Un giorno, adoperandosi con quel sottil senso d'astuzia che suol ne'

pazzi sopravvivere all'intelletto, riuscì, mentr' era fuori colla

sua guida, ad allontanarla per pochi momenti. Quando la villanella

tornò al luogo ove aveva lasciata la Lisa, questa era scomparsa, nè

per quanto cercasse e corresse tutto all'intorno le venne fatto di

rintracciarla od udirne novella, e tutta piangente dovette pur tornare

a casa e narrare il fatto alla famiglia, che sbigottita uscì tutta,

meno Laudomia, in cerca della povera fuggita, e correndo le pendici

ed i boschi sottoposti al castello la venivan chiamando tratto tratto

frugando e rifrugando ogni macchia, ogni siepe, ogni cespuglio. Fu

tutto inutile; ed a notte chiusa soltanto, afflitti e malcontenti,

tornarono alla pieve, nè venne loro fatto, per quanto ne' susseguenti

giorni moltiplicassero le ricerche e l'inchieste, di scoprire ove fosse

capitata.

Ma una lettera scritta in que' giorni dal Vanni, custode della villa

del Barone, a Baccio Valori, ne darà notizia al lettore, e perciò la

riportiamo qui tutt'intera.

«Magnifico messer Baccio, signor mio onorandissimo.

--Dipoi dell'ultima lettera vi mandai per Cecco cavallaro, nella quale,

chome era debito mio, vi davo notizia del facto di que' gentilhuomini

che voi ci mandasti, che schomparsono senza che nè per me nè per alcuno

di questi dintorni si sia possuto haverne notitia insin al dì d'hoggi,

non s'è manchato di usare ogni diligentia per eseguire li vostri

chomandi, ma non s'è possuto insin ad hora saper niente di messer

Troilo, che nissuno ha veduto qui attorno che pare cosa impossibile, a

non essersi partito per l'aere, che qualcuno non l'havessi veduto.

--Jeri essendo entrato nella villa, che non c'ero più stato dal giorno

che costoro ci vennono, mentre attendevo ad aprir le finestre per dar

aria, onde le cose della V.ª M.ª si mantenghano in buon essere, come

è debito mio, venni alla chamera gialla, et aperto l'uscio, mi parve

entrare in una sepoltura per l'inestimabile puzza di morto ch'era là

entro, che a non voler ammorbare, ebbi a spalanchar usci, finestre et

quanto c'era.

--E cerchando diligentemente d'onde il decto puzzo potesse uscire,

m'avvidi che saliva dal buco del trabocchetto accanto al letto, che la

Magn.ª V.ª molto ben chonosce. Io chorsi per una fune et attachatovi

un lume lo calai giù, ma non potetti discerner nulla per esser quella

bucha tanto profonda, et ancho per essersi spento il lume che ancora

non era sceso 20 braccia. Se il luogo fosse più agevole m'ingegnerei

scoprire chi sia stato buttato laggiù, ma e' converrà, a volerlo

sapere, romper muri, et volte, che per altra via non ci conosco modo:

et perchè aspetto li chomandi della V.ª Magn.ª.

--Mentre mi travaglio per questa faccenda, che ero solo nella villa,

mi udii camminare alle spalle, et voltomi vidi una giovane che entrò

in chamera a furia, tutta in disordine, et alla guardatura m'avvidi

presto, che avea dato di volta: assai bella giovane, et al vedere

gentildonna, et m'avviluppò un monte di sciocchezze come usano i pazzi,

et voleva le insegnasse dov'era _quel traditore_, et un po' mi bravava,

un po' piangeva, et mi si raccomandava, tanto chè io hebbi a durar

fatica grandissima, a tormi di dosso questa tribolazione. Chi fosse

costei, et qual fusse questo traditore io non potrei dirlo che pocho

stette che se n'andò al modo stesso ch'era venuta, dove la portava la

sua pazzia, et questi pecorai dicono haverla veduta che prendeva su pel

monte jer sera all'annottare, e volendola fermare si difese a graffi,

et si fece lasciare, et dicono che si messe correndo su pe' boschi. Che

non avesse a capitar male, che di lupi ne girano parecchi su per queste

vette.

Altro non acchade per hora, che humilmente raccomandarmi alla V.ª

Magn.ª.

Del Barone adì... Agosto 1530.

