[31] V. P. _figurate_.
_Comincia il XXVI Capitolo_
Godi Firenze, poi che se' si grande
Che per mare e per terra batti l'ali
E per lo 'nferno tuo nome si spande
Seguitandosi le dimostrazioni delle frodolenti colpe dietro alla settima
nel presente canto, l'ottava si segue, nella qual bolgia,
figurativamente, la qualità di coloro che frodolentemente consigliano
altrui si dimostra, occultamente, formandogli in certe fiamme di fuochi,
a dimostrare la caldezza dell'animo loro che acciò gli produce con
palese effetto e occulto volere, tra' quali nelle seguenti chiose per
simiglianti d'alquanti l'esser si conta[32].
Quale colui che si vengiò cogli orsi
Vide il carro d'Elia al dipartire
Quando i cavalli a cielo erti levorsi
¶ Per essempro delle presenti fiamme d'alcuna istoria qui a comperazione
di loro si ragiona, la quale favoleggiando in cotal modo permane, che
essendo alcuna volta un profeta, nominato Liseo, con un altro profeta
suo compagno, nominato Lia, in certa parte camminato e arrivato alla
riva d'un fiume che un carro di fuoco loro apparisse, il quale col detto
Lia per l'aria celandolo nelle parti dond'eran venuti, velocemente con
lui si ritornasse; per la qual partita ancora vivo essere si crede. Onde
rimanendo Eliseo, e riguardandogli dietro alle dette presenti fiamme
così si figura; il qual finalmente in tanta vecchiezza pervenne, che da'
fanciulli del paese, dov'era rimaso, grandissima noia prendea. Per la
quale, pregandone Iddio che di ciò vendetta per lui ne facesse, cotale
addivenne che subitamente di grandissima moltitudine d'orsi nel paese
appariti, divorandogli eran morti, e così con gli orsi sua vendetta si
fece.
Chi è in quel fuoco che vien sì diviso
Di sopra, che par surger della pira
Dov'Eteocle col fratel fu miso?
¶ Anticamente, ciascun corpo morto, per usanza, in certe legne s'ardea,
nelle quali dal più prossimano suo parente il fuoco era messo,
ricogliendo cotale cenere poi e in alcuno vaso sepolto; i quali fuochi
volgarmente chiamati erano pire, tra le quali, essendosi insieme in sul
campo morti Teocle e Polinice, fratelli e re di Tebe, per la division
del dominio che tra loro era stato, come in alcuna passata chiosa si
conta, quella dove finalmente insieme dalle lor donne fur messi, ardendo
due fiamme divise faceva a figurare la carnale divisione che infino a
morte tra loro era stata, la quale per essenpro di due grandi della
presente colpa così figurativamente qui uniti si piglia, la cui
continenza giù si contiene.
Rispose a me: là entro si martira
Ulisse e Diomede e così insieme
A la vendetta vanno com'a l'ira
¶ De' sopradetti due Greci qui per simiglianti così si ragiona, de'
quali l'un fu chiamato Ulisse, l'altro Diomede, figurandogli insieme a
modo della sopradetta pira nelle presenti fiamme, a dimostrare la gran
compagnia che di cotali operazioni tra loro si ritenne, tra le quali
d'alquante ordinatamente qui per ricordanza si danno, incominciandosi a
quella dell'agguato del cavallo, col quale Troia da' Greci finalmente fu
tolta. La quale brevemente così si contiene, che essendo grandissimo
tempo, per cagione della tolta Elena, l'esercito de' Greci intorno da
Troia dimorato, al principale di loro, cioè a' re Menelao, per loro
cotale consiglio ordinatamente si diede, che falsamente una statua
grandissima d'un cavallo fosse fatta, nella quale certa quantità di
gente armata si nascondessi, facendo poi celatamente l'esercito partire,
e in certo luogo riporre: con la quale alcun rimanesse mostrandosi di
non essere partito, e che, lasciandosi pigliare a' Troiani dovesse loro
dire che cotale istatua a sacrificio e a laude di Pallada e di tutti gli
Dii, e che così sola fosse lasciata a ciò che gli Troiani la
disfacessono. Per la quale essendo guasta, da loro si doveva avere
Troia. ¶ Onde così per loro ordinato e fatto, uscendo i Troiani fuori, e
disaminando la detta guardia, il quale Sinone avea nome, per non perdere
la terra contro alla falsa opinione sacrificandolo nella terra il
tirarono. Per la cui grandezza non possendo per la porta essere messo,
per loro gran parte del muro della terra, disfacendolo, s'aperse. Per la
quale entrata essendosi vinta la terra e corsa da' traditori ch'eran
dentro coll'agguato di Greci che nel cavallo permanea, Enea Troiano con
molti altri gran cittadini per campare fuggendo si misero, dietro alla
quale partita, secondo che per Virgilio si tratta nel suo Eneidos, in
Italia pervennero, d'i cui discendenti finalmente Roma si fece.
