Il castello della signora Cheron era vicinissimo a Tolosa, e
circondato da immensi giardini; Emilia, alzatasi di buon'ora, li
percorse prima della colazione. Da un terrazzo che si estendeva fino
all'estremità di questi giardini, scoprivasi tutta la Bassa
Linguadoca. Emilia riconobbe le alte cime dei Pirenei; e la sua
immaginazione le dipinse tosto la verzura ed i pascoli che sono alle
falde di essi. Il suo cuore volava verso la sua placida dimora.
Provava un piacere inesprimibil nel supporre di vederne la situazione,
sebbene potesse appena scorgerne i monti. Poco occupata del paese in
cui si trovava, fissava gli occhi sulla Guascogna, ed il suo spirito
pascevasi delle rimembranze interessanti destate in lei da tal vista.
Un servitore venne ad avvertirla che la colazione era pronta.
«Dove siete stata così di buon'ora?» disse la Cheron quando entrò la
nipote. «Non approvo queste passeggiate solitarie. Desidero che non
usciate tanto presto la mattina senz'essere accompagnata. Una
fanciulla, che al castello della valle dava appuntamenti al chiaro di
luna, ha bisogno d'un poco di sorveglianza.»
Il sentimento della propria innocenza non impedì il rossore di Emilia.
Essa tremava, e chinava gli occhi tutta confusa, mentre la zia le
lanciava sguardi arditi, ed arrossiva ella stessa: ma il di lei
rossore era quello dell'orgoglio soddisfatto, quello di una persona
che si compiace della propria penetrazione.
Emilia, non dubitando che la zia non intendesse parlare della sua
passeggiata notturna prima di lasciar la valle, credè dovergliene
spiegare i motivi; ma essa, col sorriso del disprezzo, ricusò di
ascoltarla.
«Non mi fido,» le disse, «delle proteste di alcuno; giudico le persone
dalle loro azioni, e proverò la vostra condotta per l'avvenire.»
Emilia, meno sorpresa della moderazione e del silenzio misterioso
della zia, di quello nol fosse stata dell'accusa, vi riflettè
profondamente, e non dubitò più non fosse Valancourt ch'ella avea
veduto la notte ne' giardini della valle, e che la zia poteva bene
aver riconosciuto. Intanto, non lasciando un soggetto penoso se non
per trattarne un altro che non eralo meno, parlò di Motteville e della
perdita enorme che la nipote faceva nel suo fallimento. Mentr'essa
ragionava con fastosa pietà degl'infortunii che opprimevano Emilia,
insisteva sui doveri dell'umanità e della riconoscenza, facendo
divorare alla povera fanciulla le più crudeli mortificazioni, ed
obbligandola a considerarsi non solo sotto la di lei dipendenza, ma
sotto quella ben anco di tutta la servitù.
L'avvertì allora che in quel giorno si aspettava molta gente a pranzo,
e le ripetè tutte le lezioni della sera precedente sul modo di
contenersi in società: aggiunse che voleva vederla abbigliata con
gusto ed eleganza, e poscia si degnò mostrarle tutto lo splendore del
suo castello, farle osservare tutto quanto brillava d'una magnificenza
particolare, e che si faceva distinguere nei vari appartamenti; dopo
di che si ritirò nel suo gabinetto di toletta. Emilia si chiuse nella
sua camera, tirò fuori i suoi libri, e ricreò lo spirito colla
lettura, fino al momento di vestirsi.
Quando i convitati furono riuniti, Emilia entrò nella sala con un'aria
di timidezza che non potè vincere, per quanto vi si sforzasse. L'idea
che la zia l'osservava con occhio severo, la turbava vie maggiormente.
Il suo abito di lutto, la dolcezza, l'abbattimento della sua bella
fisonomia, non meno che la modestia del contegno, la resero
interessantissima a quasi tutta la società. Riconobbe essa Montoni ed
il suo amico Cavignì, che aveva trovati in casa di Quesnel; avevano
questi nella casa della Cheron tutta la famigliarità di antichi
conoscenti, ed anch'essa sembrava accoglierli con molto piacere.
Montoni portava nel suo contegno il sentimento della superiorità: lo
spirito ed i talenti co' quali poteva sostenerla obbligavano tutti gli
altri a cedergli. La finezza del suo tatto era fortemente espressa
nella sua fisonomia; ma sapeva dissimulare quando bisognava, e
potevasi notare spesso in lui il trionfo dell'arte sulla natura. Aveva
il viso lungo e magro, eppure lo dicevano bello; elogio forse più da
attribuirsi alla forza e vigoria dell'anima, che delineavansi in tutti
i suoi tratti. Emilia concepì per lui una specie d'ammirazione, ma non
quell'ammirazione che poteva condurre alla stima; essa vi univa una
specie di timore, di cui non sapeva indovinare il motivo.
