piazza. Poi per Condotta e Badìa si condusse finalmente al portone del
Bargello.
Anco qui convenne far risentire la gente di dentro. S'udì presto
rumoreggiare nella guardiola de' birri, posta di fianco all'entrata,
poi un suonar di chiavi, un correr di chiavistelli, e finalmente il
cigolar de' cardini sui quali, aprendosi, girava il portone. Niccolò
scavalcato, venne messo dentro, consegnato al bargello che era venuto
in persona a riceverlo, dopo la qual cerimonia, la scorta e messer
Benedetto se n'andarono, i battenti si richiusero, e i chiavistelli
ritornarono a luogo.
Niccolò si guardò intorno, e non vedendo quivi nessuno di coloro che
erano stati presi con essolui, parte si riconfortò. Pure gli sorse in
cuore il pensiero delle figlie, il desiderio di sapere come fosser
capitate, ne dimandò con istanza a quelli che gli stavano attorno;
nessuno rispose. Il povero vecchio conobbe con chi aveva oramai a
trattare, e non replicò la domanda.
L'antico e venerando cittadino della repubblica, l'anima più nobile e
generosa che fosse in Firenze, si trovava ora sottomessa a quell'impura
e degradata razza (simile sempre a sè stessa in ogni età e sotto tutti
i modi di principato) per la quale tener chiusi gli uomini, tormentarli
e darli poi alla fine in mano al boja, è un modo come un altro, e
talvolta miglior d'un altro, di guadagnarsi il pane. Per essa, chi
ha posto il piede sul funesto limitare del carcere, sia colpevole od
innocente; sia un ostinato assassino od un involontario omicida, abbia
sull'anima un parricidio o l'abbia pura d'ogni delitto; per essa, dico,
è tutta una cosa. È un prigioniero, e d'altro non si mette in pensiero.
Pianga o rida, si disperi o sia rassegnato, poco le importa.
Vien in mente al mastino che dal beccajo è lanciato a fermare un
vitello fuggito, se si dorrà sentendosi traforar l'orecchio dalle sue
zanne?
Eppure questa gente, per la quale l'incapacità di sentir compassione è,
sto per dire, condizion necessaria dell'esistenza, si sentì scossa alla
vista di quell'augusto vecchio; se non fu propriamente pietà, fu almeno
maraviglia che andasse tant'oltre la vendetta papale.
--Metteva conto, disse un di costoro, durar tanta fatica per aver in
gabbia codest'ucello!.... poco potea volar lontano, a ogni modo.--
Ed intanto tastava Niccolò per tutta la persona, onde toglierli l'arme
se n'avesse avute. Frugandogli poi in tasca, prese i pochi danari che
v'erano e li consegnò al bargello. Lo scrivano di costui notò sul suo
registro il nome del prigioniero, l'ora del suo ingresso nel carcere;
poi l'avviarono su per lo scalone esterno, che ancora oggigiorno si
vede nel lato destro del cortile.
Se Niccolò nel salire v'avesse calato uno sguardo, avrebbe potuto
vedere nel centro dello spazzo un ceppo quadro e massiccio, sul quale
la mannaja era posata in traverso: le lastre del pavimento all'intorno
lorde di larghe macchie oscure, sulle quali luccicava riflesso il
raggio d'un torchietto affumicato che un birro portava innanzi: avrebbe
forse indovinato di chi era quel sangue, che ora i cani potevan
lambire, e scorreva pur poche ore innanzi nelle vene del penultimo
gonfaloniere della repubblica.
Ma la nefanda vista non cadde sott'occhio a Niccolò, che levava in alto
lo sguardo, affissandolo ora sul Marzocco che adorna la spalletta dello
scalone, ora alle pareti ed agli scudi scolpiti che le ricoprono, e
pensando ai valorosi uomini di cui erano, pensando all'antica maestà di
Firenze, si sentiva rinfrancar l'animo e le forze, e proponeva renderle
quell'ultimo omaggio che per lui oramai si poteva, mostrandosi a quel
passo degno veramente d'esserle figliuolo.
