Niccolò gli lesse in fronte scritto il suo peccato, notò sui volti de'

soldati un riso di scherno, che pareva dicesse: «di lui non istare in

pensiero!» Gli si squarciò il velo che gli avea tanto lungamente celata

la verità, e questa gli si rivelò alfine nuta e tremenda. Stese le

braccia e le mani, legate a' polsi da una ruvida fune, e con voce che

schiantò il cuore persino di que' ribaldi che l'attorniavano, disse,

guardando Troilo:

--Ed era un traditore!.....--

Nel suono di queste parole, nel modo di pronunciarle, nell'atto del

misero vecchio, fu tanta e così dolorosa effusione di verità, che,

persin lo ripeto, ne' cuori di que' rozzi e feroci sgherri sorse un

senso di compassione.

Ma Lisa, la povera Lisa, quasi uno strale di fuoco le fosse penetrato

nelle carni, si strappò dalle mani di quelli che la tenevano, colla

forza nervosa e convulsa d'una disperata passione, e scagliandosi verso

il padre gridava:

--Perchè traditore? come?.... chi può dir traditore il mio Troilo? Che

ha egli fatto?....--

E non potendone correre in traccia, che era stata tosto ripresa e

fermata da quelli cui era fuggita, si gettava innanzi colla persona,

col capo, cercando cogli occhi il marito, e pur seguitando a ripetere:

--Oh! traditore poi!.... traditore il mio Troilo!... Oh babbo! perchè

dir quest'orrore?.... ed in questi momenti?--

Alla fine anch'essa lo vide, ed era sempre al luogo, e nell'atto, e col

viso medesimo, e quell'impressione che n'avea ricevuta Niccolò, quel

pensiero, quella certezza istessa invase la Lisa, che provò il brivido

della morte all'aspetto di quel ceffo sfigurato, e dovette torcerne il

volto turandosi colla mano gli occhi, ma non pertanto vincendo tosto

quel primo moto, e ritornando a sperare, gli diceva piangendo, senza

guardarlo, se non tratto tratto alla sfuggita:

--Oh Troilo!.... vieni.... parla.... non senti? non udisti?.... Perchè

star là ritto?... che mistero c'è sotto!.... Oh Troilo, Troilo!

possibile che la tua Lisa disperata non ottenga pur una parola?...--

Ed alla fine, con impeto d'indicibile smania, esclamava:

--Ma sciagurato! dì almeno che è vero!.... che sei traditore.... uscirò

almen d'incertezza!....--

Per sola risposta, Troilo si strinse nelle spalle, s'allontanò, e

presto si confuse colle ombre della notte.

Lisa si fece bianca e fredda come un marmo, le cadder le braccia, e

disse anch'essa:

--Era un traditore!....--

E lasciandosi andare come morta a piedi di Niccolò, colle fronte sulla

terra, diceva con voce spenta:

--Ed io, scellerata, son cagione di tutto!--

--È vero pur troppo!--

Rispose il vecchio; ed i soldati cui riusciva oramai troppo grave esser

testimoni di cotale scena, si mossero conducendo i prigioni verso la

casa d'onde poco innanzi erano usciti.

Mentre camminavano, Maurizio, che veniva accanto a Lamberto, gli disse

sottovoce con un sospiro:

--Ricortare quella sera! Io ticeva non pefere! Non pefer fine per far

pace con messer Droile!.... Star tratitore! Hafefa racione pofere

Maurizie?--

E Lamberto:--L'avevi pur troppo!--

Ricondotti così alla loro casa, Niccolò fu rinchiuso in una camera,

le giovani in un'altra, ed in una terza gli uomini, guardati

diligentemente da molti armati finchè venisse l'ora d'avviarsi tutti

verso Firenze.