_Il vostro Servo_

_Vanni._»

Baccio Valori, al quale era nato il sospetto della mala fine di

Troilo, e che anco a un dipresso ne indovinava gli autori senza che

ne provasse, come si può credere, una troppo viva afflizione, pensò

bene non fare su questo caso maggiori ricerche, contentandosi d'aver

un creditore di meno, senza andar cercando nè il come, nè d'onde

questo vantaggio gli fosse venuto. Scrisse a Vanni di far buttare nel

trabocchetto due some di calce viva, lasciar aperte le finestre sinchè

il puzzo fosse dissipato, e del resto non si curar d'altro. Queste

furono le onorate esequie di Troilo, e qui finisce la sua istoria.

Quella della povera Lisa finisce anch'essa; chè nè la sua famiglia, per

quanto lunghe e ostinate ricerche ne facesse, nè alcun uomo di que'

paesi non ebbe più notizia veruna del come fosse andata a finire.

Morì di stento in qualche solitudine ignota? Fu pasto de' lupi

accennati dal Vanni? Lo sapremo il dì del giudizio. Ma se ci vien meno

ogni certezza su questi fatti, non ci manca però qualche congetura,

e col lettore paziente e cortese, che avendoci accompagnati sin qui

possiam oramai considerare come un amico d'antica data, non vogliamo

aver segreti nè usar reticenze. Nel 1580, vale a dire 50 anni dopo

l'assedio, alcuni cacciatori cercando i gioghi sopra S. Marcello

giunsero ad un luogo nascosto tra le rupi aride, pieno di sassi,

desolato e selvaggio, ove molte caverne entrano ne' fianchi del monte

senza che si sappia ove vadano a riuscire. In questa solitudine,

detta insin ad oggi Macereto (forse per le macerie che l'ingombrano)

costoro trovarono una vecchia coperta di vilissimi panni, non però

luridi e negletti, come suol portarli chi per mestiere è mendico. I

capegli sciolti, e lunghi insino al ginocchio; le scendevano dal capo

spandendosi tutt'intorno sulla persona quasi un velo d'argento. Il

viso pallido e macilente. Lo sguardo basso e doloroso. Era ginocchioni

sull'entrata d'una di quelle spelonche, innanzi ad una croce fatta

rozzamente di due rami di castagno tenuti insieme da una vermena di

vinco. Non si mosse e non si volse al giunger de' cacciatori, che

fermatisi a considerarla maravigliati e riverenti, udiron che tratto

tratto sospirando diceva «Dio mio! Dio mio! Son tanti anni che piango

per lui!... Gli avrai tu perdonato?....»

E rimasta muta qualche momento, ripeteva poi la sua preghiera, e sempre

colle stesse parole. Ritrattisi costoro s'informaron da' contadini

dell'esser suo, ed udirono che dai più era tenuta una santa, ma nessun

seppe dire chi fosse o di dove fosse venuta. Narravano, che dopo

aver inutilmente tentato di condurla a vivere nell'abitato, le avean

accomodato un po' di lettuccio in quella spelonca, ed or gli uni or

gli altri le portavano di che campare. Un giorno poi finalmente la

trovarono stesa sul suo lettuccio, bianca e fredda come un alabastro,

e fatti certi ch'ell'era passata, la seppellirono nel campo santo di

S. Marcello. Fosse l'esempio di costei, o qualsivoglia altra cagione,

si trovò sempre d'allora in poi chi abitasse quella spelonca, ed a dì

nostri due povere vecchie vi menan vita romita e selvaggia.

Se costei fosse la povera Lisa, non lo possiamo asserire: posto

però che fosse essa realmente quale non dovè essere l'amore di

quell'infelice se, dopo tanti dolori, tanti tradimenti, dopo aver

tutto perduto, persin il senno, il solo amore per quel traditore le

rimase intatto nel cuore, e tanto potente, che insin agli ultimi anni

ed all'ultimo respiro, non potendo far altro, pregava e piangeva per

lui!...................... ........................

Nei primi giorni d'ottobre, Lamberto, che potea in certo modo dirsi

ora mai capo e guida della sua brigata, avea dovuto pensare a levarla

di M.^e Murlo, ove per la troppa vicinanza di Firenze, e pei sospetti

del nuovo stato, vivevano in continuo pericolo. Si condusse con essa a

Serravezza, non senza disagio grandissimo per la povera Laudomia, della

quale il caso della Lisa avea più che mai dissestata la vacillante

salute. Sublime dono dell'anime veramente nobili e virtuose è il

mantenersi tranquille e serene anco nelle più terribili prove. Questa

pace del cuore che l'invidiosa impotenza degli spiriti volgari scambia

coll'apatia, fu cagione che Laudomia rimanesse in vita, e potesse grado

a grado ricuperar le forze, e, per così dire, rinascere ad una nuova

esistenza.

