Il giorno dipoi, Valancourt fece colazione coi compagni, ma nessun
d'essi parea aver dormito. Sant'Aubert portava l'impronta
dell'oppressione e del languore. Emilia trovava la di lui salute molto
infiacchita, e le sue inquietudini crescevano del continuo: osservava
essa tutti i di lui sguardi con timida premura, e la loro espressione
si trovava subito fedelmente ripetuta ne' suoi.
Sin dal principio della loro conoscenza, Valancourt aveva indicato il
suo nome e la sua famiglia. Sant'Aubert conosceva l'uno e l'altra, non
meno che i beni delle sua casa, posseduti allora da un fratello
maggiore di Valancourt, i quali distavano otto leghe circa dal suo
castello; ed aveva incontrato questo fratello in qualche luogo del
vicinato. Questi preliminari avevano facilitato la sua ammissione; il
contegno, le maniere e l'esterior suo gli avevano guadagnata la stima
di Sant'Aubert, che volentieri fidava nel proprio criterio, ma
rispettava le convenienze; e tutte le buone qualità che riconosceva in
lui, non gli sarebbero parse motivi sufficienti per avvicinarlo tanto
alla figlia.
La colazione fu quasi taciturna, quanto eralo stata la cena della sera
precedente; ma la loro meditazione fu interrotta dal romore della
carrozza che doveva condur via Sant'Aubert ed Emilia. Valancourt si
alzò, corse alla finestra, riconobbe la carrozza, e tornò alla sua
sedia senza parlare. Il momento di separarsi era omai giunto.
Sant'Aubert disse al giovane che sperava rivederlo nella valle, e che
non vi sarebbe passato di certo senza onorarli di una visita.
Valancourt lo ringraziò affettuosamente, e l'assicurò che non ci
avrebbe mai mancato: sì dicendo guardava timidamente Emilia, la quale
si sforzava di sorridere in mezzo alla sua profonda tristezza;
passarono qualche minuto in un colloquio animatissimo; Sant'Aubert
s'avviò alla carrozza, Emilia e Valancourt lo seguirono in silenzio:
il giovane restava fermo allo sportello, e quando furono saliti pareva
che nessuno avesse il coraggio di dirsi addio. In fine Sant'Aubert
pronunziò la trista parola; Emilia fece altrettanto a Valancourt, che
lo ripetè con un sorriso forzato, e la carrozza si mise in moto.
I viaggiatori restarono a lungo in silenzio. Sant'Aubert finalmente
disse: «È un giovine interessante; sono molti anni che una conoscenza
sì breve non m'ha così affettuosamente colpito. Egli mi ricorda i
giorni della mia gioventù, quel tempo in cui tutto mi sembrava
ammirabile e nuovo.» Sospirò, e ricadde nella sua meditazione. Emilia
si affacciò alla portiera, e rivide Valancourt immobile sulla porta,
che li seguiva cogli occhi; egli la scorse, e salutolla colla mano;
ella gli restituì il saluto, ma ad una svolta della strada non potè
più vederlo.
«Mi ricordo ciò ch'era io in quell'età,» soggiunse Sant'Aubert; «io
pensava e sentiva precisamente come lui. Il mondo allora aprivasi
dinanzi a me, ed or esso si chiude.
--O caro papà, non abbandonatevi a pensieri sì lugubri,» disse Emilia
con voce tremante; «voi avete, spero, da vivere molti anni, per la
vostra felicità e la mia.
--Ah Emilia!» sclamò Sant'Aubert; «pel tuo! sì, spero che abbia ad
esser così.» Asciugò una lagrima che scorrevagli lungo le guance, e
sorridendo della sua emozione, aggiunse con voce tenera: «Avvi
qualcosa nell'ardore ed ingenuità di quel giovane, che dee soprattutto
commovere un vecchio, di cui il veleno del mondo non alterò i
sentimenti; sì, io scopro in lui un non so che d'insinuante, di
vivificante, come la vista della primavera quando si è infermi. Lo
spirito del malato assorbe qualcosa del succhio rinnovantesi, e gli
occhi si rianimano ai raggi meridiani; Valancourt è per me questa
felice primavera.»
Emilia, la quale stringea amorosamente la mano del padre, non aveva
mai udito dalla sua bocca un simile elogio che le riescisse tanto
gradito, nemmen quand'erane stata ella medesima l'oggetto.
Viaggiavano in mezzo a vigneti, boschi e prati, entusiasmati ad ogni
passo di quel magnifico paesaggio cui limitavan i Pirenei e l'immenso
pelago. Dopo mezzodì giunsero a Calliure, situato sul mediterraneo. Vi
pranzarono, e lasciata passare la caldura, ripresero a seguire i
magici lidi che stendonsi fin nella Linguadoca. Emilia considerava
con entusiasmo il vasto impero dell'onde, di cui i lumi e le ombre
variavan tanto singolarmente la superficie, e le cui spiagge, adorne
di boschi, rivestivan già le prime assise dell'autunno.
Sant'Aubert era impaziente di trovarsi a Perpignano, dove aspettava
lettere di Quesnel, e per tal motivo aveva lasciato tosto Calliure,
malgrado l'urgente bisogno di qualche riposo. Dopo alcune leghe di
strada, addormentossi; ed Emilia, la quale avea messi due o tre libri
in carrozza partendo dalla valle, ebbe agio di farne uso. Essa cercò
quello che aveva letto Valancourt il dì prima: desiderava ripassar le
pagine sulle quali gli occhi d'un amico sì caro eransi fissati
poc'anzi. Volea riandar i passi ch'egli ammirava, pronunziarli
com'egli facea, e ricondurlo, per dir così, alla di lei presenza.
