Alcuni birri si gettarono su Niccolò e, presolo per le braccia, lo

trassero violentemente presso il brutto istrumento che accennammo

dianzi, gli strapparon di dosso il lucco, il cappuccio, li gettarono a

terra, ed il venerabil vecchio rimase in sole calze[74] e camicia. Il

crocifisso d'argento, quello che avea tolto da capo al letto all'atto

della partenza, ed era stato di M.ª Fiore sua moglie, gli pendeva sul

petto, e trasse gli sguardi di quegli sgherri, che gliel'ebber tosto

strappato. A quest'atto uscì dal petto di Niccolò un doloroso sospiro,

ma levò gli occhi al Cielo rassegnato, e le sue labbra mormorarono

alcune sillabe di preghiera, o forse di perdono.

Intanto i ministri del manigoldo, vestiti di farsetti e calze d'un

rosso cupo, colle maniche rimboccate sin sopra il gomito, avevano

spinto il vecchio sotto la carrucola, e legategli dietro le reni le

braccia strettamente ai polsi colla corda che ne pendeva.

Tre di costoro afferratone l'opposto capo, aspettavano con istupida

indifferenza il cenno d'incominciare, e Niccolò, volgendo il cuore a

Dio ed implorando l'intercessione di Fra Girolamo, diceva:

--O tu, che soffristi tanto per la giustizia, fa ch'io sappia soffrir

questo poco per la gloria di Dio, e per l'onore di questa povera

patria.--

Messer Benedetto intanto, alzatosi dal suo posto, s'era accostato al

paziente, e collocatosi ritto in faccia, accanto ad una piccola tavola,

alla quale sedeva il cancelliere con un foglio bianco e la penna in

mano aspettando di scrivere la confessione.

Molti pittori, nel rappresentare il martirio di qualche santo, si

sono ingegnati render la scena più dolorosa ed evidente col contrasto

tra i ceffi de' manigoldi ed il volto del martire; ma nessuno potè

mai giungere ad immaginarlo quale era quivi realmente. Il volto di

Niccolò, che per l'estremo pallore era quasi d'un color solo colla

barba e coi capelli, illuminato dalla lampada della Madonna che gli

stava sul capo, avrebbe avuto l'apparenza del marmo o dell'alabastro, e

sarebbe sembrato il volto d'un profeta scolpito da Michelangelo, ma gli

occhi neri levati al cielo davan vita a quel volto, splendendo umidi

tra quel candore, e tuttochè devoti, e tutti trasfusi in Dio, non

erano spogliati però del tutto della consueta fierezza. La bianchezza

parimenti della camicia e del petto, che appariva largo e ben formato,

benchè un po' scarno, la figura tutta in una parola di Niccolò, parea

circondata d'una certa aureola, parea quasi risplendesse sull'oscuro

campo che le faceano le brune pareti della sala, le immonde vesti della

sbirraglia, ed i loro sozzi visacci, quali rossi e spugnosi per l'abuso

del vino, quali smorti e disfatti per immoderate libidini, quali scuri

e bestiali per abituali e sanguinose violenze. Nè men turpe di loro,

benchè d'aspetto meno plebeo, appariva il viso di messer Benedetto.

Qual cosa e più turpe d'un viso d'ipocrita?

Mettendo un sospiro, ed abbassando gli occhi per simular umanità, disse:

--Niccolò, confessi tu d'aver sedotto e traviato il popolo, come appare

dall'accusa e da' testimonj?--

Il vecchio non rispose, e cominciò a recitar il versetto «_Domine

adjutor meus ecc_.»

Il Nobili accennò ai ministri, e questi ravvoltasi meglio la fune

alle mani piegarono le ginocchia lasciandosi andar di tutto peso....

