Sant'Aubert si svegliò di buonissim'ora; il sonno l'aveva ristorato, e
volle partire subito. Valancourt fece colazione con lui, e narrò che
pochi mesi prima era stato fino a Beaujeu, città grossa del
Rossiglione, e Sant'Aubert, dietro suo consiglio, si decise di
prendere quella direzione.
«La scorciatoia, e la strada che conduce a Beaujeu,» disse il giovane,
«si uniscono alla distanza di una lega e mezza di qua: se volete
permetterlo, posso dirigervi il vostro mulattiere; bisogna ch'io
passeggi, e la passeggiata che farò con voi, vi sarà più gradita di
qualunque altra.»
Sant'Aubert accettò la proposta con grato animo; partirono insieme, ma
il giovine non volle acconsentire di entrare nella carrozza. La
strada alle falde de' monti percorreva una valle ridente splendida per
verzura e sparsa di boschetti. Numerosi armenti vi riposavano
all'ombra delle quercette, dei faggi e de' sicomori; il frassino e la
tremula lasciavan ricadere le fronzute punte de' rami sulle aride
rocce; un po' di terra appena ne ricopriva le radici, ed il più lieve
soffio ne agitava tutti i rami.
Ad ogni ora del dì vi s'incontrava gente. Il sole non compariva
ancora, e già i pastori guidavano una immensa mandra a pascere su pe'
monti. Sant'Aubert era partito assai presto per godere della vista del
sorger del sole e respirare l'aura pura mattutina, tanto proficua a'
malati, e che dovea esserlo specialmente in quelle regioni ove la
copia e varietà delle piante aromatiche la impregnavano della più
soave fragranza.
La leggera nebbia che velava gli oggetti circostanti dileguossi a poco
a poco, e permise ad Emilia di contemplare i progressi del dì.
I riflessi incerti dell'aurora, indorando le punte delle rupi,
rivestironle successivamente di vivida luce, mentre la lor base ed il
fondo della valle restavan coperti da negro vapore. Intanto, le tinte
delle nubi d'oriente rischiararonsi, s'imporporarono, e rifulsero
alfine di mille splendidi colori.
La trasparenza dell'atmosfera lasciò allo scoverto fiotti d'oro puro,
i raggi brillanti fugarono le tenebre, e penetrarono nelle fondure
della valle ripercotendosi negli argentei rivi: la natura destavasi da
morte a vita. Sant'Aubert si sentì ravvivato; avea il cuore commosso;
versò lagrime ed innalzò i pensieri al Creatore di tutte le cose.
Emilia volle scendere a calpestar quell'erba tutta rorida di fresca
rugiada; essa voleva gustar quella libertà onde il camoscio parea
fruire sulle brune vette de' monti. Valancourt sostava coi
viaggiatori, mostrando loro con sentimento gli oggetti particolari
della sua ammirazione. Sant'Aubert se gli affezionava.--Il giovine è
focoso, ma buono; dicea fra sè;--ben si vede che non ha mai abitato
Parigi.--Egli arrivò al punto dove si univano le due strade, con molto
suo dispiacere; e si congedò con più cordialità che non lo permetta
d'ordinario una nuova conoscenza. Valancourt continuò a discorrere
buona pezza vicino alla carrozza; era il momento di separarsi, e non
dimanco restava sempre mettendo in campo argomenti che lo scusassero
di questo prolungamento. Alla perfine accommiatossi, e quando partì,
Sant'Aubert osservò come contemplasse Emilia con isguardo attento ed
espressivo; ella lo salutò con timida dolcezza; la carrozza partì, ma
Sant'Aubert poco dopo, sporgendo la testa, osservò Valancourt immobile
sulla strada, colle braccia incrociate sul bastone, e gli occhi fissi
sulla carrozza; lo salutò colla mano, e Valancourt, scosso dalla sua
estasi, gli fece il saluto e si allontanò.