Cercando questo libro ch'essa non potea trovare, scorse in vece sua un
volume del Petrarca, appartenente al giovane, il cui nome vi appariva
sopra scritto. Spesso ei gliene leggeva alcuni brani, e sempre con
quella patetica espressione che caratterizzava i sentimenti
dell'autore.
Arrivarono a Perpignano subito dopo il tramonto del sole. Sant'Aubert
vi trovò le lettere che aspettava da Quesnel. Se ne mostrò così
dolorosamente commosso, che Emilia, spaventata, lo scongiurò, per
quanto glielo permise la delicatezza, di spiegargliene il contenuto.
Non le rispose se non con lacrime, e tosto parlò di tutt'altro. Emilia
credè bene di non sollecitarlo ulteriormente, ma lo stato di suo padre
l'occupava forte, e non potè dormire per tutta la notte.
Il dì seguente continuarono lungo la costa per giungere a Leucate,
porto del Mediterraneo, situato sulle frontiere del Rossiglione e
della Linguadoca. Cammin facendo, Emilia rinnovò la istanze del dì
prima, e parve talmente turbata dal silenzio e della disperazione di
Sant'Aubert, che questi bandì alfine qualunque riguardo. «Io non
voleva, cara Emilia,» le diss'egli, «avvelenare i tuoi piaceri, e
avrei desiderato, almeno durante il viaggio, nasconderti circostanze,
che avrei pur troppo dovuto manifestarti un giorno; la tua afflizione
me lo impedisce, e tu soffri forse più dell'incertezza che non
soffriresti della verità. La visita del signor Quesnel fu per me
un'epoca fatale; ei mi disse allora parte delle notizie dispiacenti
che mi vengono ora confermate dalle sue lettere. Tu mi avrai inteso
parlare d'un tal Motteville di Parigi, ma ignoravi che la maggior
porzione di quanto possiedo era deposto in sue mani; io aveva in lui
cieca fiducia, e non voglio ancora crederlo indegno della mia stima:
parecchie circostanze hanno concorso alla sua rovina, ed io sono
rovinato con lui.»
Qui si fermò per moderare la sua emozione.
«Le lettere che ho ricevute dal signor Quesnel» continuò egli
eccitandosi a fermezza, «ne contenevano altre di Motteville stesso, e
tutti i miei timori sono confermati.
--Bisognerà egli abbandonare il nostro castello?» disse Emilia dopo un
lungo silenzio.
--Non è per anco ben certo,» disse Sant'Aubert; «ciò dipenderà
dall'accordo che Motteville potrà fare co' suoi creditori. Il mio
patrimonio, tu lo sai, non era molto pingue, ed ora non è quasi più
nulla. Io ne sono afflittissimo per te sola, figlia cara.»
A tai parole gli mancò la voce. Emilia, tutta lacrimosa, gli sorrise
teneramente, e sforzandosi di superare la sua agitazione, gli rispose:
«Non vi affliggete nè per voi nè per me, o mio buon padre. Noi
possiamo essere ancora felici. Sì, se ci resta il castello della
valle, noi lo saremo certamente; terremo una sola donna di servizio, e
non vi accorgerete del cambiamento della vostra fortuna. Consolatevi,
caro papà, noi non proveremo nessuna privazione, giacchè non abbiamo
mai gustato le vane superfluità del lusso, e la povertà non potrà
privarci giammai dei nostri più dolci godimenti; essa non potrà nè
diminuire la nostra tenerezza, nè avvilirci ai nostri occhi od a
quelli delle persone che ci stimano.»
Sant'Aubert celossi il volto nel fazzoletto, non potendo parlare; ma
Emilia continuò a favellare al padre le verità ch'egli stesso avea
saputo inculcarle. «La povertà,» essa gli dicea, «non potrà privarci
d'alcuno de' diletti dell'anima; voi potrete sempre essere un esempio
di coraggio e bontà, ed io la consolazione d'un prediletto genitore.»
Sant'Aubert non poteva rispondere: strinse Emilia al cuore: le loro
lacrime si confusero, ma non erano più lacrime di tristezza. Dopo
questo linguaggio del sentimento, ogni altro sarebbe stato troppo
debole, ed entrambi stettero silenziosi. Sant'Aubert parlò in seguito
secondo il consueto, e se lo spirito non era nella sua ordinaria
tranquillità, ne aveva almeno ripresa l'apparenza.
Giunsero a Leucate assai per tempo, ma Sant'Aubert era stanchissimo, e
volle passarvi la notte. La sera andò a passeggiare colla figlia per
visitarne i contorni. Si scuopriva il lago di Leucate, il
Mediterraneo, una parte del Rossiglione circondato dai Pirenei, ed una
porzione molto considerevole della Linguadoca e delle sue fertilissime
campagne. Le uve, già mature, rosseggiavano sui colli aprichi, e la
vendemmia era principiata. I due passeggianti vedevano i crocchi
giulivi, udivano le canzoni a lor recate sui vanni di lieve zeffiro e
godevano anticipatamente di tutti i piaceri che lor promettea la
strada. Sant'Aubert nondimeno non volle lasciar il mare: bene spesso
fu tentato di tornarsene nella valle, ma il piacere che prendeva
Emilia a questo viaggio, contrabbilanciava sempre questo desiderio; e
d'altronde, voleva far la prova se l'aria marina non lo sollevasse un
poco.
