Il buon religioso della mattina ritornò la sera per consolare Emilia,
e le portò l'invito dell'abbadessa di un convento vicino al suo di
recarsi da lei. La fanciulla non accettò l'offerta, ma rispose con
molta riconoscenza. La pia conversazione del confessore, la dolcezza
delle sue maniere, che somigliavano a quelle del defunto padre,
calmarono un poco la violenza dei suoi trasporti: innalzò il cuore
all'Ente Supremo, presente da per tutto.--Relativamente a
Dio,--pensava Emilia,--il mio dilettissimo padre esiste come ieri
esisteva per me: egli non è morto che per me; per Dio, per lui,
veramente esiste.--
Ritirata nella sua cameretta, i suoi pensieri malinconici vagarono
ancora intorno al padre. Immersa in una specie di sonno, imagini
lugubri offuscaronle l'immaginazione. Sognò di vedere il genitore
accostarsele con benevolo contegno. D'improvviso, sorrise mesto, alzò
gli occhi, aprì le labbra; ma invece delle sue parole, udì una musica
soave, trasportata sull'aere a grandissima distanza. Vide allora tutti
i suoi lineamenti animarsi nella beata estasi d'un ente superiore:
l'armonia diventava più forte; essa si destò. Il sogno era finito, ma
la musica durava ancora, ed era una musica celeste.
Tese l'orecchio, e si sentì agghiacciata da superstizioso rispetto: le
lagrime cessarono, si alzò, ed affacciossi alla finestra. Tutto era
oscuro, ma Emilia, distogliendo gli occhi dalle tetre selve che
frastagliavan l'orizzonte, vide a manca quell'astro brillante
ond'avea favellato il vecchio, e che trovavasi al di sopra del bosco.
Ricordossi quanto avea detto, e siccome la musica agitava l'aere ad
intervalli, aprì la finestra per ascoltar la dolce armonia, la quale
poco dopo andò affievolendosi, ed essa tentò indarno scoprire donde
partisse. La notte non le permise di nulla distinguere sul prato
sottoposto, ed i suoni diventando successivamente più fiochi e soavi,
cessero alfine il luogo ad un assoluto silenzio...
Il giorno dipoi essa ricevè un nuovo invito dalla badessa; Emilia che
non poteva risolversi ad abbandonare la casuccia finchè vi riposava il
cadavere del padre, acconsentì con ripugnanza di andare quella
medesima sera a rassegnarle il suo rispetto. Un'ora circa avanti il
tramonto del sole, Voisin le servì di guida, e la condusse al convento
traversando il bosco. Questo convento era situato, al par di quello
dei frati di cui abbiam parlato, all'estremità di un piccolo golfo del
Mediterraneo. Se Emilia fosse stata meno infelice, avrebbe ammirato la
bella vista di un immenso mare, che si scopriva da un colle, sul quale
sorgeva l'edificio; essa avrebbe contemplato quelle ricche spiaggie
coperte d'alberi e di pasture, ma le sue idee erano fisse in un solo
pensiero, e la natura non aveva ai suoi occhi nè forma, nè colore.
Mentre passava per l'antica porta del convento la campana suonò a
vespro, e le parve il primo tocco del funerale del padre. I più
leggeri incidenti bastano per alterare uno spirito infiacchito dal
dolore. Emilia superò la crisi penosa, da cui era agitata, e si lasciò
condurre dalla badessa, la quale la ricevè con materna bontà. La di
lei fisonomia interessante, i suoi sguardi benigni, penetrarono Emilia
di riconoscenza; avea gli occhi pieni di lacrime, e non poteva
parlare. La badessa la fece sedere vicino a lei e l'osservò in
silenzio, mentre essa cercava di asciugare le lacrime. «Calmatevi,
figliola,» le disse ella con voce affettuosa; «non parlate, io
v'intendo, voi avete bisogno di riposo. Noi andiamo alla preghiera;
volete accompagnarci? è una consolazione, fanciulla cara, il poter
deporre i propri affanni in seno del nostro Padre celeste: egli ci
vede, ci compiange, e ci castiga nella sua misericordia.»
Emilia versò nuove lacrime, ma le più dolci emozioni ne mitigarono
l'amarezza. La badessa la lasciò piangere senza interromperla,
guardandola con quell'aria di bontà che pareva indicare l'attitudine
di un angelo custode; Emilia divenne più tranquilla, parlando
francamente, spiegò i suoi motivi di non lasciare l'abitazione di
Voisin.