Il colpo era fatto: Niccolò preso, ed il capitano di questa nobil

fazione, messer Benedetto de' Nobili, che nascosto dietro le spalle de'

suoi avea gridato: «voi siete prigioni del papa» perchè non s'era fatto

innanzi, perchè non s'era mostrato? Perchè il codardo non avea avuto

ardire d'affrontare lo sguardo di Niccolò, come neppure a Troilo n'era

bastata la vista. Sia lodato Iddio, che al cospetto di certi uomini,

la fronte de' ribaldi venduti ai potenti, dovrà, sinchè duri il mondo,

cader sempre nel fango!

Ora che i prigioni eran rinchiusi e ben guardati, nè v'era il rischio

d'incontrarsi con loro, entrarono in casa i due traditori, ed era con

essi Selvaggia, alla quale non ci regge l'animo apporre l'istessa

taccia, sin che non abbiano i suoi portamenti palesato interamente

l'animo suo. E ad ogni modo, che non si perdona ad un amor come quello

che la consumava, e che piuttosto dovrebbe dirsi delirio, furore o

pazzia? Tanto più se si ponga mente al lungo e disperato soffrire

di quella poveretta, all'offese, agli scherni, allo sprezzo, che

era stato il solo suo pane (se è lecita l'espressione) dacchè avea

aperto gli occhi alla luce, il cuore agli affetti? Pur troppo cotali

anime entrando nel mondo recan seco loro i semi d'eroiche virtù e di

tremendi delitti. I casi, gli uomini ne' quali s'imbattono, suscitano

l'une o gli altri. Quindi virtù o vizio, felicità o sventura.

Sappiamo qual parte fosse toccata a Selvaggia, che votato il calice

della sventura sino alla feccia dovea morir nello strazio, se una

potente speranza non l'avesse tenuta viva, quella della vendetta. Per

questa sola essa sosteneva la vita, pensava, agiva, si moveva, da

quella terribil notte, ove sulla strada d'Empoli avea per l'ultima

volta veduto Lamberto: l'avea pensata, combinata alla lunga nel segreto

del cuore, nel silenzio delle notti senza sonno, nelle lunghe ore ove

o fosse in quiete, o in trambusti, tra la moltitudine, o lontana da

tutti, era sempre sola con quel suo perenne ed immoto pensiero, che le

splendeva alla mente quasi torbida stella in un'immensità tenebrosa.

Volea vendetta, l'infelice! E l'avea a suo grand'agio meditata, e poi

scelta quale, raro o mai, fu immaginata da cuore umano; l'avea, per dir

così, nutricata, e con mille cure, mille stenti, condotta al punto di

vederla compiuta. Il momento era giunto.

Intorno alla tavola sulla quale era ancora non tocca la cenetta

apparecchiata pei poveri presi, sedettero messer Benedetto, Troilo e

Selvaggia. Il primo, per guardarsi il meglio che poteva dai rischi che

avrebbe forse incontrati in quest'impresa, s'era tutto inferrucciato

di maglia, e di pezzi d'armatura, con un petto ed uno schienale, che

sulle spalle e sotto l'ascelle, per virtù di buone coregge, eran venuti

bene o male a congiungersi e star a dovere: ma ai fianchi, con tre

braccia in giro di pancia, erano stati scherzi a volerli far entrar

nell'incastro, e rimanevano aperti, lontani un palmo l'un dall'altro,

tantochè sui lati gli sarebbero stati di poca difesa. Ora poi, pel

disagio, pel caldo che era grandissimo, benchè fosse notte, il ribaldo

vecchio non ne poteva più e gli pareva d'aver indosso una montagna. Si

cavò una cervelliera tutta bozze e rugginosa, e colle guance pallide e

vizze, s'asciugava il sudore, gonfiando le gote e soffiando. Selvaggia,

coperta del lucente arnese d'un uomo d'arme, non dava segno veruno di

stanchezza: teneva i gomiti sulla tavola, e soprappensiero la veniva

scheggiando con un coltello che s'era trovato sotto mano. Troilo,

armato alla leggiera d'un picciol giaco, aveva un viso livido ed uno

spavento negli occhi che metteva ribrezzo. Ma volea parer franco; parer

più franco ribaldo del suo compagno, ed arrabbiava in cuore, vedendo

che costui non mostrava sul suo viso di collo torto, verun'altra

alterazione se non quella prodotta dalla fatica e dal caldo. Alfine,

conoscendo che il suo aspetto lo tradiva, s'attaccò ad un fiasco,

bevette, e pensando di volger la cosa in ischerzo, levò una risata

grandissima, e che troppo appariva studiata, dicendo:

--Sapete che mi vien in capo, messer Benedetto?--vi ricordate quella

notte alla buca di S. Girolamo, quando vi toccai sul groppone con

quelle funicelle... e fu per isbaglio, vedete!... buon per voi allora

se foste stato come siete adesso, con quell'arme indosso che parete un

paladin di Francia!--

--Così ci fuss'io ora alla buca, e non fossi qui:--rispose il vecchio

ipocrita, che al contrario di Troilo, non provando senso veruno

d'umanità, si studiava di simularne l'apparenza, con quella diversità

che corre tra il birbone novizio ed il matricolato.

--Queste scene mi fauno male! proseguiva con un viso compunto.... Quel

povero Niccolò! quella povera famiglia!....--

Poi con un gran sospiro:

--Ah! la ragion di stato è pur la terribil cosa! Ed il servire ad essa,

servire alle leggi ed all'ordine costa di gran sacrifici!--

La presenza di Selvaggia e di alcuni soldati, che ritti sull'uscio

guardavan l'entrata, persuase forse il Nobili a parlar così. Ma aveva

da far con Troilo, che rifacendo il suo viso, la sua voce ed il suo

sospiro, rispondeva:

--Eh! vi compatisco, povero messer Benedetto! Sono una gran cosa que'

bei sacchetti di ducati di sole.... voglio dir le leggi, e l'ordine

e la ragione distato.... mi scordo nulla? il Nobili si scontorse e

fece a Troilo cenno coll'occhio, quasi dicesse: «costoro ci odono» e

chiedesse mercè. Ma Troilo, che si sentiva in quel momento pieno d'un

inesplicabil veleno, come accade a chi è costretto odiare e sprezzar

sè stesso, ed avea bisogno di darsi un qualche sfogo, proseguiva con

perfido riso:

--Messer Benedetto mio caro! vo' siete già stracco e rifinito come un

asino d'un mugnajo, e volete torre quest'altro disagio di tenervi sul

viso quella maschera d'uom dabbene.... E se vedeste come siete sudato!

vi goccian le gote come una pentola risciaquata! voi v'ammalerete. Già

è inutile, vedete. Fate come fo io: sono un ribaldo, e lo dico. Sono

un traditore; e che perciò! E gran capitani e re e papi e imperatori

lo sono altrettanto e peggio, quando non trovano altra via. Fo i

fatti miei come posso anch'io, e chi ne vuol venga avanti. Dico bene,

Selvaggia?--

Ed alzandosi, non più col viso piacevole e in solo scherzo, ma a un

tratto mutato in un piglio rabbioso, fedel ritratto dell'inferno che

avea nel cuore, passeggiava pel salotto, e diceva, mezzo fremendo:

--Io non posso patir questi bacchettoni.... questi serpenti colla

faccia d'angeli.... chi gli abbia a saper grado di cotesta fatica, non

si sa, nè Cristo, nè diavolo certo!....--

E seguiva a passeggiare sbuffando e brontolando tra' denti.

Selvaggia, poco o nulla gli badava. Il Nobili, mezzo sbigottito di

quell'ira così subita e senza cagione, gli diceva, guardandolo con

maraviglia:

--Oh! che cosa c'entra ora quest'adirarsi?--

Troilo gli si volse come una vipera; poi, tosto avvedendosi quanto

quella sua rabbia desse in non nulla, e lo rendesse ridicolo, scoppiò

in una grandissima risata sguajata e convulsa, e versando al Nobili

un bicchier pieno colmo di vino glielo presentò, canterellando una

canzoncina; il vecchio lo accettò, dicendo:

--Va, va che n'hai un ramo!--e bevette.

