istesso vostro

dotto linguaggio, e vi chieda _quid hoc ad Iphycli boves_? Qual

corrispondenza ha tutto ciò con un cavallo sferrato?»

«_Festina lente:_ noi verremo anche a questo. Dovete sapete, che, due

o tre anni fa, capitò in questi dintorni un uomo, il quale davasi

il nome di dottore Doboobie, benchè probabilmente non sia stato mai

neppure _magister artium_, a meno che non fosse stato creato dottore

per la grazia di un ventre affamato. O se costui aveva qualche grado

nelle scienze, glielo conferì il diavolo, perchè era un uomo furbo, e

che praticava ciò, che i volgari chiamano _magia bianca_. M’accorgo,

signore, che vi date alla impazienza: voi divenite _impatiens morae_.

Ma se un uomo non vi racconta una storia alla sua usanza, qual

mallevadore avete voi che la possa raccontare alla vostra?»

«Ebbene, signore, raccontatela come volete; fate solamente che non sia

tanto lunga, perchè il tempo stringe.»

«Io non vi starò dunque a dire (ripigliò l’Holyday con una costanza

invariabile il suo discorso) non vi starò a dire che questo Demetrio

(si faceva egli dare tal nome nei paesi stranieri ove andava) fosse

veramente uno stregone, ma è certo che si dava per iniziato all’ordine

mistico dei Rosa-croce, e per un discepolo del Geber, _ex nomine cuius

venit verbum vernaculum_ gabeur. Costui guariva le ferite compiendo

certi lavori sullo strumento istesso che le avea fatte; dava la buona

ventura per via della Chiromanzia; non aveva d’uopo che d’un setaccio

per discoprire le cose rubate; sapeva raccogliere la semenza di

felce maschia, fornita della virtù di rendere invisibili gli uomini;

pretendeva di essere al momento di trovare la panacea universale, e

possedea l’arte di convertire il piombo di buona qualità in argento,

però di bassa lega.»

«O in altri termini, disse Tressiliano, era un ciarlatano, un

impostore. Ma tutto questo che cosa ha di comune col mio cavallo, e col

ferro che gli manca?»

«Con un poco di pazienza lo saprete subito, rispose il prolisso nostro

erudito. Pazienza dunque, o mio signore! la qual parola, al dire di

Marco Tullio Cicerone significa _difficilium rerum diurna perpessio_.

Il detto Demetrio Doboobie pertanto, dopo avere stordito il popolo,

cominciò a pompeggiare _inter magnates_, in mezzo ai gran signori,

ed è verisimile che si sarebbe grandemente innalzato, se, stando ad

una tradizione volgare di cui non posso guarentire l’autenticità,

il diavolo non fosse un giorno venuto per la ricuperazione de’ suoi

possedimenti, trasportandosi seco Demetrio, di cui da quel tempo non

si è più mai inteso parlare. Eccoci ora alla _medulla_, al midollo

della mia storia. Questo dottore Doboobie aveva un servo, uno di quei

poveri diavoli, che si chiamano: _Giovanni-fa-tutto_; lo adoperava egli

ad accendere i suoi fornelli, a misurar le sue droghe, a mescolare

insieme, a descrivere i circoli, ad accarezzare i suoi pazienti _et sic

de caeteris_. Ebbene! Il dottore essendo sparito d’una maniera tanto

straordinaria, d’una maniera che impresse terrore per ogni dove del

contado, il superstite _Fa-tutto_ fu preso dalla fantasia di esclamare

col nostro amico Virgilio: _Uno avulso non deficit alter_. E come fa

un giovine di mercante, che divien capo della bottega, accadendo o la

morte del suo padrone, o che questi dismetta il commercio, Wayland,

(vero nome del nostro _Fa-tutto_) assunse il risicoso mestiere del

suo principale. È vero che il mondo è generalmente propenso a prestar

fede ai discorsi di quei millantatori, i quali prendendo il titolo di

dottori di medicina, e pompeggiando di scienza presa ad imprestito,

non sono in sostanza fuorchè saltimbanchi e ciarlatani. Ma il povero

Wayland non aveva tanta abilità per buttar polvere negli occhi alla

gente; onde non v’era un rustico che non gli volgesse, travestendoli in

sua favella, questi versi di Persio:

«_Diluis helleborum, certo compescere puncto_

«_Nescius examen? Vetat hoc natura medendi_.»