Cavignì era giocondo ed insinuante come la prima volta. Sebbene quasi
sempre occupato della signora Cheron, trovava il mezzo di parlar con
Emilia. Le indirizzò da principio qualche motto spiritoso, e prese in
seguito un'aria di tenerezza di cui ella si accorse benissimo, e che
non la spaventò. Ella parlava poco, ma la grazia e dolcezza delle sue
maniere l'incoraggirono a continuare; non fu interrotta se non quando
una giovine signora del circolo, che parlava sempre, e di tutto, venne
a mescolarsi ai loro discorsi; questa signora, che spiegava tutta la
vivacità e la civetteria francese, affettava d'intender tutto, o
piuttosto non vi mettea nemmeno affettazione. Non essendo mai uscita
da una perfetta ignoranza, s'immaginava che non avesse nulla da
imparare; obbligava tutti ad occuparsi di lei, divertiva talvolta,
stancava dopo un momento, e poi era abbandonata.
Emilia, quantunque ricreata da tutto quanto aveva veduto, si ritirò
senza rincrescimento, e si abbandonò volentieri di nuovo alle
rimembranze che tanto le piacevano.
Passarono quindici giorni in una folla di visite e di dissipazioni;
Emilia accompagnava per tutto la Cheron, si divertiva di rado, e
annoiavasi spesso. Fu colpita dell'apparente istruzione e delle
cognizioni di cui facean mostra intorno a lei le persone che
componevano la conversazione; non fu se non molto dopo che riconobbe
l'impostura di tutti quei pretesi talenti. Ciò che la ingannò
maggiormente fu quell'aria di brio continuato, e soprattutto di bontà
ch'ella osservava in ciascun personaggio. S'immaginava che
un'affabilità consueta e sempre pronta ne fosse il vero fondamento.
Finalmente, l'esagerazione di qualcuno, meno abile degli altri, le
fece sospettare che, se il contento e la bontà sono i soli principii
d'una dolce amenità, gli eccessi smoderati ai quali uno si abbandona
ordinariamente sono il risultato della più perfetta insensibilità.
Emilia passava i momenti più graditi nel padiglione del terrazzo. Vi
si ritirava con un libro, per godere della sua malinconia, o col
liuto, per vincerla. Assisa cogli occhi fissi sui Pirenei e sulla
Guascogna, essa cantava le ariette più interessanti del suo paese,
imparate nell'infanzia.
Una sera, Emilia suonava il liuto nel padiglione con un'espressione
che veniva dal cuore. Il sole all'occaso illuminava ancora la Garonna,
che fuggiva a qualche distanza, e le cui acque erano passate dinanzi
alla valle. Emilia pensava a Valancourt; non ne avea udito più parlare
dopo il suo soggiorno a Tolosa; ed ora, lontana da lui, sentiva tutta
l'impressione che aveva fatta sul proprio cuore. Prima di aver
conosciuto Valancourt, non aveva incontrato alcuno, il cui spirito ed
il gusto si accordassero tanto bene col suo. La Cheron avevale parlato
di dissimulazione, di artifizi; pretendeva essa che quella
delicatezza, cui ammirava nell'amante, non foss'altro che un laccio
per piacerle, eppure essa credeva alla di lui sincerità. Un dubbio
nondimeno, per debole che fosse, bastava opprimerle il cuore.
Il rumore d'un cavallo sulla strada, sotto la sua finestra, la scosse
da questi pensieri: vide un cavaliere il cui personale ed il
portamento le rammentavano Valancourt, giacchè l'oscurità non le
permetteva di distinguerne i lineamenti. Si tirò indietro temendo
d'esser veduta, e desiderando al tempo stesso di osservare.
L'incognito passò senza guardare, e quando si fu ravvicinata alla
finestra, lo vide nel viale che conduceva a Tolosa. Questo lieve
incidente la rese di cattivo umore, e, dopo alcuni giri sul terrazzo,
tornò presto al castello.
La Cheron rientrò più ruvida del solito; ed Emilia non fu contenta se
non quando le fu permesso di ritirarsi nella sua cameretta.
Il giorno dopo essa fu chiamata dalla zia, la quale ardeva di collera,
e che, appena la vide, le presentò una lettera.
«Conoscete voi questo carattere?» le disse con voce severa, e
guardandola fiso, mentre Emilia esaminava la lettera con attenzione.
--No, signora, io non lo conosco,» le rispose.
--Non mi fate perder la pazienza,» disse la zia; «voi lo conoscete,
confessatelo subito, esigo che diciate la verità.»
Emilia taceva e stava per uscire. La Cheron la richiamò.
«Oh! voi siete colpevole: vedo adesso che conoscete il carattere.
--Ma se ne dubitavate, signora,» disse Emilia con dignità, «perchè
accusarmi di aver detto una bugia?
--È inutile negarlo,» disse la signora Cheron; «vedo dal vostro
contegno che voi non ignorate il contenuto di questa lettera. Son
sicurissima che in casa mia, e senza mia saputa, avete ricevute
lettere da quel giovine insolente.»
Emilia, indispettita dalla villania di quell'accusa, ruppe il
silenzio, e si sforzò di giustificarsi, ma senza convincere la zia.
«Non posso supporre che quel giovine avrebbe ardito scrivermi, se voi
non l'aveste incoraggito.
--Mi permetterete di rammentarvi, signora,» disse Emilia con voce
timida, «alcune particolarità d'un colloquio che avemmo insieme a casa
mia: vi dissi allora con franchezza di non essermi opposta che il
signor Valancourt s'indirizzasse alla mia famiglia.