Salì dunque con andare stanco sì, ma non vacillante: fronte grave, ma
serena e sicura, e giunto sul pianerottolo su in alto, fu condotto per
un andito lungo ad una porta nana ed angusta nella quale, aperta dal
carceriere, gli convenne entrar tutto curvo. Era una segreta larga e
lunga otto passi, ove da una buca in alto si vedeva un po' di raggio di
cielo tra le sbarre di una grossa ferriata. V'era un lettuccio con un
sacconcello pieno di paglia trita, e che serbava l'incavo di chi v'avea
prima dormito. In terra una mezzina.
--Vedi se c'è acqua.--
Disse il carceriere ad uno de' suoi uomini. Quegli guardò, e rispose:
--È piena. Il Carduccio non ebbe sete, bisogna dire: neppur l'ha
tocca.--
Niccolò si scosse a quel nome, ed interrogava ansioso:
--Era qui forse?--
--Qui.--
--Ed ora dove l'hanno posto?--
--Donde verran' per esso il dì del Giudizio.--
Ed i birri uscirono, chiusero con rumore di chiavi e chiavistelli la
segreta, e vi lasciaron il vecchio allo scuro. Ritto com'era in mezzo
al carcere, alzò le braccia in atto di preghiera, e disse:
--Oh Francesco! tu compiesti il tuo sacrificio. Abbia in pace Iddio
l'anima tua valorosa.--
Poi brancolando trovò il letto, vi sedè; prese la mezzina, bevve pochi
sorsi, e determinò cercar riposo e sonno se avesse potuto, per far
quant'era in sè onde riprendere un po' di forze.
--Che questo mio corpo, quest'istrumento logoro, non abbia a farmi
vergogna al paragone!.... Ajutami Iddio nella prova che mi si prepara:
tu vedi l'anima mia, ma vedi insieme a che sian condotte queste membra
afflitte, infondi in esse tanto vigore che basti a condurle, senz'atto
di viltà, quei pochi passi che le separano dalla tomba.--
Si stese sul giaciglio, vi declinò il capo, e compostosi per dormire,
rimase immobile onde conciliarsi il sonno: ma com'era possibile che una
mente traboccante di mille pensieri, che un cuore così appassionato
potessero assopirsi? a tanto non basta pur troppo la sicurtà d'una
coscienza illibata, nè la veglia è frutto de' soli rimorsi. Com'era
possibile che trovandosi oramai al termine d'una lunga e travagliata
vita, piena di tante fortune, consumata tutta nell'ardente pensiero
della patria, non gli si schierassero ora dinanzi in lunga serie tutti
quanti gli eventi di tant'anni, i disegni falliti, gli improvvidi
consigli, i casi infine pei quali dopo tanti sforzi, tante agitazioni,
tanto sangue versato, Firenze era pur caduta sotto l'artiglio mediceo;
ed esso condotto.... a che? A farle l'ultimo ed inutile sagrificio di
poche ore di vita!.... e tanto lungo affannarsi, tante perdite, tante
sventure non avean potuto ottener altro dall'Eterna Giustizia?
Essa avea potuto consentire che gl'iniqui trionfasser de' buoni,
malgrado la loro imperturbata costanza a combattere, a soffrire,
a pregare? Malgrado le promesse di Fra Girolamo suo profeta? «Qual
tremendo giudicio! pensava l'afflitto vecchio, qual imperscrutabile
mistero dell'ira di Dio!.... E qual era, o Signore, la nostra mira?
pensava nell'amarezza del cuore. Quali i nostri ardentissimi desiderj.
Non eran forse stabilire il tuo regno? accrescer gloria al tuo nome?
