--Sì, son io, rispose questa avvicinandosi, e la sua voce, il volto,

l'atto della persona, assai mostravano in qual terribile travaglio

stesse il suo povero cuore. Son io, proseguiva, che ebbi un lungo....

orrendo pensier di vendetta contro Lamberto..... contro voi......

ma..... dissi a me stessa «che cerchi, sciagurata, da tant'anni? Trovar

chi non t'odii, non t'abbia in dispregio.... Trovar un cuore che t'

ami.. se non amore.... affetto almeno.... goder prima di morire, una

volta.... una sola volta d'una parola, d'uno sguardo amico. E speri

ottenerlo per questa via? ottenerlo colla vendetta?»....--

--Eccola quale è stata la mia vendetta!... Ditemi: Avrete cara almen

voi quest'infelice?... Posso sperarlo questa volta?--

Laudomia volle alzarsi e correr nelle sue braccia, ma le falliron le

forze e ricadde seduta, stendendo pur sempre le palme verso Selvaggia,

che si gettò con un grido di gioia tra esse, e le due donne rimasero

lung'ora avvinte in un caldissimo abbraccio.

CAPITOLO XXXVI.

Troilo intanto era sempre in terra: troppo superbo per raccomandarsi,

o scender ad atto alcuno di viltà, taceva ed aspettava la morte.

Fanfulla, e più di tutti Maurizio, si sentivan pruder le mani, ed avean

gran voglia di dargli lo spaccio e finirla; ma li rattenne il rispetto

di Lamberto, che tanto risolutamente avea comandato al servo di non

toccarlo. Questi però non potè tenersi che non gli dicesse, scrollando

in aria il dito verso di lui:

--Rincraziare, rineraziare messer Lamperte.... se non era mie patrone,

ti ora star già a pruciare giù con _der Teufel_.--

Troilo gli lanciò un'occhiata piena egualmente di rabbia e di sprezzo,

poi disse, senza guardar in viso nessuno in particolare:

--Vantatevi di quest'impresa. Quattro contro uno.... e coglierlo alle

spalle e sprovveduto.... è degna di voi.... Già sapevate che a darmi

tempo ch'io voltassi il viso non bastavan otto come voi altri a

fermarmi.--

--Sozzo ribaldo! gridò Bindo, e con una spinta allontanò Fanfulla, onde

Troilo rimase libero; prendi la tua spada, e s'io non basto solo, tu

non sei traditore.--

Troilo non ebbe appena tempo di rizzarsi e gettar la mano sull'elsa,

che già Maurizio e Fanfulla l'avean di nuovo afferrato.

--Tu sei pazzo Bindo, disse quest'ultimo, tu metterti con questo

ribaldo? Dove c'è Fanfulla di queste non ne succedono.--

In quella era entrato Lamberto; aveva udito il diverbio, e disse con

impeto:

--E perchè non avrebbe a succedere? non con Bindo... ma con me, che ho

più bisogno del sangue di costui, che non dell'aria per respirare; che

darei la vita per tagliarlo a pezzi, e non sono un ribaldo par suo da

voler vantaggio, o giovarmi della sorpresa.... del tradimento!--

--Ti facevo di maggior giudizio, Lamberto, disse Fanfulla, ed impugnata

la spada di Troilo la sguainò, ch'egli validamente tenuto per le

braccia non potea far contrasto, poi soggiunse:

--Codesta tua spada onorata lordarsi toccando quella d'un traditore!

S'io lo consento possa io far un'altra volta il mestiere a piedi....

possa rompere il collo com'io rompo questa lama.--

E puntando in terra la spada, la spinse, dandole un pò di volta, e la

fe' saltare in tre pezzi.

Lamberto avea perduto il lume dell'intelletto: gridò a Fanfulla, col

volto e gli occhi divenuti di fiamme:

--Tu fai da villan discortese.... ed, alla Croce di Dio, ch'io t'ho a

insegnare ad usarmi maggior rispetto.... e bollente d'ira arraffò la

spada dal fodero. Fanfulla non si mosse, non mutò viso o colore, non

fece atto nessuno, ed in quella Laudomia, retta da Selvaggia, comparve

sull'uscio, e gridò:

--Lamberto! vuoi tu farmi morire!--Il giovine s'arrestò, e volgendosi

ad essa, rimase in atto umile e confuso.