La badessa approvò i di lei sentimenti ed il suo rispetto figliale, ma
l'invitò a passare qualche giorno al convento, prima di ritornare al
suo castello. «Procurate di distrarvi, figlia mia,» le disse ella,
«per rimettervi un poco da questa scossa, prima di arrischiarne una
seconda; non vi dissimulerò quanto il vostro cuore si sentirà lacerare
alla vista del teatro della vostra passata felicità; qui voi troverete
tutte le consolazioni che possono offrire la pace, l'amicizia e la
religione; ma venite,» soggiunse vedendo che gli occhi le si
riempivano di lacrime, «venite, scendiamo in cappella.»
Emilia la seguì in una sala, ov'erano già riunite tutte le monache; la
badessa la presentò dicendo: «È una giovane per la quale ho molta
considerazione; trattatela come vostra sorella.» Andarono tutte
insieme alla cappella, e l'edificante devozione colla quale fu
recitato l'uffizio divino, elevò lo spirito di Emilia alle
consolazioni della fede e d'una perfetta rassegnazione.
L'ora era già avanzata, quando la badessa acconsentì a lasciarla
partire. Ella uscì dal convento meno oppressa di quando v'era entrata,
e fu ricondotta a casa da Voisin. Essa lo seguiva pensierosa in un
sentieruzzo poco battuto, quando d'improvviso la sua guida si fermò,
guardossi intorno, gettossi fuor del sentiero nello scopeto, dicendo
d'avere smarrita la strada; camminava con molta velocità. Emilia, che
non poteva seguirlo in un terreno lubrico e nella oscurità, restava a
gran distanza, e fu costretta di chiamarlo: egli non voleva fermarsi,
e l'invitava ad accelerare il passo con ruvidezza.
«Se voi non siete certo della vostra strada,» disse Emilia, «non
sarebbe meglio indirizzarvi a quel gran castello che scorgo là fra gli
alberi?
--No,» disse Voisin, «non ne vale la pena: quando saremo a quel
ruscello dove voi vedete splendere un lume al di là del bosco, noi
saremo a casa. Non capisco come ho potuto fare a smarrirmi: sarà forse
perchè vengo rare volte da queste parti dopo il tramonto del sole.
--È un luogo molto solitario,» disse Emilia. «Ma però non ci sono
assassini?
--No, signorina, non ve ne sono.
--Cosa è dunque che vi spaventa tanto, amico mio? Sareste mai
superstizioso?
--No, non lo sono; ma, per dirvi la verità, signorina, nessuno ama
trovarsi la notte nelle vicinanze di quel castello.
--Da chi è dunque abitato per crederlo così formidabile?
--Oh! signorina, se almeno fosse abitato! Il signor marchese è morto,
come vi dissi; non ci era venuto da molti anni, ed i suoi servitori si
sono ritirati in una casuccia poco lontana.»
Emilia comprese allora che il castello era quello di cui aveva già
parlato Voisin, e che aveva appartenuto al marchese di Villeroy, la
cui morte aveva tanto sorpreso il di lei padre.
«Ah,» disse Voisin; «com'esso è desolato! Era pure una bella casa; che
bella situazione! quando me ne ricordo...»
Emilia gli domandò il motivo di quel terribile cambiamento. Il vecchio
taceva, ed essa, colpita dallo spavento ch'egli manifestava, occupata
soprattutto dall'interesse manifestato da suo padre, ripetè la
domanda, ed aggiunse: Se non sono gli abitanti che vi spaventano, e se
non siete superstizioso, per qual ragione dunque, amico mio, non avete
il coraggio di avvicinarvi la sera a quel castello?
--Ebbene dunque, signorina, sarò forse un poco superstizioso, ma se ne
sapeste la vera cagione, potreste divenirlo anche voi. Sono accadute
colà cose stranissime; il vostro buon padre pareva aver conosciuto la
marchesa.
--Ditemi, vi prego, cos'è accaduto?» gli disse Emilia molto commossa.
--Oimè!» rispose Voisin; «non mi domandate di più; i segreti domestici
del mio padrone devono essere sempre sacri per me.»
Emilia, sorpresa da quest'ultima espressione, e sopratutto dal tuono
di voce con cui avevala pronunziata, non volle fare ulteriori domande.