Salvar la patria dalle mani dei tuoi nemici? Di quelli che per tener
più sicuro il piede sul collo di questo popolo non hanno altra via che
corromperlo ed affondarlo ne' vizj?.... Oh, quanto ho patito, quanto ho
pregato! Con che cuore ti diedi, Dio mio, la vita de' miei figliuoli!
Con che allegrezza t'avrei donata quella dell'ultimo che mi resta!....
Avrei visto l'ultima rovina della mia povera casa... Ma Firenze!...Dio
mio!.... perchè non salvasti Firenze?»
Questi dolorosi pensieri ravvolgendosi nella mente di Niccolò che non
potea, malgrado la sua tempra di ferro, non esser vinto ormai dalle
veglie, dalle fatiche, dalle agitazioni morali, lo vennero avviando,
senza che se n'avvedesse, verso una serie d'idee ancor più tetre e
sconsolate; e ne fu appunto cagione l'accasciarsi delle forze vitali.
La fede nella giustizia di Dio e nella sua bontà,... la fede nelle
profezie di Fra Girolamo, che a guisa d'un raggio celeste gli era stata
per tant'anni guida e conforto, la vide offuscarsi e sparire in una
tenebrosa caligine, piena di spaventi e di dubbi. Se in tutto quanto
ho sperato... in tutto quanto ho creduto per novant'anni, mi fossi
ingannato!
Questo tremendo sospetto sorse in quel travagliato cuore, quando
appunto avrebbe avuto maggior bisogno di trovar nella Fede argomento
e sollievo d'incorruttibili speranze: provò un brivido per l'ossa
(materialmente, non per iperbole) sentendosi uscir di pugno l'ultimo
filo al qual poteva ancora attenersi, come rabbrividisce chi, sospeso
per un valido ramo su un baratro profondo, lo sente all'improvviso
crocchiare e venirsi schiantando: o chi in nave battuta dal vento
o dall'onde vicino ad un'irta scogliera, vede strapparsi la gomena
dell'ultim'àncora di salute.
Un doloroso gemito uscì dal petto di Niccolò quando, non ostante i
suoi sforzi per chiuder la porta del cuore a pensieri di disperazione,
sentì che v'entravan terribili e ruinosi, come si versano i nemici in
una rocca difesa a lungo e combattuta indarno. Per la prima volta a
novant'anni sentì che cos'era spavento, parendogli veder crollare ad un
tratto le speranze di tutta una vita per questo mondo e per l'altro,
cercando invano nel presente e nell'avvenire un senso che non fosse
dolore, un pensiero che non fosse tenebre ed incertezza, e alzandosi
seduto sul letto, disse, levando le braccia al Cielo: _Deus meus quare
dereliquisti me?_....
Era ne' destini di Niccolò servir d'esempio sin dove possa su questa
terra giungere la sventura e la forza dell'uomo nell'ottenerne
vittoria. Colla tremenda potenza di volontà, ch'era stata sempre virtù
sua principalissima, volle cacciar quelle idee, e le cacciò: volle
averne d'un genere affatto opposto, e le ebbe, raccolse gli sfrenati
pensieri, e disse in cuor suo: «Chi son io per giudicare quell'ente
che fece me e gli uomini tutti, e cielo, e terra, e l'universo! Dir
ch'egli o non possa, o non voglia, o non gli caglia occuparsi d'ognuna,
benchè minima, delle sue creature, pesarne i meriti e le colpe, i
dolori e le gioje, perch'egli è troppo grande per iscender sì basso;
qual empia pazzia? Non sarebbe ciò appunto limitare la sua potenza,
volerlo rimpicciolire alla nostra misura? Le creature tutte non son
esse egualmente atomi, e nulla a fronte della sua immensità? Volgere
il sole e gli astri pel firmamento costa più forse alla sua mano che
dar forma e moto al minimo degl'insetti? Oh, Iddio grande, dacchè m'hai
pur creato, abbi dunque cura anche di me! Soccorri dunque quest'anima
immortale ora che sta per ritornare donde tu la movesti! Perdona i
dubbj di quest'intelletto, che è per tua fattura! Tu non gli desti di
poterti comprendere, ma, lo sento, tu m'hai posta nel cuore, compenso
a tutti i miei mali, bastante virtù da poter sperare in te, nelle tue
misericordie. Sì, mio Dio, io spero.... io confido nella tua bontà,
mi getto tra le tue braccia, nel tuo paterno seno, ove saprò forse un
giorno perchè in terra ebbi tanto a patire!....»