--A Troilo, proseguiva Laudomia, non sia tocco un capello.... non io

te lo comando, ma per mia bocca te lo comanda Iddio.... egli solo

conosce i delitti, egli solo può farsene giusto vendicatore. Io perdono

a Troilo.... e s'io gli perdono, chi vorrà vendicarsi di lui?....

Usciamo, e tosto, di queste disgraziate mura. Egli rimanga: sia chiuso

chè non possa nuocerci.... e quando potrà, non avremo, la Dio grazia, a

temer più di nulla.--

Lamberto intanto avea rinfoderata la spada: si accostò a Laudomia, le

prese la mano, e disse:

--Angiolo d'Iddio! sarà fatto come tu dici, nè più nè meno....

quantunque un giorno per avventura ce ne potremmo pentire.--

Volto poi a Maurizio, disse:

--Lega costui colle mani dietro le reni, che non si possa sciorre,

alla colonna del letto.... e andiamo. Domani, quando verrà gente a

disciorlo, noi sarem già lontani, e più di tutto sapremo che abbiam a

guardarci di lui.--

Poi volgendosi a Troilo, rimase un momento indeciso, quasi volesse

dirgli alcun chè: ma un tratto scrollò il capo con dispregio ed uscì

con Laudomia e cogli altri, lasciando il traditore legato in modo, che

senza ajuto era impossibile si liberasse.

Giunti appena nell'anticamera, Lamberto s'accostò a Fanfulla, e gli

disse, sorridendo e prendendogli la mano:

--Io ho avuto il torto, fratello, non rimaner adirato con esso meco.--

--Io non m'adiro mai con chi mi vien colla spada di fronte.... e tu

non saresti capace venir altrimenti.... ed anche a me, quand'ero

giovane, ad ogni mezza parola mi veniva sempre quella benedett'elsa

tra l'unghie... Orsù, non ci si pensi più, ch'io ti voglio più bene di

prima.--

Con tutte queste tribolazioni avean fatto la mezzanotte. L'ora era

opportuna per allontanarsi da que' luoghi senz'esser sentiti nè visti,

e per conseguenza senza lasciar traccia che potesse far indovinare

per qual parte avessero preso. Laudomia instava che si partisse, e

Selvaggia con Maurizio, trovata la stalla, sellarono i tre cavalli e li

condussero sul pratello innanzi alla villa.

Quando Laudomia volle moversi dalla sedia sulla quale s'era di nuovo

abbandonata, le sue forze mal corrisposero alla smania che provava di

torsi di quel luogo funesto. Se qualcosa dovesse recar maraviglia,

sarebbe ch'ella avesse potuto tanto resistere. Ma bene spesso si

vedon persone deboli, o pel sesso, o per l'età, o per la fisica loro

struttura, sopportar maravigliosamente travagli e spaventi, rette dalla

prontezza dell'animo, e dall'orgasmo stesso prodotto da un pericolo, da

un affetto, da una passione prepotente. Cessino queste cagioni, e la

natura spossata cade di tanto più bassa, quanto era maggiore lo sforzo

che la reggeva.

Così avvenne alla poveretta. Uscita di quel terribil pericolo,

trovandosi sicura ed illesa tra braccia amiche, tra quelle dello sposo,

del fratello, sentì per tutte le fibre diffondersi un gelo torpido, che

avea pure in se un tal che di dolce, e pel quale parea le si venisse

spegnendo il principio vitale. Quell'ultimo atto d'interporsi onde

Lamberto ritornasse in sè stesso e venisse a Troilo salvata la vita le

avea dato l'ultimo crollo; assalita da un ribrezzo di febbre che la

diacciava tutta; con una angoscia al cuore che ne rendeva violento,

incerto e disuguale il battito, si sentiva intorbidar l'intelletto, ed

occupar da confuse e dolorose immaginazioni.

