all'angiolo della mia povera casa.... ed a Lisa il mio perdono.... Così
voglia dimenticare Iddio ciò ch'ella ha fatto.... Tenete cura di quella
povera derelitta, e confortiamci almeno, chè la vituperosa frode onde
fu tratta in inganno, non macchia chi ne fu vittima, ma ne macchia e
n'infama l'autore. Ringraziate Fanfulla, il Bozza, il tuo famiglio, che
per amor mio volean porsi a tanto disperato pericolo, Dio vi rimuneri,
vi benedica tutti.
In quella si fece alla porta un poco di rumore. Si volsero i due
giovani, e Niccolò, lasciando a mezzo la frase, e videro il Bozza che
stato un momento in parole con chi era al di fuori, s'accostò dicendo:
--V'è qui Fra Benedetto di S. Marco, e conduce seco M.ª Lisa.--
--Dio del Cielo! disse Niccolò, pieno di vivissima allegrezza, come ho
io meritato tanta consolazione!--
Ed era in effetto la maggiore che ancor potesse provare.
--Voi, disse a' figliuoli, tenetevi discosti.... non è bene vi
riconoscano neppur costoro.--
Venne avanti il frate, seguito dalla Lisa, che a capo chino, e tutta
tremante, piangeva.
--Oh! Fra Benedetto, voi avete pur voluto porvi a tanto disagio,
e forse pericolo, sol per venirmi confortare!--ed i due vecchi
s'abbracciarono e rimasero così stretti un buon poco, mescolando la
loro veneranda canizie in quel caldissimo abbraccio. Quando se ne
sciolsero, Niccolò aveva a' suoi piedi, colla fronte sulla terra,
l'infelicissima Lisa, che la vista del padre in quel funebre luogo,
de' tremendi apparecchi della sua morte, l'oribil pensiero che tutto
ciò accadeva per sua cagione l'avean colpita d'un tanto terrore,
l'avean colmata d'una così desolata disperazione, che avrebbe
desiderato morire, essere inghiottita e coperta da que' lastroni di
marmo sui quali appoggiava la fronte, annichilarsi sull'attimo purchè
sfuggisse ad un tormento mille volte maggiore di quanto avea mai potuto
immaginare. Scosse le membra da un tremore convulso, molle d'un sudore
diacciato, diceva tratto tratto con voce spenta:
--Perdono.... perdono!....--
Il cuor d'un nemico n'avrebbe sentita pietà, s'immagini quale ne
dovesse provare quello d'un padre! Si volle movere per levarla
da terra, ma Fra Benedetto non gli dette tempo, e sollevandola e
facendogli animo con amorevoli parole, che accompagnava Niccolò con
altrettante, fecero in modo che Lisa alla fine pur si rizzò. Quand'ebbe
alzato il viso ed affissate nel padre due pupille immobili, invetrite e
fuori del punto, questi fece in cuore l'istesso giudizio che avea fatto
poco innanzi Fra Benedetto, e disse, levando gli occhi al cielo:
--Oh disgraziata! ecco l'ultima delle sventure!--
Poi presale una mano se la fece accostare, le pose sulla fronte quella
che avea libera, e gli parve toccare un marmo. Procurando render la
voce, gli sguardi quanto poteva più dolci, disse, tirandosi sul petto
il capo della figliuola:
--Qua.... vien qua, poverina!... appoggia qui... riposa questo tuo
povero capo.... riscaldalo sul cuore di tuo padre che t'ha perdonato, e
ti compiange... oh! come sei fredda, poverina... Dio di misericordia,
dimentica ciò che nell'ira m'uscì di bocca contro quest'infelice....