Un interesse più vivo, l'imagine di Sant'Aubert, occupava allora tutti
i suoi pensieri, ella si rammentò la musica della notte precedente, e
ne parlò a Voisin. «Voi non siete stata la sola,» le diss'egli; «l'ho
udita anch'io; ma ciò m'accade così spesso a quell'ora, che non ci
bado più.
--Voi credete al certo,» disse Emilia, «che questa musica abbia
rapporti col castello, ed ecco perchè siete superstizioso, n'è vero?
--Può essere signorina; ma vi sono altre circostanze relative a quel
castello, e delle quali io conservo tristamente la memoria.»
Queste parole furono accompagnate da un profondo sospiro, e la
delicatezza di Emilia trattenne la curiosità, che le avevano destato
quei detti misteriosi.
Tornata a casa, la sua disperazione ricominciò: pareva che non ne
avesse sospeso il corso se non perdendo momentaneamente di vista colui
che ne formava il soggetto; andò tosto a contemplare la salma del
padre, e cedè a tutti i trasporti di un dolore senza speranza. Voisin
avendola finalmente decisa di allontanarsene, se ne tornò nella sua
camera. Oppressa dalle fatiche del giorno, si addormentò
immediatamente, e quando si svegliò trovossi molto più sollevata.
Sant'Aubert aveva domandato di essere sepolto nella chiesa delle
monache di Santa Chiara; aveva scelta la cappella settentrionale,
prossima alla sepoltura dei marchesi di Villeroy, e ne aveva indicato
il posto. Il superiore vi acconsentì, e la processione funebre
s'incamminò a quella volta. Il venerando padre, seguito da molti
preti, venne a riceverla alla porta. Il canto del _Miserere_, il suono
dell'organo, che rimbombò in chiesa quando vi entrò la bara, i passi
vacillanti, e l'aria abbattuta di Emilia, avrebbero strappato le
lacrime ai cuori più duri; ma essa non ne versò neppur una. Colla
faccia semicoperta da un velo nero, camminava in mezzo a due persone
che la sorreggevano; la badessa la precedeva, le monache la seguivano,
ed il lamentoso loro canto faceva eco a quello lugubre del coro.
Quando la processione fu giunta al sepolcro, Emilia abbassò il velo, e
nell'intervallo dei canti si distinsero facilmente i di lei singulti.
Il reverendo sacerdote cominciò la messa, ed Emilia riescì a frenarsi
alquanto, ma quando il cadavere fu deposto nella tomba, quando udì
gettar la terra che dovea ricoprirlo, le sfuggì un fioco gemito, e
cadde in braccio alla persona che la sosteneva; ma si rimise
prontamente, e potè intendere quelle parole sublimi:--_Il suo corpo
riposa in pace, e l'anima è tornata a Chi glie l'ha data._--La sua
disperazione allora fu sollevata da un diluvio di lacrime.
La badessa la fece uscire di chiesa, la condusse nel suo appartamento,
e le offrì tutti i soccorsi della santa religione e di una tenera
pietà. La fanciulla facea sforzi per vincere la sua debolezza; ma la
superiora, la quale l'osservava attenta, le fece preparare un letto e
la indusse al riposo. Reclamò con bontà la promessa fatta da lei di
passar qualche giorno al convento. Emilia, cui nulla più richiamava
alla capanna, teatro del suo infortunio, ebbe agio allora di
considerar la sua posizione, e si sentì incapace di ripartire
immediatamente.