--Non voglio essere interrotta,» disse la signora Cheron; «io....
io... perchè non gliel'avete proibito?» Emilia non rispose. «Un uomo
sconosciuto a tutti, assolutamente straniero; un avventuriere che
corre dietro ad una ricca fanciulla! Ma almeno, sotto questo rapporto,
si può dire ch'egli si è ingannato d'assai.
--Ve l'ho già detto, signora, la sua famiglia era conosciuta da mio
padre,» disse Emilia modestamente, e fingendo di non avere udita
l'ultima frase.
--Oh! non mi fido niente affatto del suo giudizio favorevole,»
replicò la zia colla sua solita leggerezza. «Egli aveva idee così
guaste! Giudicava la gente alla fisonomia.
--Signora, poco fa mi credevate colpevole, eppur lo giudicavate dalla
mia fisonomia.»
Emilia si permise questo rimprovero per rispondere in qualche modo al
tuono poco rispettoso col quale la Cheron parlava di suo padre.
«Vi ho fatta chiamare,» soggiunse la zia, «per significarvi che non
intendo essere importunata dalle lettere o dalle visite di tutti i
giovinastri che pretenderanno adorarvi. Questo signor di Valla... non
so come lo chiamate, ha l'impertinenza di chiedermi che gli permetta
di offerirmi i suoi rispetti; ma gli risponderò come va. Quanto a voi,
Emilia, lo ripeto una volta per sempre, se non vi uniformate alla mia
volontà, non m'inquieterò più per la vostra educazione, e vi metterò
in un convento.
--Ah! signora,» disse Emilia struggendosi in lacrime, «come posso io
aver meritato questo trattamento?»
La Cheron in quell'istante avrebbe potuto ottenere da lei la promessa
di rinunziare per sempre a Valancourt. Colta dal terrore, non voleva
più acconsentire a rivederlo; temeva d'ingannarsi, e temeva finalmente
di non essere stata abbastanza riservata nella conferenza avuta alla
valle. Sapeva benissimo di non meritare i sospetti odiosi formati
dalla zia, ma era tormentata da infiniti scrupoli. Divenuta timida, e
dubitando di far male, risolse di obbedire a qualunque suo comando, e
glie ne fece conoscere l'intenzione; ma la Cheron non le prestava
fede, e non iscorgeva in lei che l'artifizio, o la paura.
«Promettetemi,» disse alla nipote, «che non vedrete quel giovine, e
non gli scriverete senza mio permesso.
--Ah! signora,» rispose Emilia, «potete voi supporre ch'io fossi
capace di farlo?
--Io non so cosa supporre; la gioventù non si capisce, chè manca
troppo di buon senso per desiderar di essere rispettata.
--Io mi rispetto da me stessa,» replicò Emilia; «il padre mio me ne ha
sempre insegnata la necessità. Egli mi diceva che, colla mia propria
stima, otterrò sempre quella degli altri.
--Mio fratello era un buon uomo,» soggiunse la Cheron, «ma non
conosceva il mondo. Ma... in somma, non mi avete fatta la promessa che
esigo da voi.»
Emilia fece la promessa, e andò a passeggiare in giardino. Arrivata al
suo padiglione favorito, sedette vicino alla finestra che guardava in
un boschetto. La calma di quella solitudine le permetteva di
raccogliere i suoi pensieri e di giudicare da per sè della sua
condotta. Si rammentò il colloquio avuto al castello, e si convinse
con gioia, che nulla poteva allarmare il suo orgoglio, nè la sua
delicatezza; si confermò nella stima di sè medesima, e della quale
sentiva tanto bisogno. In ogni caso, si decise a non alimentare una
corrispondenza segreta, e ad osservare la medesima riserva con
Valancourt allorchè lo incontrerebbe. Nell'atto che faceva queste
riflessioni, versò alcune lacrime, ma le asciugò prontamente, quando
sentì camminare, aprire il padiglione, e, girando la testa, ebbe
riconosciuto Valancourt. Un misto di piacere, di sorpresa e terrore
s'impadronì tanto del suo cuore, che ne fu vivamente commossa.
Impallidì, arrossì, e restò alcuni istanti nell'impossibilità di
parlare, e di alzarsi dalla sedia. Il volto di Valancourt era lo
specchio fedele di ciò che doveva esprimere il suo: la di lui gioia fu
sospesa quando s'accorse dell'agitazione di Emilia. Rinvenuta dalla
prima sorpresa, essa rispose con un dolce sorriso; ma una folla di
contrari affetti assalirono nuovamente il di lei cuore, e lottarono
con forza per soggiogar la sua risoluzione. Era difficile conoscere
se la vinceva in lei o la gioia di veder Valancourt, o la paura de'
trasporti ai quali si abbandonerebbe la zia allorchè saprebbe
quest'incontro. Dopo qualche parola altrettanto laconica che
imbarazzata, lo condusse in giardino e gli domandò se avesse veduta la
signora Cheron.