rammenta soltanto il mio perdono ed il suo pentimento... ha assai
sofferto, fu punita abbastanza questa poveretta! Lisa! figliuola
mia!.... fatti animo, ascoltami!.... È tuo padre che t'ama, e ti parla
per consolarti.--
Lisa, che aveva sempre sin allora seguitato a tremare, senza dar segno
che mostrasse se udiva o no i conforti del vecchio, parve un poco si
risentisse, e rispondeva:
--Io v'ascolto, babbo... Iddio vi rimuneri d'essere sceso a tanto di
farmi queste carezze... a me sciagurata!--
--Poverina! Via.... su.... fatti animo.... noi, lo vedi, ci abbiamo
la lasciare.... fammi contento, Lisa, ch'io possa vederti un po' più
a modo, un po' più tranquilla... io, te lo ripeto, t'ho perdonato,
e ti benedico. Non fu tua colpa, poverina!.... tu fosti tratta in
errore!.... e quale errore!.... ed anche noi vi cademmo.... Ma tu!
tu sei stata troppo tradita... Ora..... sappi... io ho a darti una
cosa.... ti sarà di dolore, di maraviglia sul primo.... ma ti scioglie
pure d'un gran debito.... ti toglie a maggiore sventura.... ti senti
l'animo pacato abbastanza da poterla ascoltare?--
--Io son tranquilla, babbo.... lo vedete.--
Niccolò considerando l'ansar del petto, il pallore, il guardo
soprattutto della Lisa, non era troppo rassicurato, pure, parendogli e
sperando farle bene piuttosto che male, diceva:
--Odi dunque Lisa mia. Tu sai pur troppo d'essere stata tradita... ma
sin dove giungesse il tradimento, tu non lo sai.... Ora poni mente,
prima ch'io ti dica altro, che la vergogna è di chi inganna, non di chi
vien ingannato... onde non istar a creder di te stessa quel che non fu
nè poteva essere... chè una perversa non lo sei stata mai.... sappi
dunque.... e per poco ti direi consolatene.... tu non sei moglie di
Troilo.... non lo fosti mai....--
Lisa si scosse.
--Chetati, poverina! Odimi..... vedrai.... chè Iddio forse t'apre
una via.... Dammi retta. No, tu non sei moglie sua, egli finse il
matrimonio..... quello che credesti un prete era il suo staffiere, poi,
non contento quel traditore, insidiava l'onore di tua sorella: ier
notte la condusse al Barone, e se Iddio misericordioso non l'ajutava
essa non potea fuggirgli. Ed in poche parole le narrava come era
passato il fatto... Poverina!... lo so, t'ha a parere orrendo tal
caso, e così parve a me quando lo seppi.... ma considera che in te non
è colpa, poichè non fu volontà.... e neppur vi può esser vergogna...
fu sventura, sventura tremenda, e non altro... ma non sarebbe forse
sventura peggiore trovarsi ora irremissibilmente sua moglie? Tu
invece ora sei di tua ragione, puoi.... non ti dirò odiarlo....
perdonagli figliuola..... e così gli possa perdonare Iddio.... ma puoi
fuggirlo.... non sarei legata ad un traditore.... potrai viver se non
felice, tranquilla ed onorata almeno, co' fratelli, con Laudomia....
andare dov'essi andranno.... e forse.... io son vecchio.... vedi....
e so che quaggiù nulla è durevole: non lo è la felicità, ma neppur il
dolore.... forse verrà tempo che le ferite di quel tuo povero cuore
sian rimarginate....--
Niccolò parlava, e Lisa, tenendogli fissi in viso gli sguardi, parea
che l'ascoltasse. Ad un tratto battè insieme le mani stringendole
con forza, e disse con quella voce che esce da un cuore spezzato dal
dolore:
--Ma dunque non m'ha amata mai, mai!.... neppur allora!.... non è stato
mai vero quel che mi diceva! neppur una volta!.... E che viso! che
bellezza d'angiolo! Com'eri bello Troilo!....--
A quel punto Niccolò, che teneva sulla figliuola fisso lo sguardo,
pieno di funesti presentimenti, vide il suo volto, le sue pupille
tramutarsi tutt'a un tratto, e cangiarsi, per dir così, in un nuovo
viso, come se il primo, a guisa di maschera che si tolga, fosse
scomparso.