Intanto la bontà materna della badessa e le dolci attenzioni delle
monache nulla risparmiavan per calmare il di lei spirito e restituirla
in salute; ma essa avea provato scosse troppo violente per
ristabilirsi presto: fu adunque per parecchie settimane colta da lenta
febbre, e cadde in uno stato di languore. S'affligea di lasciar la
tomba dove riposavano le ceneri del padre; si lusingava che, se moriva
colà, sarebbe a lui riunita. Intanto, Emilia scrisse alla signora
Cheron sua zia ed alla sua vecchia governante per partecipar loro
l'accaduto, ed informarle della sua situazione. Mentre l'orfanella
stava in convento, la pace interna di quell'asilo, la bellezza de'
dintorni, le attenzioni della superiora e delle monache fecero su lei
un effetto sì attraente, che fu quasi tentata di separarsi dal mondo;
essa avea perduto i suoi più cari amici, voleva chiudersi in quel
chiostro, in un soggiorno che il sepolcro del padre rendeale sacro in
sempiterno. L'entusiasmo del suo pensiero, ch'erale quasi naturale,
avea sparso una vernice sì patetica sul santo ritiro d'una monaca,
ch'ell'avea quasi smarrito di vista il vero egoismo che lo produce. Ma
i colori che un'imaginazione malinconica, lievemente imbevuta di
superstizione, prestava alla vita monastica, svanirono a poco a poco,
quando le tornarono le forze, e ricondussero un'imagine ch'erane stata
bandita soltanto passaggiermente. Tale memoria richiamolla
tacitamente alla speranza, alla consolazione, ai più dolci sentimenti;
bagliori di felicità mostraronsi da lunge, e benchè non ignorasse a
qual punto potevano esser fallaci, non volle privarsene. Dopo parecchi
giorni, ricevè una risposta dalla sua zia, gonfia di espressioni
comuni di condoglianza, ma non d'un vero dolore; le annunziava che una
persona da lei incaricata sarebbe andata a prenderla per ricondurla al
castello della valle, giacchè le di lei occupazioni non le
permettevano d'intraprendere un sì lungo viaggio. Sebbene Emilia
preferisse la sua valle a Tolosa, fu nonostante colpita da una
condotta così poco delicata e sconveniente. La zia permetteva ch'ella
ritornasse al suo castello senza parenti e senza amici per consolarla
e per difenderla; e questa condotta diveniva tanto più colpevole, in
quanto che suo padre moribondo aveva affidata la derelitta figliuola
alle cure della sorella, com'essa l'aveva avvisata nella lettera
scrittale.
Passarono alcuni giorni dall'arrivo dell'inviato della signora Cheron
all'epoca in cui Emilia fu in grado di partire. La sera precedente
alla sua partenza, andò a casa di Voisin per congedarsi da quella
buona famiglia, ed attestarle la sua riconoscenza: trovò il buon
vecchio assiso sulla porta, fra la figlia ed il genero, che, riposando
in quel momento dai lavori della giornata, suonava una specie di
flauto somigliante ad una zampogna. Essi avevano innanzi a sè
imbandita una piccola mensa ben provvista di pane, frutti e vino; i
ragazzi, tutti belli e pieni di salute, godevano intorno alla tavola
della refezione che lor veniva distribuita con indicibile affetto dai
genitori. Emilia si fermò un momento prima di avvicinarsi,
contemplando il quadro interessante di quella buona gente; essa
guardava attentamente quel vecchio rispettabile, e girando gli occhi
sulla casa, l'immagine del padre le rammentò tutto l'orrore della sua
situazione. Disse addio a tutta la famiglia con un'espressione la più
tenera e sensibile; Voisin l'amava come sua figlia e versava lacrime.
Emilia piangeva; evitò di entrare nella casetta, che le avrebbe
rinnovato impressioni troppo dolorose, e partì.
Tornata al convento, ella si decise di visitare ancora una volta la
tomba del padre. Avendo inteso che un andito sotterraneo conduceva a
quei sepolcri, aspettò che tutti fossero in letto, eccettuato una
monaca che le aveva promessa la chiave della chiesa. Emilia restò in
camera finchè l'orologio suonò mezzanotte, ed allora giunse la monaca
colla chiave promessa. Scesero insieme una scaletta a chiocciola; la
monaca si offrì di accompagnarla fino al sepolcro, aggiungendo
spiacerle il lasciarla andar sola a quell'ora; ma Emilia la ringraziò,
e non potè acconsentire di avere un testimonio del suo dolore. La
buona religiosa aprì una porticina e le porse il lume. Emilia la
ringraziò, si avanzò nella chiesa, e suora Maria si ritirò. Assalita
da improvviso terrore, la fanciulla si riavvicinò alla porta, ed era
tentata di richiamarla, ma al momento stesso, vergognandosi del suo
timore, si avanzò nuovamente. L'aria fredda e umida di quel luogo, il
cupo silenzio che vi regnava, e un fioco raggio di luna che traversava
una finestra gotica, avrebbero senza dubbio risvegliata in chiunque la
superstizione; ma essa in quel punto non aveva altro pensiero che il
suo dolore. Tutto ad un tratto le parve vedere un'ombra fra le
colonne; si fermò, ma non avendo udito i passi di alcuno, conobbe
esser l'effetto della sua imaginazione alterata. Sant'Aubert era
sepolto in un'urna semplicissima, la quale non portava altra
iscrizione fuor del suo nome e cognome, la data della nascita e quella
della morte, ed era situata al piè del pomposo mausoleo de' Villeroy.
