CAPITOLO IX

La mattina seguente, Emilia fece accendere il fuoco nella camera da

letto del padre, e vi andò ond'eseguire scrupolosamente i di lui

ordini: chiuse la porta per non essere sorpresa, ed aprì il gabinetto

dov'erano i manoscritti; là, in un canto, presso un seggiolone, eravi

il medesimo tavolino ove avea veduto assiso il padre la notte

precedente alla loro partenza, ed essa non dubitò più che le carte di

cui le aveva parlato, non fossero quelle stesse la cui lettura gli

cagionava allora tanta emozione. La vita solitaria vissuta da Emilia,

i malinconici subietti de' suoi consueti pensieri avevanla resa

suscettibile di credere a spettri e fantasime. Era in ispecie

passeggiando la sera in una casa deserta, ch'ella avea rabbrividito

più volte a pretese apparizioni, che non l'avrebbero mai colpita

quand'era felice: tal fu la causa dell'effetto da lei provato,

allorchè, alzando gli occhi per la seconda volta sulla sedia posta in

un canto oscuro, vi scorse l'imagine del genitore. Fu colta da

terrore, ed uscì a precipizio. Poco stante rimproverossi la sua

debolezza nel compiere un dovere così serio, e riaperse il gabinetto.

A tenore delle istruzioni ricevute trovò ben presto il nodo che doveva

servirle di guida: calcò col piede, e la tavola scorse da per sè sotto

la contigua. Emilia vi ritrovò il fascio di carte, la borsa dei luigi,

e qualche altro foglio sparso; prese tutto con mano tremante, richiuse

il segreto, e disponevasi a rialzarsi, quando si vide ancora dinanzi

l'imagine che l'avea spaventata: ella si precipitò nella camera, e

cadde sopra una sedia svenuta; poco dopo rinvenne, e superò in breve

quella spaventevole, ma pietosa sorpresa dell'immaginazione. Tornò

alle carte, ma avea la testa sì poco a casa, che fissò gli occhi quasi

involontariamente sopra le pagine aperte, senza pensare che

trasgrediva agli ordini formali del padre; una frase di estrema

importanza risvegliò l'attenzione e la memoria di lei. Abbandonò le

carte, ma non potè cancellare dallo spirito le parole che rianimavano

così vivamente il suo terrore e la sua curiosità; essa erane

estremamente commossa. Più meditava, e più la sua immaginazione

accendevasi. Spinta dalle più imperiose ragioni, voleva conoscere il

mistero che si nascondeva in quella frase; si pentiva del giuramento

fatto, ed arrivò perfino a dubitare di essere obbligata ad osservarlo;

ma il suo errore non fu di lunga durata.

«Ho promesso,» diss'ella, «e non devo discutere, ma obbedire:

allontaniamo una tentazione che mi renderebbe colpevole, giacchè mi

sento forza bastante per resistere.» E all'istante tutto fu arso.

Aveva lasciata la borsa sul tavolino senza aprirla; ma accorgendosi

che conteneva qualcosa di più grosso dei dobloni, si mise ad

esaminarla.

«La sua mano ve li pose,» dicea ella baciando ogni moneta ed

irrigandola di lagrime; «la sua mano, che or non è più se non fredda

polvere!»

Vi trovò in fondo un pacchettino, contenente una scatoletta d'avorio

nella quale esisteva il ritratto d'una signora. Stupì e sclamò: «È la

stessa dinanzi la quale piangeva mio padre!» Per quanto la

considerasse attentamente, non potè precisarne la somiglianza: essa

era di peregrina beltà. La sua espressione particolare era la

dolcezza, ma vi regnava un'ombra di tristezza e rassegnazione.

Sant'Aubert non le aveva prescritto nulla a proposito di questa

pittura. Emilia credè poterla conservare, e rammentandosi in qual modo

le avesse parlato della marchesa di Villeroy, s'immaginò facilmente

che quello ne fosse il ritratto: pur non sapeva comprendere per qual

ragione egli l'avesse conservato.

La fanciulla osservava la miniatura, senza comprendere l'interesse che

prendeva a contemplarla, e il movimento d'affetto e di pietà che

sentiva in sè. Ricci di capelli bruni scherzavano trascuratamente

sovra un'ampia fronte: avea il naso quasi aquilino. Le labbra

sorridevano, ma con malinconia: sollevava gli occhi cilestri al cielo

con amabil languore, e la specie di nube sparsa su tutta la sua

fisonomia parea esprimere la più viva sensibilità.