Il lume della ragione, che già in lei vacillava, s'era a quest'ultimo
colpo spento del tutto: il cervello dell'infelice avea dato volta: era
pazza.
Rimase immota un buon pezzo, poi stese le braccia come chi per sonno o
per accidia si stira, poi rise, e prestissimamente movendo le labbra
parea tra se ragionasse, facendo gesti or con una mano or con l'altra.
Niccolò si coperse gli occhi colle mani, e Fra Benedetto, impietosito
di lui e della Lisa, diceva con voce alterata:
--Niccolò, ora è tempo di ricordarsi che Gesù Signor nostro, santo ed
innocente, patì sulla croce più che tu non soffri in questo momento!
Patì anco per te, anco per la povera Lisa. Adoriamo il suo giudizio su
questa meschina. Sappiam noi se ciò non sia pel suo meglio? Noi sappiam
certo che l'anima sua fu anch'essa redenta dal suo sangue divino....
Da un Dio di tanto amore, come non isperar misericordia? Adoriamo, e
chiniam la fronte, e diciamo insieme: «_Non sicut ego volo, sed sicut
tu_.»
Niccolò, che era rimasto sin ora colle mani sugli occhi, ripetè:
--_Non sicut ego volo, sed sicut tu!_--
E le braccia gli caddero sul lettuccio prive di forza.
Visto poco lungi Fanfulla, che quantunque ricoperto riconobbe all'alta
statura, gli accennò, e fattoselo accostare, gli disse pianamente:
--Conducete costei a casa, e Dio abbia di lei misericordia.--
Fanfulla venne alla Lisa, la prese per la mano, la condusse verso la
porta, ed essa, come cosa insensata, si lasciava volgere per ogni
verso. Uscirono, e mentre varcavan la soglia, il povero vecchio alzava
le stanche braccia per implorare la divina bontà sulla figliuola, e
ripensando alla maledizione che un giorno avea scagliata sul suo capo,
diceva:
--Dio mio! Dio mio! Perchè m'hai tanto esaudito!...
.........................--
Le invetriate avean intanto perduto ogni colore, e sovr'esse si
rifletteano soltanto i lumi dell'altare, chè l'aria al di fuori era
oramai fatta scura. Eran comparsi altri Fratelli della Misericordia,
che divisi in due, ai lati dell'altare, recitavano salmi a voce bassa
per non tor la testa al condannato. Questi era rimasto immobile,
muto, colla fronte caduta, e Fra Benedetto, postosegli a sedere al
fianco, gli tenea le mani stringendogliene con affetto tratto tratto,
senza tuttavia parlargli, parendogli convenisse per allora dar campo
che quella terribile ed ultima impressione per sè stessa un poco
s'indebolisse. Rimasti così alcuni minuti, diceva il frate:
--Iddio ti porge occasione, Niccolò mio, di meritar molto in
quest'ore che t'avanzano di vita, poichè ti fa molto patire! Tu hai
a far ogni opera per portar questa croce con prontezza di spirito e
rassegnazione.... e per racchetar l'animo un poco sul fatto della Lisa,
pensa che Quegli il quale, ha cura del passero che vola pe' tetti,
e veste il giglio del campo, tanto più avrà pensiero d'una creatura
fatta a sua immagine, e che non ha creata nè per perderla nè per
istraziarla.... Considera quali e quanti erano i suoi mali!.... quel
velo che Iddio permise le si calasse sull'intelletto fu per renderle
ottuso forse il senso de' suoi dolori..... Adoriamo, Niccolò, adoriamo;
e speriamo in Lui che non spezza la canna fessa, _calamum quassatum
non confringet_..... speriamo nell'autore di quel precetto d'amore col
quale volle, che gli uomini tutti nelle loro miserie elevassero a lui
il cuore, e lo chiamassero padre.--
Niccolò mise un sospiro, giunse le mani, e disse:
--_Non sicut ego volo, sed sicut tu_: e rimasto pensoso un momento,
riprese:
--Fra Benedetto mio, io credo certissimo tutto quello che voi mi dite:
e potrei dubitare della bontà di Dio, mentre m'accorda ora il massimo,
il più dolce de' conforti, quello d'avervi qui, e d'udire dalla vostra
bocca cotali parole? Sia fatto quel che Dio vuole di me, e de' miei
poveri figliuoli! Di tutto in lui mi rimetto. Ora, una cosa mi rimane a
dirvi, un ultimo mio desiderio.... poi non penseremo che al Cielo. Io
vorrei esser sepolto domattina senza pompa veruna, e vestito dell'abito
di S. Domenico, nel nostro avello di casa in S. Marco all'altare della
Madonna, e che voi dicessi la messa pel riposo dell'anima mia.