La speranza, celeste amica degli afflitti, scese così nel cuore del
povero vecchio, e vi sparse una nuova dolcezza, una quiete serena per
la quale si sentì riconfortar tutto. Gli parve essere già trasportato
in una regione alta e lontana dalle miserie del nostro mondo, sentirsi
sciolto oramai dalle passioni, dalle cure di esso, e trasfondersi tutto
nelle idee d'una vita migliore. Questi pensieri a poco a poco, senza
perder punto della loro soavità, si confusero, vennero acquistando
non so che di fantastico e d'immaginoso, chè lo stanco vecchio s'era
alla fine addormentato, e gli pareva vedersi dinanzi tre figure, tre
forme umane vestite di tonacelli bianchi, co' piedi scalzi, che gli
sorridevano, e parean godersi in un fuoco vermiglio ed ardentissimo,
che per ogni parte guizzando con mille rapidissime fiammelle le
circondava.
Quello che era nel mezzo cominciava a parlargli, ma le sue parole erano
come un'armonia dissimile ad ogni lingua terrena, ed incomprensibile
a Niccolò, al quale, riconoscendo Fra Girolamo, pareva prostrarsegli,
esclamando:
--O santissimo de' martiri, fa che il tuo servo t'intenda!--
Il frate allora, mutando voce e lingua, gli diceva:
--E vorresti intendere i misteri di Dio? Adorali, e spera.
S'adempiranno le mie profezie. _Florentia post flagella renovabitur_.
Ma non puoi sapere nè quale abbia ad essere il flagello, nè quanto
debba durare.... _sic dicit dominus_.... passeranno le generazioni ed i
secoli, poi sarà luce nuova e terra nuova, e quella patria che abbiamo
amata cotanto ambedue risorgerà libera, rinnovata.--
Il fuoco, i martiri, la visione tutta sparì: e Niccolò destatosi, e
stimando appunto visione divina il sogno che con apparenze sovrumane
gli avea ritratte quelle idee che avea sempre avute fisse nel cuore,
si sentì più che mai avvampare di quell'ardente carità di patria, di
quella fede inconcussa, che era stata l'anima del viver suo, e doveva
essere in morte l'unico suo conforto.
Iddio, che giammai non abbandona chi d'abbandono non è meritevole, avea
mandato l'ajuto quando appunto stava per isorgere maggiore il bisogno.
Un romore di persone e di chiavi si fe' sentire nell'andito vicino: si
riaprì la porta della segreta, entrò un tavolaccino con un torchietto,
poi alcuni birri della famiglia del bargello, e comandarono al vecchio
d'alzarsi e di seguitarli. Egli ubbidì, e preso in mezzo da costoro,
uscirono, e dopo un lungo ravvolgersi per corridoi e scalette vennero
alla porta d'una sala ove teneva ragione il nefando tribunale,
statuito, non a giudicare, ma a mandar alla morte i nemici del nuovo
stato, aggiuntovi lo scherno di un giudizio.
Era un camerone quadrato ed alto, mostrava dipinta nella facciata per
mano di Giotto una storia piena di figure di santi, sotto i quali il
pittore ritrasse molti de' più ragguardevoli cittadini dei tempi suoi,
tra gli altri, Corso Donati, Brunetto Latini e Dante Alighieri.