Emilia vi si trattenne in orazione finchè la campana del mattutino
l'avvertì esser tempo di ritirarsi. Versò ancora qualche lacrima,
baciò il prezioso sarcofago, e se ne tornò in camera abbandonando un
luogo così tristo. Dopo quel momento di effusione gustò di un sonno
tranquillo; svegliandosi, si sentì lo spirito più calmo, e parve più
rassegnata di quello fosse stata dopo la morte del padre.
Giunto il momento della partenza, tutto il suo dolore si rinnovò; la
memoria di suo padre nella tomba, e la bontà di tante persone viventi,
l'affezionavano a quella dimora; ella sembrava provare, per il luogo
ove riposava Sant'Aubert, quella tenera affezione che si risente per
la patria. La badessa, nel separarsi da lei, le diede tutte le più
sensibili testimonianze di attaccamento, e l'impegnò a tornare, se
altrove non avesse incontrata quella considerazione, che dovea
aspettarsi. Le altre monache le esternarono i più vivi rammarici; alla
perfine lasciò il convento colle lacrime agli occhi, portando seco
l'affetto ed i voti di tutte le persone che vi restavano.
Aveva già percorso un lungo tratto di paese prima che il magnifico
spettacolo, che si offeriva alla sua vista, potesse distrarla. Assorta
nella malinconia, non notò tanti oggetti incantevoli se non per
rammentarsi meglio il padre perduto. Sant'Aubert trovavasi con lei
quando prima li aveva veduti, e le di lui osservazioni su di essi le
tornavano alla memoria. Quel giorno passò nel languore e
nell'abbattimento; la notte essa dormì sulla frontiera della
Linguadoca, ed il dì successivo entrò in Guascogna.
Al tramontar del sole, Emilia si trovò nelle vicinanze della valle
tutti quei luoghi che conosceva sì bene, richiamandola a rimembranze
che le straziavano il cuore, ridestarono tutta la sua tenerezza ed il
suo dolore; guardava piangendo le vette dei Pirenei colorite allora
dalle più belle e vaghe tinte del tramonto. «Là,» sclamava essa, «là
sono quelle medesime grotte; ecco là il medesimo bosco di abeti
ch'egli guardava con tanta compiacenza quando passammo insieme da quei
luoghi! Ecco là quella capanna sull'ameno colle del quale mi aveva
fatto disegnare la veduta. Oh! padre mio, io non vi vedrò mai più.»
La strada ad una svolta le lasciò scorgere il castello in mezzo a quel
magnifico paesaggio; i fumaiuoli, imporporati dall'occaso, sorgevan
dietro le piantagioni favorite di Sant'Aubert, il cui fogliame celava
le parti basse dell'edifizio. Emilia non potè reprimere un profondo
sospiro.--Quest'ora, pensava ella, era pure la sua ora prediletta.--E
vedendo il paese sul quale allungavansi le ombre: «Qual quiete!»
sclamava; «qual deliziosa scena! tutto è tranquillo, tutto è amabile,
aimè! come già un tempo!»
Ella resisteva ancora al peso terribile del suo dolore, quando udì la
musica dei balli campestri che bene spesso aveva osservati
passeggiando col padre sulle fiorite sponde della Garonna. Allora
pianse amaramente fino al momento in cui si fermò la carrozza. Alzò
gli occhi, e riconobbe la sua vecchia governante che apriva la porta
della casa. Il cane di suo padre veniva festoso incontro di lei, e
quando fu discesa la colmò di carezze; lo che aumentò il di lei vivo
dolore.
«Mia cara padroncina...» le disse Teresa, e poi si fermò; le lacrime
di Emilia le impedivano di replicare; il cane saltellava intorno a
lei; di repente corse alla carrozza. «Ah! signora Emilia, povero il
mio padrone!» sclamò Teresa; «il suo cane è andato a cercarlo.»
Emilia singhiozzò vedendo quell'animale amoroso saltare in carrozza,
scendere, fiutare, e cercare con inquietudine.
«Venite mia cara signorina,» disse Teresa, «andiamo; che cosa potrò io
darvi per rinfrescarvi?»
Emilia prese la mano della governante, sforzandosi di moderare il suo
dolore, con interrogazioni sullo stato della di lei salute. Camminava
lentamente verso la porta, si fermava, faceva un passo, e si fermava
di nuovo. Qual silenzio! Qual abbandono, qual morte in quel castello!
