--Eh! non c'è altro che metterla nel camerone giallo, dove stava la

nonna di messer Baccio, almeno così ho inteso dire da certi vecchi

qui intorno.... anzi, dicon che ci si sente[71].... io per me non

m'avvidi mai di nulla.... è vero ch'io non ci dormo, e sto nella casa

del contadino qui un pò discosto. Pure raccontano una certa diavoleria

di questa signora a' tempi di Cosimo il vecchio, d'un pievano che

veniva per casa, e un bel giorno scomparve, e voglion che per gelosia

costei lo chiudesse giù in una fossa ne' fondamenti; e da una gola

di trabocchetto che metteva in camera sua gli calava con una fune un

pò di pan muffito, e poi non gli calò più nulla.... e tant'anni dopo

devon averlo trovato con le mani tutte rosicchiate, secco, stirato come

la camicia d'una cicala.... e ora dicon che la notte di S. Giovanni

li vedon tutt'a due a far il giro del ballatojo sotto i merli, e poi

tombolano giù in quella fossa.--

--Poco male se non c'è altro, che di qua a San Giovanni c'è tempo.

Ora dunque pensiamo a racchiuder costoro, e raccapezza qualche cosa

da dar loro mangiare, ch'io non intendo usar con essi come la nonna

col prete.... saette! non vorrei io pure, quando fossi morto, aver a

ballar il trescone su pe' merli con esso loro alle coste.--

--Oh! dunque son prigioni da trattarsi bene--domandò lo sbirretto con

un certo fare, che mostrava con quanta indifferenza avrebbe eseguito

l'ordine di stringer loro il collarino.

--Cioè, rispose Troilo volgendosi a Selvaggia, tre di costoro, sì.

Il quarto, questo mio compagno ne farà il piacer suo, e.... se si

trattasse....--

--Oh! per me è tutt'una, rispose presto l'altro per levare a Troilo

l'incomodo di spiegarsi.... sapete come si dice, sto coi frati e zappo

l'orto.... quel che m'ordinerete, tanto farò, nè più ne meno.--

--Uomo più comodo non si potea trovare a stamparlo apposta, disse

Troilo avviandosi, preceduto dal custode che gl'insegnava la via.

Michele cogli altri, non conoscendo i luoghi, s'era fermato aspettando

su un pratello avanti la villa; raggiunto da Troilo e da Selvaggia, si

disposero finalmente ad entrare in casa.

Ma qui, non per la smania delle descrizioni, ma per l'intelligenza

di quanto abbiamo a narrare, bisogna dir qual fosse questa villa, o

castello, che lo vogliam chiamare: come ognun sa, le ville di que'

tempi avean dell'uno e dell'altro.

La pianta dell'edificio era un quadrilatero più lungo pel verso della

facciata che sui fianchi: voto nel centro, ov'era il cortile circondato

da un portico: in un angolo, il pozzo con due colonnelli di sasso,

ed un architravetto in traverso dal quale pendea la carrucola. La

facciata, tutta di dadi di travertino, non avea che poche finestre

a grandi distanze, con ferriate di rete così stretta che vi sarebbe

passata una mano malvolentieri. Al portone, alto un uomo e mezzo da

terra, si saliva per quattro rami di cordonata che s'intersecavano, e

sui quali crescevan vigorose ed intatte ortiche, pruni e mill'altre

erbacce: la porta di quercia, tutta vestita di piastra di ferro,

fermata con grandissimi aguti, al di sopra verticalmente una torre

poco più alta del resto della casa, e la cima d'ambedue guernita d'un

ballatojo retto da archetti e coronato di merli ghibellini.