Nella casa ove s'erano alloggiati, una delle prime entrando nella terra

dalla parte di Ripa, stavano tutti assai comodamente, rimettendosi

di tanti travagli colla quiete di quella vita intima, domestica e

divisa dal rimanente del mondo, che tanto giova agli afflitti, e per

ogni uomo è pure il sommo dei beni.... ma a quanto pochi è dato il

poterne godere!.... La dolcezza di questo vivere non dovea tuttavia far

dimenticare a Lamberto ed a Bindo l'augusto pensiero della patria, le

ultime parole di Niccolò ed il giuramento pronunciato da essi sulla sua

tomba. Appena ebbero dato assetto stabile alle loro cose, cominciarono

a considerare in qual miglior modo l'opera loro potesse giovare al

grande intento di restituire a Firenze la sua libertà. Nel primo

stordimento di una tanta rovina, i fuorusciti Piagnoni, sparsi per le

città italiane, riprendevano a stento la facoltà di sperare e formar

disegni per l'avvenire, come allo scoppiar d'un fulmine gli uomini

penano qualche momento prima di rivedersi in viso l'un l'altro. Presto

però cominciarono ad accozzarsi e parlar tra loro, e corrisponder per

lettere, ed ordir quella tela d'imprese spicciolate, deboli, sconnesse,

che invece di spezzar le catene de' fiorentini, le ribadirono. Fu

risoluto da' due cognati, tener dietro e partecipare a qualunque

novità fosse per farsi, e deliberarono, che Lamberto rimanesse, e

Bindo partisse per visitare le città d'Italia ov'era maggior numero di

fuorusciti, e vedendo l'occasione propizia, ne avvertisse il cognato,

che non avrebbe tardato a concorrere ove lo chiamassero più santi

doveri che non son quelli della famiglia. Bindo partì, ed andò seco

Fanfulla, che fatto esperto della vita di frate, non provava nessun

desiderio di ritornarvi.

Giacchè siam a parlare di questi due attori del nostro racconto, diremo

brevemente, e senza curarci d'anticipar sull'epoche, quel che sappiamo

de' fatti loro, onde non dover poi interrompere il filo di quel poco

che ci resta a narrare.

In tutte quante le pratiche, le imprese e le fazioni colle quali i

fuorusciti fiorentini tentarono mutar lo stato di Firenze, insino alla

presa di Siena nel 1555, colla quale si spense per sempre ogni speranza

di sottrarsi al giogo mediceo, Bindo operò con quell'obblio di se

stesso e d'ogni utile proprio, con quell'ardire e quella fierezza che

lo rendevano vivo e vero ritratto di Niccolò suo padre. Nel 1535 fu a

Napoli co' principali della sua parte, che vi concorsero per domandare

a Carlo V l'osservanza de' capitoli della resa di Firenze.

L'imperatore ascoltò le loro ragioni esposte da Jacopo Nardi (lo

storico) in una lunga orazione. Ascoltò la risposta del duca

Alessandro. Diede buone parole a' fuorusciti, e ragione al duca,

stipulando tuttavia alcune condizioni, sotto le quali questi potessero

ritornare in patria.

La fiera e generosa risposta de' fuorusciti servirà, insin che duri

il mondo, d'esempio a chi si trovasse in somigliante od in egual

condizione.

«Noi non venimmo qui, risposero, per domandare alla Cesarea Maestà con

che condizioni dovessimo servire al duca Alessandro, nè per impetrar

per mezzo suo perdono da lui di quel che giustamente e volontariamente

abbiamo adoperato in benefizio della libertà della patria nostra; nè

di ritornar servi in quella città, onde non molto tempo innanzi noi

siamo usciti liberi, acciocchè i nostri beni ci fosser renduti; ma ben

ricorremmo a Sua Maestà, confidando nella giustizia e bontà dell'animo

suo, perchè le piacesse di renderne quell'intera e vera libertà, la

quale dagli agenti e ministri suoi, l'anno 1530, in nome di quella

ci fu promessa di conservare. Ora veggendo noi aversi più rispetto

alle soddisfazioni del duca Alessandro, che ai giusti meriti della

onesta causa nostra; che non si fa pur menzione della libertà, poca

degli interessi pubblici, e che anche la restituzione de' fuorusciti

non si fa libera, ma condizionata e limitata, non altrimenti che se

la si domandasse per grazia, non sappiamo altro replicare se non che,

siamo noi tutti risoluti a voler vivere e morir liberi, siccome noi

siamo nati, e di non macchiar giammai per i nostri privati comodi la

sincerità e 'l candore degli animi nostri, mancando di quella carità

e pietà, la quale meritamente è richiesta a tutti i buoni cittadini

inverso la patria loro.»