--Te lo prometto, Niccolò: e questo, ed ogni altra cosa che tu volessi
sarà fatta.--
--Non altro, Fra Benedetto: e vi ringrazio.... pure.... sì, d'un'altra
cosa v'avrei a pregare. Io, da tante scosse, mi sento tutto stanco e
doloroso.... vorrei poter tener il pensiero fisso in Dio... e la mente
non regge... il capo mi duole forte, e mi pare che mi si spacchi....
io avrei un desiderio,.... che mi lasciassi appoggiarlo un poco sulla
vostra spalla e mi stringessi la fronte colle mani... mi pare ch'io
n'avrei refrigerio, e riposato così un poco potrei meglio attendere
all'anima....--
Fra Benedetto non gli lasciò finir le parole e, preso tra le sue mani
il venerando capo del vecchio, se l'accomodò sulla spalla e sul colmo
del petto, tenendogliene stretto, ed avvertì di fermarsi in cotal
positura che potesse, senza stancarsi, reggerla un pezzo.
Niccolò, dopo due minuti, chiuse gli occhi, e per l'estrema stanchezza
placidamente s'addormentò. Se n'avvidero i fratelli che recitavan
l'uffizio, e per non isvegliarlo si chetarono, rimasero immobili ognuno
al suo luogo, e durò per quasi mezz'ora questa tacita e terribile
scena, che avea pure in se non so che di soave e celeste, vista la
serena tranquillità di quel vecchio, di cui solo s'udiva in quel
silenzio il largo respiro, e considerando quanta virtù, quanta costanza
dovesse essere in un uomo, che in cotal forma s'avvicinava alla morte.
Alla fine un respiro lungo e profondo diede segno ch' egli si destava.
Si destò infatti, e lenta lenta sollevò la fronte, vi pose una mano,
poi disse:
--Voi m'avete dato conforto grandissimo, Fra Benedetto, Iddio vi
rimuneri.... Oh! quante cose, diceva sorridendo così un poco, quante
cose belle e divine ho vedute mentre dormivo. Dio mio, tu sei troppo
amorevole al tuo povero servo!... Anco ier notte egli m'ha fatto degno
di vedere la gloria sua.... egli mandò a visitarmi il suo santissimo
martire.... Oh, Fra Benedetto, qual dolcezza!.... pensate.... è
ritornato..... lo vidi dianzi..... e mi consolava!..... _Quid retribuam
Domino?_ come potrà la mia miseria ringraziar degnamente l'eterna bontà
d'un tanto dono?.... Ora mi sento pieno di quella forza, che Iddio
solo può dare; di quella vita ch'egli solo comparte, e che non può
corrompersi nè perire!--
--Dunque ringrazialo..... ringraziamolo insieme--disse il frate, pieno
di soavissima allegrezza nel veder confortato a quel modo l'afflitto
vecchio.
--Sì, rispose questi, gloria a Dio nelle altezze de' cieli!...
prepariamoci ad entrar nella sua gloria.--
Niccolò sentendosi la mente più libera, si volle allora allora
confessare; com'ebbe finito, si disposer le cose per dargli la
comunione per viatico, e Fra Benedetto, andato all'altare, fece
accendere altri lumi, e vestì i paramenti sacerdotali.
