Sant'Aubert si trovò la mattina seguente bastantemente in forza per
continuare il viaggio, e sperando arrivare lo stesso giorno nel
Rossiglione, si mise in cammino di buonissim'ora. La strada che
percorrevano allora i viaggiatori, offriva vedute selvagge e
pittoresche come le precedenti; solo tratto tratto le scene, meno
severe, spiegavano una bellezza più amena e ridente.
Quando Sant'Aubert parea occupato delle piante, contemplava con
trasporto Emilia e Valancourt, i quali passeggiavano insieme; questi
col contegno e l'emozione del piacere indicava una bella vista nella
scena che lor s'offriva; quella ascoltava e guardava con
un'espressione di sensibilità seria indicante l'elevatezza del suo
spirito. Rassembravano a due amanti, i quali mai non avessero lasciati
i monti natii, che la situazione loro avesse preservati dal contagio
delle frivolezze; le cui idee, semplici e grandiose come il paesaggio
che percorrevano, non comprendessero la felicità se non nella tenera
unione de' cuori puri. Sant'Aubert sorrideva e sospirava a un tempo,
pensando alla romanzesca felicità onde la sua imaginazione offerivagli
il quadro; sospirava inoltre pensando quanto la natura e la semplicità
fossero mai estranee al mondo, poichè i loro soavi diletti parevano un
romanzo.
--Il mondo,» dicea egli seguendo il proprio pensiero, «il mondo mette
in ridicolo una passione cui appena conosce; i suoi movimenti ed
interessi distraggono lo spirito, depravano i gusti, corrompono il
cuore; e l'amore non può esistere in un cuore quando non ha più la
cara dignità dell'innocenza. La virtù e la simpatia son quasi la
medesima cosa; la virtù è la simpatia messa in azione, e le più
delicate affezioni di due cuori formano insieme il vero amore. Come
mai potrebbesi cercar l'amore in seno alle grandi città? La
frivolezza, l'interesse, la dissipazione, la falsità vi surrogano del
continuo la semplicità, la tenerezza e la franchezza.--
Era quasi mezzodì quando i viaggiatori giunsero ad un passo sì
pericoloso che lor fu d'uopo scendere di carrozza; la strada era
contornata da boschi, e anzichè continuare innanzi, si misero a cercar
l'ombra. Un umido rezzo era diffuso per l'aere; lo splendido smeraldo
dell'erba, la bella miscea de' fiori, de' balsami, de' timi e delle
lavande che la smaltavano; l'altezza de' pini, de' frassini e de'
castagni che ne proteggevano l'esistenza, tutto concorrea a far di
quello un luogo veramente delizioso. Talvolta il fogliame, più fitto,
interdicea la vista del paesaggio; altrove, qualche misterioso varco
lasciava traveder all'imaginazione quadri assai più leggiadri che fin
allora non avesse osservati, ed i viaggiatori abbandonavansi
volentieri a que' godimenti quasi ideali.
Le pause ed il silenzio che avevano già interrotto i colloqui di
Valancourt e d'Emilia furono quel dì molto più frequenti. Il giovane,
dalla vivacità più espressiva, cadeva in un accesso di languore, e la
malinconia pingevasi senz'arte fin nel di lui sorriso. La fanciulla
non poteva più ingannarsi: il suo proprio cuore partecipava il
medesimo sentimento.
Quando Sant'Aubert fu ristorato, continuarono a camminare pel bosco,
credendo sempre costeggiar la strada; ma s'accorsero alfine d'averla
smarrita affatto. Avevano seguito il declivio ove la beltà de' luoghi
li tratteneva, e la strada andava invece montando su per la ripida
costa. Valancourt chiamò Michele, ma l'eco solo rispose alle sue
grida, ed i suoi sforzi furono parimente vani per ritrovar la strada.
