NOTE:

[40] L. _undici questo_.

_Comincia il XXX Capitolo_

Nel tempo che Giunone era crucciata

Per Seme[lè] contro al sangue tebano

Come mostrò ed una ed altra fiata

Acciò che più pienamente la rabbiosa voglia di cotal qualità si

dimostri, qui nel cominciamento di questo capitolo, d'alquante antiche e

sceleratissime opere ancor non tanto, quanto le presenti feroci si

contano, tra le quali in prima, quella d'alcun re di Tebe, nominato

Atamante, dir si concede, la quale, secondo il poetico favoleggiare,

così si contiene: che, essendo Giunone Idea e moglie di Giove per lungo

tempo contra Tebani adirata, per alcuna donna di Tebe che Jove, per sua

amica tenea, nominata Semel, della quale Bacco re de Tebani e del quale

era nato[41] molte pistilenze lor producea; tra le quali il detto re

Atamanto sì fuor di memoria produsse, che veggendo la moglie sua,

nominata Ino, alcuna volta con due suoi figliuoli nelle braccia,

rabbiosamente gridando, prese l'uno, nominato Learco e a un muro il

percosse, per lo quale dolore ella coll'altro, nominato M[el]certa,[42]

ad annegarsi nella marina correndo si mise. E così questa prima

comperazione si contiene.

E quando la fortuna colse in basso

L'altezza de Troian che tutt'ardiva,

Si che 'nsieme col regno i' re fu casso

¶ Seguentemente ricordandosi colla sopradetta crudeltà qui di quelle che

Ecuba, moglie del re Priamo di Troia, contra sè vide, si contano, le

quali così brievemente seguirono, che, essendo da' Greci la terra di

Troia già tolta, come nelle sue istorie si conta, a' re Priamo, suo

marito, con alquanti suoi figliuoli crudelmente la morte da' Greci dar

vide, e simigliantemente alla sua bella figliuola Polissena, del cui

sangue pe' Greci sagrificio, per la morte d'Achille che per lei era

morto si fece; ond'ella quindi isconsolata partendosi, nelle parti di

Tracia, cioè di Turchia, finalmente pervenne, credendosi con Polidoro

suo figliuolo dimorare, il quale di gran tempo innanzi con la volontà

del re Priamo a guardia di molto avere nel detto paese era stato. Nel

quale trovando lui morto, dal Re del detto paese, Polinestor nominato,

per cagion d'aversi il detto tesoro, essendo Priamo morto, tanto dolor

le giunse che, come cane latrando, abbaiava; la quale così forsennata,

cioè fuor di senno, per le contrade andando, finalmente fu morta. Per le

quali crudeltà il dire del presente testo per esempio si piglia.

E l'Aretin, che rimase tremando

Mi disse: quel folletto è Gianni Schicchi

E va rabbioso altrui così conciando

¶ Siccome per falsadori _realmente_ i sopra detti Grifolino e Capocchio

figurativamente in questa colpa prima si pongono, cosi _personalmente_

di due qui si ragiona, d'i quali, l'uno fu un cavaliere di Firenze

nominato messer Gianni Schicchi de' Cavalcanti, il quale, tra l'altre

sue operazioni, alcuna volta, a petizione d'un altro cavaliere di

Firenze, nominato Messer Simone de' Donati in un zio del detto Messer

Simone, nominato Messer Buoso, in fine di morte stando in sul letto,

falsamente trasformato il testamento di lui a suo modo fece, lasciando

reda della maggiore parte del suo il detto messer Simone, nel qual

testamento finalmente una sua cavalla di pregio d'alcun suo armento a sè

medesimo diede. L'altra fu una donna, nominata Mirra, figliuola d'alcuno

re delle parti d'oriente, nominato Cinara, quale alcuna volta, in un

altra donna trasformata, nel suo letto carnalmente per sua voglia si

stette, la quale, essendosen'egli avveduto per alcun segno poi, e

vogliendo ella uccidere, da lui si fuggì, di cui finalmente un figliuolo

maschio fece. Per le cui maliziose rabbie figurativamente in trafiggere

i sopradetti falsatori di cose si pongono, a dimostrare che per loro

immaginato indizio nel luogo del collo, cioè nell'appetito, l'operazioni

sien sospinte.

Alla miseria del maestro Adamo;

Io ebbi vivo assai di quel ch'io volli,

Ed ora lasso un gocciol d'acqua bramo

¶ Per la terza qualità di falsadori, si come di monete qui d'alcun

maestro monetiere, nominato Adamo, si conta, il quale a posta del conte

Guido e del conte Alessandro da Romena di conti Guidi, fiorini d'oro

falsi coniando produsse, per li quali finalmente in Firenze fu arso.

Onde così figurato si pone, a dimostrare la grandissima e pregna

rinchiusa sete di ciascuno in cui la cupidità della moneta così

signoreggia.

L'una è la falsa ch'accusò Giuseppo:

L'altr'è il falso Sinon Greco di Troia:

Per febbre aguta gettan tanto leppo

¶ Essendosi dimostrate le tre qualitadi della presente colpa, qui

ultimamente quella della mente parlando si conta, riducendosi primamente

in alcuna donna, nominata ..... e figliuola d'alcuno signore nominato

..... delle parti d'oriente, la quale, secondo le storie della Bibbia,

d'un suo famigliaro, nominato Gioseppo, figliuolo di Jacob, ardentemente

era vaga, il quale, essendo venduto al sopradetto signore da' fratelli,

come nelle sue storie si conta, contra lui di lei niun fallo accettava.

Ond'ella alcuna volta con lui in camera istando, e proferendogli di sè

il diletto, e egli non vogliendo, per panni gridando, per farlo perire,

lui prese. Per la cui ispaventevole partita de' suoi panni in mano le

rimase, mostrando cotal segno al marito e dicendogli come sforzar la

voleva. Onde il marito pigliandolo, nella prigione del re Faraone

meterlo fece. Della quale finalmente, per rivelazione d'alcuno sogno de'

re Faraone, secondo che nelle sue istorie si conta, liberato n'uscì. E

così alcun altro Greco, nominato Sinone, ancora cotale colpa s'induce,

il quale, secondo che nelle troiane storie si conta, essendo rimaso solo

col cavallo, nel quale l'agguato de' Grecci si mise, e lasciandosi ei

pigliare a' Troiani falsamente essendone disaminato da loro, di tale

dificio rispose, secondo che nella chiosa del vigesimo sesto canto di

questo libro, in alcun luogo per Ulisse si conta. Le cui ardenti e

fiammanti qualitadi figurativamente significano le superflue caldezze

false che in loro animo si conservano.

Tu hai l'arsura, e 'l capo che ti duole

E per leccar lo specchio di Narcisso

Non vorresti a 'nvitar troppe parole

¶ Secondo alcuna favola d'Ovidio, Narcisso fu un bellissimo giovane, il

quale, alcuna volta veggendo sè medesimo ispecchiandosi in una fontana,

tanta vaghezza, di sua vista comprese che non partendosene finalmente

quivi la morte comprese, per cui asemplative ciascuna fontana suo

specchio s'appella. La cui allegoria brevemente si considera, che

rimirando e attendendo troppo alla vaghezza corporale, a morte

intellettuale ciascun si produce.

Chiose alla cantica dell'Inferno di Dante Alighieri pubblicate per la prima volta in corretta lezione con riscontri e fac-simili di codici, e precedute da una indagine critica · 第 28 / 34 题