Emilia fu scossa dalla profonda meditazione in cui l'aveva gettata

quel ritratto, sentendo aprire la porta del giardino: conobbe che

Valancourt ritornava al castello, e le abbisognarono alcuni momenti

per rimettersi. Quando lo incontrò nel salotto, fu colpita dal

cambiamento della sua fisonomia dopo la loro separazione nel

Rossiglione: il dolore e l'oscurità le avevano impedito di

accorgersene la sera precedente; ma l'abbattimento di Valancourt cedè

alla gioia di vederla.

«Voi vedete,» le disse, «ch'io faccio uso del permesso da voi

accordatomi. Vengo per dirvi addio, sebbene abbia avuto la fortuna

d'incontrarvi ieri soltanto.»

Emilia sorrise debolmente, e, come imbarazzata di ciò che dovrebbe

dire, gli domandò da quanto tempo fosse tornato in Guascogna. «Vi sono

da...» disse Valancourt facendosi rosso, «dopo aver avuta la disgrazia

di separarmi da amici che mi avevano reso così delizioso il viaggio

dei Pirenei; ho fatto un giro assai lungo.»

Una lacrima scorse dagli occhi d'Emilia mentre Valancourt parlava;

egli se ne avvide e parlò di tutt'altro; lodò il castello, la sua

bella situazione ed i punti di vista che offriva. Emilia,

imbarazzatissima per quel colloquio, scelse con piacere un soggetto

indifferente. Andarono sul terrazzo, e Valancourt fu incantato dalla

vista del fiume, dei prati, e dei quadri molteplici che presentava la

Guienna.

Si appoggiò al parapetto, contemplando il rapido corso della Garonna.

«Non è molto tempo,» diss'egli, «che sono rimontato fino alla sua

sorgente; io non aveva allora la fortuna di conoscervi, poichè in tal

caso avrei dolorosamente sentita la vostra assenza.»

Il giovane tacque, e sedette accanto a lei, muto e tremante;

finalmente disse con voce interrotta: «Questo luogo delizioso....

dovrò abbandonarlo, e abbandonerò anche voi, forse per sempre.

Questi momenti possono non tornar più; non voglio perderli: soffrite

intanto che, senza offendere la vostra delicatezza e il vostro dolore,

vi esprima una volta tutta l'ammirazione, e la riconoscenza che

m'inspira la vostra bontà. Oh! se io potessi avere un giorno il

diritto di chiamare amore il vivo sentimento che...»

La commozione di Emilia non le permise di rispondere, e Valancourt,

avendo gettato gli occhi su di lei, la vide impallidire e sul punto

di venir meno: fece un moto involontario per sostenerla, e questo moto

bastò a farla rinvenire con certo quale spavento. Quando Valancourt

riprese la parola, tutto in lui, e perfino la voce, manifestava

l'amore il più tenero.

«Io non ardirei,» soggiunse egli, «parlarvi più a lungo di me: ma

questo momento crudele avrebbe meno amarezza, se potessi portar meco

la speranza, che la confessione, testè sfuggitami, non mi escluderà in

avvenire dalla vostra presenza.»

Emilia fece un nuovo sforzo per vincere la confusione delle sue idee.

Temeva di tradire il suo cuore, e di lasciar conoscere la preferenza

che accordava a Valancourt. Ella esitava a manifestare i sentimenti

ond'era animata, non ostante che il cuore ve la spingesse con molta

vivacità. Nonpertanto, riprese coraggio, per dirgli che si trovava

onorata dalla bontà d'una persona, per la quale suo padre aveva avuto

tanta stima.

«Egli mi ha dunque giudicato degno della sua stima?» disse Valancourt

con dubbiosa timidezza; poi, rimettendosi, soggiunse: «Perdonate

questa domanda; io so appena ciò che voglia dirmi. Se ardissi

lusingarmi della vostra indulgenza, se voi mi concedeste la speranza

di avere qualche volta le vostre nuove, mi separerei da voi con

maggior tranquillità.»

Dopo un momento di silenzio, Emilia rispose: «Io sarò sincera con voi;

voi vedete la mia situazione, e son certa che vi ci adatterete. Vivo

in questa casa, che fu quella del padre mio, ma ci vivo sola. Oimè! Io

non ho più genitori, la cui presenza possa autorizzare le vostre

visite...

