Sant'Aubert, in vece di prendere la strada diretta che conduceva in
Linguadoca, seguitando le falde dei Pirenei, preferì un cammino sulle
alture, perchè offriva vedute più estese e più pittoresche. Uscì un
poco di strada per congedarsi da Barreaux; lo trovò che erborizzava
vicino al suo castello, e quando gli manifestò il soggetto della sua
visita e la sua risoluzione, l'amico gli dimostrò una sensibilità di
cui fino a quel punto Sant'Aubert non avevalo creduto capace. Si
separarono con reciproco rammarico.
«Se qualcosa avesse potuto togliermi dal mio ritiro,» disse Barreaux,
«sarebbe stato il piacere di accompagnarvi in questo viaggio; io non
faccio complimenti, e potete credermi: attenderò il vostro ritorno con
grande impazienza.»
I viaggiatori continuarono il loro cammino: nel montare in carrozza,
Sant'Aubert si volse e vide il suo castello nella pianura. Idee
lugubri gl'invasero lo spirito, e la sua immaginazione malinconica gli
suggerì che non doveva più ritornarvi. Respinse questo pensiero, ma
continuò a guardare il suo asilo fino a che la distanza non gli
permise più di distinguerlo.
Emilia restò, come lui, in un profondo silenzio, ma dopo qualche
miglio, la di lei immaginazione, colpita dalla maestosità degli
oggetti circostanti, cedè alle impressioni più deliziose. La strada
passava, ora lungo orridi precipizi, ora pei siti più deliziosi.
Emilia non potè trattenere i suoi trasporti, quando, dal mezzo de'
monti e de' boschi di abeti, scoprì in lontananza immense pianure,
sparse di ville, di vigneti e di piantagioni d'ogni specie. Le onde
maestose della Garonna scorrevano in quella ricca valle, e dalla
sommità dei Pirenei, d'onde ella trae origine, si conducevano verso
l'Oceano.
La difficoltà di una strada così poco frequentata obbligò spesso i
viaggiatori di camminare a piedi; ma si trovavano essi ampiamente
ricompensati dalla fatica per la vaghezza dello spettacolo offerto
dalla natura. Mentre il mulattiere conduceva lentamente la carrozza,
avevano tutto il comodo di percorrere le solitudini e di abbandonarsi
alle sublimi riflessioni che sollevano l'anima, la leniscono, e la
riempiono in fine di quella consolante certezza che Iddio, è presente
dappertutto. I godimenti di Sant'Aubert portavan l'impronta della sua
meditabonda malinconia. Questa disposizione aggiunge un incanto
segreto agli oggetti, e inspira un sentimento religioso per la
contemplazione della natura.
I nostri viaggiatori si erano premuniti contro la mancanza degli
alberghi, portando seco provvisioni; potevano dunque fare le loro
refezioni a ciel sereno, e riposare la notte in qualunque luogo
avessero trovato una capanna abitabile. Avevano egualmente fatte
provvisioni per lo spirito, portando seco un'opera di botanica scritta
da Barreaux, e qualche poeta latino o italiano. Emilia, d'altronde,
aveva seco le matite, e tratto tratto disegnava i punti di vista che
la colpivano maggiormente.
La solitudine della strada aumentava l'effetto della scena; appena
incontravano essi di tempo in tempo un contadino coi muli, o qualche
fanciullo che scherzava tra le rupi. Sant'Aubert, incantato di quella
maniera di viaggiare, si decise di avanzare sempre nelle montagne
finchè trovasse strada, e di non uscirne che al Rossiglione, vicino al
mare, per passare quindi in Linguadoca.
Un po' dopo mezzodì giunsero in vetta d'un alto picco che dominava
parte della Guascogna e della Linguadoca. Colà godevasi d'una folta
ombra. Vi scaturiva una fonte, che, fuggendo sotto gli alberi fra
erbosi margini, correva a precipitarsi al basso in brillanti
cascatelle. Il suo lene murmure alfine perdevasi nel sottoposto
baratro, ed il candido polvischio della sua spuma serviva solo a
distinguerne il corso in mezzo ai negri abeti.