--Oh! Lamberto, diceva pregando con voce spenta, mentre tentava invano

d'alzarsi, io sento offuscarmisi la mente... la vita se ne va... Oh!

prendimi in braccio.... portami altrove.... Son tua sposa.... è vero?

Non è stato un sogno.... posso morirti vicina, mi puoi ajutare....

reggere il capo.... Oh! potessi ricordarmi.... ma ho le idee così

scomposte! Mi desti l'anello in S. Marco.... son tua.... non è vero?--

--Oh! sì, Laudomia, amor mio, fatti cuore.... noi siamo sposi.... e tu

sei col tuo sposo....Iddio te lo diede e tuo padre, e non ti lascerà

più mai....--

--Oh! mio padre, dicevi....--

E la scena di Gavinana, il pericolo di Niccolò le si affacciava alla

mente senza che potesse distinguere se era cosa reale o soltanto

temuta; fatto accaduto, ovvero minacciato nell'avvenire.

--Oh Lamberto mio! diceva piangendo, dimmelo, se lo sai.... s'egli è

vero che lo volean prigione.... o forse.... già l'avrebber preso....

sarebbe al bargello.... lo porranno al tormento.... vi fosse ora?....

fosse attaccato alla fune. Oh, babbo, babbo! Oh, povero sventurato

vecchio!... Dimmelo, dimmelo se lo sai!--

E piangeva sconsolatamente, a torrenti, che avrebbe fatto pietà ai

sassi.

Lamberto fuor di sè si struggeva in proteste, affermando sull'onor

suo non saper nulla, e trovando mille modi, mille espressioni per

rassicurarla; Bindo, coll'impeto d'affetto d'un cuor buono di quindici

anni faceva altrettanto, e cogli occhi lagrimosi, si disperava temendo,

più grave che non era in effetto, il male della sorella. Maurizio,

che era venuto ad avvisare esser ammanniti i cavalli, vedendo il suo

padrone in tanti travagli per cagione di Troilo, non si sapea dar pace

avesse a rimaner vivo. Il buon svizzero smaniava, e mordendosi il dito

saettava di tanto in tanto sguardi stralunati verso l'uscio della

camera gialla, ov'era chiuso e legato il traditore, dicendo in cuor suo:

--Io non hafer mai pefute fine con messer Droile.... Ah, se mie patrone

dicesse: «Maurizie, ti far quel che pare migliore!»--

E seguitava a scollare il capo, chè secondo le sue idee non v'era

cagione che permettesse di nuocere a quelli coi quali s'era bevuto

vino, tanto era la sua riverenza per questo liquore. E perciò appunto

non avea voluto assaggiarlo la sera della riconciliazione: e se gli

altri avean perdonato, egli, per un istinto di fedeltà quasi canina (e

crediam che l'epiteto contenga un elogio) era rimasto implacabile.

Il sospetto che destava lo stato di Laudomia, benchè grave, non lo era

però al punto che non dovesse cedere a quello ben altrimenti maggiore

di sospettar quivi tanto che nascesse qualche impensato ostacolo alla

loro fuga.

Quando parve un po' racquetata, e dissipata in gran parte quella nube

che le avea per un momento offuscate le idee, Lamberto, e gli altri di

compagnia, la levaron di peso, e con grandissimo riguardo tanto fecero

che la misero a cavallo, ove, reggendola da ambo i lati, presero,

guidati da Selvaggia, la via del piano.

Ma dove ripararsi a quest'ora con tanti sospetti, tanti timori, tanti

nemici che forse li circondavano? Dove condurre quella poveretta, che

al più potea far qualche miglio, ma poi avrebbe corso rischio della

vita se non trovasse riposo od ajuto?

Monte Murlo sorgeva poco discosto. Lamberto e Bindo conoscevano il

Pievano, e negli anni scorsi lo venivan talvolta visitando dalla villa

che avea Niccolò poco lungi del Poggio a Cajano.