In tale stato, scorsero fra gli alberi, a qualche distanza, la capanna
d'un pastore. Valancourt vi corse per chiedere qualche indicazione;
giuntovi, vi trovò soltanto due ragazzi che giocavan sull'erba. Guardò
in casa, e non vide nessuno. Il maggiore de' fanciulli gli disse che
suo padre trovavasi ne' campi, sua madre nella valle, nè tarderebbe a
tornare. Il giovane pensava a quanto convenisse fare, allorchè la voce
di Michele echeggiò d'improvviso su le rupi circostanti. Valancourt
rispose tosto e cercò d'andare a raggiungerlo; dopo un faticoso lavoro
tra le boscaglie ed i massi, lo raggiunse alfine ed a stento riescì a
farlo tacere. La strada era lontanissima dal luogo ove riposavano il
padre e la figlia. Era difficile di condur fin là la vettura; sarebbe
stato troppo penoso per Sant'Aubert d'inerpicarsi pel bosco, com'egli
stesso avea fatto, ed il giovane era angustiato molto per trovare un
cammino più praticabile.
Intanto, Sant'Aubert ed Emilia eransi accostati alla capanna e
riposavano sopra una panca campestre situata fra due pini ed
ombreggiata dalle loro frondi; avean guardato a Valancourt, ed
aspettavano che li raggiungesse.
Il maggiore de' ragazzi aveva lasciato il giuoco per rimirar i
viaggiatori; ma il piccino continuava i suoi salti e tormentava il
fratello perchè tornasse ad aiutarlo. Sant'Aubert considerava con
piacere quella fanciullesca semplicità, quando d'improvviso tale
spettacolo, rammentandogli i figli perduti in quella fresca età, ed in
ispecie la loro diletta madre, lo fece ricadere nella mestizia.
Emilia, accortasene, cominciò una di quelle ariette commoventi cui
egli tanto prediligeva, e ch'ella sapeva cantar colla massima grazia
ed espressione. Il padre le sorrise attraverso le lagrime, le prese la
mano, la strinse teneramente e cercò bandire i malinconici pensieri.
Essa cantava ancora, quando Valancourt tornò; egli non volle
interromperla, e sostò ad ascoltare. Quand'ebbe finito, accostossi e
narrò d'aver trovato Michele ed anche una strada per ascendere il
dirupo. Sant'Aubert, a tai parole, ne misurò coll'occhio la tremenda
altezza; sentivasi oppresso, e la salita pareagli spaventosa. Il
partito però sembravagli preferibile ad una strada lunga e scabrosa
affatto; risolse di tentarlo, ma Emilia, sempre premurosa, gli propose
di pranzare in prima, onde ristorar alquanto le forze, e Valancourt
tornò alla vettura a cercarvi provvigioni.
Al ritorno, propose di collocarsi un po' più in alto, essendovi la
vista più bella ed estesa. Stavano per recarvisi, quando videro una
giovane accostarsi ai ragazzi, accarezzarli, e piangere amaramente.
I viaggiatori, interessati dalla di lei sventura, sostarono a meglio
osservarla. Essa prese in braccio il minore de' figli, e scorti i
forestieri, si terse le lagrime in fretta ed accostossi alla capanna.
Sant'Aubert le chiese la causa della di lei afflizione. Gli diss'ella
che suo marito era un povero pastore, il quale tutti gli anni passava
la state in quella capanna per condur a pascere un armento sui monti.
La notte precedente aveva perduto tutto; una banda di zingari, i quali
da qualche tempo infestavano la contrada, avean rapite tutte le pecore
del suo padrone. «Jacopo,» aggiunse la donna, «avendo accumulato
qualche peculio, avea comperato poche pecore per noi; ma adesso
bisognerà darle per sostituire il gregge tolto al padrone; il peggio
si è che quando questi saprà la cosa, non vorrà più affidarci i suoi
montoni; è un uomo cattivo; ed allora, che cosa sarà de' nostri
figliuoli?»
L'atteggiamento di quella donna, la semplicità del suo racconto ed il
suo sincero dolore indussero Sant'Aubert a crederne la trista storia.