--Non affetterò di non sentire questa verità,» disse il giovane. Poi

aggiunse tristamente: «Ma chi m'indennizzerà del sacrificio che mi

costa la mia franchezza? Almeno mi permetterete voi di presentarmi ai

vostri parenti.»

La fanciulla confusa, non sapeva che rispondere conoscendone la

difficoltà. Il suo isolamento e la sua posizione non le lasciavano un

amico del quale potesse ricevere un consiglio. La Cheron, unica sua

parente, era occupata solo de' propri piaceri, e trovavasi talmente

offesa della ripugnanza di Emilia a lasciar la valle, che sembrava non

pensar più a lei.

«Ah! io lo vedo,» disse Valancourt, dopo un lungo silenzio, «conosco

che mi sono lusingato di troppo. Voi mi credete indegno della vostra

stima. Viaggio fatalissimo! Io lo riguardava come l'epoca più

fortunata della mia vita: quei giorni deliziosi avveleneranno il mio

avvenire.»

Qui si alzò bruscamente, e passeggiando a gran passi sul terrazzo, gli

si vedeva la disperazione dipinta in volto. Emilia ne fu vivamente

commossa. I movimenti del suo cuore trionfarono della di lei

timidezza, e quando egli le fu vicino, gli disse con una voce che la

tradiva: «Voi fate torto ad amendue, quando dite ch'io vi credo

indegno della mia stima; devo confessare che la possedete da molto

tempo, e che....»

Valancourt aspettava impaziente la fine della frase, ma le parole le

spirarono sul labbro: i suoi occhi nullameno manifestavano tutte

l'emozioni del di lei cuore; Valancourt passò rapidamente

dall'imbarazzo alla gioia. «Emilia,» esclamò egli, «mia cara Emilia. O

cielo! come resistere a tanta felicità!»

Si accostò alla bocca la mano della fanciulla; essa era fredda e

tremante, e Valancourt la vide impallidire; si rimise però

prontamente, e gli disse sorridendo: «mi pare di non essere ancora

ristabilita dal colpo terribile che ha ricevuto il mio povero cuore.

--Perdonatemi,» le rispose il giovane, «io non parlerò più di ciò che

può eccitare la vostra sensibilità.» Poi, obliando la sua

risoluzione, cominciò a parlare nuovamente di sè medesimo.

«Voi non sapete,» le disse, «quanti tormenti ho sofferti vicino a voi,

quando senza dubbio, se mi onoravate d'un pensiero, voi dovevate

credermi molto lontano di qui. Non ho cessato di vagolar tutte le

notti intorno a questo castello avvolto in una profonda oscurità;

quanto m'era delizioso il sapermi vicino a voi! Godeva nell'idea che

vegliava intorno al vostro ritiro, e che voi gustavate sonno

tranquillo. Questi giardini non sono nuovi per me. Una sera scavalcai

la siepe, e passai una delle più felici ore della mia vita sotto la

finestra, che credeva la vostra.»

Emilia s'informò quanto tempo Valancourt fosse stato nel vicinato.

«Molti giorni,» rispos'egli; «io voleva profittare del permesso

accordatomi da Sant'Aubert. Non capisco com'egli avesse questa bontà,

ma sebbene lo desiderassi vivamente, quando si avvicinava il momento,

io perdeva il coraggio, e differiva la mia visita. Era alloggiato in

un villaggio poco discosto, e scorreva co' miei cani i dintorni di

questo bel paese, anelando la fortuna d'incontrarvi, senza aver

l'ardire di venire a trovarvi.»

Passarono circa due ore in questa conversazione; finalmente

Valancourt, alzandosi: «Bisogna ch'io parta,» disse tristamente, «ma

colla speranza di rivedervi, e con quella di offrire il mio rispetto e

la mia servitù ai vostri parenti. La vostra bocca mi confermi in tale

speranza.

--I miei parenti si chiameranno fortunatissimi di far la conoscenza

d'un antico amico del padre mio.»

Valancourt le baciò la mano, e restarono immobili senza potersi

allontanare. Emilia taceva, teneva gli occhi bassi, e quelli di

Valancourt stavano fissi in lei. In quel punto, udirono camminare

frettolosamente dietro al platano.