Il luogo invitava al riposo. Si ammannì il pranzo; le mule furono
staccate, e l'erba che fitta cresceva quivi intorno, lor fornì copioso
nutrimento.
Finito il pasto, Sant'Aubert prese la mano d'Emilia, e teneramente la
strinse senza dir verbo. Poco stante, chiamò il mulattiere, e
chiesegli se conoscesse una via tra i monti che guidar potesse nel
Rossiglione. Michele rispose trovarsene parecchie, ma esserne poco
pratico. Sant'Aubert, non volendo viaggiare se non fino al tramonto,
domandò il nome di vari casali vicini, ed informossi del tempo cui
impiegherebbero a giugnervi. Il mulattiere calcolò che si potea andare
a Mateau, ma che, se si volesse movere verso mezzogiorno, dalla parte
del Rossiglione, eravi un villaggio dove si giugnerebbe assai prima
del tramonto.
Sant'Aubert s'appigliò a quest'ultimo partito. Michele finì il pasto,
attaccò le mule, si ripose in via, e poco stante sostò. Sant'Aubert lo
vide pregare appiè d'una croce piantata sulla punta d'una rupe
all'orlo della strada; finita l'orazione, fe' schioccar la frusta e,
senza riguardo alcuno per la difficoltà della via, nè per la vita
delle povere mule, le spinse di gran galoppo sul margine d'uno
spaventoso precipizio. Lo spavento d'Emilia le tolse quasi l'uso de'
sensi. Suo padre, il quale temeva ancor più il pericolo di fermarsi
d'improvviso, fu costretto a tornar a sedere, e tutto lasciare in
balia alle mule, le quali parvero più savie del loro conduttore. I
viaggiatori giunsero sani e salvi nella valle, e sostarono sul margine
d'un ruscello.
Dimenticando ormai la magnificenza delle viste grandiose, internaronsi
nell'angusta valle. Tutto quivi era solitario o sterile; non vi si
vedea anima viva fuorchè il capriuolo montano, il quale, talfiata,
mostravasi di repente sullo scosceso culmine di qualche inaccessibile
dirupo. Era un sito qual l'avrebbe scelto Salvator Rosa, se avesse
vissuto. Allora Sant'Aubert, colpito da tale aspetto, attendeasi quasi
a veder isbucare da qualche antro vicino una torma di masnadieri, e
tenea in mano le armi.
Intanto inoltravano, e la valle allargavasi, assumendo carattere meno
spaventoso. Verso sera, trovaronsi sulle montagne, in mezzo a scopeti.
Da lunge, intorno ad essi, il campanaccio degli armenti, la voce de'
mandriani eran l'unico suono che udir si facesse; e la dimora de'
pastori l'unica abitazione che là si scoprisse. Sant'Aubert notò che
il lecce, il sovero e l'abete vegetavano per gli ultimi sulle vette
circostanti. Ridente verzura tappezzava il fondo della valle.
Scorgeasi nelle profondità, all'ombra di castagni e querce, pascere e
saltellare grosse mandre, disperse od aggruppate con grazia; taluni
animali dormivano presso la fresca corrente, altri vi spegnevano la
sete, ed altri vi si bagnavano.
Il sole cominciava ad abbandonare la valle; i suoi ultimi raggi
brillavano sul torrente, ravvivando i ricchi colori della ginestra e
delle eriche fiorite. Sant'Aubert domandò a Michele quanto fosse
distante il casale di cui avevagli parlato, ma esso non potè
rispondergli con esattezza. Emilia cominciò a temere avesse smarrita
la strada; non eravi ente umano che potesse soccorrerli, nè guidarli.
Avevano lasciato da lunga mano dietro a sè e il pastore e la capanna,
il crepuscolo scemava ognor più, l'occhio nulla potea discernere tra
l'oscurità, e non distingueva nè casale, nè tugurio; una riga colorata
segnava solo l'orizzonte, formando l'unica risorsa de' viaggiatori.
Michele si sforzava di farsi coraggio cantando ariette, che per vero
dire, non valevano molto a scacciare le idee lugubri, ond'erano
occupati i viaggiatori.