Valancourt, convinto ch'era vera, chiese tosto quanto valesse il
gregge rubato; allorchè lo seppe, rimase sconcertato. Sant'Aubert diè
qualche moneta alla donna; Emilia vi contribuì col suo borsellino, e
quindi avviaronsi al luogo convenuto. Valancourt restò di dietro
parlando colla moglie del pastore, la quale allora piangeva per la
gratitudine e la sorpresa; le chiese quanto le mancasse ancora per
ripristinare il gregge rapito. Trovò che la somma era quasi la
totalità di quanto portava seco. Stava egli incerto ed afflitto.--Tale
somma, dicea tra sè, basterebbe alla felicità di questa povera
famiglia; sta in poter mio il darla, e renderli lieti e contenti; ma
come farò poi io? come tornerò a casa col poco che mi resterà?--Esitò
alcun tempo; trovava una voluttà singolare a salvare una famiglia
dalla rovina, ma sentiva la difficoltà di proseguir la sua strada col
poco danaro che avrebbesi riservato.
Stava così perplesso, quando comparve lo stesso pastore. I figliuoli
gli corsero incontro; egli ne prese uno in braccio, e coll'altro
attaccato alla cintola, inoltrò a lenti passi. Il suo aspetto
abbattuto, costernato, decise Valancourt; gettò tutto il danaro che
avea, tranne pochi scudi, e corse dietro a Sant'Aubert, il quale,
sorretto da Emilia, incamminavasi verso l'erta. Il giovane non erasi
mai sentito l'animo sì leggero; il cuore balzavagli dalla gioia, e
tutti gli oggetti a lui intorno parevano più belli ed interessanti.
Sant'Aubert osservò i di lui trasporti, e gli disse:
«Che cos'avete che sì v'incanta?
--Oh! la bella giornata!» sclamava Valancourt; «come splende il sole,
come pura è l'aura qual sito magico!
--E stupendo!» disse Sant'Aubert, la cui felice esperienza spiegava
facilmente l'emozione di Valancourt; «peccato che tanti ricchi, i
quali potrebbero procurarsi a piacimento uno splendido sole, lascino
avvizzir i lor giorni nelle nebbie dell'egoismo! Per voi, mio giovine
amico, possa sempre il sole sembrarvi bello quant'oggi; possiate voi,
nell'attiva vostra beneficenza, riunir sempre la bontà e la saviezza!»
Valancourt, onorato di tal complimento, non potè rispondere se non con
un sorriso, e fu quello della gratitudine.
Continuarono a traversare il bosco tra le fertili gole de' monti.
Giunti appena nel sito ove volean recarsi, tutti insieme proruppero in
un'esclamazione; dietro ad essi, la rupe perpendicolare sorgeva a
prodigiosa altezza e spartivasi allora in due punte egualmente alte.
Le loro grige tinte contrastavano collo smalto de' fiori sbuccianti
tra i crepacci; i burroni sui quali l'occhio scorrea rapido per
ispingersi giù nella valle, erano sparsi anch'essi d'arboscelli; più
giù ancora, un verde tappeto indicava i castagneti, in mezzo a' quali
scorgeasi la capanna del povero pastore. Da ogni parte, i Pirenei
ergeano le maestose cime; talune, carche d'immensi massi di marmo,
mutavan colore ed aspetto nel medesimo tempo del sole; altre, ancor
più alte, mostravan soltanto le nevose punte, e le basi colossali,
uniformemente tappezzate, coprivansi sin giù nella valle di pini,
larici e verdi querce. Questa valle, benchè stretta, era quella che
conduceva al Rossiglione; i freschi pascoli, la doviziosa coltura
contrastavano stupendamente colla grandiosità delle masse circostanti.
Fra le catene prolungate di monti scoprivasi il basso Rossiglione, e
la grande lontananza, confondendo tutte le gradazioni, parea riunir la
costa ai candidi flutti del Mediterraneo. Un promontorio su cui
sorgeva un faro indicava solo la separazione ed il lido; stormi
d'uccelli marini volavano intorno. Più lungi però distinguevansi
alcune bianche vele; il sole ne aumentava il candore, e la lor
distanza dal faro ne facea giudicar la celerità; ma eravene di sì
lontane, che servivan soltanto a separare il cielo ed il mare.