«No,» diss'egli, «non l'ho veduta, mi fu detto ch'era occupata, e
quando ho saputo ch'eravate in giardino, mi sono affrettato di venirvi
a trovare.» Poi soggiunse: «Posso io arrischiare di dirvi il soggetto
della mia visita senza incorrere nel vostro sdegno? Posso io sperare
che non mi accuserete di precipitazione, usando del permesso che mi
accordaste, d'indirizzarmi ai vostri parenti?»
Emilia non sapea che cosa rispondere, ma la sua perplessità non fu di
lunga durata, e fu di nuovo assalita dal terrore allorchè, alla svolta
del viale, vide la signora Cheron. Ella aveva ripreso il sentimento
della propria innocenza, ed il suo timore ne fu affievolito in guisa,
che, in vece di evitare la zia, le andò incontro tranquillissima con
Valancourt. Il malcontento e l'impaziente alterigia con cui li
osservava la Cheron sconcertarono però Emilia: comprese che
quell'incontro sarebbe stato creduto premeditato; presentò il giovane,
e, troppo agitata per restar con loro, corse a chiudersi in casa, ove
aspettò lungamente e con estrema inquietudine il risultato della
conferenza. Non sapeva immaginarsi come l'amante avesse potuto
introdursi in casa della zia prima di avere ottenuto il permesso che
domandava. Ignorava essa una circostanza che doveva rendere inutile
questo passo, nel caso ben anco che la Cheron l'avesse accolto.
Valancourt, nell'agitazione del suo spirito, aveva obliato di datare
la sua lettera; in conseguenza, non avrebb'ella potuto rispondergli.
La signora Cheron ebbe un lungo colloquio con Valancourt, e quando
rientrò in casa, il suo contegno esprimeva più cattivo umore che
quell'eccessiva severità di cui aveva fremuto Emilia.
«Finalmente,» disse la zia, «ho congedato quel giovinetto, e spero che
non riceverò più simili visite, mi ha assicurata che il vostro
abboccamento non era concertato.
--Signora,» disse Emilia commossa, «voi glie ne faceste domanda?
--Certo che glie l'ho fatta! non dovevate credermi imprudente tanto da
pensare che l'avrei trascurata.
--Cielo» sclamò la fanciulla; «quale idea si farà egli di me, signora,
se voi stessa gli dimostrate tali sospetti?
--L'opinione che si farà di voi,» ripigliò la zia, «è d'or innanzi di
pochissima conseguenza. Ho messo fine a questa faccenda, e credo che
avrà qualche opinione della mia prudenza. Gli lasciai travedere che
non era una stolida, e soprattutto non tanto compiacente da soffrire
un commercio clandestino in casa mia. Quanto fu indiscreto vostro
padre,» continuò poi, «d'avermi lasciata la cura della vostra
condotta! Vorrei vedervi accasata; se dovessi trovarmi importunata più
a lungo da quel signor Valancourt, o da altri pari a lui, vi metterò
certamente in un chiostro. Ricordatevi dunque dell'alternativa.
Quell'audace ha avuto l'impertinenza di confessarmi che la sua
sostanza è tenuissima, ch'egli dipende da suo fratello maggiore, e che
questa sostanza dipende dal suo avanzamento nella carriera militare.
Stolto! avrebbe almeno dovuto nascondermelo se voleva persuadermi.
Egli aveva dunque la presunzione di supporre ch'io avrei maritata mia
nipote ad un uomo nullatenente, ad un miserabile che lo confessa egli
stesso...»
Emilia fu sensibile alla sincera confessione fatta da Valancourt; e
quantunque la sua povertà rovesciasse le loro speranze, la franchezza
della sua condotta le cagionò un piacere che superò momentaneamente
tutti i suoi affanni.
La Cheron continuò: «Egli ha altresì creduto bene di dirmi che non
avrebbe ricevuto il suo congedo se non da voi, ciò ch'io negai
positivamente. Conoscerà così esser sufficientissimo che non lo
aggradisca io, e colgo questa occasione di ripeterlo: se voi
concerterete con lui il menomo abboccamento a mia insaputa,
preparatevi ad uscir di casa mia all'istante.
--Come mi conoscete poco, se credete che sia, necessario un ordine
simile!»
La signora Cheron si mise alla toletta, essendo invitata per quella
sera ad una conversazione. Emilia avrebbe voluto dispensarsi
dall'accompagnarla, ma non ardì domandarlo pel timore d'una falsa
interpretazione. Quando fu nella sua camera, diè libero sfogo al
proprio dolore: si ricordò che Valancourt, sempre più amabile per lei,
era bandito dalla sua presenza, e forse per sempre. Essa impiegò nel
pianto quel tempo che la zia consacrava ad abbigliarsi. Quando si
rividero a tavola, i suoi occhi tradivano le lacrime, e ne fu
duramente rimproverata. Fece grandi sforzi per parer lieta, nè le
riuscirono affatto infruttuosi.
Andò colla zia dalla signora Clairval, vedova di certa età, e
stabilita da poco tempo a Tolosa in una villa del marito. Ella aveva
vissuto diversi anni a Parigi con molta eleganza: era naturalmente
allegra, e dopo il suo arrivo a Tolosa, aveva date le più belle feste
che vi fossero vedute.