I quali versi, mia buona Gammer Sludge, vogliono dire: _tu ti frammetti

in preparar droghe, tu che non sai in qual dose debbano entrare nella

tua pozione. Il Dio della medicina te lo divieta_. Aggiugnete, o

signore, che il cattivo nome del suo padrone, il fine straordinario e

sospetto che costui avea fatto, o almeno il subitaneo suo scomparire,

faceano sì, che nessuno, eccetto coloro che non credono nulla nè in

questo mondo nè nell’altro, nessuno, dico, andasse a chiedere pareri

al successore di Demetrio. E sarebb’egli probabilmente morto di

fame, se il demonio, che gli si è messo a’ fianchi dopo la morte, o

sparizione, o partenza, come volete chiamarla, del dottore, non gli

avesse inspirato un nuovo espediente. Sia che costui debba al diavolo

tal cognizione, sia che l’abbia imparata in giovinezza, egli ferra i

cavalli meglio che nol faccia il primo maniscalco dell’Inghilterra.

Laonde rinunziando alla cura de’ bipedi, di quegli animali forniti sol

di due gambe, e privi di penne, che i volgari chiamano genere umano, si

limita ora al mestiere di maniscalco.»

«Oh! ci siamo finalmente! sclamò Tressiliano. E ferra egli veramente a

dovere i cavalli? Ove alloggia? Indicatemi sul momento la sua dimora.»

«_Oh caeca mens mortalium!_ ho già adoperata un’altra volta questa

citazione, ma cerco invano in tutti gli autori classici un passo capace

di fermare chi vuol correre al suo precipizio. — Ascoltate quai patti

quest’uomo mette al suo lavoro prima di risolvervi a correre il rischio

di fidarvi a lui.»

«Nessuno gli paga il danaro della sua opera» non potè starsi dal

dire la vecchia, che rimaneva a bocca aperta, e cogli occhi fisi

sul maestro, beandosi ad ogni parola ch’ei pronunziava. Ma questa

interrogazione non andò al verso del dotto Holyday più di quanto gli

fossero piaciute tutte l’altre interrogazioni che il viaggiatore gli

fece sopportare.

«Zitto là! Gammer Sludge, sclamò egli, _sufflamina_. Tocca a me lo

spiegare per intero come sta la cosa al rispettabile nostro ospite.

Questa buona donna non ha mentito, o signore. Non può dirsi, che questo

_faber ferrarius_, altrimenti detto maniscalco, riceva danaro dalle

mani di nessuno.»

«Ed è sempre più una prova, che egli ha patto col diavolo, interruppe

nuovamente la vecchia; perchè non vi fu mai buon cristiano che

ricusasse la mercede dell’opera prestata.»

«Anche questa volta la buona donna ha toccato il punto, disse il

pedagogo: _rem acu tetigit_. Egli è verissimo, che Wayland non prende

danaro, perchè non vuole nemmeno che nessuno lo veda.»

«Ma come fa, e come può essere, sclamò Tressiliano, che un pazzo,

perchè come tale soltanto io lo riguardo, s’intenda del suo mestiere?»

«Qui poi, o signore, bisogna far giustizia al diavolo. _Mulciber_, e

tutti i suoi Ciclopi non potrebbero intendersene meglio. Ma non per

questo sarà mai cosa d’uomo saggio il prevalersi dell’opera o del

consiglio d’un tristo, collegato evidentemente coll’autore di tutti i

mali.»

