La mattina seguente, Emilia fece accendere il fuoco nella camera da
letto del padre, e vi andò ond'eseguire scrupolosamente i di lui
ordini: chiuse la porta per non essere sorpresa, ed aprì il gabinetto
dov'erano i manoscritti; là, in un canto, presso un seggiolone, eravi
il medesimo tavolino ove avea veduto assiso il padre la notte
precedente alla loro partenza, ed essa non dubitò più che le carte di
cui le aveva parlato, non fossero quelle stesse la cui lettura gli
cagionava allora tanta emozione. La vita solitaria vissuta da Emilia,
i malinconici subietti de' suoi consueti pensieri avevanla resa
suscettibile di credere a spettri e fantasime. Era in ispecie
passeggiando la sera in una casa deserta, ch'ella avea rabbrividito
più volte a pretese apparizioni, che non l'avrebbero mai colpita
quand'era felice: tal fu la causa dell'effetto da lei provato,
allorchè, alzando gli occhi per la seconda volta sulla sedia posta in
un canto oscuro, vi scorse l'imagine del genitore. Fu colta da
terrore, ed uscì a precipizio. Poco stante rimproverossi la sua
debolezza nel compiere un dovere così serio, e riaperse il gabinetto.
A tenore delle istruzioni ricevute trovò ben presto il nodo che doveva
servirle di guida: calcò col piede, e la tavola scorse da per sè sotto
la contigua. Emilia vi ritrovò il fascio di carte, la borsa dei luigi,
e qualche altro foglio sparso; prese tutto con mano tremante, richiuse
il segreto, e disponevasi a rialzarsi, quando si vide ancora dinanzi
l'imagine che l'avea spaventata: ella si precipitò nella camera, e
cadde sopra una sedia svenuta; poco dopo rinvenne, e superò in breve
quella spaventevole, ma pietosa sorpresa dell'immaginazione. Tornò
alle carte, ma avea la testa sì poco a casa, che fissò gli occhi quasi
involontariamente sopra le pagine aperte, senza pensare che
trasgrediva agli ordini formali del padre; una frase di estrema
importanza risvegliò l'attenzione e la memoria di lei. Abbandonò le
carte, ma non potè cancellare dallo spirito le parole che rianimavano
così vivamente il suo terrore e la sua curiosità; essa erane
estremamente commossa. Più meditava, e più la sua immaginazione
accendevasi. Spinta dalle più imperiose ragioni, voleva conoscere il
mistero che si nascondeva in quella frase; si pentiva del giuramento
fatto, ed arrivò perfino a dubitare di essere obbligata ad osservarlo;
ma il suo errore non fu di lunga durata.
«Ho promesso,» diss'ella, «e non devo discutere, ma obbedire:
allontaniamo una tentazione che mi renderebbe colpevole, giacchè mi
sento forza bastante per resistere.» E all'istante tutto fu arso.
Aveva lasciata la borsa sul tavolino senza aprirla; ma accorgendosi
che conteneva qualcosa di più grosso dei dobloni, si mise ad
esaminarla.
«La sua mano ve li pose,» dicea ella baciando ogni moneta ed
irrigandola di lagrime; «la sua mano, che or non è più se non fredda
polvere!»
Vi trovò in fondo un pacchettino, contenente una scatoletta d'avorio
nella quale esisteva il ritratto d'una signora. Stupì e sclamò: «È la
stessa dinanzi la quale piangeva mio padre!» Per quanto la
considerasse attentamente, non potè precisarne la somiglianza: essa
era di peregrina beltà. La sua espressione particolare era la
dolcezza, ma vi regnava un'ombra di tristezza e rassegnazione.
Sant'Aubert non le aveva prescritto nulla a proposito di questa
pittura. Emilia credè poterla conservare, e rammentandosi in qual modo
le avesse parlato della marchesa di Villeroy, s'immaginò facilmente
che quello ne fosse il ritratto: pur non sapeva comprendere per qual
ragione egli l'avesse conservato.
La fanciulla osservava la miniatura, senza comprendere l'interesse che
prendeva a contemplarla, e il movimento d'affetto e di pietà che
sentiva in sè. Ricci di capelli bruni scherzavano trascuratamente
sovra un'ampia fronte: avea il naso quasi aquilino. Le labbra
sorridevano, ma con malinconia: sollevava gli occhi cilestri al cielo
con amabil languore, e la specie di nube sparsa su tutta la sua
fisonomia parea esprimere la più viva sensibilità.