Entrando, vaneggiava sul capo l'interno della torre, e dall'alto,

ov'era un soppalco, avrebbero all'occorrenza, potuto i padroni di

casa fare a loro grand'agio la chierica a chi intendesse venirne a

loro con una visita importuna. L'aspetto di codesta villa, quantunque

trasformato dalle ispirazioni michelangiolesche d'un architetto del

600, serba tuttavia molti indizj dell'antica struttura. La pianta

dell'edificio è la medesima: la torre sopra il portone tosata de'

suoi merli, serve all'orologio. I travertini della facciata rimangon

visibili ancora sugli angoli, e persino nell'ultima camera del

terreno a sinistra è ancora letto e mobile di seta gialla, come se la

prescrizione v'avesse dato l'esclusiva ad ogni altro colore. Picchiando

poi intorno per le pareti, ci venne udito in un luogo un suono di

vôto, Forse era costì il trabocchetto, ma non lo vogliamo asserire.

Troilo, prima d'introdurre i suoi prigioni, volle cogli occhi suoi

proprii veder i luoghi; disse a Michele che soprastesse alquanto,

chè costoro, bendati e legati, non sapendo se fosser guardati da

pochi o da molti, non pensavan a moversi. Lo sbirretto mise a tentone

un'enorme chiave nella toppa, che per la ruggine vi si sforzò dentro un

pezzo scricchiolando prima che aprisse. Aperse alla fine ed entrò il

custode con Troilo e Selvaggia: prese una lanterna, che avea lasciata

accesa in un angolo, e volto a man manca salirono quattro gradini ed

entrarono nel quartiere che solevan occupare i padroni: dapprima era

un'anticamera piena di ritratti di famiglia; quali in lucco, quali in

corazza, alcuni in vesta da prete; in una delle pareti una rastrelliera

piena d'arme in asta, di spade, e d'arnesi da guerra: poi una gran sala

di ricevimento, in ultimo la famosa camera gialla parata di dommasco

giallo (per quei tempi era gran lusso) letto a colonne ritorte di

noce scuro, e casse e seggioloni e stipi, insomma, mobile di tutta

l'eleganza del quattrocento.

Quando v'entrarono videro, al lume della lanterna, svolazzar pel

soffitto e per le pareti molti grandissimi pipistrelli. Disse lo

sbirretto con istizza:

--Maledetti! escon di qua dentro!... se non voglion chiudere questi

sportelli!--

Ed accennò un'apertura nel muro a modo d'armadio, poco lontana dal

letto, sotto la quale era un inginocchiatojo. Troilo accostandovisi,

s'accorse che non era un armadio, ma piuttosto somigliava ad un pozzo.

Su in alto pendeva una puleggia colla sua corda che si perdeva in quel

buco, d'onde saliva al viso il vento fresco ed umido che esce dalle

cantine, con un tanfo di muffa e di terra umida, e scuotendo così un

poco quella corda, udì un picchiar cupo di cosa soda che percuotesse

contro le pareti, e pareva venisse di mezzo miglio sotterra. Si

volse alla sua guida, che spalancate le finestre badava a cacciar i

pipistrelli, e disse sorridendo:

--Qui forse stava l'amico?--

--Costì, costì... per quel che dicono.--

--E dove riesce questo pozzo?--

--Chi lo sa? A buttar la casa sottosopra forse si troverebbe; chè

in tutte le cantine e ne' sotterranei non si trova segno d'uscio, o

d'altro passo che entrasse qui sotto. E poi, un giorno volli veder

quant'era lunga la corda.... Eh ehei! va giù due volte, a dir poco, più

del piano delle cantine.--

--Oh! non dici che quel tale fu trovato dopo molt'anni.--

--Son cose che si dicono da questi vecchi.... ma chi l'ha vedute?

nessuno.--

In quella altri pipistrelli uscendo dal pozzo batteron coll'ali e nel

petto e nel viso a Troilo, che arrestandosi, con ribrezzo si ritrasse,

e presi i due sportelli li richiuse con forza, tanto che pur rimasero

a luogo; vide allora che erano dipinti ed ordinati in modo da formare

un dittico nel quale eran due santi, ed una sottil colonna che li

divideva avea servito a nasconderne con molt'arte la commettitura,

quando i battenti non erano, come adesso, tutti fessi ed imbarcati.