Aggiunge il Varchi (dal quale abbiam trascritta, abbreviandola, la

detta risposta):

«.....e fu cosa molto notabile che nessuno di loro volle pigliar la

grazia che l'imperatore loro fatta aveva per sua sentenza di poter

ritornare nella patria loro, riaver i loro beni immobili, e godere

quegli onori e quelle dignità che allora godevano gli altri cittadini,

ancorchè la maggior parte di loro fuorusciti fosse molto malagiata e

povera, ecc. ecc.»

Rotta la via delle pratiche, tentarono quella dell'armi, e (morto

da Lorenzino il duca Alessandro) travagliarono Cosimo, primo suo

successore, guidati da Piero Strozzi, ardito capitano ed altrettanto

disavventurato, il quale ebbe la peggio a Sestino, a M.^e Murlo (ove

furon presi Baccio Valori e Filippo Strozzi) e finalmente una totale

sconfitta dal M.^{se} di Marignano alla giornata di Marciano o di

Scannagallo in quel di Siena.

Bindo e Fanfulla, questi vecchio oltre i settanta, quegli uomo sui

quarant'anni, che avean per tanto tempo divisa la buona e la cattiva

fortuna, le speranze, i timori, i pericoli, amandosi come s'aman gli

uomini che abbian battuta insieme cotale strada, morirono entrambi il

primo nella battaglia, il secondo la notte innanzi. Di Lamberto, che si

trovava con loro, diremo poi narrando le ultime sue vicende.

È dunque giunto il momento di dividerci, e per sempre, dal nostro

buono e dabben Fanfulla. Al lettore, che non lo ha trattato ed avuto

in cuore siccome noi per tanto tempo, che non può immaginare, per

quante glien abbiam dette, qual bontà, qual fede, qual grandezza

d'animo fosse sotto quella sua scorza un po' ruvida e strana, non parrà

gran fatto questa separazione. Se così è, mi dolgo per te, povero

Fanfulla, che da quelli i quali avrebber saputo scriver meritamente, e

far palese al mondo la tua virtù, tu non fosti conosciuto, ed io che

ti conobbi non seppi scriverne com'era dovere! E, quel che è peggio,

questo rammarico sarà cagione che per raccontar la tua fine io sappia

meno che mai trovare stile e parole quali si converrebbero. Eppure,

tacerla al lettore, non si può!... Per uscir d'impaccio trascrivo una

lettera scritta a Lamberto dal suo servo Maurizio dalla solitudine

della Vernia, ove s'era ritirato a piangere la morte di Fanfulla, della

quale, come appare dalla sua confessione stessa, egli era pur troppo

l'involontaria, ma non del tutto innocente cagione.

_Dalla Fernia ha dì_ 3 _Ott.^e_ 1555.

_Mie patrone et signore._

«Pofere Maurizie fenire ora con ginocchia in terra et braccia in croce,

et domandare pertone, et misericordie at sue patrone, che non meritar,

ma pofer Maurizie hafer tanto crando dolori che non più torme, non più

mancia, et voler far penitentia semper semper, et haver giurato non mai

più pefer fine, et pregar Dio de morir presto, ma non poter morire si

sue Patrone non dirà Pofer Maurizie mi hafer pertonate.»

Io hora dirò tutto, tutto, proprio ferità, como è achatuta la cativa

disgrazia, che Dio, et messer Lamperte possa pertonare a pofer Maurizie

et vedere che non hafer fato cum cativa intenzione.

V.ª S.ª Ill.ª mie pone patrone, ti deve dunque sapere che in la

notte prima de la patallia de Marciane mi star con pofer vecchie

Fanfulle lontane dal alociamente a far veletta, et mi dire a Fanfulle,

Fanfulle mie hafer multo desiderio de confessar mie peccate, perchè mi

hafer pensato in sogno dofer morire in patallia de domane, et Fanfulle

risponder, mi hafer medesima desideria, ma qui non star prete nè frate,

mi allora trovate rimedie et dire, ti confessar io, et io confessar ti,

et Idio star contente de pone voluntà nostra[76], et così hafer fato.