Sotto Pietro Leopoldo fu dato il bianco alla pittura. A nostri giorni
l'ugne de' prigionieri scortecciando quell'intonaco, la scoprirono qua
e là. Speriamo che si scopra del tutto, e che quel luogo pieno di così
onorate memorie, sia ridotto meno schifo che non è al presente.
Sotto la pittura era una spalliera, o banco, sul quale sedeano otto
giudici vestiti di robe pavonazze, ed avean dinanzi un lungo tavolone
ov'eran registri, scritture, calamaj, un involto, ed in quattro
candellieri altrettanti ceri accesi, chè ancora non era apparsa la
prima luce del giorno: e per due finestre strette, lunghe ed alte dal
suolo, poste a manca di chi entrava, ed aperte pel caldo, si vedean tra
le sbarre dell'inferriate scintillare le stelle.
Presso la porta s'intrattenevano mazzieri, birri, testimonj e
tavolaccini. In un angolo sporgeva dal muro una trave con una carrucula
in punta, e la corda del tormento. Un'immagine di Nostra Donna dipinta
accanto sulla parete, con una lampada accesa davanti, dovea forse colla
sua vista confortar le vittime: o piuttosto era ivi collocata per la
vecchia usanza degli uomini di usar le cose divine a tutelare le loro
ribalderie.
Quando entrò il vecchio sorse un leggiero bisbiglio tra que' ribaldi
che erano in sull'uscio. Alcuni si riposavano sdrajati lungo il muro,
chè a que' giorni il tribunale non avea avuto posa d'un momento. Uno di
costoro, stirandosi e sbadigliando, tutto svogliato diceva:
--Quando verrà l'ultimo di codesti uccellacci! che possiamo un tratto
andarci a dormire!....--
Niccolò venuto avanti, si fermò a due passi dalla tavola. Quantunque si
sentisse, come si può immaginare, parendogli che al cospetto di que'
nemici della sua patria, avesse egli il carico di sostenerne l'onore
colla presenza e colle parole: si tenne ritto più che poteva, e girando
lo sguardo, non arrogante, ma pure ardito sui giudici, nessuno potè
sostenerlo, ed abbassarono gli occhi o li volsero altrove.
Erano stati scelti costoro tra' più sviscerati amatori de' Medici,
o piuttosto tra quell'antica e mala razza, la quale, dacchè gira il
mondo, s'è trovata sempre pronta a porre la sua viltà a servigi del
partito vincente.
Era tra essi Baccio Valori (Dio ti benedica le mani, Cosimo de'
Medici!) v'era messer Benedetto de' Nobili, degli altri non accade dire.
Il presidente, volto all'accusato, l'interrogò:
--Il tuo nome, l'età, la patria?--
E Niccolò con voce sicura
--Niccolò di messer Cione de' Lapi, del popolo di S. Giovanni,
gonfalone del Leon d'oro, di anni 91.--
--Messer Benedetto, leggete l'accusa.--
S'alzò il Nobili, e tolto dalla tavola un foglio, lesse con volto, in
apparenza compunto, le seguenti parole:
«_In Nomine D. I. C., ac Beatiss. V. Mariae. Amen_ (ed il ribaldo
chinò il capo sin quasi sulla tavola che avea dinanzi), Hoggi addì.....
agosto 1530, è comparso dinanzi agli eccelsi signori Otto di Balia
della ciptà et repubblica di Fiorenza, Niccolò di Cione de' Lapi, et
accusato come per infrascripti testimonj, d'avere
I.º Sollevato et aggirato il popolo con frodi et macchinazioni, a
danno et vituperio di questo Stato, intromettendosi _clam, seu palam_,
nelle deliberazioni e nelle pratiche de' magistrati per contraddire
che la sopraddetta ciptà et repubblica di Fiorenza non iscendesse alle
giuste et honeste conditioni domandate da S. B. papa Clemente VII per
l'ill.^{ma} casa Medici, e pei cittadini Palleschi che aveano avuto
bando di rubelli dopo il 1527, et essere stato cagione principalissima
che si prolungasse la guerra con infiniti danni della ciptà et del
contado.
