[23] Le due sue opere: _Il Tesoro_ e _Il Tesoretto_.
_Comincia il XVII Capitolo_
Ecco la fiera colla coda aguzza
Che passa i monti, rompe muri e arme
Ecco colei che tutto il mondo apuzza
In questo cominciamento la fiera forma dell'umana froda,
figurativamente, così si dimostra, la cui qualità ne' seguenti due gradi
permane, figurandola con umana figura a dimostrare che il principio
della froda sia di giusta e benigna apparenza, e con busto di serpente
macchiato di molti colori, a dimostrare il variato e 'l velenoso volere
che in lei si contiene e ch'ell'abbia sua coda aguzza a dimostrare che
finalmente sua operazione sia aguzza e mordente sempre in altrui
offensione. La quale in due acute punte sua punta divide siccome per due
modi finalmente offende, cioè con mezzo e sanza mezzo di fidanza,
dicendo ch'ella passi muri e armi, a dimostrare che nulla da lei si
difenda.
Com più color sommesse e sopraposte
Non fer ma' drappo Tarteri nè Turchi
Nè furn tai tele per Aragnia imposte
¶ Per esempro di variati colori della sopra detta fiera qui di coloro
che meglio tessendo colorano, a comparazione si ragiona, tra' quali
d'alcuna donna delle parti di Libia, nominata Aragnia, così si
conchiude, la quale, secondo le favole d'Ovidio, si anticamente sue tele
maravigliosamente sanza arte tesseva che con alcuna idea di sapienza,
nominata Pallas, alcuna volta a provare si produsse, con la quale
finalmente cotal prova perdette, per la quale arroganza la detta idea un
ragnatelo diventare la fece, dalla quale poi tutti gli altri così
nominati discesoro. La cui allegoria in cotal modo s'intende che sempre
ogni sottile intelletto e operazione contro all'ordinato senno dell'arte
perdente rimane.
Come talvolta stanno a riva i burchi,
Che parte sono in acqua e parte in terra,
E come là tra gli Tedeschi lurchi
Lo bivero s'assetta a far sua guerra
¶ Ancora per assempro del suo figurato permanere in su l'orlo del grado
presente e parte nel vano che sopra l'ottavo permane, qui della qualità
d'alcuno animale, nominato bivero, così si ragiona, che nelle lagune
della Magna naturalmente stando e vivendo di pesci, alcuna stagione
dell'anno, così a sua pastura s'acconcia, essendo di grandezza e di
forma come faina, ed avendo la coda formata di pescie, la quale con
tanta grassezza permane, che, stando alla riva, e percotendola
nell'acque, scandelle come d'olio per l'acqua rimagnono, alle quali i
pesci traendo, da lui finalmente son presi.
Per gli occhi fuori scoppiavan lor duolo;
Di qua, di là soccorrien colle mani
Quando a' vapori, e quando al caldo suolo
¶ Essendosi dimostrate le due qualità della terza presente parte del
settimo grado, cioè di quella che giace, e di quella che in andando non
passa, qui la sua terza ultimamente, sedendo a tale pena si truova, la
quale di coloro si considera che in arte contra natura procedono, i
quali usurari volgarmente s'appellano. E perchè in alcuna chiosa
dell'undecimo canto cotale offensione disaminata permane, però solamente
qui al loro essere così si procede, figurandogli nella detta rena sedere
con certe borse al collo di lor segni notate, a significare il rinsedio
dell'animo loro, che solamente a la moneta rimira, offendendo a Dio in
ciò, come di sopra si conta, tra' quali per conoscenza di loro detti
segni, d'alquante case e uomini speciali qui si ragiona, incominciandosi
in prima a Gianfigliazzi di Firenze per la borsa gialla con un leone
azzurro, che per loro arme si contiene. E seguentemente per la rossa con
l'oca bianca gli Obriachi della detta terra. E per la bianca con una
troia azzurra gli Scofrigni di Padova, pronunziando per cotal colpa
l'esser co' loro alcun suo vicino, nominato messer Vitaliano dal Dente
di Padova, e simigliantemente un altro cavaliere fiorentino, nominato
messer Gianni Buiamonte, nominandolo per suo segno che tre becchi neri
nel campo giallo si contiene; e così dimostrato il settimo grado
nell'ottavo oggimai si procede.