Presero partito d'andare a lui per la via più diritta. Come pratici del

paese, malgrado l'oscurità, l'ebbero presto rintracciata, e facendo

animo a Laudomia risolutamente vi s'avviarono.

Ma Selvaggia, che precedeva, fermandosi a un tratto, e percuotendosi

colla palma la fronte, esclamò:

--L'abbiam fatta grossa! e il famiglio di Troilo?... Michele?... è

rimasto nella villa.... libero.... nessun di noi ci ha più pensato.....

Dio sa che non abbia udito.... veduto tutto.... Dio sa che a quest'ora

non abbia sciolto il padrone.... e presto ci sia addosso con genti di

quel ribaldo d'jeri sera!...--

Fanfulla, senza dar tempo ad altro, gridò, volgendosi e riprendendo di

corsa la via fatta:

--Ci penso io, e non dubitate di nulla....--

E Maurizio, senza chieder a Lamberto licenza, corsegli dietro a gambe

quanto poteva.

Gli altri rimasero un momento sospesi: riflettendo poi che bastavano

all'impresa que' due, e non volendo assottigliar troppo a Laudomia la

scorta, seguitarono il loro cammino verso M. Murlo.

Mentre Fanfulla ed il famiglio tornavano addietro a furia per la

salita, ora correndo, ora di buon passo, a seconda che la strada era

rotta od agevole, nacque a Maurizio un'idea, che gli parve bellissima e

mirabile, e risolutosi di tentare il suo compagno, cominciò a dire, col

fiato grosso e tronco dall'affanno:

--Ah!.. mie... patrone... star... troppo... pone... troppa carità...

per... quel ripalde, traditore!... Non lasciar legato... ma

impiccato... e allora noi non dofer tornar indietro... non hafer più

paura.

--E così... avrei fatto, se stava in me... e non tanti perdoni... ma è

stata... madonna... che vuoi? le donne hanno il cuore senza pelo...--

--È stato... che mie patrone hafer pefute... ma Maurizie furbe, non

hafer mai foluto pefer fine con Droile... e poter adesso asciustar

tutto, se messer Fanfulle star contente.--

Fanfulla non capì gran fatto questa sottil distinzione del _pefer_ o

_non pefere_: ma correva, le parole gli costavano, avea altro pel capo,

onde non rispose, e così giunsero alla villa.

Trovarono il cancello aperto come l'avean lasciato. In quattro salti su

per la cordonata furon al portone, che non parea fosse stato mosso, ed

era rimasto rabbattuto. Entrarono, e fermatisi tutti ansanti a tender

l'orecchio, udirono che Troilo chiamava Michele con voce che facea

risonar le volte del castello, e tra una chiamata e l'altra mandava con

voce men alta, imprecazioni tremende, bestemmiando cielo ed inferno, e

l'ora ch'era venuto al mondo.

--Senti che moccoli attacca!.... disse ridendo Fanfulla; dunque, dacchè

uscimmo, non è stata mossa una maglia nel castello... ed ora siam qui

noi, e non sarà altro, se piace a Dio.... quel poltrone di Michele

si sarà messo a dormire qua su per queste camere... se va bene, avrà

bevuto jer sera, poi anche lui sarà stato stracco... ed il padrone ha

avuto tempo a urlare; non l'avrà sentito.., dev'esser così senz'altro.

Ora, prima d'ogni altra cosa, lasciami chiuder questo portone, chè non

se la colga mentre l'andiam cercando per la villa.--E chiuse a chiave,

come avea detto.