Piangevis'entro l'arte per che morta
Deydamia ancor si duol d'Achille
E del Palladio pena vi si porta
¶ Ancor di lor seguaci operazioni qui contra Deidamia così operando
seguiro, che essendo l'esercito de' Greci, com'è detto, a Troia, alcuna
volta rivelato fu loro dagli dii che per loro non s'avrebbe vittoria
sanza il figliuolo de' re Peleo nominato Achille. Onde a grandissima
cierca i detti Greci per trovarlo si misero, tra' quali finalmente
Ulisse e Diomede ciercandone, l'esser d'alcuno re dell'isola d'Aschiro,
nominato Nicomede, sentito, siccome di molti e di diversi paesi avea
damigelle per compagnia di sua figliuola Deidamia, immaginandosi che tra
loro, siccome fanciulla isconosciutamente Achille esser potesse, il
quale dalla madre sua, essendo i' re Peleo [morto] in forma di fanciulla
femina per sua guardia al detto re fu fuggito;[33] ond'egli per femmina
ricevendolo, a conpagnia di sua figliuola il lasciava, colla quale
crescendo, l'un dell'altro innamorati s'aviddero, usando insieme
carnalmente più volte. E pervenne il detto Ulisse e Diomede alla detta
isola [e] vogliendo delle dette damigelle fare prova, nobilissimi arredi
da donne e da uomini per donargli loro, insieme mischiati, portarono,
si come di cinture e di ghirlande, e di borse e di coltella e di spade,
immaginandosi che nel prendere de' doni naturalmente ciò si vedesse. Tra
le quali, essendo alla prova, e tuttavia ragionando de' fatti de' Greci,
e prendendo, con volontà de' re, delle dette gioie, al suo diletto,
ciascuna: per Achille una spada si prese. Per la quale così conosciuto,
incontanente da Ulisse e da Diomede amorevolmente fu preso,
certificandosi[34] di lui col detto re Nicomede, e significandogli la
cagione che convenia che nell'oste de' Greci tornasse. Del quale, così
partendosi, la detta Deidamia grossa, per l'usanza che co lui avea
fatta, d'uno figliuolo maschio rimase, il quale nominato fu Pirro. Per
lo quale Achille nell'esercito di Troia permanendo, a grandissima
vittoria finalmente si venne, e a nobilissimi fatti, secondo che nelle
sue storie si conta. Onde per cotale isconsolazione e inganno che
Deidamia per Achille da loro ricevette, qui così si ragiona e
simigliantemente per la tolta di Pallade, idolo de' Troiani, cioè Iddio
di sapienza, che per loro sagacitadi e malizie si fece, sanza qual tolta
la detta terra pei Greci acquistare non si potea, in istatua d'oro nella
rocca d'Ilion di Troia permanendo, con fattura d'alquanti cittadini
traditori finalmente tra le mani de' Greci pervenne, per cui diserta e
abbassata incontanente fu Troia [in] ogni grandezza, secondo che nelle
sue istorie si legge.
Mi diparti' da Circie, che sottrasse
Me più d'un anno là sopra Gaeta
Prima che sì Enea la nominasse
¶ Perchè della morte d'Ulisse nel mondo mai come di Diomede certezza non
s'ebbe però qui di lui di ciò così si risponde, cominciandosi dal suo
dipartire da Circe, la quale, secondo le poetiche favole, fu una donna
figliuola del Sole, che, dimorando in alcuna montagna di Calavra, sopra
una terra nominata Gaeta, co' suoi beveraggi, bestie gli uomeni faceva
diventare; si che tornando alcuna volta il detto Ulisse di Grecia con
sua compagnia nella detta montagna pervenne, nella quale molta di sua
gente così abbeverata rimase, di che egli essendosi guardato ed
essendone istato da lei più volte richiesto, finalmente con alquanti
compagni da lei partendosi, così cercando il mare e la terra con loro
procedette, come nel presente testo apertamente si conta. Per la quale
Circe, figurativamente si comprende, la secura e negligente vita sanza
fama permanendo trapassa.
Cinque volte racceso e tante casso
Lo lume era di sotto da la luna
Poi ch'entrati eravam nell'alto passo
¶ Dimostrandosi, figurativamente favoleggiando, la qualità della
presente fine d'Ulisse, della quantità del suo trascorso tempo, qui si
ragiona dicendosi che cinque volte era acceso e spento il lume di sotto
della luna, il quale di sotto della luna s'intende la mezza parte di lei
che inverso la spera terrestre continuamente rimira, la quale di
necessità tutto il suo corso dall'uno accendere all'altro misurato
aopera, per cui cinque mesi lunari già per lo grande Oceano navigati si
segue, per lo quale, figurativamente, si considera il suo trascorrere
della mente per le mondane operazioni, per le quali a scura altezza
finalmente pervenne.