Temendo di rientrarvi, e rimproverandosi le sue esitanze, traversò
rapidamente la sala, come se avesse temuto di guardarsi intorno, ed
aprì il gabinetto che altre volte chiamava il _suo_. L'imbrunir della
sera dava qualcosa di solenne al disordine di quel luogo: le sedie, i
tavolini, e tutti gli altri mobili, che in tempi più felici osservava
appena, parlavano allora troppo eloquentemente al suo cuore; ella
sedette vicino ad una finestra che guardava sul giardino, d'onde, in
compagnia del padre, aveva spesso contemplato l'effetto maraviglioso
del sole all'occaso. Non si contenne più e si trovò sollevata da
quello sfogo.
«Vi ho preparato il letto verde,» disse Teresa portandole il caffè;
«ho creduto che ora lo preferireste al vostro. Non avrei mai creduto
che aveste a tornar sola. Qual giorno, gran Dio! La nuova, quando la
ricevetti, mi trapassò il cuore: chi l'avrebbe detto, quando partì il
mio povero padrone, che non doveva tornare mai più?»
Emilia si coprì la faccia col fazzoletto, e le accennò di tacere e
partirsene.
La fanciulla rimase alcun tempo immersa in alta mestizia; non vedea un
solo oggetto che non le ravvivasse il suo dolore: le piante favorite
di Sant'Aubert, i libri scelti per lei, e cui leggevano spesso
insieme, gli strumenti musicali onde amava tanto l'armonia e che
suonava egli medesimo. Alla fine, fattasi coraggio, volle vedere
l'appartamento abbandonato; sentì che la sua pena sarebbe aumentata se
differiva.
Traversò il cortile, ma il coraggio le venne meno nell'aprir la
biblioteca; forse l'oscurità che la sera ed il fogliame diffondevano
intorno accresceva il religioso effetto di quel luogo, dove tutto le
parlava del padre. Scorse la sedia nella quale si poneva: rimase
interdetta a tal vista, ed immaginossi quasi averlo visto in persona
dinanzi a lei. Cercò scacciare le illusioni d'un'immaginazione
turbata, ma non potè astenersi da un certo rispettoso terrore che
mescolavasi alle sue emozioni. Inoltrò pian piano verso la sedia e vi
s'assise; avea presso un leggìo, su cui stava un libro che suo padre
non avea chiuso; riconoscendo la pagina aperta, rammentossi che la
vigilia della sua partenza Sant'Aubert aveagliene letto qualcosa: era
il suo autore favorito. Guardò il foglio, pianse, e tornò a guardarlo:
quel libro era sacro per lei; essa non avrebbe chiusa la pagina aperta
per tutti i tesori del mondo; ristette dinanzi al leggìo, non potendo
risolversi a lasciarlo.
In mezzo ai suoi tristi pensieri, vide la porta aprirsi lentamente; un
suono cui udì in fondo alla stanza, la fece trabalzare; credette
scorgere qualche movimento. Il subietto della sua meditazione,
l'abbattimento de' suoi spiriti, l'agitazione de' sensi le cagionarono
un repentino terrore; s'aspettò qualcosa di sovrannaturale. Ma la
ragione vincendo la paura: «Di che ho io a temere?» disse; «se le
anime di coloro che amiamo compariscono, non può essere che pel nostro
meglio.»
Il silenzio che regnava la fece vergognare del suo timore; frattanto
il medesimo suono ricominciò; distinguendo qualcosa intorno a lei, che
venne ad urtar leggermente la sua sedia, gettò un grido, ma non potè
nel tempo stesso trattenersi dal sorridere con un po' di confusione,
riconoscendo il buon cane che si accucciava vicino a lei, e le lambiva
le mani. Emilia, non trovandosi in grado quella sera di visitare tutto
il castello, uscì ed andò a passeggiare in giardino, sul terrazzo
sovrastante al fiume. Il sole era tramontato, ma sotto i fronzuti rami
de' mandorli distinguevansi le strisce di fuoco che indoravano il
crepuscolo. La fanciulla si avvicinò al platano favorito, ove
Sant'Aubert sedeva spesso vicino a lei, e dove la sua tenera madre le
aveva tante volte parlato delle delizie della vita futura; quante
volte ben anco suo padre aveva trovato conforto nell'idea di una
eterna riunione! Oppressa da tale rimembranza, lasciò il platano, ed
appoggiandosi al muro del terrazzo, vide un gruppo di contadini che
ballavano allegramente sulle rive della Garonna, la cui vasta
estensione rifletteva gli ultimi raggi del dì. Qual doloroso contrasto
per la povera Emilia, infelice e desolata! Si voltò, ma oimè! dove
poteva essa andare senza incontrar ad ogni passo oggetti fatti per
aggravare il suo dolore? se ne tornava lentamente a casa quando
incontrò Teresa, la quale sgridolla dolcemente di esporsi sola in
giardino ed a quell'ora, dove non poteva ricevere alcuna consolante
assistenza nello stato penoso in cui si trovava.