L'aspetto del paese cambiò in breve: i viaggiatori, si trovavano
allora in mezzo ad altissime montagne coperte fino alla sommità da
negri boschi di abeti. Varie punte granitiche, sorgendo dalla valle
stessa, andavan a celare in grembo alle nubi le nevose cime. Il
ruscello, divenuto un fiume, scorreva in dolce silenzio, e quei cupi
boschi riflettevano la loro ombra nelle sue limpide acque. Per
intervalli uno scosceso dirupo inalzava l'ardita fronte al di sopra
dei boschi e dei vapori che servivan di cintura ai monti; talvolta una
marmorea aguglia sosteneasi perpendicolarmente al fiorito margine
delle acque; un larice colossale la stringea colle robuste braccia, e
la sua fronte, solcata dalla folgore, coronavasi ancora di verdi
pampini.
Quando la carrozza camminava adagio, Sant'Aubert scendeva, e si
compiaceva di andare in cerca di piante curiose, ond'erano sparsi quei
luoghi; Emilia, nell'esaltazione dell'entusiasmo, s'internava nei
folti boschi, tendendo l'orecchio in silenzio al loro imponente
mormorio.
Per lo spazio di molte leghe non incontrarono nè villaggi, nè casali
di sorte alcuna; qualche capanna di cacciatori qua e là era la sola
traccia di abitazione umana. I viaggiatori pranzarono a ciel sereno,
in un bel sito della valle, assisi all'ombra dei faggi; dopo di che
partirono immediatamente per Beaujeu.
La strada saliva sensibilmente, e lasciando i pini disotto a loro,
trovaronsi in mezzo a precipizi. Il crepuscolo della sera accrescea
l'orrore de' luoghi, ed i viaggiatori ignoravano la distanza di
Beaujeu. Sant'Aubert nonpertanto credea di non esserne molto lontano,
e si rallegrava di non aver quindi più oltre quella città, a varcare
simili deserti. Le selve, le rupi, i circostanti gioghi confondevansi
a poco a poco nell'oscurità, ed in breve non fu più possibile
discernere quelle indistinte immagini. Michele precedeva cauto, appena
scorgendo la via ma le sue mule, più esperte, camminavano ancora con
passo franco.
Alla svolta di un monte, videro un lume; i dirupi e l'orizzonte furono
illuminati a gran distanza. Gli era certo un gran fuoco, ma nulla
indicava se fosse accidentale o preparato. Sant'Aubert lo credette
acceso da qualche masnada di quei banditi che infestavano i Pirenei;
stava molto attento, e desiderava sapere se la strada passava vicino a
quel fuoco. Aveva armi da potersi difendere in caso di bisogno; ma a
che serviva una sì debole risorsa contro una banda di assassini
determinati? Rifletteva a questa circostanza, quando udì una voce
dietro di essi, che intimava al mulattiere di fermarsi. Sant'Aubert
gli ordinò di camminar più presto, ma o fosse per testardaggine di
Michele, o dei muli, questi non cambiarono il loro passo; s'intese il
galoppo di un cavallo; un uomo raggiunse la carrozza, e ordinò
nuovamente di fermarsi. Sant'Aubert, non dubitando più del costui
disegno, scaricò una pistola dallo sportello; l'incognito vacillò sul
cavallo, ed il romore del colpo fu seguito da un gemito di dolore.
Sarà facile immaginarsi lo spavento di Sant'Aubert, il quale credè
riconoscere allora la voce dolente di Valancourt. Fece arrestare egli
stesso la carrozza, pronunziò il nome del giovane, e non potè averne
più alcun dubbio. Scese tosto, e corse a soccorrerlo; il giovane era
ancora a cavallo, il suo sangue scorreva in copia, e sembrava soffrir
molto, sebbene cercasse di consolare Sant'Aubert, assicurandolo che
non era nulla, e sentivasi ferito solo leggermente nel braccio.