II.º _Item_ d'havere consigliata et favorita la deliberazione di
spogliare le chiese, cappelle, luoghi pii et oratorj degli ori,
argenti, gemme et arredi pretiosi, contro l'espressa proibizione
di S.ª S.ª et a danno gravissimo del clero, de' conventi et
della S.ª Catt.ª Chiesa, per sostentare le spese della guerra et
dell'abominevole ribellione contro gli ordini et le leggi antiche della
repubblica di Fiorenza, e contro la chiesa romana.
III.º _Item_ d'havere consigliato et confortato molti pessimi huomini,
alle ruberìe, arsioni et rovine delle ville di Careggi et altre case
dell'ill.^{ma} casa Medici, ed a far villania, e tagliar a pezzi papa
Clemente a' Servi e ad altre brutte insolenze[73].
IV.º _Item_ d'havere tenuto in casa sua culto empio et sacrilego alla
memoria di frate Hieronimo Savonarola arso sulla piazza di Palagio
come heretico ostinato, et scomunicato dalla SS.^{ma} memoria di papa
Alessandro VI, come appare dalla tonaca et dalle ceneri del sopraddetto
frate, quali sono presenti all'accusa, et havute dal sopraddetto
Niccolò in venerazione et tenute in casa, nella propria camera da letto
per farvi le sue divozioni, con iscandalo della famiglia, de' buoni
cristiani et disubbidienze alla S.ª R.ª Chiesa.»
Dalle quali accuse, ammoniti a dir la verità, e presone sacramento
sull'anima loro e sopra i SS.^{mi} Evangeli, seguono gl'infrascritti
testimonj....
E qui lesse una filza di nomi della più bassa canaglia, seguiti tutti
da una croce, perchè nessuno di costoro sapeva scrivere, poi soggiunse:
«Per le quali et per altre colpe et malefizj che si tralasciano, ma che
all'occasione potrebbero venir dimostrati, si richiedono gli eccelsi
signori Otto di Balia della repubblica et popolo di Fiorenza, facciano
giustizia del sopraddetto Niccolò di messer Cione de' Lapi, colla
condennagione alla pena de' traditori della patria; ad defensione de'
buoni cittadini ed delle leggi, et esemplo de' tristi, et malvagi. _Ad
Dei gloria. Amen_.»
Durante questa lettura un riso amaro era più di una volta apparso sulle
labbra del vecchio: venuta a fine, disse il presidente:
--Niccolò, tu hai udito:, confessi, o vuoi parlare in tua difesa?--
--In mia difesa? rispose il vecchio sorridendo, io non butterei il
fiato e le parole per questo: non vi conosco forse? non so io chi v'ha
posti a quest'ufficio? Chi m'ha fatto pigliare e menar prigione, contro
la fede de' capitoli della resa, che patteggiavano salve le vite e la
libertà de' cittadini?
--E vorreste ch'io pensassi a difendermi? No, non parlo per salvare il
mio capo: cada pure, e Dio volesse fosse caduto assai prima! non avrei
veduta la rovina di questa santa ed altrettanto disavventurata patria,
nè tanti tradimenti, nè tanta viltà.
--Ma parlo per l'onor di Firenze, perchè sempre, sinchè avrò libera
almeno la lingua ed il respiro, sinchè mi lascerete vivo, non udrò mai
vituperare e calunniar questo assassinato popolo, senza ch'io levi
il grido in sua difesa.--Io non l'ho nè aggirato nè sollevato con
macchinazioni, nè ho turbate le deliberazioni o le pratiche: ma in
casa, in chiesa, in piazza, per tutto, a viso aperto (come ha parlato
sempre Niccolò) l'ho confortato alla difesa della sua libertà, e me
ne vanto: chè Firenze è stata sempre città libera e di sua ragione,
ed i Medici e loro consorti, essi con macchinazioni e frodi tentarono
sottometterla, e se ne furon cacciati, fu fatto loro il dovere: ora
ritornano armata mano a calpestarla; Iddio l'ha consentito pe' nostri
peccati, ma l'infamia di traditori alla patria starà eterna sovr'essi e
non su noi.