Entrò in quella Michele, il famiglio di Troilo, che era venuto colla

squadra guidata da messer Benedetto, dicendo:

--C'è su vostra moglie....--

--Ci mancherebbe quest'altra! che avessi moglie!--disse Troilo ridendo.

--C'è dunque M. Lisa che non si sa più come farne bene! è buttata in

terra come uno straccio in un angolo, cogli occhi fissi, stravolti,

pare smemorata, e bada a dire che vuol voi, che vuol parlar con voi, e

non le si può cavar altro di bocca, e la sorella e la fante le stanno

d'intorno, ma pare che non capisca, e non senta, e non si può conoscere

che mal le abbia preso.--

--Le ha preso il canchero, che Dio ti dia, ribaldo poltrone!--disse

Troilo avventandosi col pugno chiuso al servo, che presto si ritrasse

ed uscì, e Troilo gli seguiva a gridar dietro:

--Chi t? ha detto di venirmi a rompere il brutt'impiccato! son io

medico o speziale? Son atto forse a guarir le donne del mal di corpo?

Maladetta l'ora che mi venisti tra piedi? È curiosa quest'altra....

Michele, Michele!--- gridò sempre più invelenito, e Michele ricomparve.

--Di' a lei, e di' a tutti coloro lassù, che noi facciamo quel che

ci è stato ordinato da' nostri maggiori.... e ce ne duole insino al

cuore.... ma non si può fare altrimenti.... e va all'inferno.... e

non esser più ardito di capitarmi d'innanzi se non ti chiamo. Michele

sparve, e Troilo ricorse al fiasco. Il disgraziato voleva uscir di sè,

per cessare un momento il tormento insoffribile che lo rodeva. Bevette,

tacque, stette un poco sopra pensieri, poi a un tratto, disse con

ismania:

--Si può saper almeno che ora sia? Che notte eterna! non v'è oriuolo

sul campanile, non batton mai l'ore in questa maladetta terra?--

Un soldato ch'era sull'uscio, disse:

--Alle corde v'hanno impiccato quattro Cancellieri per contrappeso, ed

ora toccano in terra co' piedi, e l'oriuolo è fermo.--

Cert'altri soldati, che dormicchiavano buttati sulla paglia nel

cortiletto, risero, borbottarono non so che motteggi, e tutto di nuovo

fu silenzio. Il lume che ardeva sulla tavola s'impallidiva, e si facea

piccino per mancanza d'olio.

Messer Benedetto s'era accomodato in un angolo, e fattosi con un

pastrano un po' di guanciale, russava, e russavan molti in cortile, per

le scale e per istrada, chè era quell'ora presso l'alba in cui è più

invincibile il sonno. Selvaggia, col capo tra le mani, non si sapea se

vegliasse o dormisse. E Troilo, che col bere avea sperato cacciare i

pensieri tremendi che l'infestavano, gli avea invece, e di giunta, resi

più incomposti e spaventosi, si sentiva la mente turbata e sconvolta da

mille strane ed enormi immaginazioni, per le quali gli parea vedersi

passar innanzi gli occhi mille paurose e sfuggevoli forme, che gli

empievano l'animo d'un nuovo e puerile terrore.

La quiete che l'attorniava, la torbida luce della lucerna morente, lo

funestavano: drizzava con istudiata violenza il pensiero ai guadagni

che avea sperati dal suo delitto, pensava: «domani a quest'ora avrò

quello che ho tanto desiderato, avrò Laudomia, potrò farne il piacer

mio! poi i Medici mi faranno grande, ricco, vivrò splendido ed

onorato!» Ma queste immagini a un tratto avean per esso perduto ogni

colore, ogni vita, non altrimenti che se fossero state fallaci larve,

evocate da un genio malefico soltanto per allucinarlo e trarlo al

delitto.