Emilia fu scossa dalla profonda meditazione in cui l'aveva gettata
quel ritratto, sentendo aprire la porta del giardino: conobbe che
Valancourt ritornava al castello, e le abbisognarono alcuni momenti
per rimettersi. Quando lo incontrò nel salotto, fu colpita dal
cambiamento della sua fisonomia dopo la loro separazione nel
Rossiglione: il dolore e l'oscurità le avevano impedito di
accorgersene la sera precedente; ma l'abbattimento di Valancourt cedè
alla gioia di vederla.
«Voi vedete,» le disse, «ch'io faccio uso del permesso da voi
accordatomi. Vengo per dirvi addio, sebbene abbia avuto la fortuna
d'incontrarvi ieri soltanto.»
Emilia sorrise debolmente, e, come imbarazzata di ciò che dovrebbe
dire, gli domandò da quanto tempo fosse tornato in Guascogna. «Vi sono
da...» disse Valancourt facendosi rosso, «dopo aver avuta la disgrazia
di separarmi da amici che mi avevano reso così delizioso il viaggio
dei Pirenei; ho fatto un giro assai lungo.»
Una lacrima scorse dagli occhi d'Emilia mentre Valancourt parlava;
egli se ne avvide e parlò di tutt'altro; lodò il castello, la sua
bella situazione ed i punti di vista che offriva. Emilia,
imbarazzatissima per quel colloquio, scelse con piacere un soggetto
indifferente. Andarono sul terrazzo, e Valancourt fu incantato dalla
vista del fiume, dei prati, e dei quadri molteplici che presentava la
Guienna.
Si appoggiò al parapetto, contemplando il rapido corso della Garonna.
«Non è molto tempo,» diss'egli, «che sono rimontato fino alla sua
sorgente; io non aveva allora la fortuna di conoscervi, poichè in tal
caso avrei dolorosamente sentita la vostra assenza.»
Il giovane tacque, e sedette accanto a lei, muto e tremante;
finalmente disse con voce interrotta: «Questo luogo delizioso....
dovrò abbandonarlo, e abbandonerò anche voi, forse per sempre.
Questi momenti possono non tornar più; non voglio perderli: soffrite
intanto che, senza offendere la vostra delicatezza e il vostro dolore,
vi esprima una volta tutta l'ammirazione, e la riconoscenza che
m'inspira la vostra bontà. Oh! se io potessi avere un giorno il
diritto di chiamare amore il vivo sentimento che...»
La commozione di Emilia non le permise di rispondere, e Valancourt,
avendo gettato gli occhi su di lei, la vide impallidire e sul punto
di venir meno: fece un moto involontario per sostenerla, e questo moto
bastò a farla rinvenire con certo quale spavento. Quando Valancourt
riprese la parola, tutto in lui, e perfino la voce, manifestava
l'amore il più tenero.
«Io non ardirei,» soggiunse egli, «parlarvi più a lungo di me: ma
questo momento crudele avrebbe meno amarezza, se potessi portar meco
la speranza, che la confessione, testè sfuggitami, non mi escluderà in
avvenire dalla vostra presenza.»
Emilia fece un nuovo sforzo per vincere la confusione delle sue idee.
Temeva di tradire il suo cuore, e di lasciar conoscere la preferenza
che accordava a Valancourt. Ella esitava a manifestare i sentimenti
ond'era animata, non ostante che il cuore ve la spingesse con molta
vivacità. Nonpertanto, riprese coraggio, per dirgli che si trovava
onorata dalla bontà d'una persona, per la quale suo padre aveva avuto
tanta stima.
«Egli mi ha dunque giudicato degno della sua stima?» disse Valancourt
con dubbiosa timidezza; poi, rimettendosi, soggiunse: «Perdonate
questa domanda; io so appena ciò che voglia dirmi. Se ardissi
lusingarmi della vostra indulgenza, se voi mi concedeste la speranza
di avere qualche volta le vostre nuove, mi separerei da voi con
maggior tranquillità.»
Dopo un momento di silenzio, Emilia rispose: «Io sarò sincera con voi;
voi vedete la mia situazione, e son certa che vi ci adatterete. Vivo
in questa casa, che fu quella del padre mio, ma ci vivo sola. Oimè! Io
non ho più genitori, la cui presenza possa autorizzare le vostre
visite...