Tutto ciò eccitava non solo l'invidia, ma anche la frivola ambizione
della signora Cheron, e non potendo gareggiare nel fasto e nella
spesa, voleva almeno esser creduta l'intima amica della Clairval.
A tal uopo, le usava le maggiori cortesie; e quando si trattava di
essere invitata da lei, taceva qualunque altro impegno. Ne parlava da
per tutto, e si dava grandi arie d'importanza, facendo credere che
fossero amiche intrinseche.
Il divertimento di quella sera consisteva in una festa da ballo ed una
cena. Il ballo era d'un genere affatto nuovo. Si danzava a diversi
gruppi in giardini estesissimi. I grandi e begli alberi sotto i quali
si dava la festa, erano illuminati da infiniti lampioni disposti con
tutta la varietà possibile. Le diverse fogge aumentavano l'incanto di
quella scena. Mentre alcuni ballavano, altri, seduti sulle erbose
zolle, parlavano con libertà, criticavano le acconciature, prendevano
rinfreschi o cantavano ariette accompagnandosi colla chitarra. La
galanteria degli uomini, le civetterie delle donne, la leggerezza e il
brio delle danze, il liuto, il flauto, il cembalo, e l'aria campestre,
che i boschi davano a tutta la scena, facevano di questa festa un
modello piccantissimo dei piaceri e del gusto francese. Emilia
considerava questo quadro ridente con una specie di diletto
malinconico. Sarà facile comprendere la sua sorpresa allorchè,
gettando a caso gli occhi su di una contraddanza, riconobbe l'amante
che ballava con una bella e giovine signora, e sembrava aver per lei
le più premurose attenzioni: si volse tosto volendo condurre altrove
la zia, che discorreva con Cavignì senza avere veduto Valancourt.
Un'improvvisa debolezza l'obbligò a sedere, e l'estremo pallore che
comparve sul di lei volto, fece credere ai circostanti ch'ella fosse
incomodata. La Cheron continuava a parlare con Cavignì, e il conte di
Beauvillers, che si era occupato di Emilia, le fece alcune maligne
osservazioni a proposito del ballo, alle quali ella rispose quasi con
incoerenza, tanto l'idea di Valancourt la tormentava, tanto essa era
inquieta di restare sì a lungo vicino a lui. Le osservazioni del conte
sulla contraddanza l'obbligarono intanto a fissarvi gli occhi, che
nello stesso momento s'incontrarono in quelli di Valancourt. Tremò e
voltò via tosto gli sguardi, ma non senza aver distinta l'alterazione
di lui nel vederla. Si sarebbe volentieri allontanata all'istante
medesimo da quel luogo, se non avesse pensato che questa condotta gli
avrebbe fatto conoscere troppo l'imperio ch'egli aveva sul di lei
cuore. Si provò a continuare il discorso col conte, il quale le parlò
della dama che ballava con Valancourt: il timore di lasciar travedere
il vivo interesse ch'ella vi prendeva, l'avrebbe senza dubbio tradita,
se gli sguardi del conte non si fossero fissati allora sulla coppia di
cui parlava.
«Quel giovine cavaliere,» diss'egli, «sembra un uomo compito in tutto,
fuorchè nel ballo: la sua compagna è una delle bellezze di Tolosa, e
sarà ricchissima. Voglio sperare che saprà fare una scelta migliore
per la felicità della sua vita, di quel che non l'abbia fatto per la
contraddanza; m'accorgo ch'egli imbroglia tutti gli altri. Mi
sorprende però che quel giovane, col suo bel portamento, non abbia
imparato a ballare.»
Emilia, alla quale batteva forte il cuore ad ogni parola, volle
troncare il discorso informandosi del nome di quella signora: prima
che il conte potesse risponderle, la contraddanza finì; ed Emilia,
vedendo che Valancourt si avanzava verso di lei, si alzò tosto, e andò
accanto alla zia.
«Ecco qua il cavaliere Valancourt, signora,» le disse sottovoce; «di
grazia ritiriamoci.» La zia si alzò, ma il giovane le aveva raggiunte;
egli salutò la signora Cheron con rispetto, e sua nipote con dolore.
Siccome la presenza di quest'ultima gl'impediva di restare, passò
oltre con un contegno, la cui tristezza rimproverava a Emilia di aver
potuto risolversi ad aumentarlo: se ne stava essa pensierosa, allorchè
il conte Beauvillers le tornò accanto.
«Vi domando perdono, signorina,» le disse egli, «di un'inciviltà
involontaria. Quando criticava così liberamente il cavaliere nel
ballo, ignorava ch'ei fosse di vostra conoscenza.» Emilia arrossì e
sorrise. La Cheron però gli rispose: «Se voi parlate del giovane
passato poco fa, posso assicurarvi che non è, nè di mia conoscenza, nè
di quella della signorina Sant'Aubert.
--Gli è il cavaliere Valancourt,» disse Cavignì con indifferenza.
--Lo conoscete voi?» riprese la signora Cheron.
--Non ho con lui nessuna relazione,» rispose Cavignì.
--Non sapete i motivi che ho di qualificarlo d'impertinente? Esso ha
la presunzione di ammirare mia nipote.
--Se, per meritare l'epiteto d'impertinente, basta ammirare
madamigella Emilia,» soggiunse Cavignì, «temo che ve ne siano molti,
ed io m'inscrivo nella lista.