Arrabbiava vedendo messer Benedetto dormir riposato, e pensava: «Egli è

pur maggior ribaldo di me! Non è più bravo di me, non ha più animo...

eppure... eccolo là, russa come un majale, come avesse condotta a fine

un'opera santa!»

In ultimo, impazientito, rabbioso di trovarsi cotanto vile, diceva:

«Eh, via, ella è pur la gran fanciullaggine! pensiamo a metterci in

via, e col sole spariranno quest'ubbie di femminelle» ed accostandosi

risolutamente al Nobili, lo tirò pel braccio, dicendo:

--Animo! non è più tempo di dormire, e bisogna dar ordine ad avviarsi.--

Il vecchio si risentì, e mettendo il respiro lungo lungo due o tre

volte, stropicciandosi gli occhi, e dicendo: «ohi! ohi!» nel primo

moversi, chè la mala positura e la pressione dell'arme l'avean tutto

indolentito, pur si rizzò, e presto fu interamente desto.

Selvaggia anch'essa, che in tutta la notte non avea mai profferita

parola, s'accostò, e sedette alla tavola con loro; i soldati si

svegliarono, i cavallari si diedero ad ammannire le bestie, ed intanto

una arietta fresca e montanina, che, entrando per la finestra, spense

l'ultimo raggio della lucerna, annunciava vicina l'aurora.

--Orsù, disse Troilo, ho pensato che i prigioni gli avviamo innanzi

accompagnati da' nostri uomini e da que' villani Panciatichi. A voi

non piaccion le scene.... avete detto. A me non piaccion piagnistei.

Noi verremo dietro col nostro comodo, già la montagna è sicura da'

Cancellieri, e non v'è dubbio di nulla. Quando sarem verso Prato,

voi, messer Benedetto, v'avvierete a Firenze, e ne menerete con voi

Fanfulla, Bindo, Maurizio e la Lisa colla fante, che rimanderete

a casa, al fatto suo ho già provveduto. Non le mancherà pane. Son

gentiluomo, e so quali modi si debbon tenere... Selvaggia ed io

prenderemo a man manca, e andremo alla villa di messer Baccio con

Laudomia e Lamberto,--con ambedue abbiamo a discorrere.... e non

dubitare Selvaggia, che di vendetta io te ne satollerò, purchè ad ogni

accidente tu mi tenga il fermo.--

--Di questo non istate in pensiero, rispose con parlar tronco la donna:

poi riprese, ma se date retta a me condurrete con noi anche Fanfulla

cogli altri due invece di mandarli a Firenze. Se vi vanno, saranno

messi in libertà probabilmente, chè il reggimento vuol Niccolò e non

loro, ed appena sciolti, loro primo pensiero sarà mettersi in traccia

di noi. Sapete che anime sono.... Fanfulla pel primo... io ve lo volli

avvertire.--

--E troppo facesti bene! Oh! vedi, pazzo ch'io ero, non v'avevo posto

mente! e se non eri tu potea succeder una bella danza. È vero che essi

son quattro, e noi con Michele tre: ma essi son legati e senz'arme, e

noi armati.... potremmo condur con noi uno o due di questi soldati...

ma... a dirtela.... meno siamo e più l'ho caro.... ed in certi casi,

quando si può far a meno d'aver testimonj, è sempre meglio... No, no,

soli tra noi! Eh, diavolo, sarebbe una vergogna!.... Ehi, Michele!

(gridò chiamandolo) portami dell'acqua!.... non so.... mi sento

stonato.... che sia quel maladetto vino... mi sento un'arsura!....

sarem fuori una volta di queste maledette mura!--

Venne l'acqua, bevve, e si rinfrescò il viso, ed intanto i loro cavalli

erano comparsi all'uscio. Troilo, il Nobili e Selvaggia si misero in

sella, e lasciato l'ordine agli uomini d'arme ed a Michele del modo

che dovean tenere nell'avviare i prigioni, voltarono per le strette vie

di Gavinana in un luogo fuor di mano, di dove potean scoprire quando

questi si fossero messi in istrada, con animo poi di venirli seguitando

alla lontana.