Le braccia dell'accusato gli corsero su per le schiene, i muscoli del

petto stirati con violenza gli s'avvallarono tra costa e costa, perdè

colle piante la terra, e rimasto sospeso s'aggirò un momento colle

ciglia e le labbra strette, ma senza mandar un gemito. Rimasto così

alcuni secondi, fu riposto giù.... ma non ci regge l'animo dir più

oltre di questa barbarie, della quale per secoli furono vittime tante

migliaja d'infelici, e se più crudele o più pazza, sarebbe difficile

definirlo. Basti dire che l'innocente vecchio soffrì la fune tre volte,

e la fortezza dell'animo potè tanto sulla natura che non rallegrò i

suoi nemici nè d'un grido nè d'un lamento: ed alla fine, doloroso e

languente, ma costante sempre, fu di nuovo portato, più che condotto,

nella sua segreta.

CAPITOLO XXXVIII

Quando Niccolò fu lasciato, si può dir, semivivo, sul lurido saccone

che gli serviva di letto, era già fatto giorno da un'ora. Rimase come

lo aveano posto; chè quel misero corpo era oramai divenuto un peso

inerte, e privo d'ogni forza; gliene fosse pur rimasta, il minimo atto,

il più lieve moto avrebbe resi insopportabili gli acerbi dolori che

lo tormentavano per la sofferta tortura. Ma neppur questi patimenti

poterono prostrare quell'anima riconfortata dalla celeste visione che

in sogno avea creduto avere, e dal pensiero ch'era ormai presso al

termine di tante miserie.

Al silenzio della notte era succeduto colla nuova luce quel confuso e

continuo rumore che s'ode in una città desta, e che penetrava pure in

quella segreta per l'alta e piccola finestra, munita d'una ferriata

fitta, e d'una tramoggia al di fuori.

Tra quel rumore, tra quel ronzìo confuso, che era un misto di voci

e di schiamazzi lontani, dell'andar de' carri, dello scalpitar de'

cavalli, del picchiar delle arti per le botteghe, parea talvolta a

Niccolò udire un bisbiglio più forte, come d'una frotta di uomini che

passasse sotto le mura del bargello, ed un tratto levarsi il rumore,

col maladetto grido: Palle, Palle!.... muojan i Piagnoni! urlato dalla

più vile canaglia di Firenze; poi tra mezzo qualche voce sonora e di

comando profferir parole tedesche, ovvero spagnole, chè tutte le strade

all'intorno eran, per sospetto del popolo, stivate di soldatesche

straniere.

--Oh perchè vissi tanto! diceva sospirando Niccolò. Perchè non fui

anch'io all'ultima battaglia ove morirono i miei figli?... sarei morto

con essi! Oh felice me allora!--e sforzandosi d'alzar le braccia riuscì

pure, malgrado la doglia degli omeri e delle spalle, a turarsi colle

mani le orecchie.

Lo prese a quel punto più che mai ardentissimo il desiderio della

morte, e come pratico de' processi criminali per cose di stato, che

in que' tempi, da chiunque venisser ordinati, si sbrigavano assai

presto, veniva calcolando l'ore che avrebbe ancora dovute passare in

quest'inestimabil passione, e pensava come per confortarsi «non è

possibile ch'io sia mai vivo domattina.» Gli venne a quel punto un

pensiero «Potrò io avere un confessore, che non sia uno de' costoro

ribaldi?» E volea dire, se gli avrebber concesso d'aver una frate di

S. Marco, e non invece un di quegli altri avversi a Fra Girolamo,

ed allo stato popolare, come verbigrazia erano i Frati di S. Croce.

Poi rifletteva. «I nostri si terranno chiusi in convento con sospetto

grandissimo, e potrebbero portare grave pericolo uscendo; dovrò io

esporveli facendoli chiamare? Fra Benedetto, che sarebbe pur quello

ch'io vorrei, si attenterebbe egli a venire? Egli è un santo, ma

altrettanto pusillo d'animo. E se anco venisse, vorrei io esser cagione

che soffrisse oltraggio, villania, e forse peggio da questa setta

perversa?»