La fanciulla, voltandosi, vide la signora Cheron; arrossì, e fu

assalita da improvviso tremito; pure si alzò, e corse incontro alla

zia.

«Buon giorno, nipote mia,» disse la Cheron gettando uno sguardo di

sorpresa e curiosità su Valancourt, «buon giorno, nipote mia, come

state? Ma la domanda è inutile; il vostro volto indica bastantemente

che vi siete già consolata della vostra perdita.

--Il mio volto in tal caso mi fa torto, signora; la perdita da me

fatta non può mai essere riparata.

--Bene!... Bene!... non voglio affliggervi. Voi somigliate moltissimo

a vostro padre... e certo sarebbe stata una fortuna pel pover'uomo se

avesse avuto un carattere diverso.»

Emilia non volle replicare, e le presentò l'afflitto Valancourt; il

giovane rispettosamente salutò la signora Cheron, la quale gli

restituì una fredda riverenza, guardandolo con piglio sdegnoso. Dopo

qualche momento egli si congedò da Emilia con un'aria che le faceva

bastantemente conoscere il suo dolore di allontanarsi, e lasciarla in

compagnia della zia.

«Chi è quel giovine?» disse questa con asprezza; «suppongo sarà uno

dei vostri adoratori; ma io credeva, nipote mia, che aveste un po' più

rispetto delle convenienze, per ricevere le visite d'un giovinetto

nello stato di solitudine in cui siete. Il mondo osserva questi falli;

se ne parlerà, credetelo a me, che ho più esperienza di voi.»

Emilia, punta da un rimprovero così violento, avrebbe voluto

interromperla, ma la zia continuò: «È necessariissimo che vi troviate

sotto la direzione d'una persona in grado di guidarvi più di quello

che possiate farlo voi stessa. In verità, ho poco tempo per un compito

tale; nondimeno, giacchè il vostro povero padre, negli ultimi istanti

di sua vita, mi ha pregato di vegliare sulla vostra condotta, sono

obbligata d'incaricarmene; ma sappiate, nipote cara, che se non vi

determinate alla massima docilità, non mi tormenterò troppo a riguardo

vostro.»

Emilia non si provò neppure a rispondere. Il dolore, l'orgoglio ed il

sentimento della sua innocenza la contennero fino al momento in cui la

zia aggiunse: «Io son venuta a prendervi per condurvi a Tolosa; mi

dispiace però che vostro padre sia morto con sì tenue sostanza:

malgrado ciò, vi prenderò in casa mia. Quel benedetto vostro padre è

stato sempre più generoso che previdente; in caso diverso egli non

avrebbe lasciato sua figlia alla discrezione dei parenti.

--E così appunto non ha fatto,» disse Emilia freddamente; «il

disordine della sua fortuna non proviene tutto da quella nobile

generosità che lo distingueva: gli affari del signor Motteville

possono accomodarsi, come spero, senza rovinare i creditori, e fino a

quell'epoca mi stimerò fortunatissima di risiedere nella valle.

--Non ne dubito,» rispose la Cheron, con un sorriso pieno d'ironia.

«Oh! non ne dubito; e vedo quanto la tranquillità ed il ritiro furono

salutari al ristabilimento del vostro spirito. Non vi credeva capace,

nipote mia, di una simile doppiezza. Quando mi allegavate questa

scusa, io ci credeva in buona fede, e non mi aspettava certo di

trovarvi in una compagnia tanto amabile come quella del signor La....

Va.... me ne sono scordata il nome. Si vede che osservate bene le

convenienze!...»

Emilia si fece di fuoco, raccontò la relazione di Valancourt e di suo

padre, la circostanza della pistolettata, e il seguito de' loro

viaggi; vi aggiunse l'incontro fortuito del giorno precedente, e

confessò infine che Valancourt le aveva dimostrato qualche interesse,

e domandato il permesso di rivolgersi a' suoi parenti.

«E chi è quel giovine avventuriere?» disse la Cheron; «quali sono le

sue pretese?

--Ve le spiegherà egli stesso, o signora; mio padre lo conosceva, ed

io lo credo irreprensibile.