«Eppure voglio correre questo rischio, sig. Holyday, e poichè il mio

cavallo avrà a quest’ora finito di mangiare la sua biada, non mi rimane

che ringraziarvi della buona accoglienza fattami, e pregarvi ad un

tempo che m’indichiate la dimora di quest’uomo, ond’io possa continuare

il mio cammino.»

«_Do manus_. Acconsento, chiamando però in testimonio l’Universo, che

vi ho pienamente avvertito del pericolo cui vi esponete bazzicando in

tal foggia con Satanasso. Non vi ci condurrò già io medesimo, ma vi

darò per guida il mio allievo, il piccolo Riccardo. _Ricarde, adsis,

nebulo_.»

«Con vostra buona licenza, non ne farete niente, gridò tosto la

vecchia. Mettete la vostr’anima in pericolo, se ciò vi dà gusto; ma

il piccolo Dick non si frammetterà in questo negozio. Mi par fin

impossibile, mio caro sig. Holyday, che un uomo, quale vi siete, sogni

solamente di dar sì fatto incarico al vostro scolaro.»

«Ponete mente, mia cara Gammer Sludge, disse il maestro, che Riccardo

non farà altra cosa, fuorchè salire sulla cima della collina,

e indicare col dito a questo degno forestiere il luogo ove dee

trasferirsi. E poi non può accadergli nessun sinistro, perchè questa

mattina ha letto a digiuno un capitolo dei Settanta, e recitata la sua

lezione del Nuovo Testamento Greco.»

«È anche vero, soggiunse la nonna, che gli ho cucito entro il collare

della sua camiciuola un ramiscello dell’olmo contro le streghe, e lo

feci fin da quando questo maledetto incantatore cominciò ad operar

sortilegi sugli uomini e sulle bestie».

«E poichè va spesso per suo diporto a vederlo, come almeno ne ho grande

sospetto, aggiunse il maestro, può bene per una volta avvicinarsi alla

sua casa per far servigio ad un viaggiatore. Dunque _Heus, Ricarde

adsis, quaeso, mi didascale_.»

L’allievo uditosi chiamare con voce sì caricata, comparve nella

stanza. Al vederne la statura, non gli si sarebbero dati che dodici

o tredici anni, benchè ne avesse probabilmente due di più. Goffa ne

era l’andatura, disavvenenti le forme, mal fatto il corpo; pure nella

fisonomia mostrava spirito, o piuttosto malignità. Avea capelli rossi

e mal composti, un naso stiacciato, un mento fatto a galoscia, due

occhi grigi che pareano forati con un succhiello, e che senza potersi

dir loschi, mandavano raggi alquanto obbliqui, onde non era facile

guardarlo in volto senza esser preso da voglia di ridere. Per compiere

questa pittura ed accrescerle vezzo, Gammer Sludge se lo strinse fra

le braccia, chiamandolo perla di beltà, e colmandolo di carezze, alle

quali egli non corrispondeva meglio che col cercar di sottrarsene.

«_Ricarde_, gli disse il precettore, fa d’uopo che vi portiate

sull’istante, cioè _protinus_, sulla cima della collina per indicare a

questo signore la fucina del maniscalco Wayland.»

«Qual bella commissione che mi date! (rispose quel ragazzo,

esprimendosi con maggiore aggiustatezza che non ne avrebbe aspettata da

lui Tressiliano). Chi vi giura poi ch’io ritorni, e che il diavolo non

mi porti via?»

«Sicuramente, sclamò la vecchia, e voi avreste dovuto pensarci più

d’una volta, sig. Holyday, prima di appoggiare un tale incarico al mio

Beniamino. È questo il modo che mi contraccambiate perchè vi do vitto e

vestito?»