I Fratelli accesero ognuno una torcia e si posero in cerchio a
piedi della predella: due soli di loro (eran Lamberto e Bindo)
s'accostarono a Niccolò, collocarono un guanciale in terra ove potesse
inginocchiarsi, e gli si tennero ai lati per ajutarlo.
Fra Benedetto trasse la pisside dal tabernacolo, l'aprì, ne tolse
una particola, e volgendosi, levò le mani all' altezza del petto,
pronunciando quelle soavi ed auguste parole:
--_Agnus dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis_.
E Niccolò intanto, sfavillando dagli occhi luce di paradiso, era
ginocchioni, sorretto da' suoi figli, ed alzava le palme tremule e
bianche verso il Sacramento.
Chi ricorda la testa di S. Girolamo dipinta dal Domenichino in codesto
atto medesimo, avrà una lontana idea del divino ed ardente amore di che
s'impresse il volto di Niccolò. Quando si vide davanti Fra Benedetto in
atto di porgergli la particola, disse, versando lagrime di dolcezza:
--Io ti ringrazio, altissimo Iddio, che tu vieni a visitare il tuo
servo per condurre l'anima sua immortale fuori delle miserie di questa
tenebrosa valle! Lavami d'ogni macchia e d'ogni peccato, chè di tutti
mi pento e ti domando perdono! Accetta quello che di cuore io concedo
a' miei nemici.... a questi che ci tolsero la patria.... voi che mi
state d'intorno, siate testimonj ch'io morendo perdono ai Palleschi....
mi sento in cuore di amarli come fratelli.... e prometto in Cielo
pregar per essi onde ci troviam tutti un giorno riuniti in quella
celeste Gerusalemme, ove saranno spenti gli odj, e vivremo trasfusi nel
sempiterno amore--
Gli astanti tutti piangevano: piangeva Fra Benedetto, e per
gl'impetuosi affetti che l'agitavano, vacillava sulle ginocchia, quando
depose il Sacramento tra le pallide labbra del vecchio.
Tornò all'altare, terminò le preghiere, e deposti i paramenti, si
rimase allato al suo amico, che sempre ginocchioni, sempre sorretto da'
suoi figli, che dirottamente piangevano, teneva alto il viso, sereni e
ridenti gli occhi, pronunciando tratto tratto brevi e segrete preghiere.
Stette così un'ora. All'orologio di Palazzo sonarono le cinque. Entrò
il ministro, quello cui era dato l'ufficio d'eseguir la sentenza. Uomo
rozzo, tarchiato, di stupido aspetto, si accostò a Niccolò, e, com'era
l'uso, disse:
--Messere, io fo l'ufficio mio, e ve ne chiedo perdonanza.--
--Anzi, io ti rendo grazie, tu m'apri la porta del paradiso.--
E Niccolò volle abbracciarlo. Poi disse a Fra Benedetto:
--Siate contento tagliarmi questi pochi capelli sulla collottola.....
ecco l'ultimo disagio ch'io vi do.--
Fu mandato per un pajo di forbici, e la bianca capigliatura di Niccolò
venne recisa, e raccolta dal frate, che gliela porse ad un suo cenno.
Questi, osservando di non esser veduto, la pose sotto la cappa di
Bindo, nella sua mano propria, che gli strinse: ed il povero vecchio
sentì, per dir così, raccolto in quella stretta tutto l'immenso amore
che avea portato e portava a quel suo ultimo e giovinetto figliuolo.
Passò un'altr'ora..... sonaron le sei..... entrarono dieci tavolaccini
con torchi accesi. Fra Benedetto, i figliuoli, tutti intesero, e si
scossero. Il solo Niccolò rimase, come prima, tranquillo e sereno.
S'alzò ajutato, e volto ai fratelli che lo circondavano ed avean tolto
di terra e levato in alto il loro crocifisso per metterglisi innanzi,
disse, tutto ridente, due volte:
--Addio! Addio!--
S'avviarono. Bindo da un lato lo reggeva, alle spalle Lamberto,
dall'altro Fra Benedetto, e tenendogli innanzi la tavoletta con suvvi
il crocifisso, gli suggeriva preghiere ed affetti, ora in latino, ora
in volgare.