--Ora andiamo a cercarlo--soggiunse: ma venne fermato pel braccio da

Maurizio, il quale con un certo suo fare, che avea del furbo e del

minchione tutt'assieme, gli disse:

--Care Fanfulle! io pensar una cosa. Se messer Droile sortirà di

qui, lui poter far molto male a mie patrone, ora che brutte porche

Pallesche hafer victoria. Io hafer pensate puone rimedie. Noi impiccar

messer Droile, che star bestie più cattive... e pofere Michele lasciar

andare.... che non poter far male.--

Fanfulla si cacciò a ridere, e rispose:

--Sicuro, che più _puone rimedie_ di questo non c'è... e non ti credevo

un così bell'ingegno. Ma a dirtela non feci mai il boja, e non intendo

cominciar ora.--

--In mie paese, Fanfulla care, non pensar male così.... Manigolde dopo

tagliar cento teste star nobile.--

--La legge è bellissima, ma tra noi non s'usa.... e poi, non mi

sentirei forse voglia di divenire gentiluomo a quel modo.--

--Care Fanfulle, ti star solamente qui.... non ajutare.... lasciar

far Maurizie.... ma ti prometter non dire niente a mie patrone.... se

sapute! Pofere Maurizie!--

Fanfulla stette in due alcuni momenti: non ci si sapea risolvere

parendogli la cosa brutta; dall'altro canto pensava quanto quell'infame

meritasse la morte, e più di tutto di quanto pericolo fosse il

lasciarlo vivo, ora che alla volontà di nuocere (come avea benissimo

conosciuto Maurizio) s'aggiungeva, per la vittoria de' Palleschi,

il potere. Alla fine disse in cuor suo «un traditore di meno, poco

danno.... purch'io non ci metta le mani» ed avviandosi su per la scala

colla spada sguainata onde cercar di Michele; disse a Maurizio:

--Orsù, io vo a snidar quest'altro.... tu fa quel che il cuore

t'ispira.... io non ne vo' saper nulla... e non ne saprò mai nulla....

e non ti dico nè si, nè no.--

E presa la lanterna che era stata scordata, e ancora ardeva su uno

scalino, seguitò a salire zufolando sotto i baffi, e molto contento che

si fosse trovato chi, senz'essere rattenuto dalla viltà dell'impresa,

levasse pur dal mondo cotanto puzzo, e liberasse l'oppressa casa de'

Lapi da così pericoloso persecutore.

Maurizio, contento anch'esso di far le vendette del padrone, e levargli

questo bruscolo d'in su gli occhi, s'avviò alla camera, ove Troilo non

restava di tempestare, ed infilzar bestemmie da far venir giù le cappe

de' cammini.

Quand'egli udì metter la mano al saliscendi, credendo fosse Michele,

esclamò, schiumando dalla rabbia:

--Tu ci venisti pure, impiccato poltrone! scioglimi di qui ch'io t'ho

a....--

Ma in quella l'uscio s'apperse, ed invece di Michele vide entrar lo

svizzero con un viso, che gli fe' correr un freddo tra carne e panni.

Anco questi (quantunque la cagione fosse tutt'altra) si sentì scosso

alla vista di quel ribaldo.

Lo spavento, la rabbia, il lungo divincolarsi sperando giugnere a

sciogliere o strappar le funi, il gridar continuo e disperato, l'avean

ridotto a tale che nella persona e nel volto parea più fiera che uomo.

Chi avesse voluto rappresentar un'anima condannata alle pene eterne,

non l'avrebbe dovuta dipinger altrimenti: sfigurato, rosso, e quasi

pavonazzo il viso, molle di sudore, di schiuma, di lacrime rabbiose...

metteva paura. E Maurizio ne provò un tal ribrezzo misto di furore, che

propose quanto più presto potesse levarselo dinanzi.

Visto il trabocchetto che era rimasto spalancato, fece nuovo disegno.

Andò diritto all'apertura: scosse la fune, e conobbe quant'era profonda

quella buca. Pose mano alla corda, e cominciò a tirarla su: e tira, e

tira, e mai non veniva il capo. Troilo intanto, preso da un tremito, da

un orrore indescrivibile per ciò che gli si preparava, avea cominciato

a pregare, scongiurare, promettere, s'era gettato ginocchione per

quanto gli avea permesso la fune, poi, uscito di sè per lo spavento,

avea detto cose orrende, incomposte, senza senso, avea urlato, ruggito,

e Maurizio badava a tirar su la fune, non dicendo altro se non:

--Messer Droile, ti far acto de contrizione.... ti meritar di morire in

acqua!--

Alla fine venne fuori il capo della corda, al quale era attaccato un

gancio di pozzo tutto rugginoso ed imbrattato di melletta. Troilo

sfinito cadde bocconi, ma se smarrì le forze, per sua maggior sventura

non ismarrì i sensi.