CAPITOLO XXXV.

La strada che da Pistoja conduce a Firenze, passando per Prato, si

mantiene quasi sempre a breve distanza dal piede di quella catena di

monti, che chiude a tramontana la valle dell'Arno. I molti gioghi

che si diramano dalle vette sassose ed aride dell'Appenino, scendono

a grado a grado sino alla pianura, formando dapprima dirupati e

tortuosi burroni, poi fresche vallette ombreggiate da folti castagni, e

s'allargano alla fine in ondulate convalli ricche d'ulivi e di vigne,

tra le quali biancheggiano, sparse per la costa, ville e casali. Le

falde di cotesti gioghi, che s'estendono quali più quali meno nel

piano, ora si perdono insensibilmente con un dolce pendìo, ora a guisa

di promontorj vi si scoscendono con angoli risoluti. A tre miglia da

Prato, sovra un poggetto isolato, sta M. Murlo, castello degli Strozzi,

d'onde messer Filippo e Baccio Valori, alcuni anni dopo l'epoca che

trattiamo, furon condotti, questi al boja, quello al carcere, che aveva

co' suoi danari ajutato edificare, e dov'ebbe al fine volontaria tomba.

Così (in questo mondo, se non nell'altro) saldarono il conto che aveano

colla patria tradita da loro.

Passato M. Murlo, s'interna verso i monti un largo seno a guisa

d'anfiteatro, e vi siede nel fondo, assai bene elevata sul piano, la

villa che allora era di Baccio Valori, oggi della famiglia Tempj,

nominata il Barone. A quel punto della strada maestra, d'onde si

comincia a scoprire M. Murlo, giunse la compagnia che conduceva Niccolò

cogli altri prigioni, l'indomani della loro partenza di Gavinana

quando, già tramontato il sole da una mezz'ora, si spandean per l'aria

i tocchi delle campane, che ora di qua, ora di là, nelle circostanti

terre, sonavan l'avemaria. Quali pensieri sorgessero ne' cuori de'

nostri afflitti all'udir quel suono, può immaginarlo chi è capace di

sentir la soave ed affettuosa bellezza di questi versi:

Era quell'ora che volge il disio

De' naviganti, e intenerisce il cuore

Lo dì ch'han detto ai dolci amici addio.

E che 'l novello pellegrin, d'amore

Punge, s'egli ode squilla di lontano

Che paja il giorno pianger che si muore....

Ed all'orecchio dei nostri traditi quel suono dovea sembrar compianto

di ben altre sventure!

Camminavan taciti, stanchi, il vecchio e le donne più degli altri, per

la lunga via, per il materiale disagio, e per le agitazioni del cuore;

e da quelli che li conducevano eran tenuti scostati gli uni dagli

altri, cosicchè neppure avean il conforto reciproco degli sguardi e

delle parole.

Troilo, che veniva indietro con messer Benedetto, parendogli giunto il

tempo di separarsi, si fermò con Selvaggia, e, dato un cenno del quale

era d'accordo co' suoi uomini, si fermarono anche costoro tenendosi in

mezzo Laudomia, Lamberto, Maurizio, Bindo e Fanfulla; Niccolò, la Lisa

e M. Fede proseguiron, senza avvedersi di nulla, verso Firenze, ed il

Nobili, punto il ronzino, presto gli ebbe raggiunti.

Troilo, che non voleva i suoi prigioni sapessero ov'eran condotti, avea

dato a Michele gli ordini opportuni, cosicchè non appena fermati, ebber

bendati gli occhi; furon fatti smontare (salvo Laudomia alla quale si

contentarono di coprir gli occhi) ed i loro cavalli venner condotti

da uno di que' ribaldi alla truppa che andava innanzi con Niccolò.