Il passo di Niccolò era franco, sicuro, nè troppo lento, nè troppo
veloce.
Giunsero sulla porta all'alto dello scalone, d'onde si scopriva il
cortile illuminato da molte fiaccole, e pieno intorno intorno di
tavolaccini e soldati colle loro alabarde, tutti taciti e cogli occhi
volti in su verso il condannato.
Questi scese sempre nel modo descritto, e venuto nel mezzo del cortile,
ov'era il ceppo, ed il carnefice con una lucente mannaja presa a due
mani, si fermò, e gli disse:
--Come abbia la testa sul ceppo dammi un momento, chè raccomandi
l'anima a Dio.--
Poi volto in giro uno sguardo su tutti, disse con voce chiara:
--Io perdono a' miei nemici, e prego Iddio accetti questa mia morte per
la salute della patria nostra.--
S'inginocchiò, e pose il collo sul ceppo.
Bindo e Lamberto chiusero gli occhi, e per un momento fu altissimo
silenzio.... poi un colpo sordo e risoluto. Gli aprirono. Il tronco era
a terra da un lato. Il santo capo riverso dall'altro, candidissimo ed
ancor sorridente.
Ebber tanta forza ancora di muoversi, tolsero il corpo e lo stesero
nella barca, vi posero il capo, e rimase (tanto fu netto il taglio)
come se un nastro vermiglio gli avesse circondato il collo....
........................
Addì 16 agosto, la mattina innanzi giorno, la campana di S. Marco
sonava a morto, Nell'interno della chiesa era collocata nel mezzo una
bara con quattro candelieri di ferro agli angoli, all'altare diceva
messa Fra Benedetto, parato di nero, nella forma medesima descritta
al primo capitolo di quest'istoria. Nel cataletto era il cadavere di
Niccolò vestito dell'abito di S. Domenico. Parea che dormisse; avea il
viso candido e sereno.
Lamberto, Bindo, Fanfulla, Maurizio, il Bozza ed una turba d'artefici
e di popolo minuto pregavano inginocchiati all'intorno, in silenzio ed
immobili, se non che talvolta col dosso delle mani s'asciugavano gli
occhi.
Finì la messa, finirono le esequie. Vennero alcuni uomini del convento,
e con pali di ferro levaron la lapide che copriva un avello posto
innanzi all'altare della Madonna. Lamberto, Bindo e gli altri presero
il corpo nel lenzuolo sul quale era steso, e cautamente, senza
scomporlo, lo calarono nella tomba. La lapide fu rimessa al suo luogo.
Que' poveri artefici pregarono e piansero un poco sovr'essa, poi, alla
sfilata, se n'andarono, ed in chiesa non rimasero che Bindo, Lamberto,
Fanfulla e Maurizio.
I due fratelli inginocchiati sulla pietra che copriva Niccolò si
presero per la mano, e Lamberto disse con voce alta e sicura:
--Noi giuriamo a Dio ed a te, padre nostro, di adoperarci sempre, infin
che ci duri la vita, per ritornar Firenze nella sua libertà, e non
depor mai l'arme, e combattere i suoi nemici insino alla morte.--
Poi rizzatisi usciron di chiesa.
CONCLUSIONE
I capitoli della resa di Firenze patteggiavano salve le vite, gli
averi e la libertà di tutti i cittadini indistintamente. Questi
capitoli erano stati solennemente giurati dal commissario Valori
e da D. Ferrante Gonzaga. Entrati costoro in città, e divenutine
padroni, ammazzaron parecchi, molti spogliaron dell'avere, moltissimi
cacciaron in bando, assegnando a ciascuno il luogo dell'esilio; e chi
rompeva questo confino era dichiarato ribelle. Cotal principio ebbe il
principato mediceo.