--Sarà un cadetto,» sclamò la zia, «e per conseguenza un mendico. Così

dunque mio fratello s'appassionò per cotesto giovine in pochi giorni!

già fu sempre così; nella sua gioventù prendeva inclinazione o

avversione, senza potere indovinarne il motivo; ed ho osservato più

volte, che le persone dalle quali si allontanava, erano sempre più

amabili di quelle che l'interessavano; ma dei gusti non si può

disputare. Era assuefatto a fidarsi molto della fisonomia; qual

ridicolo entusiasmo! Cos'ha di comune il volto d'un uomo col suo

carattere? Un uomo dabbene non potrà forse qualche volta avere una

fisonomia spiacevole?»

La Cheron pronunziò questa sentenza col tuono trionfante di una

persona, la quale, credendo aver fatta una grande scoperta, se ne

applaudisce, e pensa non si possa contraddirla.

Emilia, desiderando finire quel colloquio, pregò la zia di accettare

qualche rinfresco.

Appena giunta a casa, questa le ordinò di fare i suoi preparativi

della partenza per Tolosa fra due o tre ore. Essa la scongiurò di

differire almeno fino al giorno seguente, e l'ottenne con qualche

difficoltà.

Il resto del giorno fu passato nell'esercizio di una pedantesca

tirannia per parte della zia, e nei disgusti e nel dolore per parte

della nipote. Appena quella si fu ritirata, Emilia diede l'ultimo

addio alla casa, ch'era stata la sua culla. La lasciava senza sapere

il tempo della sua assenza, e per un nuovo genere di vita che ignorava

assolutamente; ma non poteva vincere il presentimento che non sarebbe

mai più ritornata nella valle. Mentre era nella biblioteca paterna, e

che sceglieva qualche libro per portar seco, Teresa aprì la porta

onde assicurarsi, secondo il consueto, se tutto era in ordine, e restò

sorpresa di trovare colà la padroncina. Emilia le diede le opportune

istruzioni pel mantenimento del castello.

«Oimè!» le disse Teresa; «voi dunque partite? Se non m'inganno però mi

sembra che voi sareste più felice qui, che non dove vogliono

condurvi.»

Emilia non le rispose, e tornò nella sua camera. Ivi giunta, si mise

alla finestra, e vide il giardino fiocamente illuminato dalla luna che

sorgea allora al disopra dei fichi. La placida bellezza della notte

accrebbe il di lei desiderio di gustare un tristo piacere, facendo

pure i saluti ai luoghi prediletti della sua infanzia. Si sentì spinta

a scendere, e gettandosi indosso il velo leggero col quale soleva

passeggiare, entrò a cauti passi nel giardino, e si diresse

celeremente verso i boschetti lontani, lieta di respirar ancora

un'aura libera e sospirare senza essere osservata da veruno. Il

profondo riposo della natura, i soavi effluvi diffusi dal notturno

zeffiro, la vasta estensione dell'orizzonte e l'azzurro firmamento

stellato rapivano in dolce estasi l'anima sua e la portavano

gradatamente a quelle altezze sublimi donde le orme di questo mondo

svaniscono.

Emilia fissò gli occhi sul platano, e vi riposò per l'ultima volta.

Quivi, ancor poche ore prima, ella discorreva con Valancourt.

Ricordossi la confessione da lui fatta che spesso vagolava la notte

intorno alla sua dimora, che ne scavalcava il recinto; e d'improvviso

pensò che in quel momento stesso egli poteva trovarsi forse in

giardino. La paura d'incontrarlo, il timore altresì delle censure

della zia la indussero a ritirarsi in casa. Si fermava spesso ad

esaminare i boschetti prima di traversarli; vi passò senza vedere

alcuno; ma giunta ad un gruppo di mandorli più vicino alla casa, ed

essendosi voltata per vedere ancora il giardino, credette scorgere

una persona uscire dai pergolati più tenebrosi ed avviarsi lentamente

per un viale di tigli, allora illuminato dalla luna. La distanza, la

luce troppo fioca, non le permisero d'accertarsi se fosse illusione o

realtà. Continuò a guardare alcun tempo, e poco dopo credette udir

camminare a sè vicino. Rientrò a precipizio, e tornata nella sua

stanza, aprì la finestra nel momento in cui qualcuno penetrava sotto i

mandorli, nel luogo stesso da lei lasciato poc'anzi. Chiuse la

finestra, e, benchè agitatissima, potè gustare qualche ora di sonno.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 1 · 第 10 / 14 题