Sant'Aubert e il mulattiere lo aiutarono a smontare e l'adagiarono in
terra; il primo voleva fasciargli la ferita, ma gli tremavano le mani
talmente, che non potè riuscirvi. Michele intanto correa dietro al
cavallo ch'era fuggito mentre ne scendea il padrone; chiamò Emilia, e
non ricevendo risposta, corse alla carrozza, e la trovò svenuta. In
questa terribile situazione, e spinto dal dolore di lasciare
Valancourt perdere il sangue, si sforzò di sollevarla, e chiamò
Michele per chieder acqua dal ruscello vicino. Michele era andato
troppo lontano, ma Valancourt, udendo il nome di Emilia, capì di che
si trattava, ed obbliando sè medesimo, andò in suo soccorso; essa era
già rinvenuta quando le fu vicino; egli seppe che il deliquio era
stato cagionato dal timore del sinistro occorsogli, e con voce turbata
da tutt'altro sentimento che da quello del dolore, l'assicurò che la
sua ferita era di pochissima conseguenza. Sant'Aubert si accorse
allora che il sangue non era ancora stagnato; i suoi timori cambiarono
oggetto; lacerò un fazzoletto per bendargli la piaga: il sangue si
fermò, ma egli temendo le conseguenze, domandò più volte se Beaujeu
fosse ancora molto lontano, ed avendo inteso ch'era distante due
leghe, il suo timore crebbe. Ignorava se Valancourt avrebbe potuto
resistere al moto della carrozza, e lo vedeva sul punto di svenire.
Appena questi ebbe conosciuta la sua inquietudine, si affrettò di
rincorarlo, e parlò della sua avventura come di una bagatella. Michele
aveva ricondotto il cavallo; Valancourt, salì nella carrozza; Emilia
s'era riavuta, e continuarono la strada di Beaujeu.
Sant'Aubert, rinvenuto dal terrore, manifestò la sua sorpresa
sull'incontro di Valancourt; ma questi la fece cessare. «Voi avete
rinnovato il mio gusto per la società,» gli disse; «dopo la vostra
partenza, il mio casolare mi sembrava un deserto. E giacchè il mio
unico scopo è quello di viaggiare per diletto, mi sono deciso di
partire immediatamente. Ho presa questa strada, perchè sapeva ch'era
più bella di qualunque altra; e d'altronde,» aggiunse esitando un poco,
«lo confesserò (e perchè non dovrei confessarlo?), io aveva qualche
speranza di raggiungervi.--Ed io ho crudelmente corrisposto alla
vostra gentilezza,» riprese Sant'Aubert, che si rimproverava la sua
fretta, e glie ne spiegò il motivo. Ma Valancourt, premuroso di
evitare qualunque inquietudine sul di lui conto, nascose l'ambascia
che provava, e seguitò a conversare allegramente. Emilia stava in
silenzio, a meno che Valancourt non le volgesse la parola, ed il tuono
commosso con cui lo faceva, valeva da per sè loro ad esprimere molto.
Trovavansi allora presso a quel fuoco che spiccava tanto vivamente
nell'oscurità della notte: illuminava allora la strada tutta, e
poteasi facilmente distinguere le figure che la circondavano.
Accostandosi, riconobbero una banda di zingari che, specialmente in
quell'epoca frequentavano i Pirenei, svaligiando i viaggiatori. Emilia
notò con ispavento l'aspetto truce di quella compagnia, ed il fuoco
che li rischiarava, diffondendo una nube purpurea sugli alberi, gli
scogli e le frondi, aumentava l'effetto bizzarro del quadro.
Tutti quegli zingari preparavano la cena. Una larga caldaia stava sul
fuoco, e parecchie persone occupavansi ad empirla. Lo splendore della
fiamma faceva scorgere una specie di rozza tenda, intorno alla quale
giuocherellavano alla rinfusa ragazzi e cani. Il tutto formava un
complesso veramente grottesco. I viaggiatori sentivano il pericolo.
Valancourt taceva, ma mise la mano sur una delle pistole di
Sant'Aubert, il quale, fatto altrettanto, fece avanzare il mulattiere.
Passarono nondimeno senza ricevere insulti. I ladri non s'aspettavano
probabilmente a tale incontro, ed occupavansi troppo della cena per
sentire allora tutt'altro interesse.
Dopo un'ora e mezza di cammino nella più profonda oscurità, i
viaggiatori arrivarono a Beaujeu e smontarono al solo albergo che vi
fosse, e che, sebbene molto superiore alle capanne, non cessava però
di essere cattivo.
Fu fatto venire immediatamente il chirurgo della città, se tuttavolta
si può dar questo nome ad una specie di maniscalco, che curava uomini
e cavalli, e che in caso di bisogno, faceva anche da barbiere. Esaminò
il braccio di Valancourt, e avendo riconosciuto che la palla non era
penetrata nelle carni, lo medicò e gli raccomandò il riposo; ma il
paziente non era in verun modo disposto ad obbedirlo. Il piacere di
star meglio era succeduto all'inquietudine del male; chè ogni
godimento diviene positivo quando contrasta con un pericolo.
