CAPITOLO VII

Emilia fu svegliata di buon'ora, come l'aveva preveduto. Il sonno

l'aveva ristorata un poco; era stata invasa da sogni penosi, e la più

dolce consolazione degl'infelici non aveale menomamente giovato. Aprì

la finestra, guardò il bosco, respirò l'aria pura dell'aurora, e si

sentì più tranquilla. Tutto il paese spirava quella frescura che

sembra apportar la salute. Non si sentivano che suoni dolci e

simpatici, come la campana d'un convento lontano, il mormorio delle

onde, il canto degli uccelli e il muggito del bestiame, ch'essa vedeva

camminare lentamente fra gli sterpi e gli alberi.

Emilia udì un movimento nella sala, e riconobbe la voce di Michele,

che parlava alle sue mule ed usciva con loro da una capanna vicina:

uscì essa pure, e trovò il padre, il quale erasi alzato in quel

momento, e non istava meglio di prima. Lo condusse nella stanzetta

dove avevano cenato la sera avanti: vi trovarono una buonissima

colazione, e l'ospite e sua figlia, che li aspettavano per augurar

loro il buon giorno.

«Io v' invidio questa bella dimora, amici miei,» disse Sant'Aubert nel

vederli; «essa è così piacevole, così placida, così decente! E l'aria

che vi si respira! Son certo che questa potrebbe forse restituirmi la

salute.»

Voisin lo salutò garbatamente, e gli rispose con civiltà squisita: «La

mia dimora è divenuta invidiabile, dacchè voi e questa signorina

l'avete onorata della vostra presenza.»

Sant'Aubert sorrise amichevolmente a questo complimento, e si mise a

tavola, la quale era coperta di frutta, burro e cacio fresco. Emilia,

che aveva esaminato attentamente il padre, e lo trovava in uno stato

deplorabile, l'impegnava premurosamente a protrarre la sua partenza

fino a sera; ma egli sembrava impaziente di tornare a casa, ed

esprimeva questa impazienza con un calore veramente straordinario.

Assicurava che da lunga pezza non s'era sentito tanto bene, e che

viaggerebbe con minor pena al fresco del mattino che ad ogni altra ora

del dì. Ma mentre esso parlava col suo ospite rispettabile, e lo

ringraziava della cortese accoglienza fattagli, Emilia lo vide cambiar

di colore e cadere sulla sedia prima ch'essa potesse sostenerlo. In

pochi momenti si rimise dall'improvviso deliquio, ma stava così male,

che si riconobbe incapace di viaggiare; e dopo aver lottato un poco

contro la violenza dei suoi mali, domandò di essere aiutato a risalire

la scala, e rimettersi in letto. Questa preghiera rinnovò tutti i

terrori di Emilia provati il giorno antecedente, ma sebbene potesse

appena sostenersi, e resistere al colpo fatale che la colpiva, procurò

di reprimere il proprio dolore, e dandogli il braccio tremante, aiutò

il padre a tornare nella sua camera.

Appena fu in letto, egli fece chiamare Emilia, la quale piangeva fuori

della stanza, e chiese di esser lasciato solo con lei. Allora le prese

la mano, e fissò gli occhi nella figlia con tanta tenerezza e dolore,

che il suo coraggio l'abbandonò, ed essa proruppe in un pianto

dirotto. Sant'Aubert cercava di conservare la sua fermezza, e non

poteva parlare; non poteva che stringerle la mano, e trattenere a

stento le proprie lacrime; alfine prese la parola.

«Mia cara figlia,» diss'egli, sforzandosi di sorridere in mezzo

all'impressione del suo dolore, «mia cara Emilia!» Fece una pausa,

alzò gli occhi al cielo, come per implorarne l'assistenza, ed allora

con un tuono di voce più fermo, con uno sguardo in cui la tenerezza

paterna univasi con dignità alla pia solennità d'un santo,

«Figliuola,» le disse, «io vorrei addolcire le tristi verità che sono

costretto a svelarti, ma non so nasconderti nulla. Oimè! vorrei

poterlo fare, ma sarebbe troppo crudele di prolungare il tuo errore:

la nostra separazione è imminente; convien dunque parlarne, e

prepararci a sopportarla con le nostre riflessioni e le preghiere.»

Gli mancò la voce; Emilia, sempre piangendo, si strinse la di lui mano

al seno, ed oppressa da convulsi sospiri, non aveva nemmen forza

d'alzare gli occhi.

«Non perdiamo un solo momento,» disse Sant'Aubert, rientrando in sè

stesso; «ho molte cose da dirti. Debbo rivelarti un segreto della più

alta importanza, ed ottenere da te una solenne promessa; quando ciò

sarà fatto, io sarò più tranquillo. Tu devi aver già osservato, mia

cara, quanto desidero di essere a casa mia; tu ne ignori la ragione:

ascolta ciò che sono per dirti. Ma aspetta, ho bisogno di questa

promessa, fatta a tuo padre moribondo!»