Il giorno seguente si rimisero in cammino. I Pirenei, sebbene molto
lontani, offrivano una veduta delle più pittoresche; a destra aveano
il mare, ed a sinistra immense pianure, che si confondevano
coll'orizzonte. Sant'Aubert se ne rallegrava, e ne parlava con Emilia;
ma la sua allegria era più finta che naturale, ed ombre di tristezza
facean velo bene spesso alla sua fisonomia: un sorriso però di Emilia
bastava per dissiparle; ma ella stessa aveva il cuore straziato, e
vedeva benissimo che gli affanni del padre indebolivano visibilmente
tutti i giorni la sua salute.
Giunsero molto tardi ad una piccola città della Linguadoca; avevano
prefisso di dormirvi, ma fu impossibile; la vendemmia teneva occupati
tutti i posti, e convenne recarsi ad un villaggio più lontano; la
stanchezza ed i patimenti di Sant'Aubert richiedevano un pronto
riposo, e la notte era già avanzata; ma la necessità non ha legge, e
Michele continuò il suo cammino.
Le ubertose pianure della Linguadoca, nel fervore delle vendemmia,
rintronavano de' frizzi e della rumorosa allegria francese.
Sant'Aubert non potea più goderne; il suo stato contrastava troppo
tristamente col brio, la gioventù e i piaceri che circondavanlo.
Quando volgea i languidi occhi su quella scena, pensava che in breve
non la vedrebbero più.--Que' monti lontani ed eccelsi,» dicea tra sè,
considerando i Pirenei ed il tramonto, «queste belle pianure, quella
vôlta azzurra, la cara luce del dì, saranno per sempre interdette a'
miei sguardi; fra poco la canzone del contadino, la voce consolatrice
dell'uomo non giugneranno più all'orecchio mio...--
Gli occhi d'Emilia parean leggere tutto che passava nell'animo del
padre: essa li fissava sul di lui viso coll'espressione d'una tenera
pietà. Dimenticando allora gli argomenti d'un vano rammarico, non
vide più altro che lei, e l'orribile idea di lasciar la figlia senza
protettore, cambiò la sua pena in un vero tormento; sospirò dal cuor
profondo, e non mosse labbro. Emilia comprese quel sospiro; gli
strinse le mani con tenerezza, e si volse dalla parte della portiera
per nascondere le lagrime. Il sole proiettava allora un ultimo raggio
sul Mediterraneo, i cui vapori parevano tutti d'oro; a poco a poco le
ombre del crepuscolo si distesero; una zona scolorita apparve solo a
ponente, segnando il punto dove il sole erasi perduto nelle brume
d'una sera autunnale. Una fresca brezzolina sorgeva dalla spiaggia.
Emilia calò i cristalli; ma la frescura, sì gradevole nello stato di
salute, non era necessaria per un infermiccio, e il padre la pregò di
rialzarli. Crescendo la sua indisposizione, pensava allora più che mai
a por fine alla marcia del dì; fermò Michele per sapere a qual
distanza fossero dal primo villaggio. «A quattro leghe,» disse il
mulattiere.--Io non potrò farle,» disse Sant'Aubert; «cercate,
nell'andare innanzi, se non vi fosse una casa sulla strada in cui
possano riceverci per istanotte.»
Si rigettò in carrozza; Michele fe' schioccar la frusta, e galoppò
finchè Sant'Aubert quasi fuor de' sensi, gli fece segno di fermarsi.
Emilia guardava alla portiera: vide alla perfine un contadino a
qualche distanza: lo aspettarono e gli chiesero se non vi fosse ne'
dintorni alloggio pe' viaggiatori. Rispose di non conoscerne. «C'è un
castello in mezzo ai boschi,» soggiunse, «ma io credo che non vi si
riceve nessuno, e non posso insegnarvene la strada essendo quasi io
stesso forestiero.»
Sant'Aubert stava per rinnovellare le sue domande sul castello; ma
l'uomo piantollo lì e se ne andò. Dopo un momento di riflessione,
Sant'Aubert ordinò a Michele di andare pian piano verso i boschi. Ad
ogni istante il crepuscolo diventava più oscuro, e la difficoltà di
guidarsi cresceva. Passò un altro paesano.
«Quale è la strada del castello ne' boschi?» gridò Michele.
--Il castello ne' boschi!» sclamò il paesano. «Volete parlare di
quelle torrette?
--Non so se son torrette,» disse Michele: «parlo di quel caseggiato
bianco che vediamo da lungi in mezzo a tutti quegli alberi.
--Sì, son torrette. Ma che! fareste conto d'andarci?» rispose l'uomo
con sorpresa.
Sant'Aubert, udendo quella strana interrogazione colpito in ispecie
dall'accento con cui la si faceva, scese di carrozza e gli disse: «Noi
siamo viaggiatori, e cerchiamo una casa per passarvi la notte: ne
conoscete voi qui una vicina?
--No, signore,» rispose l'uomo «a meno che non voleste tentar fortuna
in que' boschi: ma io per me non ve lo consiglierei.
--A chi appartiene quel castello?
--Nol so, signore.
--È dunque disabitato?