Valancourt aveva riacquistate le forze, e volle prender parte alla
conversazione. Sant'Aubert ed Emilia, liberi da qualunque timore,
erano di una singolare allegrezza. Era già tardi, e Sant'Aubert fu
costretto di uscire col locandiere per andar a cercare qualche cosa
per la cena. Emilia, nell'intervallo, si assentò anch'essa sotto
pretesto di mettere in ordine alcune sue cose; trovò l'alloggio
meglio disposto di quello che credea e quindi tornò a raggiugnere
Valancourt. Parlarono delle vedute scoperte in quel giorno,
dell'istoria naturale, della poesia, e finalmente del padre d'Emilia
la quale non poteva parlare o sentir parlare, se non con gioia, d'un
soggetto tanto caro al suo cuore.
La serata passò piacevolmente, ma siccome Sant'Aubert era stanco, e
Valancourt soffriva ancora, si separarono subito dopo cena.
La mattina seguente, Valancourt aveva la febbre, non aveva dormito e
la sua ferita era infiammata: il chirurgo, che venne a visitarlo di
buon'ora, lo consigliò di restar tranquillo a Beaujeu. Sant'Aubert
aveva pochissima fiducia nei di lui talenti; ma avendo inteso che non
se ne poteva trovare uno più abile, cambiò il suo piano, e risolse di
aspettare la guarigione del malato. Valancourt parve cercar di
dissuadernelo, ma con più garbo che buona fede. La sua indisposizione
trattenne i viaggiatori per più giorni colà. Sant'Aubert ebbe luogo di
conoscere i di lui talenti ed il suo carattere, con quella precauzione
filosofica, che sapeva tanto bene impiegare in tutte le circostanze.
Conobbe un naturale franco e generoso, pieno di ardore, suscettibile
di tutto ciò ch'è grande e buono, ma impetuoso, quasi selvaggio ed
alquanto romanzesco. Valancourt conosceva poco il mondo; avea idee
assennate, sentimenti giusti; la sua indignazione, come la sua stima
si esprimevano senza misura, nè riguardi. Sant'Aubert sorrideva della
sua veemenza, ma la reprimea di rado, e diceva fra sè:--Questo
giovine, senza dubbio, non è mai stato a Parigi.--Un sospiro succedeva
a queste riflessioni: egli era deciso di non lasciar Valancourt prima
del suo pieno ristabilimento, e siccome esso era allora in istato di
viaggiare, ma non a cavallo, Sant'Aubert l'invitò ad approfittar
qualche giorno della sua carrozza. Avendo saputo che il giovine era
d'una famiglia distinta di Guascogna, il cui grado e la
considerazione erangli ben noti, la sua riserva fu meno grande, e
Valancourt avendo accettato l'offerta con piacere, ripresero tutti
insieme la strada che conduceva al Rossiglione.
Viaggiavano senza sollecitarsi, fermandosi quando il sito meritava
attenzione; s'inerpicavano spesso sopra alture, cui non potevan
giugnere le mule; smarrivansi tra que' dirupi, coperti di lavanda, di
timo, di ginepro di tamarindo, e protetti da ombre antiche; una bella
vista entusiasmava Emilia, superando le maraviglie della più fervida
imaginazione. Sant'Aubert si divertiva talvolta ad erborizzare, mentre
Emilia e Valancourt attendevano a qualche scoperta: il giovane le
faceva osservare gli oggetti particolari della sua ammirazione, e
recitava i più bei passi dei poeti italiani o latini cui essa
prediligeva. Nell'intervallo della conversazione, e quando non era
osservato, fissava gli sguardi su quel leggiadro volto, i cui
lineamenti animati indicavano tanto spirito ed intelligenza: quando
parlava in seguito, la dolcezza della sua voce palesava un sentimento
cui cercava invano di nascondere. Grado grado, le pause ed il silenzio
di lui divennero più frequenti: Emilia mostrò molta premura
d'interromperli: essa fin allora così riservata, parlava del continuo,
ora dei boschi, ora delle valli, ora dei monti, anzichè esporsi al
pericolo di certi momenti di silenzio e di simpatia.