Maurizio prestissimamente (chè aveva voglia di finirla, e l'abbiamo

anche noi) lo legò sotto l'ascelle colla fune del trabocchetto, tagliò

quella che lo attacava alla colonna del letto, e levatolo di peso

l'infilò in quella buca larga appunto abbastanza perchè vi potesse

capire.

Il disgraziato si sforzò, dibattendosi, d'ajutarsi, ma non gli venne

fatto, ed appeso alla corda che velocemente scorreva tra le mani di

Maurizio, si calò in quel profondo. Dopo un minuto la corda era al

termine: Maurizio la sfilò dalla carrucola e la gettò giù anch'essa, vi

gettò la berretta di Troilo, che era rimasta in terra, poi chiuse gli

sportelli, e tornato in cortile ad aspettar Fanfulla, s'inginocchiò, e

con quanta divozione potè, disse un _Miserere_ per l'anima di Troilo,

il quale non ebbe probabilmente laggiù così presta morte, che non

avesse tempo a far molte riflessioni, sulle quali lasceremo spaziare la

fantasia del nostro lettore.

L'ipotesi di Fanfulla circa il famiglio di Troilo aveva appunto colto

nel vero. Assai bene stracco delle veglie e della mala vita de' giorni

passati, era andato cercando nel piano superiore della villa una camera

fuor di mano ed un letto, sul quale sdrajatosi, s'addormentò, che le

cannonate non l'avrebbero desto.

Fanfulla, giunto a capo la scala udì alla lontana il suo russar

profondo, e guidato da quel suono, l'ebbe presto trovato. Gli fu

addosso prima che si risentisse, onde acciuffatolo con gentilezza alla

canna, Michele aprì gli occhi sbigottito, ed il primo oggetto che gli

s'offerse fu la punta d'una spada che gli faceva il solletico alla

bocca dello stomaco. V'era poco da replicare, onde senza far movimento

o difesa chiese la vita per Dio, che gli venne concessa a patti che

seguisse, o per dir meglio, precedesse il suo vincitore, il quale

standogli a calcagni lo fe' calare in cortile.

--Oh! che fai costì in ginocchioni?--disse Fanfulla alquanto

maravigliato di veder Maurizio in quel momento a cotale occupazione.

--Far piccole tifozione per anime di pofere messer Droile--rispose il

servo a mezza voce, onde Michele udendo non s'insospettisse.

--Non si può negare che non abbi buon cuore.... Ora dunque andiamcene,

col nome d'Iddio.--

E legate le mani a Michele con una fune che veniva ad avvolgersi ad una

delle gambe, onde non potesse fuggire, uscirono, e l'avviarono innanzi

drizzandosi tutti verso M. Murlo.

--E così, com'è andata?--domandò Fanfulla, che si moriva di curiosità

di saper che fine avesse fatta quel maladetto.

--Io dirò, care Fanfulle!... ma prima ciurare ti non dir mai niente a

mie patrone!.... peccato ti non star gentiluome!... mi allora domandar

ciuramente da gentiluome...--

--Non te ne curare, fratello: che lo fossi anco, sarebbe meglio ch'io

ti facessi un giuramento da uom dabbene... chè de' gentiluomini romper

la fede se n'è veduti parecchi, e degli uomini dabbene nessuno... ed

io, come tale, ti do la mia fede che non lo dirò a persona viva.--

--E mi star sicure puone Fanfulle. Messer Droile non impiccate. Pensava

risparmiar strada per andar da _der Teufel_, e mandato giù, giù, giù,

poi gettar dentro anche berretta.... così domani non trovar più....

credute andato fia... e nessuno sospettare niente.--

--Non l'ha pensata male!--disse Fanfulla, e seguitando a camminar di

buon passo giunsero assai presto, alla pieve di M. Murlo, ov'eran già

ricoverati i compagni, e dove Laudomia, alla quale era per istrada

cresciuto il male, avea almeno trovato un letto ove stendere le sue

membra sfinite, e tutti gli ajuti d'una cordiale e premurosa ospitalità.