Continuarono a camminare assorti in quei profondi pensieri cui seco
traggono la solitudine e la notte. Michele non cantava più, e non si
udiva che il mormorio della brezza nei boschi, nè si sentiva che la
frescura. D'improvviso furono scossi dallo scoppio d'un'arme da fuoco;
Sant'Aubert fece fermare la carrozza, e si pose ad ascoltare. Il
romore non viene ripetuto, ma si sente correre nella macchia.
Sant'Aubert prende le sue pistole, e ordina a Michele di accelerare il
passo. Il suono di un corno da caccia fa rimbombare i monti;
Sant'Aubert osserva, e vede un giovine slanciarsi nella strada,
seguito da due cani; lo straniero era vestito da cacciatore; un
moschetto ad armacollo, un corno alla cintura, ed una specie di picca
in mano, davano una grazia particolare, alla sua persona, secondando
l'agilità dei suoi passi.
Dopo un momento di riflessione, Sant'Aubert volle aspettarlo per
interrogarlo sul casale cui cercava: il forestiere rispose che il
villaggio era distante solo una mezza lega, che vi andava egli stesso,
e gli avrebbe servito di guida; Sant'Aubert lo ringraziò, e colpito
dalle di lui maniere semplici e franche, gli offrì un posto in
carrozza. Lo straniero ricusò, assicurandolo che avrebbe seguito le
mule senza fatica. «Ma voi sarete alloggiato male,» soggiuns'egli;
«questi montanari sono gente poverissima; non solo non conoscono
lusso, ma mancano eziandio delle cose reputate più indispensabili.--Mi
accorgo che voi non siete di questo paese,» disse Sant'Aubert.--No,
signore, io sono viaggiatore.»
La carrozza si avanzava, e l'oscurità crescente fe' meglio conoscere
l'utilità di una guida; i sentieri poi che s'incontravano spesso,
avrebbero aumentata la loro incertezza. Finalmente videro i lumi del
villaggio: si distinsero alcuni casolari, o meglio si poterono
discernere mercè il ruscello che ripercotea ancora il fioco chiaror
del crepuscolo. Lo straniero si avanzò, e Sant'Aubert intese da lui
non esistere in quel luogo nessun albergo, ma egli si offrì di cercare
un ricetto. Sant'Aubert lo ringraziò, e siccome il villaggio era
vicinissimo, scese per accompagnarlo, mentre Emilia li seguiva in
carrozza.
Cammin facendo, Sant'Aubert domandò al compagno se aveva fatta una
buona caccia. «No, signore,» rispos'egli, «e nemmanco era il mio
progetto; amo questo paese e mi propongo di scorrerlo ancora per
qualche settimana; ho i cani con me piuttosto per piacere, che per
utilità; questo abito da cacciatore poi mi serve di pretesto, e mi fa
godere della considerazione, che verrebbe ricusata senza dubbio ad un
forestiero senza apparente occupazione.--Ammiro il vostro gusto,»
rispose Sant'Aubert, «e, se fossi più giovine, vorrei io pure passare
qualche settimana costì; siamo anche noi viaggiatori, ma il nostro
scopo non è l'istesso. Io cerco la salute ancor più del piacere.» Qui
sospirò e tacque per un momento; poi, raccogliendosi soggiunse:
«Vorrei trovare una strada un po' buona, che mi conducesse nel
Rossiglione, per passar quindi in Linguadoca. Voi, che sembrate
conoscere il paese, potreste indicarmene una?»
Lo straniero lo assicurò che si sarebbe fatto un piacere di servirlo,
e gli parlò d'una strada più a levante, che dovea condurre ad una
città, e di là facilmente nel Rossiglione.
Giunti al villaggio, cominciarono a cercare un asilo, che potesse
offrir loro ricovero per la notte; non trovarono nella maggior parte
delle case che ignoranza, povertà e brio; Sant'Aubert veniva guardato
con aria timida e curiosa; non bisognava aspettarsi un buon letto.