La via di Beaujeu saliva rapidissimamente: ei si trovarono in mezzo a'
più eccelsi monti; la serenità e purezza dell'aere, in quell'alte
regioni, entusiasmavano i tre viaggiatori; l'anima loro ne pareva
alleggerita, ed il loro spirito diventato più penetrante. Ei non
avevano parole ad esprimere emozioni tanto sublimi, quelle di
Sant'Aubert ricevevano un espressione più solenne: le lagrime
irrigavangli le guancie, e camminava in disparte. Valancourt parlava
tratto tratto per attirar l'attenzione di Emilia; la limpidezza
dell'atmosfera che lasciavale distinguere tutti gli oggetti,
ingannavala talvolta, e sempre con piacere. Essa non poteva credere sì
lunge da lei ciò che parevale così vicino; il silenzio profondo della
solitudine non era interrotto se non dal grido delle aquile
svolazzanti per l'aere, e dal sordo rumoreggiar de' torrenti in fondo
degli abissi. Di sopra ad essi la splendida volta de' cieli non era
oscurata da nube alcuna, i vortici di vapore sostavano in grembo a'
monti, il loro rapido movimento velava talvolta tutto il paese, e tal
altra scoprendone parte, lasciava all'occhio alquanti momenti
d'osservazione. Emilia, estatica, contemplava la grandezza di quelle
nubi che variavano forma e tinte; ne ammirava l'effetto sulle
sottostanti contrade cui davano ad ogni istante mille nuove forme.
Dopo aver viaggiato così per parecchie leghe, cominciarono a scendere
nel Rossiglione, e la scena che si svolse spiegava una bellezza meno
aspra. I viaggiatori rammaricavano gli oggetti imponenti cui stavan
per abbandonare. Benchè stancato da que' vasti aspetti, l'occhio
riposava gradevolmente sul verde de' boschi e de' prati; il fiume che
irrigavali la capanna sotto l'ombra de' faggi, i giulivi crocchi de'
pastorelli, i fiori che adornavano i clivi, formavano insieme uno
spettacolo incantevole.
Scendendo, riconobbero uno de' grandi varchi de' Pirenei in Ispagna: i
fortilizi, le torri, le mura, ricevevano allora i raggi del sole
all'occaso; le selve circostanti non avevano più se non un riflesso
giallastro, mentre le punte de' dirupi tingeansi ancora di rosa.
Sant'Aubert guardava attento senza scoprire la piccola città
indicatagli. Valancourt non poteva informarlo della distanza, non
essendo mai ito tant'oltre; pur iscorgevano una strada, e doveano
crederla diretta, giacchè dopo Beaujeu non avean potuto smarrirsi da
alcuna parte.
Il sole era vicino al tramonto, e Sant'Aubert sollecitò il mulattiere;
egli sentivasi assai debole, e desiderava vivamente il riposo; dopo
una sì faticosa giornata la sua inquietudine non si calmò, osservando
un gran treno d'uomini, di muli e di cavalli carichi, che sfilavano
pei sentieri dell'opposto monte, e siccome i boschi ne celavano spesso
il cammino, non si poteva precisarne il numero: qualcosa di brillante,
come d'armi risplendeva agli ultimi raggi del sole e la divisa
militare si distingueva sui primi, e su qualche individuo sparso fra
la comitiva. Appena furono nella valle, un'altra banda uscì dai
boschi, ed i timori di Sant'Aubert aumentarono, non dubitando non
fossero tanti contrabbandieri arrestati nei Pirenei, e scortati dalla
soldatesca.