--Oh! oh! disse Troilo: dietro la croce c'è il diavolo, come dicon

gli spagnoli.... e qui, dietro i santi, c'era il pievano!.... Orsù,

lasciamolo dove sta e pensiamo a noi. Qui dunque per la gentildonna.

Sta bene.... ma.... che cos'è là su quella tavola? bravo, Vanni mio....

vino, frutte... Lo sai che sei un gran valentuomo.... se fossi papa ti

farei cardinale. Ora andiamo a veder il quartiere per quest'altri.--

Lo sbirretto, dopo aver acceso due lumi, che lasciò quivi, riprese la

sua lanterna, ed avviatosi innanzi ritornarono in cortile. In faccia

al portone era nel fondo una porta nana, alla quale si scendeva per un

incavo fatto nel suolo. Aperta anche questa con qualche difficoltà,

il terreno seguitava in pendìo, pochi passi, per una specie d'andito,

pel quale vennero in un luogo a volta, spazioso, che girava sotto

il portico, dal quale ricevea la luce per mezzo d'aperture quadre a

livello del lastrico, chiuse da buone spranghe di ferro. Qui eran

botti, legnami, travi, attrezzi, un pò di tutto.

--Se voglion fuggir di qui.... padroni--disse lo sbirretto; nè Troilo o

Selvaggia, dopo aver guardato e girato quanto era lungo il sotterraneo,

poteano muover dubbio sulla sicurezza d'un simil carcere.

--Sei contenta? disse Troilo alla donna; io ho aggiustato i fatti miei:

da buon compagno, vo' che tu aggiusti i tuoi.--

--Per me son contentona. E volgendo l'occhio in giro disse, battendo il

piede: «Qui per Dio, sarò io padrona!.... Qui la cortigiana si potrà

maledirla; ma riderne, ma schernirla!....»--

--Brava Selvaggia! mi piaci... e quasi quasi.... sto per dir che

t'invidio... e pure, anche la parte mia non è da buttar tra la

spazzatura! ma aver un nemico che ve n'ha fatte di quelle che dico

io!... averlo seguitato alla lunga... appostato... e finalmente... c'è

perdio!... l'ho in mano, sotto i piedi... è roba mia! lo posso far

morir in dieci anni, in un attimo, come voglio! e nè cielo nè inferno

me lo posson levar di mano.... Eh! t'invidio; ti invidio.... sappine

godere.... chè a pochi capitan queste venture.--

--E così farò, disse tra' denti Selvaggia: poi accostatasi a Vanni

gli disse--Tre di costoro li legherai qui a diritta voltato l'angolo

del muro, tantochè non vedano quell'altro... ti mostrerò poi quello

che avrai a legare qui a manca a quell'anello, costà tra quelle due

botti.... ha' tu inteso?--

--Ho inteso.--

--Ora andiamo per essi--dissero ad una voce Troilo e Selvaggia, ed il

primo soggiunse:

--Chè tu ed io ce li siam molto ben guadagnati... d'una cosa però son

curioso--disse Troilo fermandosi--di veder domattina che cosa hai

saputo fare dì bello. Al tempo de' tuoi antichi le donne del popolo

eletto ne sapean trovar delle nuove in fatto d'ammazzar cristiani....

non foss'altro, che quella gentildonna che mise un chiodo per

l'orecchio a quel capitano che dormiva in casa sua.--

--Ed io, rispose Selvaggia, d'un'altra cosa son curiosa... di saper

domani che modo avrai tenuto a far che quella bellezza, quell'angiolo,

s'innamori d'un par tuo.--

--Per dirtela com'è... ora che viene il buono.... mi trovo più

impacciato ch'io non pensava. Con questo maladett'assedio... e star

sempre tra' frati e l'archibusate, mi sono scordato come si principia

per dir quattro paroline ad una bella giovane. Non c'è peggio che star

fuori d'esercizio! Oh! che le si dice ora a quest'altra? Pensa come

sarà invelenita!... e sperar che dia retta e tenerezze! sì, aspetta!...

