Emilia fu svegliata di buon'ora, come l'aveva preveduto. Il sonno
l'aveva ristorata un poco; era stata invasa da sogni penosi, e la più
dolce consolazione degl'infelici non aveale menomamente giovato. Aprì
la finestra, guardò il bosco, respirò l'aria pura dell'aurora, e si
sentì più tranquilla. Tutto il paese spirava quella frescura che
sembra apportar la salute. Non si sentivano che suoni dolci e
simpatici, come la campana d'un convento lontano, il mormorio delle
onde, il canto degli uccelli e il muggito del bestiame, ch'essa vedeva
camminare lentamente fra gli sterpi e gli alberi.
Emilia udì un movimento nella sala, e riconobbe la voce di Michele,
che parlava alle sue mule ed usciva con loro da una capanna vicina:
uscì essa pure, e trovò il padre, il quale erasi alzato in quel
momento, e non istava meglio di prima. Lo condusse nella stanzetta
dove avevano cenato la sera avanti: vi trovarono una buonissima
colazione, e l'ospite e sua figlia, che li aspettavano per augurar
loro il buon giorno.
«Io v' invidio questa bella dimora, amici miei,» disse Sant'Aubert nel
vederli; «essa è così piacevole, così placida, così decente! E l'aria
che vi si respira! Son certo che questa potrebbe forse restituirmi la
salute.»
Voisin lo salutò garbatamente, e gli rispose con civiltà squisita: «La
mia dimora è divenuta invidiabile, dacchè voi e questa signorina
l'avete onorata della vostra presenza.»
Sant'Aubert sorrise amichevolmente a questo complimento, e si mise a
tavola, la quale era coperta di frutta, burro e cacio fresco. Emilia,
che aveva esaminato attentamente il padre, e lo trovava in uno stato
deplorabile, l'impegnava premurosamente a protrarre la sua partenza
fino a sera; ma egli sembrava impaziente di tornare a casa, ed
esprimeva questa impazienza con un calore veramente straordinario.
Assicurava che da lunga pezza non s'era sentito tanto bene, e che
viaggerebbe con minor pena al fresco del mattino che ad ogni altra ora
del dì. Ma mentre esso parlava col suo ospite rispettabile, e lo
ringraziava della cortese accoglienza fattagli, Emilia lo vide cambiar
di colore e cadere sulla sedia prima ch'essa potesse sostenerlo. In
pochi momenti si rimise dall'improvviso deliquio, ma stava così male,
che si riconobbe incapace di viaggiare; e dopo aver lottato un poco
contro la violenza dei suoi mali, domandò di essere aiutato a risalire
la scala, e rimettersi in letto. Questa preghiera rinnovò tutti i
terrori di Emilia provati il giorno antecedente, ma sebbene potesse
appena sostenersi, e resistere al colpo fatale che la colpiva, procurò
di reprimere il proprio dolore, e dandogli il braccio tremante, aiutò
il padre a tornare nella sua camera.
Appena fu in letto, egli fece chiamare Emilia, la quale piangeva fuori
della stanza, e chiese di esser lasciato solo con lei. Allora le prese
la mano, e fissò gli occhi nella figlia con tanta tenerezza e dolore,
che il suo coraggio l'abbandonò, ed essa proruppe in un pianto
dirotto. Sant'Aubert cercava di conservare la sua fermezza, e non
poteva parlare; non poteva che stringerle la mano, e trattenere a
stento le proprie lacrime; alfine prese la parola.
«Mia cara figlia,» diss'egli, sforzandosi di sorridere in mezzo
all'impressione del suo dolore, «mia cara Emilia!» Fece una pausa,
alzò gli occhi al cielo, come per implorarne l'assistenza, ed allora
con un tuono di voce più fermo, con uno sguardo in cui la tenerezza
paterna univasi con dignità alla pia solennità d'un santo,
«Figliuola,» le disse, «io vorrei addolcire le tristi verità che sono
costretto a svelarti, ma non so nasconderti nulla. Oimè! vorrei
poterlo fare, ma sarebbe troppo crudele di prolungare il tuo errore:
la nostra separazione è imminente; convien dunque parlarne, e
prepararci a sopportarla con le nostre riflessioni e le preghiere.»
Gli mancò la voce; Emilia, sempre piangendo, si strinse la di lui mano
al seno, ed oppressa da convulsi sospiri, non aveva nemmen forza
d'alzare gli occhi.
«Non perdiamo un solo momento,» disse Sant'Aubert, rientrando in sè
stesso; «ho molte cose da dirti. Debbo rivelarti un segreto della più
alta importanza, ed ottenere da te una solenne promessa; quando ciò
sarà fatto, io sarò più tranquillo. Tu devi aver già osservato, mia
cara, quanto desidero di essere a casa mia; tu ne ignori la ragione:
ascolta ciò che sono per dirti. Ma aspetta, ho bisogno di questa
promessa, fatta a tuo padre moribondo!»