Omai si scende per sì fatte scale:
Monta dinanzi; ch'io vogli' esser mezzo
Sicchè la coda non possa far male.
¶ Essendosi generalmente tutte le qualitadi del settimo grado vedute,
qui alla dimostrazione dell'ottavo principalmente si scende, figurandosi
sopra la detta fiera, come nel presente testo si conta, a dimostrare che
solamente con la froda la froda si possa cercare, come nelle sopra
scritte chiose si contiene, e che Virgilio, cioè la ragione umana, in
mezzo tra 'l capo e la coda si contegna, a dimostrare che dove il senno
è mezzo tra cotal fine e altrui, avvedendosene che niente operando
danneggia. La qual così figurata Gierion si chiama a derivazione d'alcun
re delle parti d'occidente così nominato, il quale, secondo che per
Virgilio in alcuno luogo si tratta, fu il più frodolente uomo che mai la
natura formasse, conoscendo nel suo reggimento impressione di tre
qualitadi, cioè umana e di serpente e di scorpione, la cui
significazione assai chiaramente di sopra si contano.
Maggior paura non credo che fosse,
Quando Fetonte abandonò gli freni,
Per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse
¶ Per similitudine della paura di cotale scendere, alcuna favola poetica
d'un figliuol del Sole, nominato Fetonte qui ragionando si conta, la
quale in cotali modo permane: che alcuna volta scherzando, si come
fanciullo tra gli altri fanciulli, il detto Fetonte, detto gli fu che
figliuolo, come si tenea del Sole, non era, ond'egli adirato, alla madre
sua, nominata Elimine per certificarsi di ciò a domandarlane corse. La
quale certificandolone per più pruova di ciò, verso il padre in oriente
lo 'ndusse, dicendogli che per similitudine di sè e di lui assai certo
sarebbe. Ond'egli nell'oriente giunto, di ciò il padre suo, cioè il
Sole, di tal tema domandò. La cui risponsione certamente nel sì si
stesse, proferendogli liberamente come a figliuolo ciò che volesse. Per
la quale promessa il detto Fetonte, per provarlo, cotal grazia gli
chiese, che solamente un dì il suo carro gli lasciasse guidare; di che
il Sole molto nell'animo suo fu crucioso. Ma perchè promesso gli avea,
la sua domanda gli attenne, ammaestrandolo della via che col carro
dovesse tenere, e come di cavalli tegnendo gli freni si reggesse, il
quale essendo mosso, e sotto il segno del celestiale scorpione
ritrovandosi, di lui tanta paura comprese, che i freni de' suoi detti
cavalli abbandonati dimise, i quali, non sentendosi avere guida, fuori
della detta strada trascorrendo si misero. Per cui il cielo, come nella
sua galassia si vide, così si ricosse, e simigliantemente ardendo la
terra, a pregare l'alto Jove s'indusse, il quale per liberare lei e il
cielo, d'una saetta folgore il percosse, per la quale nel maggior fiume
d'Italia, cioè nel Po, morto finalmente cadde. La cui allegoria in cotal
modo permane, che male al padre e al figliuolo avegna, quando ogni
voglia del figliuolo si consenta, e così la temenza del presente testo
figurando si conta.
Nè quando Icaro misero le reni
Sentì spennar per la scaldata cera,
Gridando il padre a lui: mala via tieni
¶ Ancora simigliantemente, per assempro della detta temenza, qui
d'alcuno altro di Puglia, nominato Icaro, figliuolo di Dedalo a
ricordamento si toglie, il quale essendo col padre nell'isola di Creta
apposta del buon re Minos e non possendosi partire, essendo dal detto re
col detto Dedalo per sua eccellenza d'ingegno costretto, sanza arbitrio
di partirsi da lui, cioè dell'isola, così eran tenuti. Il quale
disiderando di sè libertade, e non trovando chi per mare il levasse, a
sè e al detto Icaro alie di penne con ingegno conpuose, ammaestrandolo,
che dietro a lui, nè più alto, nè più basso di lui, volando, tenesse,
assegniandogli ragioni, che, se più alto volasse, che la caldezza del
sole gli stempererebbe l'impegolata cera delle penne; e se più basso,
che l'umido della marina l'aggraverebbe. Ond'ei movendosi per passare
il mare, tra Creta e Puglia, ed essendosi in aria volando levati, e
sentendosi Icaro in su l'ali leggiero oltre il comandamento del padre in
alto si mise, gridandogli il padre che dietro a lui non così alto
volando tenesse. Per la qual sopra detta cagione, nella marina
finalmente cadde; quinci l'exempro presente procede, la cui allegoria
brevemente così si contiene, che finalmente ciascuno figliuolo fuor
dell'ammaestramento del padre operando, in suo danno procede.