--Oh! signore,» disse la Cheron con sorriso forzato, «mi accorgo che
imparaste l'arte dei complimenti dopo il vostro soggiorno in Francia;
ma non bisogna adulare le fanciulle, perchè esse prendono l'adulazione
per verità.»
Cavignì girò un momento la testa, e disse con voce studiata: «A chi si
possono dunque allora far complimenti, signora? Perchè sarebbe assurdo
di rivolgersi ad una donna, il cui gusto è già formato: essa è
superiore a qualunque elogio.»
Terminando questa frase, egli guardava Emilia di soppiatto, e l'ironia
brillava nei di lui occhi. Essa lo intese, ed arrossì per la zia; ma
la Cheron rispose: «Voi avete perfettamente ragione, signore; una
donna di gusto non può, nè deve soffrire un complimento.
--Ho inteso dire al signor Montoni,» soggiunse Cavignì, «che una donna
sola ne meritava.
--Da vero,» esclamò la Cheron con un sorriso pieno di fiducia; «e chi
sarà mai?
--Oh!» replicò egli: «è facile conoscerla. Non vi è certo più di una
donna al mondo che abbia insieme il merito d'inspirare la lode e lo
spirito di ricusarla.» Ed i suoi occhi si voltavano ancora verso
Emilia, la quale arrossiva sempre più per la zia.
--Ma bravo signore,» disse la Cheron, «io protesto che voi siete
Francese. Non ho mai udito uno straniero esprimersi con tanta
galanteria.
--È verissimo, signora,» rispose il conte cessando dalla sua parte
mutola; «ma la galanteria dei complimenti sarebbe stata perduta, senza
l'ingenuità che ne scuopre l'applicazione.»
La Cheron non conobbe il senso satirico di questa frase, e non sentiva
la pena che Emilia provava per lei.
«Oh! ecco qua il signor Montoni in persona,» disse la zia; «voglio
raccontargli tutte le belle cose che mi avete dette.» Ma l'Italiano
passò in un altro viale. «Vi prego di dirmi che cosa può occupar tanto
stasera il vostro amico? Non si è lasciato vedere neppur un momento,
disse madama Cheron con aria dispettosa.
--Egli ha,» disse Cavignì, «un affare particolare col marchese
Larivière, che, da quanto vedo, l'ha occupato fino ad ora, perchè non
avrebbe mancato al certo di venire ad offrirvi i suoi omaggi.»
Da tutto quel che intese, Emilia credè accorgersi che Montoni
corteggiava seriamente la zia, e che non solo essa lo aggradiva, ma si
occupava con gelosia delle di lui menome negligenze. Che la signora
Cheron, alla sua età, volesse scegliere un secondo sposo, sembrava
partito ridicolo; pure, la di lei vanità non lo rendeva impossibile;
ma che, col suo spirito, il suo volto e le sue pretese, Montoni
potesse scegliere la zia, ecco ciò che sorprendeva Emilia. I suoi
pensieri però non fissaronsi a lungo su questo oggetto; essa era
tormentata da interessi più pressanti. Valancourt, rifiutato dalla
zia, Valancourt aveva ballato con una bella giovine signora...
Traversando il giardino, essa guardava da tutte le parti, sperando, e
temendo di vederlo comparire nella folla. Nol vide, e la pena che ne
risentì le fece conoscere aver ella più sperato che temuto.
Montoni le raggiunse di lì a poco, e balbettò qualche parola sul
dispiacere d'essere stato tanto tempo occupato altrove. La zia ricevè
questa scusa coll'aria dispettosa d'una bambina, ed affettò di parlar
soltanto a Cavignì, il quale, guardando Montoni ironicamente, parea
volergli dire: «Io non abuserò del mio trionfo, e sosterrò la mia
gloria con tutta umiltà.»
La cena fu servita nei vari padiglioni del giardino ed in una gran
sala del castello; la Cheron e la sua comitiva vi cenarono insieme
alla signora Clairval, ed Emilia potè reprimere a stento l'emozione,
quando vide Valancourt prender posto alla medesima tavola dov'era lei.
La zia lo vide egualmente, e chiese al vicino: «Chi è quel giovine?
--È il cavaliere Valancourt,» le fu risposto.
--So anch'io il suo nome,» soggiuns'ella; «ma chi è mai cotesto
cavaliere Valancourt che s'introduce a questa tavola?»
L'attenzione della persona da lei interrogata fu distratta prima di
ottenerne risposta. La tavola era lunghissima; Valancourt stava verso
il mezzo colla sua compagna, ed Emilia, ch'era in un angolo della
medesima, non l'aveva ancora veduta; ciò le diede motivo di fare mille
riflessioni tutte egualmente per lei disgustose.
Le osservazioni su tal proposito facevano il tema di una conversazione
indifferente, e qualcuno si compiaceva d'indirizzarle alla signora
Cheron, sempre intenta ad avvilire Valancourt.
«Ammiro quella bella signora,» diss'ella, «ma condanno la sua scelta.