Mi prima confessare a pone Fanfulle tutte mie peccate che star molte

grande et Fanfulle per penitentia dar con manicho da halabarde sopra

spalla mia forte, forte, molto forte, et mi dir: _paciencia, meritar

ancora più forte_. Dopo, pone Fanfulle, confessar a mi tutte peccate

sue sin da piccole fanciulle che durar più di due hore, che non finiva

più, et mi alhora pensare Fanfulla hafer fate molto più ripalterie

da pofer Maurizie, dunque meritar penitenzia de manicho de halabarde

molto più forte, et hafer dato cum molte grandissima desideria de far

pene ad anima sua, et Fanfulle un poco hafer patientia, poi non hafer

più, et dare gran colpe at pofere Maurizie et tutte due perder giuditie

et prender molta collera et pofere Maurizie hafer cativa desgrazia,

che non vedefa alle scure, de dar sopra testa de pone Faufulle che

andate in terra et dire «Pone Maurizie ti mandar me in paradise, et mi

ringraziare, et pone Fanfulle non folere più dire niente perchè star

morto, et mi piangere et piangere et sempre piangere finchè mie patrone

non hafer pertonate etc. etc.»

Il corpo di Bindo, morto, come accennammo nella battaglia, fu

seppellito onorevolmente. Nello spogliarlo gli trovarono in petto

una lunga ciocca di capelli bianchi: eran quelli del padre che avea

sempre portati qual segno del giuramento fatto sulla sua tomba. Molli

e vermigli del suo sangue attestavano la serbata fede. I contadini

che seppellivano il cadavere ebber rispetto a questa memoria e gliela

poser sul petto prima di colmare la fossa........................

...........................

Per narrare quest'ultimi fatti siamo stati costretti trascorrere

innanzi 25 anni. Dovendo ora far conoscere al lettore le ultime vicende

di Lamberto e delle due giovani ci convien ritornare al tempo in cui

Bindo lasciò Serravezza.

Dopo la lunga serie di agitazioni, di patimenti e di disgrazie

ond'erano state afflitte Selvaggia, Laudomia ed il suo sposo, pareva

che finalmente volesse la fortuna conceder ad essi un po' di riposo.

Il loro stato presente, la quiete de' luoghi ove avean fissata la loro

dimora, tutto pareva prometter pace e tranquillità. Ma la promessa era

fallace. La tranquillità era lontana ancora da quell'anime travagliate.

Il lettore che troverà, lo temiamo, già assai ben lunga la storia

nostra, ci saprà grado che non la veniamo allungando ancora, col

descrivere troppo minutamente le costoro passioni. D'altronde egli

può immaginarle dagli antecedenti, ed a questo punto basteranno poche

parole.

I portamenti della Selvaggia, il suo beneficio era stato tale, che

a nessuno, non che a Laudomia e Lamberto, sarebbe potuto venir in

pensiero d'allontanarla, o di negarle quel solo guiderdone che era

stato scopo di così lunghi e dolorosi sagrificj per la poveretta;

il bene di trovar finalmente chi l'amasse. Di questo bene ne godeva

pure una volta anch'essa, e vi si beava coll'ineffabile effusione che

compensa le anime ardenti di quel soprappiù di dolori al quale son

condannate dalla Provvidenza.

Nell'ebbrezza di uno stato così nuovo per lei, parendole aver ottenuto

ciò che appena si sarebbe attentata a desiderare, stimò che la felicità

della sua vita potesse consistere sempre nel veder Lamberto, e nel

goder dell'amicizia e della gratitudine dei due sposi. Tuttociò era

il paradiso messo a fronte della vituperosa miseria della sua vita

passata. Essa propose non lasciarli mai più. Lamberto e Laudomia

l'accolsero, e promisero tenerla sempre come sorella, e tutti e tre

stimarono aver fatta una combinazione maravigliosa, e che dovesse

riuscire pel migliore d'ognun di loro.

A quanti sbagli è soggetto il buon cuore (che è pur così bella e divina

cosa) se la ragione e l'esperienza non gli servon di guida! Questa

verità non avrà bisogno di commento per ogni lettore che abbia appena

venticinque anni.