O Niccolò, tu devi saper morire solo, senz'altro conforto che la

memoria della tua vita passata! Ora è tempo d'usare quella fortezza che

predicavi agli altri, se non vuoi che dican di te, come disse Cristo

de' Farisei:[75]

All'ora che era solita distribuirsi la vivanda ai prigionieri, verso

mezzamattina, comparve il carceriere con un pane ed una scodella di

broda, nella quale il vecchio prese qualche cucchiajo, ajutandosi

alla meglio, chè il riposo gli avea già in parte restituito l'uso

delle braccia. Poi rimessosi a giacere, e rimasto solo, volse tutti i

pensieri a Dio, ingegnandosi di venirsi così preparando alla morte.

Dopo un'ora udì disserrarsi di nuovo il chiavistello dell'uscio, e

disse:

--Ecco chi viene a darmi il comandamento dell'anima! Ora sii tu

ringraziato Iddio, che finalmente mi chiami alla tua gloria!--

Ma invece dell'uomo che era solito adempiere quel triste ufficio, vide

entrare messer Benedetto, il quale, com'ebbe diligentemente richiuso,

si fermò ritto avanti il lettuccio.

Niccolò, che sapeva chi egli era, vedendolo in atto tutto benigno, gli

piantò gli occhi in viso tanto sicuramente, e come per iscrutare i suoi

pensieri, che il tristo ipocrita dovette volgere altrove lo sguardo.

Poi, tutto modesto e compunto, disse:

--Niccolò, io ti vengo a visitare, ch'egli è dovere d'ogni cristiano

sollevare i tribolati, come se' tu. Ora sappi che mi duole moltissimo

del tuo caso, ma non istette in me il potervi riparare.... pure, se vi

fosse cosa che si potesse fare per levarti i tuoi dispiaceri io sarei

disposto farla....--

Niccolò, al quale non cadeva neppur in pensiero prestar fede alle

costui proteste, veniva dicendo «Che vorrà egli da me?» ma non riusciva

indovinarlo. Pure gli volle rispondere umanamente, raffrenando l'ira

che destava in lui quel ribaldo.

--Io ti ringrazio, Benedetto, e voglio esser persuaso di tutto quanto

tu m'hai detto. Ma oramai io non ho altro desiderio se non che facciam

presto, ed intanto sarai contento tu ed ognuno lasciarmi solo e non mi

dar noja, chè in questi momenti l'uomo ha bisogno di star con sè stesso

e con Dio, e non con altri.--

Dette queste parole Niccolò fece colla mano l'atto di dar commiato,

e volse il capo verso il muro, sperando torsi colui d'allato. Ma il

Nobili non si mosse, e riprese sempre più melato:

--Troppo parli sicuramente, Niccolò! E' pare che non ti curi nè di

vivere nè di morire!.... tu ti butti troppo presto al disperato.... e

ti credi non aver attorno che nemici, eppur non è così, Niccolò.--

Il vecchio volgendo il capo lo squadrò di nuovo con un'occhiata, che le

pupille del Nobili evitarono, errando qua e là, poi disse, un pò più

risoluto:

--Dov'io sia, e con chi.... lo so, Benedetto.... e dov'io sono, la Dio

grazia, son contento d'esservi, ch'io morrei dieci volte non che una

per non veder Firenze in mano di chi ella è.... ora te lo dico un'altra

volta, vatti con Dio e lasciami in pace.--

Il Nobili parve stesse tra due d'andarsene; tacque un momento, poi,

quasi riprendesse il primo pensiero, diceva:

--S'io venni qui, e s'io ti do noja ora, egli è ogni cosa pel tuo bene.