A queste operazioni, che non presagivan nulla di buono, i prigioni

non fecer contrasto, non opposer difesa. Che potean essi fare? Avean

le braccia strette sul petto da funi avvolte a molti giri, e neppur

vollero far allegri i loro nemici con impotenti furori. Tacevano, ed

aspettavano la morte, chè al certo credettero si volesse lasciarli

scannati in un qualche fosso. Sentirono invece mani che, tastandoli

per la persona, tentavano le funi, ne stringevano e raddoppiavano

i nodi. Coi capi delle corde vennero poi legati tutti insieme, due

innanzi, due dietro: una voce gridò _camminate_! e s'avviarono. Michele

conduceva a mano il cavallo di Laudomia. Alcuni uomini della compagnia

eran rimasti per ajutare questi apparecchi: finiti che furono, Troilo

gli licenziò, e anch'essi se n'andarono e raggiunsero i primi.

Troilo co' suoi, giunti dopo un cinquanta passi al ponte alle Troje (è

brutto il nome, ma non è colpa nostra) ove, per condursi al barone,

conveniva lasciar la strada maestra, e passato il ponte, prender a

mancina per una via stretta, Troilo, dico, ordinò a Michele che,

fermati i prigioni, desse loro due o tre giravolte, onde perdessero

la direzione, ed il medesimo fu fatto al cavallo di Laudomia. Poi

rimessisi in via, dopo un'ora di cammino giunsero al cancello della

villa. Era notte chiusa affatto.

Due grossi mastini udito il calpestio si gettarono con furore alle

sbarre ringhiando e latrando, ma una figura comparsa di dentro entrò

tra loro e 'l cancello, li cacciò a calci, dicendo, con voce bassa e

concitata «Alla cuccia Grifone!...in casa subito. Alano!» ed i cani

brontolando nella strozza pur si ritrassero. Fu aperto il cancello,

entraron tutti, ed i bendati udiron il suono tronco e sonante de'

battenti che si richiudevano. Seguitarono innanzi, ed intanto Troilo e

Selvaggia si fermarono con quello che gli avea introdotti; custode ora

della villa, malandrino un tempo, salvato dal padrone dalla taglia del

capo.

--Benvenuto Signoria! disse costui, messer Baccio m'ha mandato un uomo

apposta per avvisarmi che voi venivi, e ch'io v'avessi ad ubbidir in

tutto. Comandate dunque. Io intanto ho apparecchiato il meglio che

potevo. Ma in questi luoghi c'è da star male. V'adatterete.--

--Eh! di poco abbiam bisogno.... Oh! prima di tutto, come ti chiami,

valentuomo.--

--Mio padre, che tenea osteria in Maremma.. verso Vada.... non sarete

pratico?..... quell'osteria che si chiama la Forca de' Preti?.... mi

fece battezzare per Giovanni. Poi fui colla famiglia del bargello di

Pisa, e mi chiamavano il _Caporal tempo cattivo_. Ora questi contadini,

quando non mi stanno sotto mano, mi dicon _lo sbirretto_, quando fanno

motto con me, mi dicon ser Vanni. A voi, quel che vi par migliore.--

--Dunque ser Vanni mio, disse Troilo sorridendo, io son venuto a star

con te un giorno... al più due. Prima d'ogn'altra cosa, vi sarebbe una

stanza, una cantina, un buco, ove fosser buone porte e buone ferrate

per chiuder costoro che hai visto passare, e son legati come salami, se

non te ne fossi avveduto?--

--Eh, ne volete delle camere a uso carcere! non vedete?... il palazzo

da cap'a piede è tutt'una prigione, e' pare il mastio di Volterra.

--Bene. E una. Poi, hai veduto? v'era una gentildonna a cavallo. A

costei la miglior camera e 'l miglior letto, insomma, il meglio che tu

hai.--

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 43 / 51 段