«Ve ne prego, Teresa, lasciatemi tranquilla,» disse Emilia; «la vostra
intenzione è ottima, ma l'eloquenza è male adattata in questo momento.
--Intanto la cena è preparata,» rispose la governante.
--Non posso mangiare,» disse Emilia.
--Fate malissimo, mia cara padrona, bisogna nutrirsi. Vi ho preparato
un fagiano, che m'ha mandato stamattina il signor Barreaux: avendolo
incontrato ieri, gli dissi che vi aspettava; vi giuro che non ho mai
veduto un uomo più afflitto di lui, quando gli diedi la trista
nuova...»
Emilia, malgrado tutte le premure di Teresa, non volle mangiare, e si
ritirò nella sua camera.
Qualche giorno appresso ricevè lettere di sua zia. La signora Cheron,
dopo alcune espressioni di consolazione e di consiglio, la invitava ad
andare a Tolosa, aggiungendo che il defunto fratello avendole affidata
la sua educazione, si credeva in obbligo d'invigilare sopra di lei.
Emilia avrebbe preferito di restare alla valle; essendo esso l'asilo
della sua infanzia ed il soggiorno di coloro che aveva perduti per
sempre, poteva piangerli liberamente senza essere molestata da alcuno;
ma desiderava parimenti non dispiacere alla sola parente che le
restava.
Quantunque la di lei tenerezza non le permettesse di dubitare un
istante sulle ragioni che avevano determinato Sant'Aubert a fare
questa scelta, Emilia comprendeva benissimo che la sua felicità andava
ad essere esposta ai capricci della zia. Rispondendole, ella chiese il
permesso di restare ancora qualche tempo nella valle, allegando il suo
estremo abbattimento, ed il bisogno che aveva di riposo e di
solitudine, per ristabilirsi dai dispiaceri sofferti; sapeva benissimo
che i di lei gusti differivano assai da quelli di sua zia, la quale
amava la dissipazione, e le sue ricchezze le permettevano di goderne.
Dopo avere scritta questa lettera, Emilia si sentì più sollevata.
Ricevè la visita di Barreaux, il quale compiangeva sinceramente la
perdita dell'amico.
«Non posso rammentarmene senza il più vivo interesse,» diceva egli;
«io non troverò alcuno che lo somigli. Se avessi incontrato un uomo
solo come lui nel mondo, non ci avrei rinunciato.»
L'affezione di Barreaux per Sant'Aubert lo rendeva estremamente caro
ad Emilia; la di lei maggior consolazione consisteva nel parlare de'
suoi genitori con un uomo che stimava moltissimo, e che, sotto un
esteriore poco gradevole, nascondeva un cuore tanto sensibile ed uno
spirito così coltivato.
Scorsero parecchie settimane, ed Emilia nel suo pacifico ritiro passò
gradatamente dal dolore ad una dolce malinconia; poteva già leggere, e
leggere perfino i libri che aveva percorsi col padre, sedere al suo
posto nella biblioteca, inaffiare i fiori da lui piantati, suonare il
pianoforte, e cantare di tempo in tempo qualcuna delle sue arie
favorite.
Quando il suo spirito fu un poco rimesso da questa prima scossa,
comprese il pericolo di cedere all'indolenza, e pensando che
un'attività sostenuta avrebbe potuto restituirle la forza, si attaccò
scrupolosamente ad impiegare con metodo tutte le ore del giorno.
Allora conobbe più che mai il pregio dell'educazione ricevuta.