Ascoltami Niccolò.... no' siam soli.... nessun ci può udire.... Che io

tenga pe' Palleschi, e tu pel popolo, poco importa.... no' siam vecchi

tutt'a due... ed io penso pure che io ho un'anima da salvare, e codesto

importa assai. Credi tu ch'io non veda i modi che tengono costoro del

nuovo stato? ch'io non conosca il brutto torto che ti vien fatto? Tu

mi dirai «O perchè dunque fosti tu ad accusarmi?» Come potevo io non

ubbidire a quel ribaldo di Baccio? e poi.... e se io ora appunto, per

non imbrattarmi del sangue innocente, venissi a te per salvarti?--

Niccolò si scosse a questa parola, ma il Nobili, accennandogli colla

mano onde non l'interrompesse, proseguiva:

--Vuoi tu aver in dispregio la vita perchè la tua parte fu vinta? È

questo l'esempio che ci diedero i nostri antichi? E se in Firenze, ogni

volta che una parte fu cacciata e dispersa, avesse fatto come vuoi far

tu, sarebb'ella mai ritornata....

--Ingegnati di vivere, chè niuno ha ancor trovato chiodo che valga

a conficcar la ruota della fortuna, e solo pe' morti non v'è più

speranza. Io parlo pel tuo bene, Niccolò! Vedi questi ribaldi che

ti voglion veder morto, sta in te il farteli amici... tu sei ricco,

Niccolò... io so che in casa tua,.... o forse al tuo podere presso il

Poggio, tu hai molto tesoro nascosto.... insegnami il luogo.... ora non

è tempo di miserie... i danari si ritrovano, ma la vita! Dimmi, dov'è

codesto tuo nascondiglio, e con questo tesoro io saprò far in modo che

quei tuoi nemici....--

Niccolò, che non aveva tesori nascosti, e che a un tratto conobbe

aperta la scellerata ed avara frode del Nobili, non si potè più tenere.

--Ah ribaldo ladrone! gridò alzandosi con potente sforzo a sedere, non

ti basta egli avermi involati que' danari ch'io ti prestai per coprire

le tue ladroncellerie, se non vieni ora ch'io sto in fin di morte a

sobbillarmi con queste tue finte compassioni per ispogliarmi di ciò

che tu credi ch'io abbia, e che non ho, nè ebbi mai? Che tesori? che

nascondigli? Che sogni son codesti? Io diedi pei bisogni della città

infin quella poca urnetta d'argento ove tenevo le ceneri del B. Fra

Girolamo, e vuoi ch'io abbia i pozzi pieni di fiorini? Tu fosti sempre

un ribaldo, e sempre sarai, e non mai ti verrà fatto comprendere come

usino gli uomini dabbene, che stimano la patria e la libertà più che

l'oro e la vita.... e per salvarla credi tu ch'io vorrei aver obbligo

ad un Pallesco? Una sola volta in 91 anni m'impacciai con Palleschi,

e fu la mia mala ventura; chè la città non sarebbe forse fatta serva,

io non sarei qui, e non avrei macchiato l'onor di casa mia, s'io non

avessi accettato per genero un traditore Pallesco.--

Vedersi scoperto, deluso, e sentir le rigorose e pur vere parole di

Niccolò, generarono una tanto velenosa rabbia nel cuore del Nobili, che

per darle sfogo, e fargli dispiacere in qualche modo, disse:

--E neppur a termini in cui se' ridotto t'abbandona la tua smisurata

superbia? Ora, se tu credi non aver altra macchia all'onor tuo, se non

quella d'aver un Pallesco per genero, sta di buona voglia, che mai

Pallesco (e Troilo, gentiluomo ch'egli è, meno d'ogni altro) ebbe pur

il pensiero di sposar la figlia d'un par tuo.--

--Oh! che discorso e codesto?--

--Io non t'avrei detta mai tal cosa, ma il tuo pazzo orgoglio mi vi

sforza. Tua figlia fu concubina di Troilo e non moglie....--

Ed il vile ribaldo, godendosi tutto di far quel vituperio al povero

vecchio, gli narrò da capo a fondo l'istoria del matrimonio della Lisa.