Arrivò Emilia, ed osservando la fisonomia stanca ed afflitta del
povero padre, si querelò ch'egli avesse scelta una strada sì poco
comoda per un malato. Le migliori abitazioni erano composte di due
camere; una per le mule e il bestiame, e l'altra per la famiglia,
composta quasi da per tutto di sette o otto figli, e tutti, con il
padre e la madre, dormivano su pelli o foglie secche; e siccome la
sola apertura che fosse in quelle camere era nel tetto, eravi un fumo
ed un odore nauseabondo tali, che toglievan quasi il respiro
nell'entrarvi. Emilia distolse gli sguardi, e fissò il padre con
tenera inquietudine, di cui il giovine forestiero parve intendere
l'espressione; trasse in disparte Sant'Aubert, e gli offrì il suo
letto. «Se lo paragoniamo a tutti gli altri, è abbastanza comodo,» gli
disse, «ma altrove mi vergognerei di offrirvelo.»
Sant'Aubert gli attestò la sua riconoscenza e ricusò l'offerta; ma lo
straniero insistette. «Non rifiutate; sarei dolente troppo, signore,»
ripres'egli, «se voi giaceste sopra una pelle mentr'io mi trovassi in
un letto; i vostri rifiuti offenderebbero il mio amor proprio, e
potrei pensare che la mia proposta vi spiaccia; vi mostrerò la strada,
e la mia albergatrice troverà modo d'allogare anche la signorina.»
Sant'Aubert consentì alfine; e restò sorpreso che lo straniero fosse
tanto poco galante da preferire il riposo di un uomo a quello d'una
giovane vezzosa, non avendo offerta la camera ad Emilia; ma essa non
fu della medesima opinione, e con un sorriso espressivo gli dimostrò
quanto fosse sensibile all'attenzione da lui avuta pel padre.
Il forestiero, che si chiamava Valancourt, si fermò il primo per dire
qualche cosa alla sua albergatrice. L'alloggio ch'essa aprì non
somigliava punto a tutti quelli che fin allora avevan veduti. La buona
donna impiegò tutte le sue premure nell'accoglier bene i viaggiatori,
ed essi furono costretti di accettare i due soli letti che si
trovassero in quella casa. Ova e latte erano il solo cibo che potesse
offrire, ma Sant'Aubert aveva provvisioni, e pregò Valancourt di
cenare con loro; l'invito fu benissimo accolto, e la conversazione si
animò. La franchezza, la semplicità, le idee grandiose ed il gusto per
la natura che mostrava di aver il giovane, incantavano Sant'Aubert.
Egli aveva detto spesso che quest'interesse per la natura non poteva
esistere in un'anima che non avesse gran purità di cuore e
d'immaginazione.
I discorsi furono interrotti da un violento tumulto, in cui la voce
del mulattiere cuopriva tutte le altre. Valancourt si alzò per saperne
il motivo, e la disputa durò tanto, che Sant'Aubert perdè la pazienza
e uscì egualmente. Michele altercava coll'albergatrice, perchè essa
proibivagli d'introdurre i muli nella stalla, che gli aveva permesso
di dividere co' suoi tre figli; il sito non era molto bello per
verità, ma non eravi nulla di meglio, e, più delicata dei suoi
conterranei, essa non voleva che i figli dormissero nella medesima
stanza coi muli. Valancourt riuscì finalmente a pacificar tutti. Pregò
l'albergatrice di lasciare la stalla al mulattiere ed ai suoi muli;
cedè ai di lei figli le pelli stategli preparate per riposarsi, e
l'assicurò che, avvolto nel mantello, avrebbe passato benissimo la
notte su di una panca vicino alla porta. La buona donna non voleva
accettare simile accomodamento, ma Valancourt insistè tanto, che
questo grande affare terminò così.
Era tardi, quando Sant'Aubert ed Emilia si ritirarono nelle loro
stanze; Valancourt restò dinanzi alla porta. In quella bella stagione
preferiva siffatto posto ad una stanzuccia e ad un letto di pelli.
Sant'Aubert fu alcun poco sorpreso di trovare nella camera Omero,
Orazio ed il Petrarca, ma il nome di Valancourt scritto su quei
volumi, glie ne fece conoscere il possessore.