--Gli ori e gli argenti delle chiese furon usati, ed avevam potestà
d'usarli dal papa stesso, che l'aveva concesso prima del 27 in
defensione dello stato de' Medici. O non è lecito adoprar que' tesori
ad uso profano, e neppur allora non dovean porsi a discrezione de'
laici; o è lecito, e furon adoprati santamente a sollevar la miseria e
salvar la vita a migliaja d'innocenti che morivan di fame.
--Dell'arsione di Careggi non parlo; ciò varrebbe soltanto a mia
particolar difesa, ed io non curo difendermi.
--Ma parlo bene, e protesto alla faccia di Dio e del mondo, contro le
vituperevoli bestemmie ch'io ebbi pure ad udire in offesa del santo
martire Fra Girolamo Savonarola, che non vi basta aver morto, non vi
basta averne disperse e battute in Arno le ceneri, se colle calunnie
non lo vituperate. E vi pensereste forse che vi venisse fatto? Che non
fosser note ed aperte al mondo le ribalderie, le frodi, le false accuse
colle quali procuraste la sua rovina voi Palleschi, cui facean vergogna
le sue virtù, le sue sante esortazioni? Che non sappia ognuno come fu
falsato il suo processo? Come ser Ceccone, notajo, che fu istrumento di
queste abbominazioni, per giusto castigo di Dio morì disperato? Ed una
scomunica fondata sulle calunnie avrebbe a tenere?.... Io non prestai
alle reliquie del santo martire culto che non si convenisse, ma le
tenni in casa con quel rispetto che era dovuto alle ceneri d'un santo,
chiarito tale da miracoli, in vita e dopo morte operati.--
Messer Benedetto a queste parole sciolse l'involto che era sulla
tavola, ne trasse la tonaca ed un sacchetto di seta trapunta d'oro
ov'eran le ceneri, e mostrandola a Niccolò, disse:
--E' basta che tu riconosca queste cose esser tue, e quelle medesime
che tu tenevi in camera in una nicchia, con accesa una lampada dinanzi;
quello che si debba inferir poi di codesto culto, e della validità
della scomunica no' lo sappiam ben noi.--
--Sì, ch'io le riconosco, e son mie, disse Niccolò prendendole e
baciandole con impetuosa effusione d'affetto, e ringrazio Iddio che
mi porge occasione di confessare a viso aperto il suo profeta innanzi
a voi suoi nemici! di confessare la patria innanzi a voi che l'avete
assassinata e tradita! Chi ero io, povero vecchio, da meritar di morire
per cause cotanto sante ed onorate? Ora fatemi il peggio che voi
potete, trionfi _potestas tenebrarum_, ma sappiate che Niccolò solo,
inerme, prigione in mezzo a voi, v'ha compassione, e che a voi toccherà
un giorno portargli invidia. Io dico e te, Baccio Valori.--
Disse alzando la mano e la voce verso di lui, che mezzo sbigottito si
scosse.
--Io dico a te! verrà il giorno che la morte di Niccolò ti farà
invidia: e non ch'io t'imprechi alcun male per quel che tu mi fai ora,
chè liberamente ti perdono, ma non perdona Iddio a chi fa alla sua
patria quello che tu facesti!--
--Orsù! disse Baccio troncandogli le parole, e facendo un risoluto
cenno a' mazzieri, a questo modo si porta egli rispetto al magistrato?
Ed il presidente, accennando anch'esso ai ministri, disse:
--Dacchè egli non vuol prender la buona via, e per arroto dice villania
al magistrato, egli è dovere collarlo. Tu t'hai a dolere di te,
Niccolò! Cancelliere, scrivete l'esamina.--