Emilia colpita da queste ultime parole, come se per la prima volta
avesse conosciuto il pericolo del padre, alzò la testa; le sue lacrime
si arrestarono, e guardandolo un momento con l'espressione di
un'insopportabile afflizione, fu assalita dalle convulsioni, e svenne.
Le grida di Sant'Aubert attirarono Voisin ed Agnese, che le
apprestarono tutti i possibili soccorsi, ma per lunga pezza indarno.
Quando Emilia rinvenne, Sant'Aubert era così spossato da tutta quella
scena, che restò qualche minuto senza poter parlare. Un cordiale
presentatogli da Emilia, rianimò le sue forze. Allorchè per la seconda
volta furono soli, egli sforzossi di calmarla, e le prodigò tutte le
consolazioni compatibili colla circostanza. Ella si gettò nelle sue
braccia, pianse dirottamente, ed il dolore la rendeva talmente
insensibile a' suoi discorsi, ch'egli cessò di parlare, non potendo
che intenerirsi e mescolare le proprie lacrime a quelle della
fanciulla. Richiamata alfine ad un sentimento di dovere, volle
risparmiare al padre un più lungo spettacolo del suo dolore; si
sciolse dalle di lui braccia, asciugò le lacrime, ed articolò qualche
parola di consolazione.
«Cara Emilia,» riprese Sant'Aubert, «figliuola mia, assoggettiamoci
con umile rassegnazione all'Ente che ci ha protetti e consolati nei
pericoli e nelle afflizioni. Ogni istante della nostra vita è da lui
conosciuto; egli non ci ha mai abbandonati, e non ci vorrà abbandonare
neppure in questo momento. Io sento questa consolazione nel mio cuore;
ti lascerò, figlia mia, ti lascerò nelle di lui braccia, e sebbene io
abbandoni questo mondo, sarò sempre alla tua presenza. Sì; Emilia
cara, non piangere: la morte in sè stessa non ha nulla di nuovo o di
sorprendente, giacchè sappiamo tutti di essere nati per morire; essa
non ha nulla di terribile per coloro che confidano in un Dio
onnipotente. Se la vita mi fosse stata prolungata, il corso della
natura me la avrebbe tolta fra pochi anni. La vecchiaia, e tuttociò
ch'ella porta seco d'infermità, di privazioni e d'affanni, sarebbero
state quanto prima il mio retaggio; la morte finalmente sarebbe
giunta, e ti sarebbe costata quelle lacrime che spargi in questo
momento. Rallegrati piuttosto, cara figlia, di vedermi liberato da
tanti mali. Io muoio con uno spirito libero, suscettibile delle
consolazioni della fede, e con perfetta rassegnazione.»
Si fermò stanco di parlare. Emilia si sforzò di ricomporsi, e
rispondendo a ciò che le aveva detto, cercò di persuaderlo che non
aveva parlato invano.
Dopo un poco di riposo, egli ripigliò. «Ma torniamo al soggetto che
tanto mi preme. Ti ho detto che aveva da chiederti una promessa
solenne; bisogna ch'io la riceva, prima di spiegarti la circostanza
principale di cui devo parlarti; sonvene altre che, pel tuo riposo,
importa che tu ignori per sempre. Promettimi dunque che eseguirai
esattamente ciò che sono per ordinarti.»
Emilia, colpita dalla gravità di queste espressioni, si terse le
lagrime, cui non poteva impedirsi dallo spargere; e guardando il padre
eloquentemente, si obbligò con giuramento a fare ciò che egli
esigerebbe da lei, senza sapere di che si trattasse. Allora egli
continuò: «Ti conosco troppo, Emilia cara, per temere che tu abbia a
mancar mai ai tuoi impegni, ma sopratutto ad un impegno così
rispettabile. La tua parola mi pone in calma, e la tua lealtà diviene
di un'importanza inconcepibile per la tranquillità dei tuoi giorni.
Ascolta ora ciò che debbo dirti. Il gabinetto contiguo alla mia camera
nel nostro castello della valle contiene una specie di botola, che si
apre sotto un'asse del pavimento; la riconoscerai ad un nodo
rimarchevole del legno; d'altronde, è la penultima asse dalla parte
della parete, ed in faccia alla porta della camera. Circa ad un
braccio di distanza dalla finestra, scorgerai una commessura, come se
la tavola ne fosse stata cambiata; calca il piede su quella linea, la
tavola si abbasserà, e potrai facilmente farla scorrere sotto l'altra;
di sotto troverai un vuoto.» Egli si fermò per prender fiato, ed
Emilia restò nella più profonda attenzione. «Capisci tu queste
istruzioni, mia cara?» le disse egli. Emilia, capace appena di
proferir accento, l'assicurò che l'intendeva benissimo.