--Non affetterò di non sentire questa verità,» disse il giovane. Poi
aggiunse tristamente: «Ma chi m'indennizzerà del sacrificio che mi
costa la mia franchezza? Almeno mi permetterete voi di presentarmi ai
vostri parenti.»
La fanciulla confusa, non sapeva che rispondere conoscendone la
difficoltà. Il suo isolamento e la sua posizione non le lasciavano un
amico del quale potesse ricevere un consiglio. La Cheron, unica sua
parente, era occupata solo de' propri piaceri, e trovavasi talmente
offesa della ripugnanza di Emilia a lasciar la valle, che sembrava non
pensar più a lei.
«Ah! io lo vedo,» disse Valancourt, dopo un lungo silenzio, «conosco
che mi sono lusingato di troppo. Voi mi credete indegno della vostra
stima. Viaggio fatalissimo! Io lo riguardava come l'epoca più
fortunata della mia vita: quei giorni deliziosi avveleneranno il mio
avvenire.»
Qui si alzò bruscamente, e passeggiando a gran passi sul terrazzo, gli
si vedeva la disperazione dipinta in volto. Emilia ne fu vivamente
commossa. I movimenti del suo cuore trionfarono della di lei
timidezza, e quando egli le fu vicino, gli disse con una voce che la
tradiva: «Voi fate torto ad amendue, quando dite ch'io vi credo
indegno della mia stima; devo confessare che la possedete da molto
tempo, e che....»
Valancourt aspettava impaziente la fine della frase, ma le parole le
spirarono sul labbro: i suoi occhi nullameno manifestavano tutte
l'emozioni del di lei cuore; Valancourt passò rapidamente
dall'imbarazzo alla gioia. «Emilia,» esclamò egli, «mia cara Emilia. O
cielo! come resistere a tanta felicità!»
Si accostò alla bocca la mano della fanciulla; essa era fredda e
tremante, e Valancourt la vide impallidire; si rimise però
prontamente, e gli disse sorridendo: «mi pare di non essere ancora
ristabilita dal colpo terribile che ha ricevuto il mio povero cuore.
--Perdonatemi,» le rispose il giovane, «io non parlerò più di ciò che
può eccitare la vostra sensibilità.» Poi, obliando la sua
risoluzione, cominciò a parlare nuovamente di sè medesimo.
«Voi non sapete,» le disse, «quanti tormenti ho sofferti vicino a voi,
quando senza dubbio, se mi onoravate d'un pensiero, voi dovevate
credermi molto lontano di qui. Non ho cessato di vagolar tutte le
notti intorno a questo castello avvolto in una profonda oscurità;
quanto m'era delizioso il sapermi vicino a voi! Godeva nell'idea che
vegliava intorno al vostro ritiro, e che voi gustavate sonno
tranquillo. Questi giardini non sono nuovi per me. Una sera scavalcai
la siepe, e passai una delle più felici ore della mia vita sotto la
finestra, che credeva la vostra.»
Emilia s'informò quanto tempo Valancourt fosse stato nel vicinato.
«Molti giorni,» rispos'egli; «io voleva profittare del permesso
accordatomi da Sant'Aubert. Non capisco com'egli avesse questa bontà,
ma sebbene lo desiderassi vivamente, quando si avvicinava il momento,
io perdeva il coraggio, e differiva la mia visita. Era alloggiato in
un villaggio poco discosto, e scorreva co' miei cani i dintorni di
questo bel paese, anelando la fortuna d'incontrarvi, senza aver
l'ardire di venire a trovarvi.»
Passarono circa due ore in questa conversazione; finalmente
Valancourt, alzandosi: «Bisogna ch'io parta,» disse tristamente, «ma
colla speranza di rivedervi, e con quella di offrire il mio rispetto e
la mia servitù ai vostri parenti. La vostra bocca mi confermi in tale
speranza.
--I miei parenti si chiameranno fortunatissimi di far la conoscenza
d'un antico amico del padre mio.»
Valancourt le baciò la mano, e restarono immobili senza potersi
allontanare. Emilia taceva, teneva gli occhi bassi, e quelli di
Valancourt stavano fissi in lei. In quel punto, udirono camminare
frettolosamente dietro al platano.