Coltivando la di lei mente, Sant'Aubert le aveva assicurato un rifugio
contro l'ozio e la noia. La dissipazione, i brillanti divertimenti e
le distrazioni della società da cui separavala la sua posizione
attuale, non eranle punto necessari. Ma, nel tempo medesimo, il padre
aveva sviluppato le preziose qualità del suo spirito; spargendo le sue
beneficenze intorno a sè, con la bontà e la compassione addolciva i
mali di coloro che non poteva alleviare coi soccorsi; in una parola,
sapeva compatire tutti gli esseri che si trovavano vittima dei mali
inseparabili della vita umana.
Non ricevendo nessuna risposta dalla Cheron, Emilia cominciava a
lusingarsi di poter prolungare il suo soggiorno nella valle; e
sentendosi bastantemente in forza, si arrischiò a visitare quei
luoghi, ove il passato rappresentavasi più vivamente al di lei
spirito; recossi dunque alla peschiera, e per aumentare la malinconia,
che tanto le piaceva, portò seco il liuto, e vi andò in una di quelle
ore della sera che tanto si affanno all'immaginazione e al cuore:
quando la fanciulla fu tra i boschi e vicina a quel luogo delizioso,
si fermò, appoggiossi contro un albero, e pianse qualche minuto prima
di avanzarsi. La stradella che menava al padiglione era allora tutta
ingombra di erbe; i fiori seminati da suo padre sui margini, ne
parevan quasi soffocati; le ortiche, il caprifoglio crescevano a
cespi; ed ella osservava tristamente quella passeggiata negletta; ove
tutto annunziava il disordine e la noncuranza, aprì la porta
tremando. «Ah!» disse; «ogni cosa è al suo posto come ve la lasciai
quando ci stava in compagnia di chi non rivredrò mai più.» Se ne stava
ella così pensierosa, senza riflettere ch'era imminente la notte, e
che gli ultimi raggi del sole indoravano già la cima de' monti;
sarebbe rimasta senza dubbio più a lungo in quella situazione, se non
fosse stata risvegliata da un rumore di passi dietro l'edifizio. Poco
dopo fu aperta la porta, comparve uno straniero, e stupefatto di
vedere Emilia, la supplicò di scusare la sua indiscretezza. Al suono
di quella voce, svanì il timore di lei, ma crebbe la sua commozione.
Quella erale famigliare, e sebbene non potesse riconoscerne l'oggetto,
la memoria le serviva troppo bene perch'ella conservasse paura.
L'ignoto ripetè le sue scuse. Emilia rispose qualche parola, ed allora
avanzandosi esso con vivacità, esclamò: «Gran Dio! è mai possibile?
Certo, io non m'inganno, è la signorina Sant'Aubert.
--È vero,» disse Emilia, riconoscendo Valancourt, la cui fisonomia
sembrava molto animata. Mille rimembranze penose rinnovarono le sue
tristi afflizioni, e lo sforzo che fece per contenersi, non servì se
non ad agitarla davvantaggio. Valancourt intanto s'informava
premurosamente della salute di Sant'Aubert. Un torrente di lacrime gli
fece conoscere pur troppo la fatal notizia. Egli la condusse ad una
sedia, e si assise vicino a lei che continuava a piangere, mentre il
giovane teneva una mano stretta fra le sue.
«Io so,» disse finalmente, «quanto in simili casi sono inutili le
consolazioni: dopo una sì gran disgrazia, non posso che affliggermi
con voi.»
Quando Valancourt intese che Sant'Aubert era morto in viaggio, ed
aveva lasciato Emilia in mano a persone estranee, esclamò
involontariamente: «Dov'era io?» quindi mutò discorso, e parlò di sè
medesimo. Le raccontò che, dopo la loro separazione, aveva errato
qualche giorno sulla riva del mare, ed era tornato in Guascogna
passando per la Linguadoca.
Dopo questa breve narrazione, egli tacque: Emilia non era disposta a
riprendere la parola, e s'incamminarono verso il castello. Quando
furono giunti alla porta, egli si fermò come se avesse creduto di non
dover andar più oltre; disse ad Emilia che contando recarsi il giorno
seguente ad Estuvière, domandava il permesso di venire a congedarsi da
lei, ed essa non ebbe coraggio di negarglielo.
Giunta la notte, non potè prender sonno, essendo più che mai occupata
dalla memoria del padre. Rammentandosi in qual maniera precisa e
solenne le aveva ordinato di bruciare le sue carte, rimproverò a sè
stessa di non avere obbedito più presto, e decise di riparar la domane
a questa negligenza.