«Quando tornerai a casa...» E sospirò profondamente.
Appena ella lo sentì parlare di questo ritorno, tutte le circostanze
che dovevano accompagnarlo si presentarono alla di lei immaginazione;
ebbe un nuovo accesso di dolore, e Sant'Aubert, più afflitto ancora
dallo sforzo e dal ritegno fattosi, non potè trattenere le lacrime.
Dopo alcuni momenti, si riebbe, e continuò: «Cara figlia, consolati;
quando non esisterò più non sarai abbandonata. Ti lascio sotto
l'immediata protezione della provvidenza, che non mi ha negato mai i
suoi soccorsi. Non mi affliggere coll'accesso della tua disperazione;
insegnami piuttosto, col tuo esempio, a moderare quella che risento.»
Il malato, il quale non parlava se non con difficoltà, ripigliò il suo
discorso dopo una pausa. «Quel gabinetto, mia cara..... quando
tornerai a casa, vacci, e sotto la tavola che ho descritta, troverai
un fascio di carte; sta attenta adesso. La promessa che ho ricevuta da
te, è relativa a questo unico oggetto; tu devi bruciare quelle carte
senza osservarle, nè leggerle; io te l'ordino assolutamente.»
La sorpresa d'Emilia superando un istante il suo dolore, chiese il
motivo di quella precauzione. Il padre rispose che se avesse potuto
spiegarglielo, la promessa da lei richiesta non sarebbe stata più
necessaria. «Ti basti, figlia mia, di penetrarti bene di questa
ragione: essa è d'un'estrema importanza. Sotto quella medesima asse
troverai circa dugento doppie in una borsa di seta. Questo segreto fu
già immaginato per mettere in salvo il denaro che si trovava nel
castello, allorchè la provincia era inondata da truppe, che,
profittando della circostanza, si abbandonavano ad ogni sorta di
depredazioni ed al saccheggio. Mi resta ancora da ricevere un'altra
promessa da te, ed è, che in qualunque critica posizione possa
trovarti, non venderai mai la nostra possessione della valle.»
Sant'Aubert aggiunse, che s' ella si fosse maritata, avrebbe dovuto
specificare nel contratto nuziale, che il castello le sarebbe rimasto
in assoluta proprietà. Le parlò in seguito del suo patrimonio con
maggior dettaglio di quel che non avesse fatto fin a quel punto.
«Le dugento doppie, ed il poco denaro che troverai nella mia borsa,
son tutto il contante che ho da lasciarti. Ti ho già detto in quale
stato sono i nostri affari col signor Motteville di Parigi. Ah figlia
mia, ti lascio povera, ma non nella miseria.»
Emilia non poteva rispondere a nulla; inginocchiata accanto al letto,
bagnava di lacrime la mano diletta che teneva ancor nelle proprie.
Dopo questo discorso, lo spirito di Sant'Aubert parve molto più
tranquillo; ma, spossato dallo sforzo fatto, cadde nel sopore. Emilia
continuò ad assisterlo ed a piangere vicino a lui, fino a che un lieve
colpo battuto alla porta della camera la costrinse a rialzarsi. Voisin
venivale a dire che dabbasso eravi un confessore del convento vicino,
pronto ad assistere suo padre; ma essa non volle che lo si svegliasse,
e fece pregare il sacerdote a non andarsene. Quando Sant'Aubert uscì
dal suo sopore, tutti i suoi sensi erano confusi; e ci volle qualche
tempo prima ch'ei riconoscesse Emilia. Allora mosse le labbra, le
stese la mano, ed essa fu dolorosamente colpita dall'impressione di
morte che osservava in tutti i suoi lineamenti. Dopo pochi minuti
ricuperò la voce, ed Emilia gli domandò se desiderava vedere un
confessore. Le rispose di sì, ed appena fu introdotto il reverendo
padre, ella si ritirò. Restarono insieme circa mezz'ora: quindi fu
richiamata Emilia, che trovò il padre più agitato, ed essa allora
guardò il confessore con alquanto risentimento, come s'egli ne fosse
stato la cagione. Il buon religioso la rimirò con dolcezza, e
Sant'Aubert, con voce tremebonda, la pregò di unire le sue preghiere a
quelle degli altri, e dimandò se il suo ospite non volesse
associarvisi. Il buon vecchio ed Agnese arrivarono amendue piangendo,
e s'inginocchiarono vicino al letto. Il reverendo padre, con voce
maestosa, recitò lentamente le preci degli agonizzanti. Sant'Aubert,
con volto sereno, si univa con fervore alla loro devozione; qualche
lacrima sfuggivagli talvolta dalle socchiuse pupille, ed i singulti di
Emilia interruppero spesso l'uffizio. Quando fu finito, e che venne
amministrata l'estrema unzione, il religioso se n'andò. Sant'Aubert
fe' segno a Voisin d'avvicinarsegli, gli porse la mano, e stette alcun
tempo in silenzio. Alfine gli disse con voce fioca:
«Mio buon amico, la nostra conoscenza fu breve, ma essa bastò per
dimostrarmi il vostro buon cuore; io non dubito che voi non
trasportiate tutta questa benevolenza su mia figlia: quando non sarò
più, essa ne avrà bisogno. L'affido alle cure vostre, pei pochi giorni
cui dee passar qui: non vi dico di più. Voi avete figli, conoscete i
sentimenti d'un padre: i miei diventerebbero penosi assai se avessi
meno fiducia in voi.»