Dall'altra parte della valle, proprio in faccia ai viaggiatori, eravi
un passaggio fra le rocce, che guidava in Guascogna. Costà, nessun
vestigio di coltura; gli scogli di granito ergevansi spontaneamente
dalle basi, trapassando i cieli colle sterili aguglie; costà, nè
foreste, nè cacciatori, nè tuguri: talvolta però un gigantesco larice
gettava l'immensa sua ombra sopra un incommensurabile precipizio, e
talfiata una croce sopra un dirupo accennava al viaggiatore il
terribil destino di qualche imprudente. Il loco parea destinato a
diventare un ricovero di banditi; Emilia ad ogni istante aspettavasi a
vederli sbucare; poco dopo, un oggetto non meno terribile le colpì la
vista. Una forca, eretta all'ingresso del passaggio, e proprio al
disopra d'una croce, spiegava bastantemente qualche tragico fatto.
Evitò essa di parlarne a Sant'Aubert, ma tal vista inquietolla;
avrebbe voluto sollecitare il passo per giungere con certezza prima
del tramonto. Ma il padre avea bisogno di rifocillarsi, e, sedendo
sull'erba, i viaggiatori votarono il paniere.
Sant'Aubert fu rianimato dal riposo e dall'aria serena di quella
spianata. Valancourt era talmente estatico, talmente bisognoso di
conversare, che parea aver dimenticata tutta la strada che restava da
fare. Finito il pasto, fecero un lungo addio a quel sito maraviglioso
e tornarono ad inerpicarsi. Sant'Aubert ritrovò la carrozza con
piacere; Emilia vi salì secolui: ma volendo conoscere più minutamente
la deliziosa contrada dove stavano per discendere, Valancourt slegò i
suoi cani e li seguì a piedi; egli soffermavasi talvolta sopra le
alture che gli offrivano un bel punto di vista; il passo delle mule
permettevagli siffatte distrazioni. Se qualche luogo spiegava una rara
magnificenza, tornava alla carrozza, e Sant'Aubert, troppo stanco per
andar a goderne in persona, vi mandava la figlia e stavasene ad
aspettarla.
Era tardi quando calarono dalle belle alture che coronano il
Rossiglione. Questa magnifica provincia è incassata nelle loro
maestose barriere, non restando aperta che dalla parte del mare.
L'aspetto della cultura abbelliva in fondo il paesaggio, ed il piano
tingevasi de' più vividi colori, e quali il lussureggiante clima e
l'industria degli abitanti potevano dovunque farli nascere. Boschetti
d'aranci e di limoni imbalsamavan l'aere; i lor frutti già maturi
dondolavano tra le frondi, e le coste dal facile declivio facevan
pompa delle più belle uva. Più lungi, selve, pascoli, città, casali,
il mare, sulla cui rifulgente superficie scorrevano molte vele sparse,
un tramonto scintillante di porpora; questo passo, in mezzo ai monti
che lo dominavano, formava la perfetta unione dell'ameno col sublime;
era la bellezza dormente in seno all'orrore.
I viaggiatori, giunti al basso, inoltrarono fra siepi di mirti e di
melagrani fioriti sino alla piccola città d'Arles, dove contavan
passar la notte. Trovarono un alloggio semplice, ma pulito; avrebbero
passata una deliziosa sera, dopo le fatiche ed i godimenti del dì, se
il momento della separazione che accostavasi non avesse sparso una
nube su' loro cuori. Sant'Aubert voleva partir la domane, costeggiare
il Mediterraneo e giungere così in Linguadoca. Valancourt, guarito
troppo presto, ormai senza pretesto per seguire i suoi nuovi amici,
dovea separarsene in quel luogo stesso. Sant'Aubert, il quale l'amava,
proposegli di andar più innanzi; ma non reiterò l'invito, e Valancourt
ebbe il coraggio di non accettare, per mostrare d'esserne degno. E'
dovevano dunque lasciarsi la domane: Sant'Aubert per partire alla
volta della Linguadoca, e Valancourt per riprendere la via de' monti
onde riedere a casa. Tutta la sera non proferì sillaba, e stette
soprappensieri: Sant'Aubert fu con lui affettuoso, ma però grave;
Emilia fu seria, benchè cercasse di comparir allegra; e dopo una delle
più malinconiche sere che mai avessero passate insieme, separaronsi
per la notte.