_Comincia il XVIII Capitolo_
Logo in inferno detto Malabolge
Tinto[24] di pietra e di color ferrigno
Come la cerchia che d'intorno il volge
Siccome nel proemio delle presenti chiose e nell'undecimo canto si
contiene, l'ottavo infernal grado, nel quale qui a proceder si comincia,
in dieci parti, cioè qualitadi ordinate e distinte si divide, siccome
per dieci modi la semplice froda, cioè quella che fidanza non rompe
operando, si porge, la quale, come detto in questo presente grado
figurativamente, così si contiene, che in dieci gran fosse, circustante
l'una nell'altra, il suo spazio diviso si piglia, nel cui mezzo il vano
del nono grado permanga. Le quali, figurativamente, bolge si chiamano,
cioè luoghi per sè determinati sotto una generale qualità, nelle quali,
secondo la gravezza del peccato, di lor modi d'una in altra
ordinatamente si procede. ¶ Alle quali incominciando in questo canto,
prima quella de' ruffiani si dimostra, nella quale, figurativamente, con
contrario andamento d'anime si pone, a dimostrare che due modi contradi
la froda e lo 'nganno contra le femmine operata si segnia, cioè per suo
propio diletto, o per altrui, per amistà, o per guadagno promesso, e che
de' certi diavoli isforzati sieno a significare i lor disii, da' quali
continovamente nelle operazioni spronati sono, tra quali per simiglianti
nelle seguenti chiose d'alquanti si fa menzione.
Io fu' colui che la Ghisola bella
Condussi a far la voglia del marchese
Come che suoni la sconcia novella
¶ Per l'una qualità della presente colpa, qui d'alcuno cavaliere
bolognese, nominato Messer Vinedico di Caccianimisi si ragiona, il
quale, per certa quantità di moneta, la serocchia carnale alla voglia
del marchese Obizo da Este carnalmente condusse; e per dimostrare che
Bologna, più ch'altra terra di tal vizio più sia corrotta, di ciò
favellando così si ragiona, prendendo per segno di lei il sito suo tra
due fiumi, cioè tra Savena e Reno, e simigliantemente per alcuno suo
vocabolo che sipa[25] favellando producano.
Il buon maestro, sanza mia domanda,
Mi disse: guarda quel grande, che viene,
E per dolor non par lagrime spanda
¶ Dell'altra qualità della presente bolgia, qui di Jansone, figliuolo
de' re Ysion, e fratello del re Pelleo di Grecia si ragiona, la cui
storia in cotal modo permane: che regnando il detto re Pelleo colla
corona di Grecia, e sentendo appresso di sè Jansone suo fratello, di
valoroso e magnanimo cuore, con gran temenza che non gli togliesse il
dominio di lui dimorava; per la qual cosa con intenzione di farlo morire
nelle parti di Chochia, a conquistare un certo montone d'oro, con certa
cavalleria cavalcar lo fece, il quale, essendo giunto nella detta parte,
e proveduto alla guardia del detto montone, la quale era un aspro
dragone, i cui denti prima si dovieno avere che 'l montone, e in un
certo giardino seminarli con salvatici buoi, de quali denti doveano
cavalieri nascere, co' quali si conquista il Montone, come ciò potesse
fornire, e nol sapiendo, dimorando pensava. Nella quale dimora, alcuna
figliuola de' re di Chocia, nominata Medea, siccome vaga di lui,
promettendo gli disse che, se per moglie la togliesse, che il modo
d'acquistarlo gl'insegnerebbe. Ond'egli il suo volere accettando, per
suo ammaestramento arando e seminando, come di sopra si conta, così
fece; con la qual Medea, e col montone, nelle sue parti vittorioso
tornossi. Nelle quali dimorato alcuno tempo, Medea sua moglie, siccome
iscienziata persona delle sette arti, alla vecchiezza del suocero suo,
cioè di Yxion, procurando provide, facendo alcuna acqua da ringiovanire,
al quale le sue vene aprendogli e della detta acqua rimettendoglivi in
giovane prosperità lui produsse. La qual cosa le figliuole del re Pelleo
veggiendo, graziosamente per lo padre cotal medicina le chiesero.