Eh! mi ci proverò.... a ogni modo di qui nessuno ci caccia, e abbiam

tempo d'avanzo, e se volesse intender la via agevole, l'avrei caro....

in cose d'amore la forza guasta tutto.... Se poi non volesse capir

la ragione.... allora poi.... dovrà dir mio danno, ed a tant'altre

sarà accaduto di peggio... e, per dirne una, ti ricordi di que' tuoi

maggiori della tribù di Beniamino.... e della moglie di quel loro

pievano.... vo' dir, levita.... Be'.... non istette peggio costei?--

Troilo tirava per le lunghe con queste chiacchiere, attraversando

senza fretta, a passo a passo, il cortile. Venuto al punto di doversi

mostrar senza maschera ad una creatura così nobile, così elevata, che

s'era avvezzato a veder cotanto venerata da tutti, e che con un suo

sguardo l'avrebbe atterrato, si sentì goffo, impacciato, provava un

inesplicabile sbigottimento: eppure retrocedere non poteva. Che avrebbe

pensato di lui Selvaggia? Che avrebber detto i suoi amici, ai quali

tosto o tardi dovea venir notizia del fatto?--

Era destino di questo ribaldo d'esser pervertito, e reso sempre più

scellerato da una vanità sciagurata. Per guadagnar tempo e rinfrancarsi

meglio gli spiriti, ne pensò un'altra. Volto allo sbirretto, gli diceva:

--Senti, Vanni, penso una cosa.... codesta gentildonna che aspetta

costà fuori.... tu già a un di presso avrai capito.... ch'ella non

è qui con noi di sua voglia... non vorrei andare a lei così subito

a brutto muso.... ci fosse una donna.... non avresti mai moglie per

caso?--

--L'ebbi: ma a Ceppo[72], farà l'anno, che 'l Pievano è venuto per

essa.... e qui non v'è di femmina che la chiave del portone.--

--Non c'è rimedio--disse Troilo tra' denti; poi ad alta voce:

--Faremo senza: ora andiamo.--

Chiamò Michele, e gli disse:

--Condurrai qui madonna; quand'avrà scavalcato, la condurrai in quella

camera che vedi laggiù in fondo. Le farai animo, le dirai non dubiti

di mal nessuno, e toltale la benda, la lascerai sola.... e qualunque

cosa ti domandasse non le risponderai a nulla. Quand'esci chiudila, e

portami la chiave.--

Selvaggia allora volta allo sbirretto, disse:

--E tu conduci costoro costà sotto, e legali come t'ho insegnato.--

Fattasi poi sul ballatojo innanzi al portone, gli mostrò Lamberto, ed

aggiunse:

--Costui è quello che devi legare in disparte tra le due botti....

Però, aspetta che si sia dato assetto alla donna.--

Michele scese sul pratello, e preso per la briglia il cavallo di

Laudomia lo menò sotto il portone, e colla voce più melata che potè, le

disse:

--Madonna, siate contenta scavalcare ch'io son qui per ajutarvi.--

--Oh Dio! abbi pietà di me!... di noi, disse la poveretta sollecitando

ubbidire, per fuggire appunto d'esser ajutata. Quando fu in terra,

Michele la prese per la mano, dicendole:

--Non temete di nulla; nessuno vi vuol offendere.... venite con me....

badate.... son quattro scalini.... ora è tutto piano.... venite pur

liberamente....--

E condottala nella camera gialla, dopo due minuti uscì, chiuse l'uscio,

e diede a Troilo la chiave, dicendo:

--Par più di là che di qua.... e se non trovate modo a consolarla....

la vedo e non la vedo!.... che non fosse come cert'uccelli, che in

gabbia non voglion mangiare, e dopo due ore stiran l'ale, ed escon de'

guaj.--

Troilo non rispose, ma fece l'atto impaziente di chi ode cosa che gli

dia noja.