--No, non è disabitato; il castaldo e la governante, vi sono, a quanto
credo.»
All'udir ciò, Sant'Aubert si decise a rischiare un rifiuto
presentandosi al castello. Pregò il contadino di servir di guida a
Michele, e gli promise una ricompensa. L'uomo riflettè un poco, e
disse che avea altre faccende, ma che non potevano sbagliare seguendo
il viale cui accennò. Sant'Aubert stava per rispondere, quando il
paesano, augurandogli la buona notte, lo lasciò senza aggiugner altro.
La carrozza si diresse al viale, cui si trovò sbarrata da una stanga;
Michele smontò ed andò a levarla. Penetrarono allora tra antichi
castagni e querce annose, i cui rami intralciati formavano una vôlta
altissima: eravi qualcosa di deserto e di selvaggio nell'aspetto di
quel viale, ed il silenzio erane tanto imponente, che Emilia si sentì
côlta da involontario tremore. Ricordavasi l'accento del paesano
nel parlare di quel castello: essa dava alle di lui parole
un'interpretazione più misteriosa che non avesse fatto prima: cercò
nullameno di calmare la paura; pensò che un'imaginazione turbata ne
l'avea resa suscettibile, e che lo stato del padre e la sua propria
situazione dovevano senza dubbio contribuirvi.
Inoltrarono lentamente; l'oscurità era quasi completa: il terreno
disuguale e le radici degli alberi che l'imbarazzavano ad ogni tratto
obbligavano a molta precauzione. D'improvviso, Michele si fermò:
Sant'Aubert guardò per saperne la causa. Vide a qualche distanza una
figura traversare il viale; faceva troppo buio per distinguere di più,
ed egli ordinò d'avanzare.
«Mi sembra un luogo strano,» disse Michele; «non veggo case, e faremmo
meglio a tornar indietro.
--Andate un po' più innanzi, e se non vedremo edifizi, torneremo sulla
strada maestra.»
Michele s'avanzò, ma con ripugnanza; e l'eccessiva lentezza della sua
marcia fe' riaffacciare Sant'Aubert alla portiera, e vide ancora la
medesima figura. Questa volta trasalì. Probabilmente l'oscurità lo
rendea proclive a spaventarsi più del consueto; ma, checchè esser
potesse, fermò Michele, e gli disse di chiamar l'individuo che
traversava di tal modo il viale.
«Con vostro permesso,» disse Michele, «può bene essere un ladro.
--Nol permetto di certo,» ripigliò Sant'Aubert, non potendo astenersi
dal sorridere a quella frase; «via, torniamo sulla strada, chè non
veggo alcuna apparenza di trovar qui quel che cerchiamo.»
Michele voltò con vivacità, e rifece velocemente il viale; una voce
partì allora d'in fra gli alberi a sinistra; non era un comando, non
un grido di dolore, ma un suono roco e prolungato che nulla avea
d'umano. Michele spronò le mule senza pensare all'oscurità, nè
agl'intoppi, nè alle buche, e neppure alla carrozza; nè si fermò se
non quando fu uscito dal viale, e giunto sulla strada infine, rallentò
il passo.
«Io sto assai male,» disse Sant'Aubert stringendo la mano della
figlia, la quale, spaventata dal tuono di voce del padre, esclamò:
«Gran Dio! voi state più male, e noi siamo senza soccorso; come
faremo?» Egli appoggiò la testa sulla di lei spalla; essa lo sostenne
fra le sue braccia, e fece fermar la carrozza. Appena il rumore delle
ruote fu cessato, sentirono musica in lontananza, lo che fu la voce
della speranza per Emilia, che disse: «Oh! noi siamo vicini a qualche
abitazione, e potremo trovarci aiuto.» Ascoltò attenta: il suono era
molto lontano, e parea venire dal fondo di un bosco, una parte del
quale costeggiava la strada. Guardò dalla parte d'onde venivano i
suoni, e vide al chiaro di luna qualcosa che somigliava ad un
castello, ma era difficile di giungervi. Sant'Aubert stava troppo male
per sopportare il più piccolo movimento: Michele non poteva
abbandonare le mule; Emilia, che sosteneva ancora il padre, non voleva
abbandonarlo, e temeva pur di avventurarsi sola a tal distanza, senza
sapere dove ed a chi indirizzarsi: frattanto bisognava prendere un
partito, e senza dilazione. Sant'Aubert disse dunque a Michele di
avanzare più lentamente che gli fosse possibile, e dopo un momento
svenne. La carrozza si fermò di nuovo; egli era privo affatto dell'uso
dei sensi. «Ah! padre mio, mio caro padre!» gridava Emilia disperata;
e credendolo in punto di morte, esclamò: «Parlate, ditemi una sola
parola; ch'io ascolti anche una volta il suono della vostra voce.»