«_Nugae_, Gammer Sludge; mi fo mallevadore che Satanasso, se pur

Satanasso entra in questa faccenda, non gli tocca solamente uno de’

suoi capelli. Egli è in grado di ripetere il _Pater noster_ al pari

di chiunque altro, e può scongiurare il demonio in latino: _Eumenidum

stygiumque nefas....._»

«Ed ho cucito, aggiunse la vecchia, nella manica del suo vestito alcune

foglie di frassino di montagna, ciò che vale più di tutto il vostro

latino; ma non v’è bisogno per questo di andare a cercare il diavolo,

nè i suoi colleghi.»

«Mio buon giovinetto (disse allora Tressiliano, cui parve leggere nella

fisonomia di quel ragazzo molta propensione a far piuttosto la volontà

propria che quella di nessuno), io vi donerò un _groat_ d’argento[3] se

non ricusate condurmi alla fucina del maniscalco.»

Riccardo allora fece d’occhio a Tressiliano, come promettendogli di

secondarlo, e disse ad un tempo: «Io condurvi dove sta Wayland! Non

vi ho già detto che il diavolo potrebbe portarmi via, come il gatto,

osservate là, porta via in questo momento una delle galline di mia

nonna?» e nel dir ciò guardava verso la finestra.

«Al gatto, al gatto» si diede a gridare la vecchia, nè pensando più che

alla sua gallina, corse nel cortile con tutta quella prestezza, che le

permisero le sue gambe.

«Adesso è il momento, disse Riccardo a Tressiliano. Prendete il

cappello. Tirate di stalla il cavallo, e preparate il _groat_ d’argento

che mi prometteste.»

«Adagio, adagio, _sufflamina Ricarde_» disse il maestro.

«Non pensate a me, rispose Riccardo, e pensate in vece al modo di

scusarvi con mia nonna perchè m’avete mandato a casa del diavolo per le

poste.»

Il pedagogo conoscendo tutto il peso della guarentigia, che stava per

gravitargli addosso, volle unire i gesti ai precetti, onde si avanzò

contra il discepolo per impedirgli il partire. Ma Riccardo, che non

mancava di lestezza, fu d’un salto fuor della capanna, e leggiero al

pari d’un cervo, aggiunse ad una vicina altura, intantochè Holyday

sicuro per esperienza che non avrebbe potuto far a correre col suo

discepolo ebbe ricorso a tutti gli epiteti più carezzevoli, che il

suo vocabolario latino gli suggerisse per determinarlo a tornare

addietro. Ma nè i _mi anime_, nè i _corculum meum_, nè tutte le altre

tenerezze di sì fatta natura produssero alcun effetto. Il tristarello

fece orecchie da mercante, e dall’altura di cui si era impadronito,

saltellando tal quale si descrivono gli spiriti che ballano a chiaro di

luna, facea segno al suo nuovo conoscente di raggiugnerlo prestamente.

Tressiliano non perdè tempo nel correre alla stalla, e nel ritrarne

il cavallo per seguir tosto il suo piccolo conduttore. Ringraziato il

pedagogo della concedutagli ospitalità, gli fece accettare quasi a

forza una ricompensa, che però parve ne calmasse alquanto il terrore

in cui stavasi, pensando al momento che sarebbe tornata la vecchia. Nè

molto ella indugiò a ricomparire; perchè il cavaliere, e la sua guida

erano ancora poco lontani, allorchè udirono gli acuti strilli d’una

voce femminile, che si mescolavano alle classiche citazioni del dotto

Erasmo Holyday. Ma Riccardo, sordo così alla voce della tenerezza verso

l’ava, come a quelle dell’autorità magistrale, marciava d’un passo

intrepido a fianco di Tressiliano, contentandosi di dire, che se li

prendea la raucedine, poteano lambire la pentola, ove si conserva il

miele; poichè quanto al contenuto, ei se l’era tutto mangiato il dì

innanzi.

Kenilworth, vol. 2/4 · 第 5 / 16 题