Venne allora lo sbirretto conducendo i quattro legati; quando furon

dentro, chiuse il portone, e poi li condusse dove gli era stato

ordinato, e poco stante ricomparse anch'esso, e consegnando a Selvaggia

la chiave, disse:

--È fatto. Ora volete che si mettan qualcosa sullo stomaco, m'avete

detto? Lasciatemi arrivar sin a casa.--

Uscì. Dopo un quarto d'ora tornò con un paniere, e disse:

--V'ho tenuti a disagio.... abbiate pazienza.... ma è un pò lontano

dov'io sto.--

E portata la provvigione ai prigioni venne a domandar a Troilo se gli

occorreva altro.

--No, rispose questi, va, e domattina lasciati rivedere a levata di

sole.--

Lo sbirretto diede loro la buona notte con un sorriso espressivo, e

disse:--Chiudetevi, e mettete la stanga, chè in questi paesi seminan

fagiuoli e nascon ladri. Poi se n'andò pe' fatti suoi, e i due rimasti

misero la stanga al portone: guardandosi allora in viso, disse Troilo:

--Se non siam sicuri qua entro, pazienza!--e mettendo un lungo respiro:

--Oh! ci siamo: a noi Selvaggia, e ognun pensi a' fatti suoi.--

Egli s'avviò alla camera di Laudomia, essa al sotterraneo, colla chiave

in una mano, e nell'altra la lanterna dello sbirretto.

Quando fu entrata, Fanfulla, che la credette il carceriere, le disse:

--Ohe maestro! tu ci porti da rodere, e ci lasci colle mani legate!

credi tu che noi becchiamo come i piccioni?--

Selvaggia non rispose, ed andò diritto ove Lamberto s'era seduto in

terra, pensando muto e disperato a Laudomia, e pregando Iddio che

l'ajutasse, la salvasse Egli, dacchè si trovava di non poterla in

nessun modo ne ajutar nè salvare.

Selvaggia, fermataglisi dirimpetto, alzò la lanterna tantochè le

illuminasse il viso; poi disse:

--Son io!.... Mi riconosci Lamberto?--

A Lamberto, riconoscendola, cadde il cuore in terra: uscì poi di

speranza del tutto, ricordandosi qual fosse costei, come si fosser

lasciati l'ultima volta, e tutto doloroso, disse in cuor suo:

--Oh Dio! Dio! che Laudomia è in mano di questa furibonda!....--

Non ardì parlare, non sapendo che dirle, e temendo far peggio, e la

guardava con occhio pieno d'ansia indescrivibile.

Selvaggia depose in terra la lanterna: intrecciò sul petto le braccia

quasi per comprimerne l'ansar frequente che appariva malgrado la

corazza e con voce che penetrò il giovane sin nelle midolle, disse:

--Ti ricordi, giovane, di qual amore t'amò Selvaggia dal giorno che

ti conobbe?.... ti ricordi, in riva al Po quella notte, con quante

preghiere.... e furon umili, Lamberto!.... ti chiese, non amore, chè

se ne stimava indegna, ma un pò di compassione?.... Te ne ricordi?....

Gliel'accordasti? No, gliela negasti.... s'adirò Selvaggia? ti

maledisse? no. Ti benedisse e s'allontanò, nè più ti dette noja

pensando, io non son degna neppur di tanto.... La povera Selvaggia

non uscì perciò di speranza. Senza che tu il sapessi, o te ne potessi

avvedere, s'informò di te, seppe dove andavi, ti tenne dietro, ma

non ti si accostò più mai sino a quel giorno della battaglia, quando

vide una picca spinta a passarti il cuore.... e non avevi rimedio

sai!.... Te la riparai col petto, ed il gelo di quel ferro che

m'entrava nelle viscere mi parve una delizia..... tu eri salvo ed io

finivo di patire.... così credei allora.... Disgraziata! non avevo

neppur cominciato! Travolta in mare, poi moribonda nella sentina

d'una galera... poi nel lezzo d'un ospedale.... poi nel fango d'una

strada.... poi a strascinarmi inferma per miglia e miglia... sotto

la pioggia, al vento, al freddo.... colla fame.... lo stento.... e

sempre avanti, e sempre a sperar in te.... non amore.... lo sai....