Emilia colpita da queste ultime parole, come se per la prima volta

avesse conosciuto il pericolo del padre, alzò la testa; le sue lacrime

si arrestarono, e guardandolo un momento con l'espressione di

un'insopportabile afflizione, fu assalita dalle convulsioni, e svenne.

Le grida di Sant'Aubert attirarono Voisin ed Agnese, che le

apprestarono tutti i possibili soccorsi, ma per lunga pezza indarno.

Quando Emilia rinvenne, Sant'Aubert era così spossato da tutta quella

scena, che restò qualche minuto senza poter parlare. Un cordiale

presentatogli da Emilia, rianimò le sue forze. Allorchè per la seconda

volta furono soli, egli sforzossi di calmarla, e le prodigò tutte le

consolazioni compatibili colla circostanza. Ella si gettò nelle sue

braccia, pianse dirottamente, ed il dolore la rendeva talmente

insensibile a' suoi discorsi, ch'egli cessò di parlare, non potendo

che intenerirsi e mescolare le proprie lacrime a quelle della

fanciulla. Richiamata alfine ad un sentimento di dovere, volle

risparmiare al padre un più lungo spettacolo del suo dolore; si

sciolse dalle di lui braccia, asciugò le lacrime, ed articolò qualche

parola di consolazione.

«Cara Emilia,» riprese Sant'Aubert, «figliuola mia, assoggettiamoci

con umile rassegnazione all'Ente che ci ha protetti e consolati nei

pericoli e nelle afflizioni. Ogni istante della nostra vita è da lui

conosciuto; egli non ci ha mai abbandonati, e non ci vorrà abbandonare

neppure in questo momento. Io sento questa consolazione nel mio cuore;

ti lascerò, figlia mia, ti lascerò nelle di lui braccia, e sebbene io

abbandoni questo mondo, sarò sempre alla tua presenza. Sì; Emilia

cara, non piangere: la morte in sè stessa non ha nulla di nuovo o di

sorprendente, giacchè sappiamo tutti di essere nati per morire; essa

non ha nulla di terribile per coloro che confidano in un Dio

onnipotente. Se la vita mi fosse stata prolungata, il corso della

natura me la avrebbe tolta fra pochi anni. La vecchiaia, e tuttociò

ch'ella porta seco d'infermità, di privazioni e d'affanni, sarebbero

state quanto prima il mio retaggio; la morte finalmente sarebbe

giunta, e ti sarebbe costata quelle lacrime che spargi in questo

momento. Rallegrati piuttosto, cara figlia, di vedermi liberato da

tanti mali. Io muoio con uno spirito libero, suscettibile delle

consolazioni della fede, e con perfetta rassegnazione.»

Si fermò stanco di parlare. Emilia si sforzò di ricomporsi, e

rispondendo a ciò che le aveva detto, cercò di persuaderlo che non

aveva parlato invano.

Dopo un poco di riposo, egli ripigliò. «Ma torniamo al soggetto che

tanto mi preme. Ti ho detto che aveva da chiederti una promessa

solenne; bisogna ch'io la riceva, prima di spiegarti la circostanza

principale di cui devo parlarti; sonvene altre che, pel tuo riposo,

importa che tu ignori per sempre. Promettimi dunque che eseguirai

esattamente ciò che sono per ordinarti.»

Emilia, colpita dalla gravità di queste espressioni, si terse le

lagrime, cui non poteva impedirsi dallo spargere; e guardando il padre

eloquentemente, si obbligò con giuramento a fare ciò che egli

esigerebbe da lei, senza sapere di che si trattasse. Allora egli

continuò: «Ti conosco troppo, Emilia cara, per temere che tu abbia a

mancar mai ai tuoi impegni, ma sopratutto ad un impegno così

rispettabile. La tua parola mi pone in calma, e la tua lealtà diviene

di un'importanza inconcepibile per la tranquillità dei tuoi giorni.

Ascolta ora ciò che debbo dirti. Il gabinetto contiguo alla mia camera

nel nostro castello della valle contiene una specie di botola, che si

apre sotto un'asse del pavimento; la riconoscerai ad un nodo

rimarchevole del legno; d'altronde, è la penultima asse dalla parte

della parete, ed in faccia alla porta della camera. Circa ad un

braccio di distanza dalla finestra, scorgerai una commessura, come se

la tavola ne fosse stata cambiata; calca il piede su quella linea, la

tavola si abbasserà, e potrai facilmente farla scorrere sotto l'altra;

di sotto troverai un vuoto.» Egli si fermò per prender fiato, ed

Emilia restò nella più profonda attenzione. «Capisci tu queste

istruzioni, mia cara?» le disse egli. Emilia, capace appena di

proferir accento, l'assicurò che l'intendeva benissimo.