Egli non rispose nulla: spaventata sempre più, ordinò a Michele di
andare ad attingere acqua nel ruscello vicino; egli ne portò un poco
nel suo cappello, che la ragazza spruzzò sul viso del genitore. I
raggi della luna, riflettendo allora sopra di lui, mostravano
l'impressione della morte. Tutti i movimenti di terrore personale
cedettero in quel punto a un timore dominante, e, confidando
Sant'Aubert a Michele, il quale con molta difficoltà lasciò le mule,
Emilia saltò fuori della carrozza per cercare il castello che aveva
veduto da lontano, e la musica che dirigeva i suoi passi, la fece
entrare in un sentiero che conduceva nell'interno del bosco. Il suo
spirito, unicamente occupato del padre e della sua propria
inquietudine, aveva dapprincipio perduto qualunque timore; ma la
foltezza degli alberi, sotto i quali passava, intercettavano i raggi
della luna; l'orrore di quel luogo le rammentò il suo pericolo; la
musica era cessata, e non le restava altra guida che il caso. Si fermò
un poco con uno spavento inesprimibile; ma l'immagine del padre vinse
ogni altro sentimento, e si rimise in cammino. Non vedeva nessuna
abitazione, nessuna creatura, e non udiva il più piccolo romore;
camminava sempre senza saper dove, scansava il folto del bosco e si
teneva in mezzo il più che poteva; finalmente vide una specie di viale
in disordine che metteva ad un punto illuminato dalla luna; lo stato
di quel viale le rammentò il castello delle torrette, e non dubitò più
di esserne vicina. Esitava a procedere, quando un romore di voci e
scrosci di risa colpirono all'improvviso il suo udito; non era un riso
di allegrezza, ma quello di una gioia smoderata, ed il suo imbarazzo
crebbe d'assai. Mentre essa ascoltava, una voce in gran distanza si
fece sentire dalla parte della strada ond'era partita; immaginandosi
che fosse Michele, suo primo pensiero fu quello di tornare indietro,
ma poi non seppe risolversi. L'ultima estremità poteva solamente aver
deciso Michele a lasciare le sue mule: credè il padre moribondo, e
corse con maggiore celerità, nella debole lusinga di ricevere qualche
soccorso da' convitati del bosco. Il suo cuore palpitava per terribile
incertezza; e più si avanzava, più il romore delle foglie secche la
faceva tremare ad ogni passo. Giunse ad un luogo scoperto illuminato
dalla luna; si fermò, e scorse fra gli alberi un banco erboso formato
a cerchio cui stavan sedute parecchie persone. Nell'avvicinarsi,
giudicò dal loro abbigliamento che dovevano essere contadini, e
distinse sparse pel bosco varie capanne. Mentre guardava e si sforzava
di vincere il timore che la rendeva immobile, alcune villanelle
uscirono da una capanna; la musica seguitò e ricominciarono a ballare;
era la festa della vendemmia, e l'istessa musica udita da lontano. Il
di lei cuore, troppo lacerato, non poteva sentire il contrasto che
tutti quei piaceri formavano colla propria situazione; si fece innanzi
ad un gruppo di vecchi assisi vicino alla capanna, espose la sua
circostanza, e ne implorò l'assistenza. Parecchi si alzarono con
vivacità, offrirono tutti i loro servigi, e seguirono Emilia, che
parea aver l'ali correndo verso la strada maestra.
Quando furono giunti alla carrozza, essa trovò il padre rinvenuto.
Ricuperando i sensi, aveva inteso da Michele la partenza della figlia;
la sua inquietudine per lei oltrepassando il sentimento dei suoi
bisogni, aveva mandato Michele a cercarla; non pertanto era tuttora in
istato di languore, e sentendosi incapace di andar più oltre, rinnovò
le sue domande sopra un albergo, o sul castello del bosco. «Il
castello non può ricevervi,» disse un contadino venerabile, il quale
aveva seguito Emilia, «esso è appena abitato; ma se volete farmi
l'onore di accettare il mio tugurio, vi darò il mio letto migliore.»
Sant'Aubert era francese: non istupì dunque della cortesia di un
francese. Malato com'era, sentì quanto valore acquistava l'offerta,
dalla maniera colla quale era fatta. Aveva troppa delicatezza per
iscusarsi, o per esitare un sol momento a ricevere quell'ospitalità
contadinesca; l'accettò dunque con altrettanta franchezza, quanta
n'era stata adoperata nell'offerta.
La carrozza camminò lentamente, seguitando i contadini per la strada
già fatta da Emilia, e giunsero alla capanna. L'affabilità del suo
ospite, e la certezza di un pronto riposo, resero le forze a
Sant'Aubert; egli vide con dolce compiacenza quel quadro interessante;
i boschi, resi più cupi dal contrasto, circondavano il sito
illuminato; ma diradandosi ad intervalli, un bianco chiarore ne facea
spiccar una capanna o riflettevasi in un rigagnolo; egli ascoltò con
piacere i suoni allegri della chitarra e del tamburello, ma non potè
vedere senza emozione il ballo di que' villici. Non avvenne l'egual
cosa di Emilia: l'eccesso dello spavento si era cambiato in una
profonda tristezza, e gli accenti della gioia facendo luogo a
spiacevoli confronti, servivano ancora a raddoppiarla.
Il ballo cessò all'avvicinarsi della carrozza: era un fenomeno in quei
boschi remoti, e tutti la circondarono con istraordinaria curiosità.