La fanciulla, voltandosi, vide la signora Cheron; arrossì, e fu
assalita da improvviso tremito; pure si alzò, e corse incontro alla
zia.
«Buon giorno, nipote mia,» disse la Cheron gettando uno sguardo di
sorpresa e curiosità su Valancourt, «buon giorno, nipote mia, come
state? Ma la domanda è inutile; il vostro volto indica bastantemente
che vi siete già consolata della vostra perdita.
--Il mio volto in tal caso mi fa torto, signora; la perdita da me
fatta non può mai essere riparata.
--Bene!... Bene!... non voglio affliggervi. Voi somigliate moltissimo
a vostro padre... e certo sarebbe stata una fortuna pel pover'uomo se
avesse avuto un carattere diverso.»
Emilia non volle replicare, e le presentò l'afflitto Valancourt; il
giovane rispettosamente salutò la signora Cheron, la quale gli
restituì una fredda riverenza, guardandolo con piglio sdegnoso. Dopo
qualche momento egli si congedò da Emilia con un'aria che le faceva
bastantemente conoscere il suo dolore di allontanarsi, e lasciarla in
compagnia della zia.
«Chi è quel giovine?» disse questa con asprezza; «suppongo sarà uno
dei vostri adoratori; ma io credeva, nipote mia, che aveste un po' più
rispetto delle convenienze, per ricevere le visite d'un giovinetto
nello stato di solitudine in cui siete. Il mondo osserva questi falli;
se ne parlerà, credetelo a me, che ho più esperienza di voi.»
Emilia, punta da un rimprovero così violento, avrebbe voluto
interromperla, ma la zia continuò: «È necessariissimo che vi troviate
sotto la direzione d'una persona in grado di guidarvi più di quello
che possiate farlo voi stessa. In verità, ho poco tempo per un compito
tale; nondimeno, giacchè il vostro povero padre, negli ultimi istanti
di sua vita, mi ha pregato di vegliare sulla vostra condotta, sono
obbligata d'incaricarmene; ma sappiate, nipote cara, che se non vi
determinate alla massima docilità, non mi tormenterò troppo a riguardo
vostro.»
Emilia non si provò neppure a rispondere. Il dolore, l'orgoglio ed il
sentimento della sua innocenza la contennero fino al momento in cui la
zia aggiunse: «Io son venuta a prendervi per condurvi a Tolosa; mi
dispiace però che vostro padre sia morto con sì tenue sostanza:
malgrado ciò, vi prenderò in casa mia. Quel benedetto vostro padre è
stato sempre più generoso che previdente; in caso diverso egli non
avrebbe lasciato sua figlia alla discrezione dei parenti.
--E così appunto non ha fatto,» disse Emilia freddamente; «il
disordine della sua fortuna non proviene tutto da quella nobile
generosità che lo distingueva: gli affari del signor Motteville
possono accomodarsi, come spero, senza rovinare i creditori, e fino a
quell'epoca mi stimerò fortunatissima di risiedere nella valle.
--Non ne dubito,» rispose la Cheron, con un sorriso pieno d'ironia.
«Oh! non ne dubito; e vedo quanto la tranquillità ed il ritiro furono
salutari al ristabilimento del vostro spirito. Non vi credeva capace,
nipote mia, di una simile doppiezza. Quando mi allegavate questa
scusa, io ci credeva in buona fede, e non mi aspettava certo di
trovarvi in una compagnia tanto amabile come quella del signor La....
Va.... me ne sono scordata il nome. Si vede che osservate bene le
convenienze!...»
Emilia si fece di fuoco, raccontò la relazione di Valancourt e di suo
padre, la circostanza della pistolettata, e il seguito de' loro
viaggi; vi aggiunse l'incontro fortuito del giorno precedente, e
confessò infine che Valancourt le aveva dimostrato qualche interesse,
e domandato il permesso di rivolgersi a' suoi parenti.
«E chi è quel giovine avventuriere?» disse la Cheron; «quali sono le
sue pretese?
--Ve le spiegherà egli stesso, o signora; mio padre lo conosceva, ed
io lo credo irreprensibile.