Le città d'Italia s'empirono di sbanditi fiorentini, che vi giungevano
smunti dalla fame del lungo assedio, dalle fatiche del doloroso
viaggio, e lo spettacolo delle loro calamità, la vista de' vecchi,
delle matrone, de' fanciulli strappati violentemente ed a tradimento
alle loro case, fece levare un grido universale d'indegnazione contro
gli autori di tanta scelleratezza, e destò forse il rimorso nel cuor
di coloro che avrebber potuto e non la vollero impedire.
Di pari errori, seguiti da pari rimorsi, è piena l'istoria d'Italia.
Molte famiglie fiorentine, senza aspettar il bando della nuova Balia,
uscirono volontarie dalla città, e riparandosi in qualche angolo fuor
di mano del dominio, cercarono di potervi rimaner oscure e dimenticate,
forse parendo loro di non perder così interamente la patria. Alcune si
ritirarono a Serravezza, ove al dì d'oggi ancora, per tradizione, si
mostran le case che occuparono codesti fuggiti.
Nel centro della catena de' monti Apuani, che si stendono a man destra
da chi va da Lucca a Sarzana per la via di Pietrasanta, e mostrano
le loro nude e scoscese roccie accavallate e sporgenti l'une dietro
l'altre con infinita varietà d'accidenti, di contorni e di tinte; nel
centro, dico, di questi monti s'apre una stretta e sinuosa valle per la
quale, scendendo dalle altezze delle Panie, scorre la Versilia limpida
e fresca, sotto l'ombre di folti ed antichissimi castagni. Lo sbocco di
questa valle, mascherato dall'intreccio di due gioghi dirupati ed alti,
si nasconde a chi da lungi vi diriga lo sguardo, quasichè la natura
abbia voluto con amorevole antiveggenza, preparar luoghi che servisser
di rifugio ai deboli contro la violenza de' forti.
Risalendo la Versilia, ad un miglio dentro la montagna, si trova
Serravezza, ove s'allarga un poco la valle pel confluire d'un altro
torrente che viene dal M.^e Altissimo. Quivi, sul finire di settembre,
s'eran ricoverati Lamberto colla sposa e il cognato, ed era con essi
Selvaggia, Fanfulla, Maurizio ed il piccolo Arriguccio.
Il tempo trascorso dalla morte di Niccolò sino a quest'epoca l'avean
passato a M.^e Murlo, ove Laudomia era, come vedemmo, rimasta inferma,
e dove per la tremenda nuova della fine del padre, che non fu possibile
nasconderle, cadde in più grave pericolo della vita; ed a stento
avea, dopo più settimane, potuto alzare il capo dal guanciale. Ebbe
lunga e penosa convalescenza, resa più lenta dal cocente e continuo
pensiero del padre, de' fratelli, della patria: e dalla disperata vista
della Lisa che le avean ricondotta da Firenze. In quello stato, che
divide da persona che s'ami con un abisso cento volte più doloroso
e tremendo della morte medesima: perchè è men duro piangere spenta
un'intelligenza, dalla quale s'ebbe lungo ricambio di pensieri e
d'affetti, che trovarla degradata e sconvolta.
La pazzia della Lisa non era furibonda, e, neppur in apparenza
almeno, continua. Passava l'ore, e le giornate talvolta, in una cupa
e taciturna immobilità, tenea gli occhi spalancati, fissandoli in
terra col guardo intensissimo, e per così dire, impietrito, e talvolta
con voce bassa diceva: «Era un traditore!» A momenti pareva pur che
riconoscesse le persone, intendesse le loro parole; ma eran brevi lampi
in un'immensità tenebrosa.
Siccome però ne' suoi modi non era nulla che potesse dar a temere,
veniva lasciata in sua libertà, ed una contadinella soltanto avea
l'incarico di tenerla d'occhio quando si riusciva a condurla fuori di
casa: chè un medico, al quale s'era potuto chieder consiglio, avea
suggerito si facesse stare, per quanto fosse possibile, all'aria ed in
luoghi ameni ed aperti.