La carrozza che doveva condurre Emilia e la zia a Tolosa fu alla porta
di buonissim'ora. La signora Cheron comparve alla colazione prima che
vi giungesse la nipote, e piccata dall'abbattimento in cui la vide
quando comparve, glielo rimproverò in un modo poco acconcio a farlo
cessare. Non senza molta difficoltà, Emilia potè ottenere di condur
seco il cane tanto amato da suo padre. La zia, premurosa di partire,
fece avanzare la carrozza; la vecchia Teresa stava sulla porta per
congedarsi dalla sua padrona. «Dio vi accompagni, signorina,» le
disse.
Emilia non potè rispondere che stringendole teneramente la mano.
Molti degl'infelici che ricevevano soccorsi da suo padre, erano
dinanzi alla porta del giardino, e venivano per salutare
l'afflittissima Emilia. Essa distribuì tutto il danaro che aveva in
tasca, e si ritirò nella carrozza con un profondo sospiro. I
precipizi, l'altezza gigantesca dei Pirenei, e tutte le altre
magnifiche vedute, rammentarono a Emilia mille interessanti
rimembranze; ma questi oggetti d'ammirazione entusiastica, non
eccitavano più allora in lei che il dolore ed i dispiaceri.
Valancourt intanto era ritornato a Estuvière col cuore tutto pieno di
Emilia. Qualche volta si abbandonava ai sogni di un avvenire felice,
più spesso cedeva alle inquietudini, e fremeva dell'opposizione che
potrebbe trovare nei parenti di Emilia. Egli era l'ultimo figlio di
un'antica famiglia di Guascogna. Avendo perduto i genitori
nell'infanzia, la sua educazione e la sua tenue legittima erano state
affidate al conte Duverney, suo fratello maggiore di vent'anni. Egli
aveva un'elevazione di spirito ed una grandezza d'animo che lo
facevano brillare negli esercizi in allora chiamati _eroici_. La sua
sostanza era diminuita ancora per le spese della sua educazione; ma il
fratello maggiore parea pensare forse che il suo genio e i suoi
talenti avrebbero supplito alle ingiurie della fortuna; offrivano essi
una prospettiva brillante a Valancourt nella carriera militare, il
solo allora che potesse essere abbracciato ragionevolmente da un
gentiluomo; ed in conseguenza entrò al servizio.
Aveva ottenuto un congedo dal reggimento, quando intraprese il viaggio
dei Pirenei, all'epoca in cui aveva conosciuto Sant'Aubert. Il suo
permesso stando per ispirare, aveva perciò maggior premura di
presentarsi ai parenti di Emilia: temeva di trovarli contrari ai suoi
voti. Il suo patrimonio, col mediocre supplemento di quello di Emilia,
sarebbe bastato ad entrambi, ma non potea soddisfare nè la vanità, nè
l'ambizione.
Frattanto le nostre viaggiatrici avanzavano: Emilia si sforzava di
mostrarsi contenta, e ricadeva nel silenzio e nell'abbattimento. La
Cheron attribuiva la sua malinconia al dispiacere di allontanarsi
dall'amante; persuasa che il dolore della nipote per la morte del
padre non fosse che un'affettazione di sensibilità, costei faceva di
tutto per metterlo in ridicolo.
Finalmente giunsero a Tolosa. Emilia essendovi stata molti anni
addietro, glie n'era rimasta una debolissima rimembranza. Restò
sorpresa del fasto della casa e dei mobili; forse la modesta eleganza
cui era assuefatta, fu la cagione del suo stupore. Seguì la Cheron
traverso una vasta anticamera piena di servi vestiti di ricche livree,
entrò in un bel salotto ornato con più magnificenza che gusto, e la
zia ordinò che servissero la cena.
«Son contenta di trovarmi nel mio castello,» diss'ella abbandonandosi
su di un gran canapè; «ci ho tutta la mia gente intorno; detesto i
viaggi, sebbene dovessi amarli, perchè tutto ciò che vedo fuori di
qua, mi fa sempre trovare ogni cosa più bella nel mio palazzo. Ebbene!
non dite nulla? Perchè sì muta, Emilia?»
Questa trattenne le lacrimo che le sfuggivano, e finse di sorridere.
La sua zia si diffuse molto sullo splendore della casa, sulle
conversazioni, e finalmente su ciò che aspettava da Emilia, il cui
riserbo e la cui timidezza passavano ai di lei occhi per orgoglio ed
ignoranza. Ne prese motivo par rimproverarla, non conoscendo ciò ch'è
necessario per guidare uno spirito, il quale, diffidando delle proprie
forze, possedendo un discernimento delicato, e immaginandosi che gli
altri abbiano maggiori lumi, teme di esporsi alla critica, e cerca
rifugio nell'oscurità del silenzio.
La cena interruppe l'altiero discorso della signora Cheron, e le
riflessioni umilianti ch'essa vi mescolava per la nipote. Dopo cena,
la Cheron si ritirò nel suo appartamento, ed una cameriera condusse
Emilia al suo; salirono una larga scala, traversarono diversi
corridoi, scesero qualche gradino, e passarono per uno stretto andito
in una parte remota della casa; infine la cameriera aprì la porta di
una stanzuccia, e disse esser quella destinata per la signora Emilia:
la fanciulla, rimasta sola, si diede in preda a tutto l'eccesso del
dolore che non poteva più contenere. Coloro che sanno per esperienza a
qual punto il cuore s'affezioni agli oggetti anche inanimati allorchè
ne ha preso l'abitudine, quanto stenti a lasciarli, con qual tenerezza
li ritrovi, con qual dolce illusione crede vedere gli antichi amici,
costoro soli comprenderanno l'abbandono in cui si trovava allora
Emilia, bruscamente tolta dall'unico ricetto ch'ella riconoscesse
dall'infanzia, e gettata sopra un teatro e fra persone che le
spiacevano ancor più pel carattere che per la novità. Il fido cane di
suo padre era con lei nella cameretta, l'accarezzava, e le leccava le
mani mentr'ella piangea. «Povera bestia,» diceva essa; «non ho più
nessun altro che te per amico.»