Appena intesero che vi era un forestiero ammalato, molte fanciulle
traversarono il prato, tornarono immediatamente con vino e canestri di
frutta, e li offersero ai viaggiatori disputandosi la preferenza. La
carrozza si fermò finalmente vicino ad una casuccia decentissima, che
apparteneva al venerabile condottiero; egli aiutò Sant'Aubert a
scendere, e lo condusse con Emilia in una stanzetta terrena,
illuminata soltanto dalla luna. Sant'Aubert, lieto di trovare il
desiato riposo, si adagiò sopra una specie di poltrona. L'aria fresca
e balsamica, impregnata di soavi effluvi, penetrava nella stanza dalle
finestre aperte e rianimava le sue facoltà infiacchite. Il suo ospite
che si chiamava Voisin, tornò immediatamente con frutta, crema, e
tutto il lusso campestre che poteva somministrare il suo ritiro. Offrì
tutto col sorriso della cordialità, e si mise in piedi dietro la sedia
di Sant'Aubert, il quale insistè per fargli prendere posto a tavola;
quando i frutti ebbero calmato la di lui sete ardente, si sentì un
poco sollevato, e cominciò a discorrere. L'ospite gli comunicò tutte
le particolarità relative a lui ed alla sua famiglia. Questo quadro di
unione domestica, dipinto col sentimento del cuore, non poteva mancare
di eccitare il più vivo interesse. Emilia, seduta vicino al padre,
tenendo una mano fra le sue, ascoltava attenta il buon vecchio. Il di
lei cuore era pieno di tristezza e versava lacrime, pensando che
quanto prima non avrebbe più posseduto il prezioso bene di cui essa
godeva ancora. Il fioco raggio della luna autunnale, e la musica che
si faceva ancora sentire da lontano, s'accordavano colla sua
malinconia. Il vecchio parlava della sua famiglia, e Sant'Aubert
taceva.
«Non mi resta più che una figlia,» disse Voisin, «ma fortunatamente
essa è maritata e mi tiene luogo di tutto. Quando morì mia moglie,»
aggiuns'egli sospirando, «io andai a riunirmi con Agnese e la sua
famiglia. Essa ha parecchi figli, che voi vedete ballare laggiù,
allegri e grassi come tanti fringuelli. Possano eglino esser sempre
così! io spero morire in mezzo a' loro, o signore: ora son vecchio, e
mi resta poco da vivere; ma è una gran consolazione il morire fra i
suoi figli.
--Mio buon amico,» disse Sant'Aubert con voce tremante, «voi vivrete,
lo spero, lungamente in mezzo ad essi.
--Ah, signore! nella mia età, non ho molto luogo a sperarlo.» Il
vecchio fece una pausa. «Eppoi lo desidero appena,» ripigliò quindi.
«Ho fiducia che, se muoio, andrò difilato al cielo; la mia povera
moglie vi è prima di me. La sera, al chiaro di luna, credo vederla
vagolar presso questi boschi cui amava tanto. Credete voi, signore,
che noi possiam visitare la terra, quando avremo lasciati i nostri
corpi?
--Non dubitatene,» gli rispose Sant'Aubert; «le separazioni sarebbero
troppo dolorose se le credessimo eterne. Sì, Emilia cara, noi ci
ritroveremo un dì.»
Alzò gli occhi al cielo, ed i raggi della luna, che cadevan sopra di
lui, mostrarono tutta la pace e la rassegnazione dell'anima sua,
malgrado l'espressione della tristezza.
Voisin comprese aver troppo prolungato il tema, e l'interruppe
dicendo: «Ma noi siamo all'oscuro; abbiamo bisogno di un lume.
--No,» gli disse Sant'Aubert, «preferisco il chiaro della luna: non
v'incomodate, caro amico. Emilia, amor mio, io sto ora assai meglio di
quel che non lo sia stato tutto il giorno. Quest'aria mi rinfresca; io
gusto questo riposo, e mi compiaccio di ascoltare questa bella musica
che si ode in lontananza. Lasciami vedere il tuo sorriso. Chi è che
suona così bene la chitarra?» diss'egli in seguito; «son due strumenti
oppure un'eco?
--È un'eco, o signore, almeno io lo credo. Ho inteso spesso questo
strumento la notte, quando tutto è in calma: ma nessuno conosce chi lo
suona. Talvolta è accompagnato da una voce, ma sì dolce e così trista,
che si potrebbe credere compaiano spiriti nel bosco.
--Vi compariranno per certo,» disse Sant'Aubert sorridendo, «ma in
carne ed ossa.
--Qualche volta, a mezzanotte, quando non posso dormire,» proseguì
Voisin, il quale non badò a quell'osservazione, «l'ho sentita quasi
sotto le mie finestre, nè mai ho intesa musica tanto piacevole: essa
mi faceva pensare alla mia povera moglie, e piangeva. Talfiata apersi
la finestra per procurare di scorgere qualcuno, ma nell'istante
medesimo cessava l'armonia, e non si vedeva nessuno. Ascoltava con
tanto raccoglimento, che il rumore d'una foglia o il menomo vento
finiva col farmi paura. Si diceva che questa musica fosse un annuncio
di morte; ma son molti anni che l'ascolto e sopravvivo ancora a questo
tristo presagio.»
Emilia sorrise ad una superstizione tanto ridicola, e non pertanto,
nella posizione del suo spirito, essa non potè del tutto resistere
alla sua impressione contagiosa.
«Va bene, amico mio, disse Sant'Aubert; ma se qualcuno avesse avuto il
coraggio di andar dietro al suono, il musico sarebbe stato conosciuto.
Nessuno l'ha fatto?
--Sì, signore, fu tentato più volte, si è seguita la musica sino al
bosco, ma essa si ritirava a misura che noi avanzavamo, e sembrava
sempre alla medesima distanza: i nostri villani hanno avuto paura, e
non vollero andar più oltre. Ben di rado la si sente tanto di buon'ora
come stasera; d'ordinario ciò accade verso mezzanotte quando quella
fulgida stella che si trova adesso al di sopra di quelle torrette
tramonta a sinistra del bosco.