Niccolò, che attentissimamente l'ascoltava, dapprima mostrò maraviglia,

poi un lampo di sdegno gli balenò tra le ciglia, alla fine rimasto

pensoso un momento, e ricomposto il volto in atto grave ed altero,

disse, con istupore grandissimo del Nobili, che tutt'altro s'aspettava:

--Io ringrazio Iddio, e ringrazio te, Benedetto, di quel ch'io odo. Un

pensiero, un solo mi travagliava uscendo di questa vita..... che mia

figlia era pur moglie di quel traditore: ch'io so qual sia il debito

d'una moglie verso il marito, sia pur ribaldo quant'esser si voglia....

Ma ora! Essa è disciolta d'ogni obbligo! Essa è libera! Può fuggire,

può detestare chi s'è fatto traditore alla patria, e n'ha procurata la

rovina!.... chè al tradimento fatto a me neppur vi penso..... A che si

riduce oramai il mio caso? Aver sofferto oltraggio e villanie da un

ribaldo! Essere stato preso all'obbrobriose frodi d'un Pallesco, d'un

gentiluomo cortigiano! Egli ha fatto l'arte vecchia de' pari suoi!....

Ed a me è toccato ciò che a tanti leali e dabbene. Ma l'infamia a

chi resta ella? ad esso, o a me? Non macchia nè toglie l'onore la

mannaja! non lo toglie l'esser ingannato da un falsissimo ribaldo! ma

lo macchia e lo toglie il fare quel che voi faceste, e tu, e Troilo,

e Baccio: e tutti quanti siete voi Palleschi, vi siete messo in capo

il cappello de' maggiori traditori del mondo!... ed insin ch'egli

duri, insin che giri il sole, diranno gli uomini e l'istorie, che voi

Palleschi, non colla forza, ma con mille frodi e mille tradimenti

vinceste, e noi Piagnoni, non dalla forza, ma da mille tradimenti

restammo oppressi....--

Niccolò, che nel dir queste fiere parole s'era a mano a mano venuto

infiammando, alzò il braccio alla fine, ed indicò la porta al Nobili

con quell'autorità che usava quand'era padrone in casa sua, scordando

in quel momento ch'egli era prigione. Ma neppur il Nobili non vi

pose mente, raumiliato ed invilito dalla severa ed augusta presenza

dell'indomito vecchio, e dal suo cenno risoluto, al quale gli parve

impossibile disubbidire. Senza replicar sillaba, senza esser ardito

d'alzar gli occhi in viso a Niccolò, si volse all'uscio, l'aperse,

uscì, e rimandati a luogo i chiavistelli, s'andò con Dio, deluso

ed isconfitto, pieno di quella vergogna e quella rabbia che si può

immaginare.

L'ore intanto passavano. Il sole cominciava a volgersi verso l'occaso,

e Niccolò era sempre solo nella sua prigione senza sapere nulla ancora

della sua sorte, senza gli ajuti ed i conforti che sogliono pur

concedersi ai condannati.

Ma non tutti l'aveano abbandonato; ed in quell'ora appunto v'era chi

si disponeva incontrar ogni rischio per adempiere a ciò che in cotali

occasioni comanda la virtù, l'amicizia e l'onore.

Ove si tratta di rischi non s'aspetterà forse il lettore trovare il

nome di Fra Benedetto, del superiore di S. Marco, di quello che dal

primo capitolo di quest'istoria avea fatta così trista prova del suo

coraggio. Eppure egli stesso, saputa appena la presura di Niccolò,

risolse voler esser quello che l'ajutasse, e gli fosse vicino, e gli

porgesse, nell'ultime ore del viver suo, i conforti della religione,

fatti più soavi dal lungo abito d'una confidente amicizia. La fama, che

in modo cotanto veloce ed inconcepibile sparge talvolta la notizia de'

fatti, avea divulgata la voce del tradimento di Troilo, ed il povero

frate, ricordandosi d'aver egli consigliato Niccolò d'accettarlo in

casa, si rammaricava pensando «Io son cagione della sua rovina!»