--Sarà un cadetto,» sclamò la zia, «e per conseguenza un mendico. Così
dunque mio fratello s'appassionò per cotesto giovine in pochi giorni!
già fu sempre così; nella sua gioventù prendeva inclinazione o
avversione, senza potere indovinarne il motivo; ed ho osservato più
volte, che le persone dalle quali si allontanava, erano sempre più
amabili di quelle che l'interessavano; ma dei gusti non si può
disputare. Era assuefatto a fidarsi molto della fisonomia; qual
ridicolo entusiasmo! Cos'ha di comune il volto d'un uomo col suo
carattere? Un uomo dabbene non potrà forse qualche volta avere una
fisonomia spiacevole?»
La Cheron pronunziò questa sentenza col tuono trionfante di una
persona, la quale, credendo aver fatta una grande scoperta, se ne
applaudisce, e pensa non si possa contraddirla.
Emilia, desiderando finire quel colloquio, pregò la zia di accettare
qualche rinfresco.
Appena giunta a casa, questa le ordinò di fare i suoi preparativi
della partenza per Tolosa fra due o tre ore. Essa la scongiurò di
differire almeno fino al giorno seguente, e l'ottenne con qualche
difficoltà.
Il resto del giorno fu passato nell'esercizio di una pedantesca
tirannia per parte della zia, e nei disgusti e nel dolore per parte
della nipote. Appena quella si fu ritirata, Emilia diede l'ultimo
addio alla casa, ch'era stata la sua culla. La lasciava senza sapere
il tempo della sua assenza, e per un nuovo genere di vita che ignorava
assolutamente; ma non poteva vincere il presentimento che non sarebbe
mai più ritornata nella valle. Mentre era nella biblioteca paterna, e
che sceglieva qualche libro per portar seco, Teresa aprì la porta
onde assicurarsi, secondo il consueto, se tutto era in ordine, e restò
sorpresa di trovare colà la padroncina. Emilia le diede le opportune
istruzioni pel mantenimento del castello.
«Oimè!» le disse Teresa; «voi dunque partite? Se non m'inganno però mi
sembra che voi sareste più felice qui, che non dove vogliono
condurvi.»
Emilia non le rispose, e tornò nella sua camera. Ivi giunta, si mise
alla finestra, e vide il giardino fiocamente illuminato dalla luna che
sorgea allora al disopra dei fichi. La placida bellezza della notte
accrebbe il di lei desiderio di gustare un tristo piacere, facendo
pure i saluti ai luoghi prediletti della sua infanzia. Si sentì spinta
a scendere, e gettandosi indosso il velo leggero col quale soleva
passeggiare, entrò a cauti passi nel giardino, e si diresse
celeremente verso i boschetti lontani, lieta di respirar ancora
un'aura libera e sospirare senza essere osservata da veruno. Il
profondo riposo della natura, i soavi effluvi diffusi dal notturno
zeffiro, la vasta estensione dell'orizzonte e l'azzurro firmamento
stellato rapivano in dolce estasi l'anima sua e la portavano
gradatamente a quelle altezze sublimi donde le orme di questo mondo
svaniscono.
Emilia fissò gli occhi sul platano, e vi riposò per l'ultima volta.
Quivi, ancor poche ore prima, ella discorreva con Valancourt.
Ricordossi la confessione da lui fatta che spesso vagolava la notte
intorno alla sua dimora, che ne scavalcava il recinto; e d'improvviso
pensò che in quel momento stesso egli poteva trovarsi forse in
giardino. La paura d'incontrarlo, il timore altresì delle censure
della zia la indussero a ritirarsi in casa. Si fermava spesso ad
esaminare i boschetti prima di traversarli; vi passò senza vedere
alcuno; ma giunta ad un gruppo di mandorli più vicino alla casa, ed
essendosi voltata per vedere ancora il giardino, credette scorgere
una persona uscire dai pergolati più tenebrosi ed avviarsi lentamente
per un viale di tigli, allora illuminato dalla luna. La distanza, la
luce troppo fioca, non le permisero d'accertarsi se fosse illusione o
realtà. Continuò a guardare alcun tempo, e poco dopo credette udir
camminare a sè vicino. Rientrò a precipizio, e tornata nella sua
stanza, aprì la finestra nel momento in cui qualcuno penetrava sotto i
mandorli, nel luogo stesso da lei lasciato poc'anzi. Chiuse la
finestra, e, benchè agitatissima, potè gustare qualche ora di sonno.