I viaggiatori avevano errato tanto nelle montagne che s'ingannarono
nei loro calcoli, e non poterono giungere a Montignì prima della
notte. Traversarono la valle, e notarono sopra un rustico ponte che
riuniva due coste, un crocchio di fanciulli i quali divertivansi a
lanciar sassi nel torrente; le pietre nel cadere, facevano spruzzar
colonne d'acqua mandando un sordo fragore ripercosso alla lontana
dagli echi dei monti. Sotto il ponte scoprivasi tutta la valle in
prospettiva, una cateratta in mezzo alle rupi, ed una capanna sopra
una punta protetta da annosi abeti. Quell'abitazione parea dovesse
esser vicina ad una piccola città. Sant'Aubert fece fermare: chiamò i
ragazzi, e lor chiese se Montignì fosse molto lontano; ma la distanza,
lo strepito delle acque non gli permisero di farsi udire, e la
ripidezza delle montagne che sostenevano il ponte era troppa perchè
tutt'altri fuor d'un alpigiano pratico potesse ascenderle. Sant'Aubert
dunque dovette decidersi a continuare col favore del crepuscolo la
strada, la quale era talmente disagiosa che parve miglior consiglio
scendere di vettura. La luna cominciava a spuntare, ma tramandava
troppo fioca luce; e' camminavano a caso in mezzo ai pericoli. In quel
punto si udì la campana d'un convento; la fitta tenebria impediva la
vista dell'edifizio, ma il suono pareva venire dai boschi che
coprivano il monte di destra. Valancourt propose d'andarne in cerca.
«Se non troviam ricovero in quel convento,» dicea egli, «almeno
c'indicheranno la distanza o la posizione di Montignì.» E si mise a
correre senza aspettar risposta; ma Sant'Aubert lo richiamò
dicendogli: «Io sono orribilmente stanco, ho bisogno di pronto riposo;
andiamo tutti al convento; il vostro robusto aspetto sventerebbe i
nostri disegni; ma quando si vedrà il mio spossamento e la stanchezza
d'Emilia, non ci si negherà ricetto.»
Sì dicendo, prese il braccio d'Emilia, e raccomandando a Michele
d'aspettarlo, seguì il suono della campana e salì dalla parte dei
boschi, ma a passi vacillanti. Valancourt gli offerse il braccio cui
accettò. La luna venne a rischiarare il sentiero, e lor permise in
breve di scorgere torri che sorgevano sul colle. La campana continuava
a guidarli; entrarono nel bosco, ed il fioco chiarore della luna
divenne più incerto per l'ombra ed il tremolio delle foglie.
L'oscurità, il cupo silenzio, quando la campana non suonava, la specie
d'orrore ispirato da un luogo sì selvaggio, tutto riempì Emilia d'uno
spavento che la voce e la conversazione di Valancourt poteva solo
diminuire. Dopo alcun tempo di salita, Sant'Aubert, si lamentò, e
tutti sostarono sur un erboso poggio, dove gli alberi, più radi,
lasciavan godere il chiaro della luna. Sant'Aubert sedette sull'erba
tra i due giovani. La campana non suonava più, e la quiete notturna
non era interrotta da strepito veruno, avvegnacchè il fragor sordo di
qualche lontano torrente paresse accompagnare, anzichè turbare il
silenzio.
Avevano allora sott'occhio la valle testè lasciata. La luce argentea
che ne scopriva le fondure, riflettendo sulle rupi e le selve di
sinistra, contrastava colle tenebre, onde i boschi a destra erano come
avvolti. Le cime sole erano illuminate a sbalzi; il resto della valle
perdeasi in seno ad una nebbia, di cui lo stesso chiaro di luna non
serviva che a crescere la foltezza. I viaggiatori ristettero alcun
tempo a contemplare quel bell'effetto.
«Simili scene,» disse Valancourt, «dilettano il cuore come i concenti
di deliziosa musica; chiunque ha gustata una volta la melanconia
ch'esse ispirano non vorrebbe mutarne l'impressione per quella dei più
squisiti piaceri. Elleno destano i nostri più puri sentimenti;
dispongono alla benevolenza, alla pietà, all'amicizia. Coloro ch'io
amo, parvemi sempre d'amarli assai più in quest'ora solenne.» Tremogli
la voce, e sostò.
Sant'Aubert nulla dicea. Emilia vide cadere una lagrima sulla mano cui
stringeva tra le proprie. Indovinonne ben essa il pensiero; anche il
suo era corso alla pietosa memoria della genitrice. Ma Sant'Aubert,
rianimandola: «Oh sì,» disse reprimendo un sospiro, «la memoria di
quelli che noi amiamo, di un tempo trascorso per sempre, gli è in
questo istante che si posa sulle anime nostre! È come una melodia
lontana in mezzo al silenzio delle notti, come le tinte raddolcite di
questo paesaggio.» Poscia, dopo una pausa, continuò: «Io ho sempre
creduto le idee più lucide a quest'ora che in qualunque altra, ed il
cuore che non ne riconosce l'influenza, è di certo un cuore snaturato.