Ond'ella, maliziosamente, acciò ch'ei morisse, perchè a Giasone
procedesse i' reame, il sopra detto modo con altra acqua insegnando
compuose; colla qual medicina, credendosi far bene al padre, dormendo
tagliaron le veni, rimettendovi la maliziosa acqua detta, per la quale
il detto re Pelleo finalmente morto rimase, a Jasone la signoria del
reame, colla quale signoria permanendo, lasciando Medea, un'altra moglie
riprese; per lo qual dolore ella celatamente due suoi figliuoli in
alcuno convito mangiare gli fece, per lo quale inganno parte di suo
dovere qui della presente bolgia si segue.
Ivi con segni e com parole ornate
Ysifile ingannò, la giovinetta
Che prima avea tutte l'altre ingannate
¶ Ancora del detto Iasone d'un altro ingannato simigliantemente così si
ragiona, che, andando nel sopra detto paese di Chochia ad alcuna isola
di mare, nominata Lenno, pervenne, della quale, secondo i poeti, tutte
le femmine con saramento insieme d'uccidere tutti i loro maschi, per
alcuno odio ch'era tra loro e loro, fermamente si proposero. Per lo
quale, sentendo i' re della detta isola la notte che ciò si faceva, il
lamento e 'l pianto che de' suoi medesimi ciascuna faceva, a sua
figliuola, nominata Isifile, domandamento ne fece, la quale
rispondendogli la continenza giurata gli disse, e simigliantemente che
della terra, cioè dell'isola incontanente si dovesse partire, però che a
lei il cuore non sofferìa, come all'altre d'ucciderlo. Per la quale,
partita l'altre da lei in cotal modo, ricevettero inganno. E così sole
per alcun tempo stando, il detto Jiasone, come è detto di sopra, quivi
ad esse pervenne, nella quale per pugna d'assedio con certi compagni, a
patti finalmente fu messo, dove colla reina delle dette femmine,
nominata Isifile, a stare carnalmente si mise, promettendole che nella
sua tornata nelle sue parti la menerebbe. E così gravida di lui, nel
detto luogo, sanza tornarvi mai, vi rimase. Per lo quale inganno
simigliantemente qui si concede.
Quindi sentimo giente, così nicchia[26]
Nell'altra bolgia, che col muso isbuffa
E sè medesma colle palme picchia
¶ Veduta la qualità della prima bolgia, qui nella seconda si procede,
nella quale la frodolente qualità di lusinghieri così si conchiude, che,
si come da vilisimo intelletto allusingar dipende confessando altrui
così nel male come nel bene a ben piacere per effetto d'alcuna utilità,
così nel male per lo fastidio che di ciò nella mente si sostenne,
figurativamente qui in alcuna bruttura di sterco sommessi, tra' quali un
cavaliere di Lucca nominato messer Alesso Intermintelli per simigliante
si trova.
Taide la puttana che rispose
Al drudo suo quando disse: ò io grazie
Grandi apoi te: anzi maravigliose
¶ Ancora per simigliante della presente qualità, secondo che per
Terenzio in alcuna sua comedia si tratta, d'una femmina nominata Taide
così si ragiona: che tra l'altre sue lusinghe alcuna volta, essendo
d'alcuno uomo amata, mostrando d'amare lui, e niente l'amava, ritraendo
con lusinghe da lui assai frutto, ed essendo da lui domandata se mai
grazie da lei aspettando le avesse, rispose di sì, e che maravigliose
sarebbono, per le quali qui così si concede.