--Oh! il cavaliere Valancourt è il giovine più amabile ch'io conosca,»
rispose la signora alla quale era stato rivolto quel discorso; «si
dice perfino che la signora Demery lo sposerà quanto prima, e gli
porterà in dote le sue ricchezze.
--Ciò è impossibile,» sclamò la Cheron, facendosi di fuoco; «egli ha
sì poco l'aria d'un uomo di qualità, che se non lo vedessi alla tavola
della signora Clairval, non mi sarei mai persuasa che potesse esser
tale; d'altra parte, ho forti motivi per dubitare della voce che
corre.
--Ed io non posso dubitarne,» disse l'altra signora, alquanto piccata
di quella contraddizione.
--Posso io domandarvi,» disse la Clairval, «signore mie, quale è il
soggetto della vostra quistione?
--Vedete voi,» le disse la Cheron, «quel giovine quasi in mezzo alla
tavola, e che parla colla signora Demery? Ebbene! quell'uomo, che non
è conosciuto da alcuno, ha pretese presuntuose su mia nipote, e questa
circostanza, almeno io lo temo, ha dato luogo a credere ch'egli si
spacciasse per mio adoratore; considerate ora quanto una tal ciarla
sia offensiva per me.
--Ne convengo, mia buona amica,» rispose la Clairval, «e potete esser
certa ch'io lo smentirò da per tutto.» E si voltò da un'altra parte.
Cavignì, che fino a quel punto era stato freddo spettatore di quella
scena, fu in procinto di rompere in una risata, e lasciò il posto
bruscamente.
«Vedo bene che voi ignorate,» disse alla Cheron la dama seduta accanto
a lei, «che il giovine di cui parlaste alla signora Clairval è suo
nipote!....
--È impossibile!» sclamò la Cheron, accorgendosi del suo grossolano
sbaglio; e da quel momento cominciò a lodar Valancourt con altrettanta
bassezza, quanta malignità aveva impiegata fino allora per
denigrarlo.
Emilia era stata assorta durante la massima parte del discorso, e fu
così preservata dal dispiacere di udirlo; fu sorpresissima dunque nel
sentire le lodi delle quali sua zia colmava Valancourt, ed ignorava
ancora ch'egli fosse nipote della Clairval; epperò vide senza
rammarico la zia, più imbarazzata di quello che volesse parere, cercar
di ritirarsi subito dopo la cena. Montoni venne allora a darle la mano
per condurla alla carrozza, e Cavignì, con ironica gravità, la seguì
accompagnando Emilia. Nel salutarli e nel rialzar la portiera, essa
vide l'amante tra la gente, alla porta. Egli sparve prima della
partenza della vettura; la zia non disse nulla ad Emilia, ed elleno si
separarono giugnendo a casa.
La mattina seguente, essendo Emilia a colazione colla zia, le fu
presentata una lettera, di cui, al solo indirizzo, riconobbe il
carattere; la ricevè con mano tremante, e la zia domandò tosto donde
venisse. Emilia la disigillò con suo permesso, e vedendo la firma di
Valancourt, gliela consegnò senza leggerla. La Cheron la prese con
impazienza, e mentre la leggeva, Emilia procurava d'indovinarne il
contenuto nei di lei sguardi; gliela restituì quasi subito, e siccome
gli sguardi della nipote domandavano se potesse leggere: «Sì, leggete,
leggete, figliuola,» le disse con minor severità di quello che si
aspettava. Emilia non aveva mai obbedito tanto volentieri. Valancourt
nella sua lettera, parlava poco dell'abboccamento del dì prima;
dichiarava che non avrebbe ricevuto congedo se non da lei sola, e la
scongiurava di riceverlo quella sera medesima, mentre leggeva, stupiva
che la Cheron mostrasse tanta moderazione, e, guardandola timidamente,
le disse: «Che debbo rispondergli?
--Eh! bisogna vederlo quel giovine, sì certo,» disse la zia; «bisogna
vedere ciò che può dire a favor suo; fategli dire che venga.»
Emilia osava credere appena a' propri orecchi.
«No, no, restate, gli scriverò io stessa,» aggiunse la zia; e chiese
carta e calamaio.
Emilia non ardiva fidarsi ai dolci motti che l'animavano; la sorpresa
sarebbe stata meno grande, se avesse inteso la sera innanzi ciò che la
zia non avea scordato, cioè che Valancourt era nipote della signora
Clairval.
Ella non conobbe i segreti motivi della zia; ma il risultato fu una
visita, la sera stessa, di Valancourt, che la Cheron ricevè sola nel
suo gabinetto. Ebbero essi insieme un lungo colloquio prima che Emilia
fosse chiamata: quando essa entrò, la zia parlava con dolcezza, e gli
occhi del giovane, il quale alzossi prontamente, scintillavano di
gioia e di speranza.
«Noi parlavamo di affari,» disse la zia; «mi diceva qui il cavaliere,
che il fu signor Clairval era fratello della contessa Duverney, sua
madre: avrei voluto ch'egli mi avesse parlato più presto della sua
parentela colla signora Clairval; l'avrei riguardato come un motivo
più che sufficiente per riceverlo in casa mia.»
Valancourt s'inchinò, e voleva presentarsi ad Emilia, ma la Cheron lo
prevenne.