Vi son tanti....»
Valancourt sospirò.
«Ve ne sono dunque molti?» disse Emilia.--Fra alcuni anni forse, cara
figlia,» rispose Sant'Aubert, «tu sorriderai ricordandoti tale
domanda, se tuttavolta questa memoria non ti strapperà le lagrime. Ma
vieni, mi sento un po' meglio. Andiamo innanzi.»
Uscirono finalmente dal bosco, e videro sopra un'eminenza il convento
cui aveano tanto cercato. Un muro altissimo che lo circondava li
condusse ad un'antica porta; bussarono, ed il laico che venne ad
aprire li condusse in una sala vicina, pregandoli di aspettare fino a
che fosse avvertito il superiore. Nell'intervallo, comparvero parecchi
frati ad osservarli con curiosità; poco stante ritornò il laico e li
scortò innanzi al superiore. Egli sedeva in un seggiolone; aveva un
grosso libro davanti a sè, sostenuto da vasto leggìo. Ricevè
garbatamente i viaggiatori senza alzarsi, fece loro poche
interrogazioni, ed acconsentì alla loro domanda. Dopo una brevissima
conferenza, fatti i debiti complimenti, furono condotti in una stanza,
ove si preparava la cena, e Valancourt, accompagnato da un frate, andò
a cercare Michele, la carrozza ed i muli. Appena ebbe scesa la metà
della strada, udì la voce del mulattiere, il quale chiamava i nostri
viaggiatori per nome. Convinto, non senza difficoltà, che tanto lui,
quanto il suo padrone non avevano più nulla da temere, si lasciò
condurre in una capanna vicino al bosco. Valancourt tornò in fretta a
cenare cogli amici, ma Sant'Aubert soffriva troppo per mangiare con
appetito. Emilia, assai inquieta per suo padre, non sapeva pensare a
sè medesima, e Valancourt, mesto e pensieroso, ma sempre occupato di
loro, non pensava ad altro se non a confortare ed incoraggire
Sant'Aubert. Separatisi presto, si ritirarono nelle loro stanze.
Emilia dormì in un gabinetto contiguo alla camera del padre; trista,
pensierosa ed occupata soltanto dello stato di languore in cui lo
vedeva, coricossi senza speranza di riposo.
Due ore dopo una campana squillò, e passi precipitosi percorsero i
corridoi. Poco esperta degli usi claustrali, Emilia spaventossi; i
suoi timori, sempre vivi pel padre, le fecero supporre che stesse più
male; si alzò in fretta per correre da lui, ma essendosi fermata un
momento all'uscio onde lasciar passare i frati, ebbe tempo di
riaversi, di riordinare le idee, e comprendere che la campana aveva
suonato mattutino. Questa campana non suonava più, tutto era quiete,
ed essa non andò più oltre; ma, non potè dormire, ed allettata d'altra
parte dal fulgore d'una splendida luna, aprì la finestra e si mise a
rimirar il paese.
Placida era la notte e bella, il firmamento senza nubi, e lieve
zeffiro agitava appena gli alberi della valle. Stava attenta, allorchè
l'inno notturno dei religiosi sorse dolcemente dalla cappella, situata
in luogo più basso, talchè il sacro cantico parea salire al cielo
traverso il silenzio delle notti. I pensieri susseguironsi;
dall'ammirazione delle opere, l'anima sua passò all'adorazione del
loro onnipossente e buono autore. Penetrata d'una pietà pura e scevra
da profani sentimenti, l'anima sua elevossi al disopra dell'universo;
gli occhi versaron lagrime; ella adorò la Potenza infinita nelle sue
opere, e la bontà sua ne' suoi benefizi.
Il cantico de' frati cesse di nuovo il posto al silenzio; ma Emilia
non lasciò la finestra se non quando la luna, essendo tramontata
l'oscurità parve invitarla al riposo.