--Quali torrette?» domandò Sant'Aubert; «io non ne vedo alcuna.
--Perdonate, signore, eccone là una, sulla quale riflette la luna;
vedete voi quel viale? il castello è quasi nascosto interamente dagli
alberi.
--Sì, papà,» disse Emilia guardando; «non vedete voi qualche cosa
brillare al disopra del bosco? io credo sia una banderuola, sulla
quale riflettono i raggi della luna.
--Sì, ora vedo ciò che mi accenni. Di chi è quel castello?
--Il marchese di Villeroy ne era il possessore,» rispose Voisin con
fare d'importanza.
--Ah!» disse Sant'Aubert agitatissimo: «siamo dunque così vicini a
Blangy?
--Era la dimora favorita del marchese,» soggiunse Voisin; «ma la prese
in antipatia, e son molti anni che non vi è stato: mi fu detto che è
morto da poco tempo, e che questo feudo passò in altre mani.»
Sant'Aubert, ch'era caduto in pensieri, uscì dalla sua meditazione a
queste ultime parole esclamando: «Morto! gran Dio! e da quanto tempo?»
--Mi fu detto esser già da quattro settimane,» rispose Voisin; «lo
conoscevate voi forse?
--È cosa straordinaria,» rispose Sant'Aubert, senza fermarsi alla
domanda.
--E perchè?» disse Emilia con timida curiosità. Egli non rispose, e
ricadde nella sua meditazione; ne uscì poco dopo, e domandò chi fosse
il suo erede.
«Mi son dimenticato del nome» disse Voisin; «ma so che questo signore
abita Parigi, e che non pensa neppur per ombra di venire al suo
castello.
--Il castello è egli ancora chiuso?
--A un bel circa, signore; la vecchia castalda e suo marito ne hanno
cura, ma vivono in una casuccia poco distante.
--Il castello è spazioso,» disse Emilia, «e dee essere molto deserto,
se non ha che due abitanti.
--Deserto! oh sì, signorina,» rispose Voisin; «non vorrei passarvi la
notte per tutti i tesori del mondo.
--Che dite mai?» soggiunse Sant'Aubert, uscendo dalla sua meditazione;
e Voisin ripetè l'istessa protesta. Sant'Aubert non potè trattenere
una specie di singulto; ma quasi avesse voluto evitare le
osservazioni, domandò prontamente a Voisin da quanto tempo abitasse
quel paese.
«Quasi dalla infanzia,» rispose l'ospite.
--Vi rammentate voi della defunta marchesa?» disse Sant'Aubert con
voce alterata.
--Ah! signore, se me lo ricordo; ve ne sono molti altri che non
l'hanno dimenticata neppur essi.
--Sì,» rispose Sant'Aubert, «ed io sono uno di quelli.
--Dunque vi ricorderete d'una bella ed eccellente signora: dessa
meritava una sorte migliore.»
Sant'Aubert versò qualche lagrima.
«Basta,» diss'egli con voce quasi soffocata, «basta, amico mio.»
Emilia, sebbene sorpresissima, non si permise di manifestare i suoi
sentimenti con veruna dimanda. Voisin volle scusarsi, ma Sant'Aubert
l'interruppe. «L'apologia è inutile,» gli disse; «cambiamo piuttosto
tema di conversazione. Voi parlavate della musica che abbiamo sentita.
--Sì, signore, ma zitto, essa ricomincia; ascoltate questa voce.»
Udirono infatti una voce dolce, tenera ed armoniosa, ma i cui suoni,
debolmente articolati, non permettevano di distinguer nulla che
somigliasse a parole. Ben presto essa cessò, e lo strumento che
l'accompagnava intuonò teneri concenti. Sant'Aubert osservò che i
tuoni n'erano più pieni e melodiosi di quelli d'una chitarra, ed anche
più malinconici di quelli d'un liuto. Continuarono ad ascoltare, e non
sentirono più nulla.
«Questo è strano,» disse Sant'Aubert, rompendo alfine il silenzio.
--Stranissimo,» disse Emilia.
--È vero,» soggiunse Voisin; e tacquero tutti.
Dopo una lunga pausa, Voisin ripigliò:
«Sono circa diciotto anni che intesi questa musica per la prima volta
in una bellissima notte estiva, men ricordo; ma era più tardi. Io
passeggiava solo nel bosco; mi ricordo ancora ch'era molto afflitto;
aveva un figliuolo malato, e temeva di perderlo; aveva vegliato tutta
sera al suo letto, mentre sua madre dormiva, avendolo essa assistito
tutta la notte precedente. Uscii per prendere un po' d'aria; la
giornata era stata caldissima, ed io passeggiava pensieroso sotto gli
alberi; udii una musica in lontananza, e pensai fosse Claudio che
suonasse la sua zampogna; egli era amantissimo di questo strumento.
Quando la sera era bella, stavasi un pezzo sulla sua porta a suonare;
ma quando arrivai in un luogo ove gli alberi erano meno folti (non me
ne scorderò per tutta la vita), mentr'io guardava le stelle di
settentrione, che in quel momento erano molto alte, tutto a un tratto
udii suoni, ma suoni ch'io non posso descrivere: sembrava un concerto
di angeli; guardai attentamente, e mi pareva sempre di vederli salire
al cielo. Quando tornai a casa, raccontai ciò che aveva ascoltato; si
burlarono tutti di me, e mi dissero ch'erano pastori, i quali avean
suonato il loro flauto; non potei mai persuaderli del contrario. Poche
sere dopo, mia moglie udì l'istessa armonia, e fu sorpresa quanto me.