«Quando tornerai a casa...» E sospirò profondamente.

Appena ella lo sentì parlare di questo ritorno, tutte le circostanze

che dovevano accompagnarlo si presentarono alla di lei immaginazione;

ebbe un nuovo accesso di dolore, e Sant'Aubert, più afflitto ancora

dallo sforzo e dal ritegno fattosi, non potè trattenere le lacrime.

Dopo alcuni momenti, si riebbe, e continuò: «Cara figlia, consolati;

quando non esisterò più non sarai abbandonata. Ti lascio sotto

l'immediata protezione della provvidenza, che non mi ha negato mai i

suoi soccorsi. Non mi affliggere coll'accesso della tua disperazione;

insegnami piuttosto, col tuo esempio, a moderare quella che risento.»

Il malato, il quale non parlava se non con difficoltà, ripigliò il suo

discorso dopo una pausa. «Quel gabinetto, mia cara..... quando

tornerai a casa, vacci, e sotto la tavola che ho descritta, troverai

un fascio di carte; sta attenta adesso. La promessa che ho ricevuta da

te, è relativa a questo unico oggetto; tu devi bruciare quelle carte

senza osservarle, nè leggerle; io te l'ordino assolutamente.»

La sorpresa d'Emilia superando un istante il suo dolore, chiese il

motivo di quella precauzione. Il padre rispose che se avesse potuto

spiegarglielo, la promessa da lei richiesta non sarebbe stata più

necessaria. «Ti basti, figlia mia, di penetrarti bene di questa

ragione: essa è d'un'estrema importanza. Sotto quella medesima asse

troverai circa dugento doppie in una borsa di seta. Questo segreto fu

già immaginato per mettere in salvo il denaro che si trovava nel

castello, allorchè la provincia era inondata da truppe, che,

profittando della circostanza, si abbandonavano ad ogni sorta di

depredazioni ed al saccheggio. Mi resta ancora da ricevere un'altra

promessa da te, ed è, che in qualunque critica posizione possa

trovarti, non venderai mai la nostra possessione della valle.»

Sant'Aubert aggiunse, che s' ella si fosse maritata, avrebbe dovuto

specificare nel contratto nuziale, che il castello le sarebbe rimasto

in assoluta proprietà. Le parlò in seguito del suo patrimonio con

maggior dettaglio di quel che non avesse fatto fin a quel punto.

«Le dugento doppie, ed il poco denaro che troverai nella mia borsa,

son tutto il contante che ho da lasciarti. Ti ho già detto in quale

stato sono i nostri affari col signor Motteville di Parigi. Ah figlia

mia, ti lascio povera, ma non nella miseria.»

Emilia non poteva rispondere a nulla; inginocchiata accanto al letto,

bagnava di lacrime la mano diletta che teneva ancor nelle proprie.

Dopo questo discorso, lo spirito di Sant'Aubert parve molto più

tranquillo; ma, spossato dallo sforzo fatto, cadde nel sopore. Emilia

continuò ad assisterlo ed a piangere vicino a lui, fino a che un lieve

colpo battuto alla porta della camera la costrinse a rialzarsi. Voisin

venivale a dire che dabbasso eravi un confessore del convento vicino,

pronto ad assistere suo padre; ma essa non volle che lo si svegliasse,

e fece pregare il sacerdote a non andarsene. Quando Sant'Aubert uscì

dal suo sopore, tutti i suoi sensi erano confusi; e ci volle qualche

tempo prima ch'ei riconoscesse Emilia. Allora mosse le labbra, le

stese la mano, ed essa fu dolorosamente colpita dall'impressione di

morte che osservava in tutti i suoi lineamenti. Dopo pochi minuti

ricuperò la voce, ed Emilia gli domandò se desiderava vedere un

confessore. Le rispose di sì, ed appena fu introdotto il reverendo

padre, ella si ritirò. Restarono insieme circa mezz'ora: quindi fu

richiamata Emilia, che trovò il padre più agitato, ed essa allora

guardò il confessore con alquanto risentimento, come s'egli ne fosse

stato la cagione. Il buon religioso la rimirò con dolcezza, e

Sant'Aubert, con voce tremebonda, la pregò di unire le sue preghiere a

quelle degli altri, e dimandò se il suo ospite non volesse

associarvisi. Il buon vecchio ed Agnese arrivarono amendue piangendo,

e s'inginocchiarono vicino al letto. Il reverendo padre, con voce

maestosa, recitò lentamente le preci degli agonizzanti. Sant'Aubert,

con volto sereno, si univa con fervore alla loro devozione; qualche

lacrima sfuggivagli talvolta dalle socchiuse pupille, ed i singulti di

Emilia interruppero spesso l'uffizio. Quando fu finito, e che venne

amministrata l'estrema unzione, il religioso se n'andò. Sant'Aubert

fe' segno a Voisin d'avvicinarsegli, gli porse la mano, e stette alcun

tempo in silenzio. Alfine gli disse con voce fioca:

«Mio buon amico, la nostra conoscenza fu breve, ma essa bastò per

dimostrarmi il vostro buon cuore; io non dubito che voi non

trasportiate tutta questa benevolenza su mia figlia: quando non sarò

più, essa ne avrà bisogno. L'affido alle cure vostre, pei pochi giorni

cui dee passar qui: non vi dico di più. Voi avete figli, conoscete i

sentimenti d'un padre: i miei diventerebbero penosi assai se avessi

meno fiducia in voi.»

Voisin lo rassicurò, e le lagrime attestavano la sua sincerità, che

nulla trascurerebbe per addolcire l'affanno d'Emilia, e che, s'ei lo

bramasse, l'avrebbe ricondotta in Guascogna. L'offerta gradì tanto al

moribondo, che non trovò parole ond'esprimere la propria gratitudine,

o a meglio dire che l'accettava.

«Soprattutto, Emilia cara,» ripigliò il morente, «non cedere alla

magia de' bei sentimenti: gli è l'errore d'uno spirito amabile; ma

quelli che posseggono una vera sensibilità, debbon sapere di buon'ora

quant'ella sia cosa pericolosa; è dessa che tragge dalla menoma

circostanza un eccesso di guai o di piacere. Nel nostro passaggio

traverso questo mondo noi incontriamo più mali assai che godimenti; e

siccome il sentimento della pena è sempre più vivo che quello del

benessere, la nostra sensibilità ci rende vittima quando non sappiamo

moderar e contenerla.»

Emilia gli ripetè quanto i suoi consigli le fossero preziosi, e gli

promise di non dimenticarli mai e cercare di approfittarne.

Sant'Aubert le sorrise con affetto e tristezza insieme. «Lo ripeto,»

le disse, «io non vorrei renderti insensibile, quand'anche ne avessi

il potere; vorrei solo guarentirti dagli eccessi della sensibilità ed

insegnarti ad evitarli. È spregevolissima quella pretesa umanità che

si contenta di compiangere, nè pensa a confortare!...»

Sant'Aubert, qualche tempo dopo, parlò della signora Cheron sua

sorella.

«Bisogna ch'io t'informi,» aggiunse, «d'una circostanza interessante

per te. Noi abbiamo avuto, lo sai, pochissimi rapporti con lei, ma è

la sola parente che hai: ho creduto conveniente, come vedrai nel mio

testamento, di affidarti alle sue cure sino all'età maggiorenne: essa

non è veramente la persona alla quale avrei voluto rimettere la mia

cara Emilia, ma non aveva altra alternativa, e la credo in fondo poi

una buona donna; non ho d'uopo, figliuola, di raccomandarti d'usar la

prudenza per conciliarti le sue buone grazie: lo farai del certo in

memoria di chi l'ha tentato tante volte per te.»

Emilia protestò che quant'egli le raccomandava sarebbe religiosamente

eseguito. «Aimè!» soggiunse affogata dai singhiozzi; «ecco in breve

quanto mi rimarrà; sarà la mia unica consolazione il compiere

esattamente tutti i vostri desiderii.»

La fanciulla non potea che ascoltare e piangere, ma la calma estrema

del padre, la fede, la speranza cui dimostrava, lenivano alquanto la

di lei disperazione. Nondimeno, essa vedeva quella figura scomposta,

que' segni precursori di morte, quegli occhi infossati, e sempre fissi

in lei, quelle pupille pesanti e preste a chiudersi: avea il cuore

lacerato, e non poteva esprimersi. Ei volle darle ancora una volta la

benedizione. «Dove sei, cara mia?» disse egli allungando debolmente le

mani verso di lei.

Emilia era rivolta dalla parte della finestra per nascondere la sua

inesprimibile afflizione; ma comprese allora ch'egli non ci vedeva

più: le impartì la sua benedizione, che parve l'ultimo sforzo della

sua vita spirante, e ricadde sul guanciale; essa lo baciò in fronte;

il freddo sudore della morte gl'innondava le tempie; e dimenticando

tutto il suo coraggio, gliele irrigò di lagrime. Il morente aprì gli

occhi; egli esisteva ancora, ma erano gli ultimi sforzi della natura

affralita, ed in breve la sua anima volò innanzi al Supremo Motore.

Emilia fu strappata a viva forza da quella camera da Voisin e da sua

figlia, che procurarono di calmare il suo dolore; il vecchio piangeva

con lei, ma i soccorsi di Agnese erano più opportuni.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 1 · 第 8 / 14 题