Questo pensiero, il pensiero d'adempiere un dovere, il desiderio di

compensare in qualche modo quel male che stimava aver fatto, vinsero

ogni altro rispetto, superarono ogni timore nel cuore del semplice

vecchio, tanto è vero che la virtù e la più valida e sicura potenza

dell'uomo! Fatta una breve ma calda preghiera a Dio che l'ajutasse e

gl'infondesse quella forza e quell'ardire che per sè stesso sentiva di

non avere, prese il suo bastoncello ed uscì dalla cella. Andò a quella

del sottopriore, gli palesò il suo disegno, gli lasciò l'autorità

sua pel caso che non avesse a tornare, gli disse pregassero per lui,

esso ed i suoi frati, e raccomandandogli il convento, l'osservanza

delle regole, la reciproca carità, esortandolo a soffrir con fortezza

le tribolazioni presenti, prese commiato dicendo: «ricordatevi di me

nelle vostre orazioni.» Il sottopriore volle accompagnarlo insino alla

porta del chiostro, e mentre v'andavano, parecchi frati si unirono a

loro, tantochè giunti alla porteria, molti s'offerivano e facevan forza

per accompagnare il loro superiore. Ma egli non volle; ringraziò ed

abbracciò tutti, e disse:

--Sarà di me quel che Iddio vuole, ma l'andare in molti darebbe

nell'occhio, e sarebbe talvolta cagione di peggio. Ora apri (disse al

portinajo) ed andiamo col nome di Dio.--

Il portinajo penò assai prima che avesse tolte tutte le stanghe ed i

chiavistelli che sbarravano ed afforzavano il portone; quando fu a

volgere l'ultima chiave, guardò per una finestrella se in piazza fosse

sospetto di nulla, alla fine aperse, e mentre Fra Benedetto varcava la

soglia, gli prese la mano e gliela baciò, dicendogli:

--Voi fate opera santa e non vi mancherà l'ajuto di Dio.... Dite, vi

prego, a messer Niccolò, che si rammenti del povero portinajo, chè

anch'io prego per lui, e quando sia tra' beati, preghi egli Iddio per

me.--

Fra Benedetto se n'andò, raccomandando richiudessero bene; e prima

d'ogn'altra cosa pensò andare a casa i Lapi per vedere se niuno vi

fosse della famiglia, concertar con essi il modo di giungere insino

a Niccolò, o fors'anco condursi a lui in compagnia d'alcuni di loro.

Prese per la via Larga, che da capo a fondo vide pressochè vota, e que'

pochi che camminavan per essa, erano uomini dell'ultima plebe, ovvero

soldati. Le botteghe tutte a sportello, chè era un male starvi in que'

giorni a Firenze, tanto più nelle strade solitarie e fuor di mano. Il

povero vecchio se n'andava muro muro effrettando il passo quanto glielo

permettevan l'età e le forze; e per dir il vero gli tremava il cuore

come una foglia. Giunse al palazzo Medici, ora Riccardi, e vide il

portone preso da una guardia di lanzi, e via innanzi sempre lungo il

muro, facendosi piccin piccino quanto poteva. Udì qualche sghignazzata

tra que' soldati, qualche motteggio, qualche villania forse mandatagli

dietro, ma parlavan tedesco e non intese che gli dicessero. Sulla

piazzetta di S. Giovannino, ove alloggiava il grosso di costoro, ne

eran molti, non meno che innanzi alla portiera del convento, ma neppur

qui gli avvenne nulla di male, e per via de' Martelli, poi per S.

Giovanni, si trovò finalmente presso il portone de' Lapi.