te l'ho detto.... ch'io non son pazza quale mi credi.... non amore,

ma pietà.... ma una parola, uno sguardo di compassione. Giungo a

Firenze, m'adopro, m'ingegno in mille modi; soffro, aspetto.... alla

fine ti trovo.... sai come tremavo a cominciar a parlare.... mi pareva

essere innanzi ad un Iddio.... e mi facevo piccola... umile... mi

mettevo sotto i tuoi piedi.... E tu avesti cuore.... non ti vergognasti

d'oltraggiarmi.... Ma come non te ne vergognasti?....--

E la poveretta colle mani tese verso Lamberto, rimase immobile e muta

alcuni secondi.

--Tu mi facesti il peggio che tu potevi: m'avessi uccisa.... ti

ringraziavo, ti benedivo..... ma tu m'hai vilipesa, sprezzata. Volli

mostrarti che si può odiare, uccider Selvaggia, ma non isprezzarla.

Volli vendetta, e l'ho cercata, ho passato i giorni, ho vegliate le

notti per ordinarla; e l'ho alla fine.... Laudomia o qui.... tu sei

qui.... tutti siete in poter di Selvaggia, della cortigiana, del

rifiuto del mondo, di quella che tutti calpestano, che tutti odiano,

che non ha trovata mai anima, mai cuore... neppur quello del padre...

che le donasse un affetto...--

Qui strappò dalla guaina il pugnale, che Lamberto credette volesse

piantargli in cuore, e sopraffatta dalla passione, proruppe in un

pianto desolato, dicendo:

--E neppur ora potrò ottenerlo!....--(Ed intanto tagliava le funi che

legavan Lamberto).

--Neppur così, dandoti vita, libertà, salvando Laudomia che ami, potrò

impetrar quella mia prima preghiera, che tu m'abbi cara come il tuo

veltro, come il tuo palafreno?--

E mentre con voce non più severa, ma umile e supplichevole, finiva

queste parole, Lamberto sciolto dalle funi, s'era, con impeto di

gratitudine, di pietà, d'ammirazione, prostrato a' suoi piedi, ed

abbracciando gli stinieri della donna, esclamava con voce interrotta:

--Angelo salvatore!....--

Selvaggia levò al cielo le palme tremule per la gioja, apparì sul suo

volto un'espressione tutta nuova, pura e serena, e disse:

--Dio di misericordia!.... finalmente ti benedico anch'io.... ti

ringrazio d'avermi creata....--

E rimasta così immobile, e quasi estatica alcuni momenti, lasciò cader

le braccia, e soggiunse, quasi parlando a se stessa:

--Avevo tanto patito!....--

Riscossasi a un tratto, disse, risoluta e con prestezza:

--Su, Lamberto, non è tempo da perdere. Sappi che Troilo dopo avervi

traditi tutti, ha fatto scellerato disegno su Laudomia, ed è con essa

in questo castello. Non v'è dubbio che noi non arriviamo in tempo.

Egli non volea usar la forza se non agli estremi. Andiamo a scioglier

quest'altri, e tutti insieme corriamo a liberarla.--

E mentre parlava se n'era andata con Lamberto nel fondo del sotterraneo

ov'eran i prigioni legati e sollecitava tagliar le loro funi,

mentr'essi sbalorditi, nè sapendo che pensare, con confuse e frequenti

parole, ora ringraziavano, ora interrogavano, e Lamberto anch'esso

prestissimamente lavorando li veniva sciogliendo, e diceva, affannato e

contento:

--Vedrete.... saprete poi.... è un angelo mandato da Dio.... presto,

presto.... che quel traditore non ci può fuggire....--

E diceva loro di Troilo, de' suoi disegni, e ch'egli era quivi con

Laudomia.... tantochè, non appena si trovaron liberi, si slanciarono

tutti in truppa fuor del sotterraneo, col cuore pieno d'indegnazione

contro quello scellerato, e senza pensare o curarsi ch'erano disarmati,

correvano per isbranarlo coll'ugne e co' denti. Ma la fortuna avea

pensato a provvederli, ed entrati nella prima anticamera s'accorsero

della rastrelliera piena d'arme, ed ognuno ne prese una, il solo

Lamberto, senza arrestarsi o pensare ad altro, s'era con Selvaggia

gettato all'uscio della camera gialla, che Troilo, lontano d'ogni

sospetto, non avea chiuso che col saliscendi.

Aprirlo, slanciarsi su Troilo, afferrarlo pel collo, averlo sotto i

piedi, fu per Lamberto cosa d'un attimo.

Il traditore, al punto ch'erano entrati, si trovava a mezzo la stanza,

discosto da Laudomia, la quale stava sul davanzale del trabocchetto

aperto, in atto di volervisi buttare, ed assai appariva, che lo

sciaurato, perduta ogni speranza di venir a capo del suo disegno

in altro modo che colla violenza, avea ridotto, quell'infelice a

quest'ultima disperata difesa.

Intanto, e quasi subito, eran accorsi i compagni, e Maurizio alzava una

mezza spada sul capo al caputo, e l'avrebbe morto, se non che Lamberto

gridò:

--Fermo, Maurizio!--

Ed il servo calò il colpo in terra ritraendosi con istizza.

Per alcuni momenti nessuno profferì parola. Il traditore spaventato,

anelante, colle luci degli occhi fuori del punto, pallido come la

morte, era sempre stramazzato e tenuto ora da Fanfulla ora da Bindo.

Lamberto l'avea lasciato per correre a Laudomia, che di seduta ch'ella

era s'era lasciata cader ginocchioni, e bianca come una statua di cera,

alzava gli occhi al Cielo per ringraziarlo, e lo ringraziava col cuore,

chè colla voce non poteva la poveretta.

Lamberto le s'inginocchiò accanto, ed essa gli si abbandonava sul

collo. Rimase così un momento tra 'l sì e il no di venirsi meno.

Selvaggia arrecò del vino ch'era sulla tavola; Laudomia ne bevve un

sorso, e dopo un poco le ritornò sulle guance il color della vita.

--Sei salva amor mio!--le diceva Lamberto, e le fibre del suo volto

tremavan tutte per la piena dell'allegrezza.

--Oh andiamo, per l'amor di Dio!--disse Laudomia con voce spenta,

chè la vista di quei luoghi, e di Troilo le metteva troppo ribrezzo:

e sollevandosi a stento, ajutata da Lamberto e sorretta anco da

Selvaggia, si tolse di là, e con mal sicuri passi si strascinò nella

camera vicina, ove lasciandosi andare sfinita su un seggiolone, posava

le mani su gli omeri di Lamberto che le stava a piedi, guardandolo con

ineffabil espressione d'affetto. La povera Selvaggia, a passi indietro,

si veniva ritraendo, e che provasse in cuore a quell'ora lo pensi il

lettore. Disse Lamberto:--E lo sai chi m'ha liberato, chi ti ha salvata

la vita e l'onore? Costei... quella di chi t'ho parlato... quella che

avevi tanto nel cuore... Selvaggia.--

--Oh!... È Selvaggia costei!...--

Disse riscuotendosi Laudomia; e in un subito le ricorse alla mente

tutta la sua miserabile istoria, pensò all'angoscia che dovea provare

a vederla a quel modo con Lamberto, ritrasse le braccia con moto

istantaneo e quasi timido, e giungendo le mani in atto di preghiera, le

si volse con viso che implorava perdono, dicendo:

--Oh Selvaggia!.... Io non potevo saperlo!....--

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 44 / 51 段