Le cose andarono bene per qualche tempo. Ma dopo la partita di Bindo,

riducendosi i tre rimasti ad una convivenza più intima e ristretta,

provarono a poco a poco nelle loro relazioni reciproche un senso di

soggezione, nuovo, più sentito che ammesso, o spiegato dal raziocinio

d'ognuno; ma che molto facilmente sarà inteso e spiegato dal nostro

lettore.

Selvaggia amava sempre Lamberto: ed il bene di poterlo vedere ad

ogn'ora, del quale si teneva paga dapprima, le s'era fatto in appresso

quasi un tormento, per la necessità di progresso che è nell'amore.

Nel cuor candido di Laudomia non poteva capire quella gelosia che si

nutre di sospetto o di diffidenza, e che avvilisce egualmente chi la

prova, e chi ne dà motivo o pretesto. Ma essa non potea illudersi sulla

bellezza di Selvaggia, sul senso che dovean produrre le sue sventure,

la generosità del suo sacrificio continuo, e la sposa di Lamberto

viveva col cuor pieno d'un'ansia timida, indefinibile e dolorosa.

Troppo avveduta per non indovinare quali tormenti soffrisse Selvaggia

nel segreto del cuore: troppo amorevole per non cercare ogni via di

renderli meno amari, si trovava, quand'erano tutti e tre insieme, a non

saper quali modi tener col suo sposo, dubitava sempre apparisse troppo

aperta la corrispondenza d'amore ch'era tra loro: le pareva persino

talvolta che Selvaggia dovesse odiarla, che l'odiasse; in altri momenti

le passava come un baleno per la mente il dubbio che Lamberto potesse

o raffreddarsi o mutarsi, e se in ciò prendeva errore, poteva il suo

dubbio non parer del tutto fuor di proposito a chi stesse alle sole

apparenze.

Nel cuor del giovane non era un affetto, non un pensiero che non

fosse per la sua Laudomia; ma appunto perchè tanto l'amava, si faceva

severissimo, anzi ingiusto giudice di se stesso, sembrandogli di non

poter sentire affetto o gratitudine per Selvaggia senza profanar

quell'amore che tutto avea donato alla figlia di Niccolò. Trovandosi

colle due giovani temeva di continuo con uno sguardo, un atto, una

parola volta a Selvaggia offendere in qualche modo la sua sposa; d'onde

un cotale impaccio nel discorso e ne' modi che potea facilmente trarre

in inganno, venire attribuito a tutt'altre cagioni.

Se la convivenza tra persone poste in tali condizioni potesse avere

quell'intimità, quella scioltezza che n'è il primo, l'indispensabil

pregio, sel pensi il lettore.

Esse avean però trovato un tema di discorso sul quale, quasi su un

campo neutrale, potean le loro menti scorrere ed incontrarsi senza la

compagnia di pensieri molesti od arcani; e questo tema era la religione.

Lamberto e Laudomia per tendenza inseparabile da tutte le persuasioni

sincere e profonde, ponevano ogni studio a procurare che Selvaggia

divenisse cristiana, nè costò ad essi troppa fatica risolverla a

questo passo. Fu persuasione? Fu desiderio di seguir la medesima fede

che professava Lamberto? Fu effetto di quell'irrequieto bisogno di

cambiamento che provan le anime appassionate ed afflitte? Iddio lo sa

che cosa fu. Fatto sta, che Selvaggia ebbe il battesimo ed accolse in

cuore la nuova Fede, seguì le pratiche, i precetti, le idee del nuovo

culto, coll'ardore e coll'impeto naturale al suo carattere. Ma se avea

mutato culto, non avea potuto al modo stesso mutarsi il cuore.

L'infermità di Laudomia e le sventure, le agitazioni che n'erano state

cagione avean sin ora frapposto ostacolo all'ardentissimo desiderio

che provava Lamberto di potersi dir marito a quella cui aveva in S.

Marco dato già l'anello di sposa. A questo punto pareva tolto di mezzo

ogni ostacolo, ed il giovane con calde preghiere incominciò a stringer

Laudomia onde le piacesse stabilir il giorno della loro unione. La

figliuola di Niccolò parea non vi si sapesse risolvere, ed udendo le

appassionate istanze del suo sposo, si mostrava pensosa, esitante, e

pareva persino talvolta frenar a stento le lagrime.

Lamberto non sapea che pensare di questi modi a lei così insoliti, ed

un giorno, buttandosele ai piedi, la scongiurò di torlo ad una così

tormentosa incertezza, e d'aprirgli il cuore, come era dovere, con chi

tanto l'amava.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 50 / 51 段