Il padre Dionigi la spaventò moltissimo, dicendole che il cielo
mandava questo avvertimento per annunziare la morte di suo figlio, e
che questa musica aggiravasi intorno alle case, contenenti qualche
moribondo.»
Emilia, nell'ascoltare quelle parole, si sentì colpita da un timore
superstizioso affatto nuovo per lei, ed ebbe molta difficoltà a
nascondere il suo turbamento al padre.
«Ma nostro figlio visse, o signore, a dispetto del padre Dionigi.
--Il padre Dionigi?» disse Sant'Aubert, il quale ascoltava con
attenzione tutti i racconti del buon vecchio; «noi siam dunque vicini
ad un convento?
--Sì, signore, il convento di Santa Chiara è poco distante da noi;
esso è sulla riva del mare.
--O cielo!» sclamò Sant'Aubert, come colpito da un'improvvisa
rimembranza; «il convento di Santa Chiara!»
Emilia osservò che ai segni del dolore sparsi sulla di lui fronte,
mescolavasi un sentimento di orrore. Esso restò immobile; l'argenteo
chiaror della luna colpivagli allora il volto; somigliava ad una di
quelle marmoree statue che, poste su di un mausoleo, sembran vegliare
sulle fredde ceneri, ed affliggersi senza speranza.
«Ma, caro papà,» disse Emilia, volendo distrarlo dai tristi pensieri,
«voi vi scordate quanto avete bisogno di riposo; se il nostro buon
ospite me lo permette, io andrò a prepararvi il letto, giacchè so come
desiderate che sia fatto.»
Sant'Aubert si raccolse alquanto, e sorridendole con dolcezza, la
pregò di non aumentare la sua fatica con questa nuova premura. Voisin,
la cui cortesia era stata sospesa dall'interesse che avevano eccitato
i suoi racconti, si scusò di non aver fatto venire ancora Agnese, ed
uscì per andare a prenderla.
Poco dopo tornò, conducendo sua figlia, giovine di amabilissima
presenza. Emilia intese da lei ciò che non aveva ancora sospettato,
cioè che, per dar ricovero a loro, bisognava che parte della famiglia
cedesse i suoi letti. Si afflisse di questa circostanza; ma Agnese,
nella sua risposta, mostrò la medesima buona grazia e l'istessa
ospitalità del padre. Fu dunque deciso che parte dei figli e Michele
andassero a dormire in una casa poco distante.
«Se domani io starò meglio, mia cara Emilia,» disse Sant'Aubert, «noi
partiremo di buon'ora per poterci riposare durante il caldo del
giorno, e torneremo a casa. Nello stato della mia salute e delle mie
idee, non posso pensare se non con pena ad un viaggio più lungo, e
sento il bisogno di tornare alla valle.»
Anche Emilia desiderava questo ritorno, ma si turbò sentendo una
risoluzione così subitanea. Suo padre, senza dubbio, stava molto
peggio di quello che voleva far credere. Sant'Aubert si ritirò per
prendere un po' di riposo. Emilia chiuse la sua cameretta, e non
potendo dormire, i di lei pensieri la ricondussero all'ultima
conversazione relativa allo stato delle anime dopo morte. Questo
soggetto l'alterava sensibilmente, dacchè non poteva più lusingarsi di
conservare lungamente il padre. Ella si appoggiava pensierosa ad una
finestrella aperta. Assorta nelle sue riflessioni, alzava gli occhi al
cielo; vedeva il firmamento sparso d'innumerevoli stelle, abitate
forse dagli spiriti incorporei; i suoi occhi erravano negli immensi
spazi eterei: i di lei pensieri s'innalzavano, come prima, verso la
sublimità di un Dio, e la contemplazione dell'avvenire. Il ballo era
cessato, le capanne erano silenziose, l'aria sembrava appena
sommuovere leggermente la sommità degli alberi; il belato di qualche
pecorella smarrita, tratto tratto il suono lontano di un campanello,
il romore di una porta che si chiudeva, interrompevano soli il
silenzio della notte. Anzi da ultimo questi diversi suoni, che le
rammentavano la terra e le sue occupazioni, cessarono del tutto: cogli
occhi lagrimosi, penetrata da una rispettosa devozione, restò alla
finestra fintanto che, verso mezzanotte, l'oscurità si fu estesa sulla
terra, e che la stella indicata da Voisin disparve dietro il bosco. Si
ricordò allora di ciò ch'egli aveva detto su tal proposito, e
rammentossi la musica misteriosa; stava alla finestra, sperando e
temendo nel tempo istesso di sentirla tornare; era occupata della
forte commozione del padre, quando Voisin aveva annunziata la morte
del marchese di Villeroy e rammentata la sorte della marchesa, e si
sentiva vivamente interessata di conoscerne la causa. La di lei
curiosità su questo oggetto era tanto più viva, in quanto che suo
padre non aveva mai pronunziato alla di lei presenza il nome di
Villeroy. La musica non si sentì: Emilia si accorse che le ore
riconducevanla a nuove fatiche; pensò che bisognava alzarsi di buon
mattino, e si decise di porsi a letto.