Voisin lo rassicurò, e le lagrime attestavano la sua sincerità, che
nulla trascurerebbe per addolcire l'affanno d'Emilia, e che, s'ei lo
bramasse, l'avrebbe ricondotta in Guascogna. L'offerta gradì tanto al
moribondo, che non trovò parole ond'esprimere la propria gratitudine,
o a meglio dire che l'accettava.
«Soprattutto, Emilia cara,» ripigliò il morente, «non cedere alla
magia de' bei sentimenti: gli è l'errore d'uno spirito amabile; ma
quelli che posseggono una vera sensibilità, debbon sapere di buon'ora
quant'ella sia cosa pericolosa; è dessa che tragge dalla menoma
circostanza un eccesso di guai o di piacere. Nel nostro passaggio
traverso questo mondo noi incontriamo più mali assai che godimenti; e
siccome il sentimento della pena è sempre più vivo che quello del
benessere, la nostra sensibilità ci rende vittima quando non sappiamo
moderar e contenerla.»
Emilia gli ripetè quanto i suoi consigli le fossero preziosi, e gli
promise di non dimenticarli mai e cercare di approfittarne.
Sant'Aubert le sorrise con affetto e tristezza insieme. «Lo ripeto,»
le disse, «io non vorrei renderti insensibile, quand'anche ne avessi
il potere; vorrei solo guarentirti dagli eccessi della sensibilità ed
insegnarti ad evitarli. È spregevolissima quella pretesa umanità che
si contenta di compiangere, nè pensa a confortare!...»
Sant'Aubert, qualche tempo dopo, parlò della signora Cheron sua
sorella.
«Bisogna ch'io t'informi,» aggiunse, «d'una circostanza interessante
per te. Noi abbiamo avuto, lo sai, pochissimi rapporti con lei, ma è
la sola parente che hai: ho creduto conveniente, come vedrai nel mio
testamento, di affidarti alle sue cure sino all'età maggiorenne: essa
non è veramente la persona alla quale avrei voluto rimettere la mia
cara Emilia, ma non aveva altra alternativa, e la credo in fondo poi
una buona donna; non ho d'uopo, figliuola, di raccomandarti d'usar la
prudenza per conciliarti le sue buone grazie: lo farai del certo in
memoria di chi l'ha tentato tante volte per te.»
Emilia protestò che quant'egli le raccomandava sarebbe religiosamente
eseguito. «Aimè!» soggiunse affogata dai singhiozzi; «ecco in breve
quanto mi rimarrà; sarà la mia unica consolazione il compiere
esattamente tutti i vostri desiderii.»
La fanciulla non potea che ascoltare e piangere, ma la calma estrema
del padre, la fede, la speranza cui dimostrava, lenivano alquanto la
di lei disperazione. Nondimeno, essa vedeva quella figura scomposta,
que' segni precursori di morte, quegli occhi infossati, e sempre fissi
in lei, quelle pupille pesanti e preste a chiudersi: avea il cuore
lacerato, e non poteva esprimersi. Ei volle darle ancora una volta la
benedizione. «Dove sei, cara mia?» disse egli allungando debolmente le
mani verso di lei.
Emilia era rivolta dalla parte della finestra per nascondere la sua
inesprimibile afflizione; ma comprese allora ch'egli non ci vedeva
più: le impartì la sua benedizione, che parve l'ultimo sforzo della
sua vita spirante, e ricadde sul guanciale; essa lo baciò in fronte;
il freddo sudore della morte gl'innondava le tempie; e dimenticando
tutto il suo coraggio, gliele irrigò di lagrime. Il morente aprì gli
occhi; egli esisteva ancora, ma erano gli ultimi sforzi della natura
affralita, ed in breve la sua anima volò innanzi al Supremo Motore.
Emilia fu strappata a viva forza da quella camera da Voisin e da sua
figlia, che procurarono di calmare il suo dolore; il vecchio piangeva
con lei, ma i soccorsi di Agnese erano più opportuni.