Ma per dir pienamente delle sventure che percossero la famiglia de'

Lapi, ci convien ora ritrovar Niccolò, che lasciammo avviato verso

Firenze.

Povera Firenze! Noi c'ingegnammo alla meglio narrar i mali che

oppressero una delle sue famiglie, e pensare che mill'altre ne

soffrirono altrettanti e forse maggiori! Quante spose rimaste vedove!

quanti bambini orfani e derelitti! quanti vecchi orbati de' loro

figliuoli ebber a strascinar gli ultimi giorni nella solitudine e nel

pianto! Quante anime forti e generose fiaccate dalle lunghe miserie

dell'esilio si spensero inutili e dimenticate!

Pensare poi qual trista pianta mettesse le barbe tra quelle rovine!

quali velenosi frutti portasse per le susseguenti generazioni che

nacquero e morirono inonorate all'ombra sua pestilente!

Oh! ma convien por mente ad una cosa, e questa ci consolerà di tanti

danni; ci mostrerà che i patimenti d'un intero popolo non furono

gettati, e furon impiegati anzi ottimamente. Servirono a fermare

stabilmente le cose di Carlo V in Italia, a mantenerlo in possesso

della Lombardia, che per 200 anni potè così dormir in pace tra

le braccia della Spagna. Servirono a procacciar per altrettanti

ai Napoletani la giusta ed amorevole tutela d'un vicerè Spagnolo.

Servirono a far sì, che i soldati dell'impero, senza doversi guardar le

spalle, potessero invitarsi talvolta a pranzo alle tavole de' Francesi,

e sfamarsi qualche giorno alle spalle de' borghesi e de' contadini

Provenzali o della Sciampagna.

Servirono insomma a molte belle ed utili cose; ed ove i Fiorentini le

avessero potute prevedere, si può immaginare se ciò avrebbe servito a

consolarli; ma per disgrazia non eran profeti.

CAPITOLO XXXVII

Eran sonate le quattr'ore di notte quando Niccolò, circondato dalla sua

scorta, si fermava dinanzi ai battenti chiusi di porta al Prato.

La sentinella di guardia sulla torre gridò il _chi va là?_ in tedesco;

chiamò nell'istessa lingua il suo capitano, che salito ov'era il

soldato, incominciò in cattivo italiano un dialogo con messer

Benedetto, ed a grandi stenti riuscì pure a capire esser costoro quelli

ai quali avea ordine da Malatesta d'aprir la porta a qualunque ora

fossero giunti.

Dopo un poco la porta s'aprì lenta lenta: entrò la compagnia, e

passando tramezzo ai lanzi s'avviò verso borgo Ognissanti.

In 90 anni di vita era stata questa la prima volta che Niccolò avea

udito soldati a guardia delle porte di Firenze parlar lingua barbara e

ignota. Se avesse avute le mani sciolte, le sue orecchie non avrebbero

ricevuto quel suono, che amaramente lo scosse, come si scuote lo

schiavo ad un'improvvisa e dolorosa strappata della sua catena.

Camminarono innanzi per le vie oscure, deserte e silenziose, che davano

a Firenze l'aspetto che ebbe forse la Necropoli degli egiziani, la

città delle tombe; e giunti in piazza, potè Niccolò vedere il portone

di Palagio, le sue scalere, la ringhiera ove si trattavan un tempo le

cose del popolo, tutto ingombro di soldati stranieri che dormivano.

Questo bestiame spagnolo e tedesco russava buttato sulla nuda terra in

mille diversi e strani atteggiamenti.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 45 / 51 段