«Ho acconsentito che voi riceviate le sue visite, e sebbene non
intenda impegnarmi in alcuna promessa, nè dire che lo considererò come
mio nipote, permetterò la vostra relazione e riguarderò l'unione
ch'egli desidera, come un fatto che potrà aver luogo fra qualche anno,
se il cavaliere avanzerà di grado, e se le sue circostanze gli
permetteranno di ammogliarsi; ma il signor Valancourt osserverà, e voi
pure, Emilia, che, fino a quel punto, v'interdico positivamente
qualunque idea di matrimonio.»
La figura d'Emilia, durante questa brusca aringa, cambiava ad ogni
momento; e, verso la fine, la sua confusione fu tale, che stava per
ritirarsi. Valancourt, intanto, quasi imbarazzato quanto lei, non
osava guardarla. Allorchè la zia ebbe finito, egli le rispose: «Per
quanto lusinghiera possa essere per me la vostra approvazione, per
quanto mi trovi onorato dalla vostra stima, nulladimeno temo tanto,
che oso appena sperare.
--Spiegatevi,» disse la Cheron. L'inattesa risposta turbò talmente il
giovine, che se fosse stato spettatore di quella scena, non avrebbe
potuto far a meno di ridere.
«Fino a che la signora Emilia non mi permetta di profittare delle
vostre bontà,» diss'egli con voce sommessa, «fintantochè ella non mi
permetta di sperare...
--Se non c'è altra difficoltà, m'incarico io di risponder per lei.
Sappiate, signore, ch'essa è sotto la mia custodia, ed io pretendo
ch'ell'abbia ad uniformarsi in tutto alla mia volontà.»
Sì dicendo, si alzò, e ritirossi nella sua camera lasciando Emilia e
Valancourt in pari imbarazzo: finalmente il giovine, la cui speranza
era maggiore del timore, le parlò colla vivacità e franchezza a lui
naturali: ma Emilia non si rimise se non dopo qualche tempo prima di
intendere le domande e le preghiere sue.
La condotta della signora Cheron era stata diretta dalla sua vanità
personale. Valancourt, nel suo primo abboccamento con lei, le aveva
ingenuamente confessata la sua posizione attuale, e le sue speranze
per l'avvenire; e con maggior prudenza che umanità, aveva severamente
ed assolutamente respinta la sua domanda: desiderava che la nipote
facesse un gran matrimonio, non già perchè le augurasse la felicità
che si suppone unita al grado ed alla opulenza, ma per voler dividere
l'importanza che un illustre parentado potea darle. Quando seppe che
Valancourt era nipote d'una persona come madama Clairval, desiderò
un'unione il cui splendore per certo avrebbela avvolta nella sua
aureola. Fondando le sue speranze sulla ricchezza della Clairval,
obliava ch'essa aveva una figlia. Valancourt però non l'aveva
dimenticato, e contava sì poco sopra l'eredità della propria zia, che
non aveva neppure parlato di lei nel suo primo colloquio colla Cheron;
ma comunque potesse esser per l'avvenire la fortuna d'Emilia, la
distinzione che le procurava questo parentado era certa, giacchè la
brillante situazione della Clairval formava l'invidia di tutti, ed era
un oggetto d'emulazione per quelli che potevano sostenerne la
concorrenza. Essa aveva dunque acconsentito di abbandonar la nipote
all'incertezza d'un impegno la cui conclusione era dubbiosa e lontana;
e di tal modo poco combinata la sua felicità o col consenso, o
coll'opposizione: avrebbe però potuto render questo matrimonio sicuro
e vantaggioso insieme, ma una tal generosità non entrava allora per
nulla nei suoi progetti.
Da quel punto, Valancourt fece frequenti visite alla signora Cheron,
ed Emilia passò nella sua società i più felici momenti dei quali
avesse goduto dopo la morte del padre. Erano ambidue troppo dolcemente
occupati del presente, per interessarsi molto del futuro: amavano,
erano riamati, e non sospettavano che quell'istesso attaccamento, il
quale formava la loro felicità, potesse cagionare un giorno la
disgrazia della loro vita. In questo intervallo, la relazione della
Cheron colla Clairval divenne sempre più intima, e la vanità della
prima si pasceva di già bastantemente, pubblicando da per tutto la
passione del nipote della sua amica per Emilia.
Montoni divenne anch'egli l'ospite giornaliero del castello, ed Emilia
si accorse, col massimo dispiacere, ch'egli era l'amante di sua zia, e
amante favorito.
I nostri due giovani passarono così l'inverno, non solo nella pace, ma
anche nella felicità. Il reggimento di Valancourt era in guarnigione
vicino a Tolosa, per cui potevano vedersi di frequente. Il padiglione
del terrazzo era il teatro favorito delle loro conferenze; la zia ed
Emilia vi andavano a lavorare, e Valancourt leggeva loro opere di
spirito. Egli osservava l'entusiasmo d'Emilia, esprimeva il suo, e si
convinceva infine, ogni giorno più, che le loro anime erano fatte
l'una per l'altra, e che con il medesimo gusto, la medesima bontà e
nobiltà di sentimenti, essi soli reciprocamente potevano rendersi
felici.