Era aperto, ma vi stava di guardia un soldato col suo archibuso in

ispalla, appoggiandosi colla destra sulla forcina posata in terra. Fra

Benedetto sentì un momento quasi venirsi meno ogni ardire di passar

presso a quel brutto ceffo, abbronzato come una vecchia pentola,

con certi baffi che dai due lati si rizzavan fin sopra le tempie:

pure, facendosi animo e pregando Iddio d'ajutarlo, venne innanzi,

e guardando il soldato quanto più pietosamente poteva, quasi per

impetrarne il favore, rimase un momento sospeso, osservando se era da

tentare il passo. Per fortuna il soldato era spagnolo: e gli Spagnoli

in quei tempi (l'età dell'oro dell'Inquisizione) non potean vedere la

tonaca d'un domenicano senza sentirsi quel certo brivido che a giorni

nostri prova, verbigrazia, un mariuolo alla vista d'un'_uniforme di

giandarme_. Per la qual cosa costui, senza molto scomporsi, fece però

più che altro, riverenza a Fra Benedetto, e tirandosi da un lato gli

sgombrava l'entrare.

--Non sempre l'apparenza dice la verità, pensò questi passando innanzi;

e gli sovvenne in quel momento di Fanfulla, che con quel suo terribil

viso era pure un uomo dabbene. Ma ben altri pensieri l'assalsero appena

fu dentro, e visto l'androne e il cortile pieno di forzieri, di casse,

di masserizie, e scrivani con registri che una ad una le notavano,

viste andar in volta ed affaccendarsi facce di mal augurio, che avean

viso di birri, o dipendenti dal bargello o dal fisco, conobbe che

quella disgraziata casa era sottoposta ad un saccheggio legale, per

la confisca pronunciata dalla Balia sui beni, com'essi dicevano, de'

rubelli.

Chi abbia lasciato un suo giardino bello, fiorito, ben coltivato, e

lo riveda poi dopo che l'innondazione d'un torrente l'ha tutto guasto

e sconvolto, lasciandolo coperto di melma e di ghiaja, prova assai

men rammarico che non Fra Benedetto vedendo quella casa, sede un tempo

d'ordine, di dovizie, di senno, e di tutto quanto rende spettabile

ed onorata una famiglia, venuta ora in mano di que' ladroni che la

svaligiavano, e ne facevano ogni mal governo. Gli vennero agli occhi le

lacrime, e mentre si guardava attorno cercando chi gl'insegnasse, se

pur v'erano, i padroni, scorse in mezzo al cortile il Nobili ritto, che

parlando con un omaccio di perversa apparenza, gli dava alcune chiavi

di molte che teneva in mano, e diceva parlando d'alcune ch'egli serbava:

--Queste delle cantine le terrò io, e vedremo poi a miglior agio....--

Intanto, di dietro la sua larga persona, fatta maggiore da un ampio e

maestoso lucco, tutto di bel panno rosato, usciva una donna, che col

grembiale si copriva e s'asciugava gli occhi, e scostandosi da quel

ribaldo veniva, senz'avvedersene, alla volta di Fra Benedetto. Non

s'accorse di lui se non quando fu quasi per dar in esso col petto; ed

alzando a un tratto gli occhi lo riconobbe, ed egli lei.

--Oh povera Fede, tu piangi!....--disse il buon vecchio, che neppur

esso aveva le palpebre asciutte.

--Ed anche.... voi!.... e.... come.... non.... piangere?...--

E non potè dir altro, chè la convulsion del singhiozzo le stringeva

la gola. Oltre tutte l'altre tribolazioni di que' giorni, e quasi

a compimento, essa stessa avea dovuto consegnar tutte le chiavi al

Nobili. Quelle chiavi che da 50 anni erano il suo pensiero, la sua

cura, la sua gloria, che considerava come una parte di sè stessa, che

racchiudevano quelle provvisioni d'ogni qualità, quelle biancherie

filate in gran parte dalle sue mani, o almeno scelte, comprate,

mantenute, ordinate da tanto tempo da lei sola, ed ora tutta quella

roba in che mani andava?

Cuori di padrone di casa, di cameriere, di donne di guardaroba!....

cuori di donne, di zie vecchie, di ragazze di 50 anni, voi sapete che

dolore fu codesto!

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 47 / 51 段