L'afflitta comitiva, parte in sella, parte a piedi, camminava senza

profferire parola, nè produrre altro strepito fuorchè quello del

calpestio de' pedoni e dello scalpitar de' cavalli: l'aspetto della

campagna fosco e tranquillo, stillava al cuore una pace dolce e mesta

ad un tempo: giungeva all'orecchio con certa regolare intermittenza

il fioco e tremulo cantar de' grilli, ed i spessi e diversi sibili di

quelle innumerabili generazioni d'insetti che danno vita ai silenzi

della notte senza turbarli. La placida quiete della natura contrastava

pur troppo coll'agitazione, co' dolorosi pensieri di que' poveri

afflitti. E chi, percosso dalla sventura, e trovandosi a caso in luoghi

ameni, vedendo una bell'aurora, un tramonto, una notte serena, non ha

provato un senso d'amarezza, quasi d'insulto alla sua miseria? Forse,

perchè l'ordinata e perenne stabilità della natura, paragonata colle

mutazioni continue della condizion nostra ci raumilia e ci fa accorti

della nostra piccolezza.

Dopo un tratto di strada, giunti su un poco di rialto, di dove si potea

forse ancora discernere gli edifizj e le torri di Firenze, Niccolò

rattenne la briglia, si volse indietro, e stringendo le ciglia rivolse

a vedere per l'ultima volta, o così gli parve, la massa bruna della

cupola del duomo. Stese verso essa le braccia quasi salutandola, mise

un sospiro profondo, e senza aprir bocca, senza che alcuno de' suoi

osasse parlargli, punse il cavallo e si rimise in via.

La compagnia, che gli aspettava a S. Donato, s'era intanto congiunta

con loro, senza strepito o voce nessuna, e quei poveri popolani,

stimandosi beati di poter difendere e condurre in salvo Niccolò,

venivan di buon passo, senza curarsi del disagio, nè del pericolo,

finchè, dopo quattr'ore di viaggio, giunsero a Prato. Girate le mura

e ritrovata la strada di Pistoja, volle Niccolò fermarsi e lasciare

che chi veniva a piedi si riposasse, ma costoro non lo soffersero,

e fattisi in molti intorno al suo cavallo, lo pregarono riprendesse

pure il viaggio (chè ogni ritardo poteva esser pericoloso) affermando

non esser in verun modo stracchi, ed in fatti non eran uomini che

facilmente si lasciassero vincere dalla fatica.

Così camminando tutta la notte si trovarono verso l'alba presso la

porta di Pistoja, ed oramai bisognava agli uomini ed alle bestie

conceder cibo e riposo. Prendendo a destra per certi tragetti,

riuscirono al di là della terra verso la montagna, sulla via di Modena,

ove, mettendosi pe' campi, trovarono un seno del poggio assai ben

nascosto da cespugli e da gruppi foltissimi di castagni, tra i quali

entrati in quella appunto che si faceva loro il dì chiaro addosso,

scavalcaron tutti, e per cura de' giovani e di Fanfulla vennero presto

disposte in terra coltri e mantelli, tantochè alle donne ed al vecchio

facessero un poco di letto.

Quivi si riposarono tutto quel giorno, e rinfrescatisi il meglio che

potettero, verso sera parve a Niccolò riprendere il viaggio. Prima però

di avviarsi, chiamati intorno a sè quelli che gli avean sin qui servito

così amorevolmente di guardia e di compagnia, e pe' quali non pochi

aveano in animo di passare innanzi, disse loro:

«Figliuoli miei, è giunta l'ora che noi ci dobbiam lasciare. Che posso

io dirvi se non che io vi ringrazio e vi porto meco nel cuore, e non

mai ne' pochi giorni che m'avanzan di vita mi scorderò della cortesia,

dell'amore che m'avete dimostro? Se e vero che la benedizione d'un

vecchio venga raffermata da Dio, io ve la do questa benedizione, ed

egli sa con che cuore! io, povero vecchio, non posso in altro modo

rimeritarvi.... Ora tornate alle case vostre.... a quella patria

venerata e santa ch'io non debbo riveder più, e che voi certamente

rivedrete un giorno libera e felice.... la sera, quando farete

l'orazioni co' vostri figliuoli, pregate anche per Niccolò, pregate pe'

miei figliuoli morti in questa guerra.... io sarò sotterra, in paesi

lontani.... ma la mia memoria sarà tra voi, sarà viva in questa patria

per la quale non venni fatto degno di poter morire.... ecco l'ultimo

mio desiderio, l'ultima speranza che mi rimane.... E Dio vi benedica

tutti, e addio per sempre.»--

Queste parole vennero pronunziate da Niccolò con voce vacillante per

la commozione che provava, mentre già era a cavallo con tutti i suoi;

finito il dire allentò la briglia, volse un'ultima occhiata a quelli

che rimanevano, e che immoti ed attoniti fissavano in esso gli sguardi,

ed alzando la mano in segno di saluto, o forse accennando il cielo,

prese la via tra gli alberi, e si tolse dagli occhi loro.

Ritrovata la strada maestra, principiarono a salire, sinchè scavalcato

il giogo si trovarono nella valle del Reno, dalla quale, dopo breve

tratto, volgendosi a mano manca, e venuti sulle cime dell'Oppio, s'aprì

loro d'avanti la bella valle ove giace S. Marcello e Gavinana, e che

può dirsi il cuore della montagna di Pistoja.

Chi visita ai dì nostri codesto paese non vi trova se non amenità di

luogo, pace, ricchezza e cortesia tra gli abitanti. Il tempo, che tante

cose guasta, taluna pur ne migliora, ed ha quivi spento del tutto

gli antichi furori di parte, e cancellatane persin la memoria[68].

Le braccia che avanzano all'agricoltura trovano come adoperarsi nel

lavorìo delle cartiere stabilite da una casa che rammenta uno de' primi

nomi delle lettere italiane[69], ed impiega le sue ricchezze nel modo

il più nobile, perchè il più utile all'universale. Quest'industria, ed

i varj traffici, rendono codesti popoli operosi ed agiati, e perciò

felici e tranquilli.

Troppo diversamente andavan le cose all'epoca della nostra istoria, e

non avrà dimenticato il lettore le dolorose e crudeli vicende di S.

Marcello, nè la furibonda rabbia da' Cancellieri. Dopo quel fatto,

rotto il Ferruccio, eran mutate le parti e le fortune, e con impeto

e rabbia altrettanta, e maggiore, aveano i Panciatichi sopraffatti,

perseguitati e distrutti i loro nemici, rovinandone, ardendone persino

le case e le messi, ed i nostri viaggiatori, benchè fosse notte, presto

scopersero i segni di quelle devastazioni.

Qua eran viti sbarbate, alberi fruttiferi rovesciati, o segati al

pedale; là un campo ov'era stato messo il fuoco, nero, arsiccio,

coperto di ceneri; ora un tugurio arso, e del quale non avanzavano

che i quattro muri, ora qualche casa di gente più agiata depredata da

saccomanni, parte rovinata, colle porte sconfitte, sgangherate; rotte

l'invetriate, scontorte e pendenti le imposte, se pur taluna ve n'era

rimasta, tutto poi desolato, silenzioso, voto d'abitatori; e questi,

Dio sa che fine avean fatta! se erano stati morti, se avean potuto

scampare, se eran abbruciati, o sepolti sotto lo rovine a caso, e

forse racchiusivi a bella posta onde sentissero lunga lunga la morte.

Lamberto riconobbe i luoghi, le case che avea pochi giorni innanzi

vedute, passando, in buon essere, e diceva a Niccolò:

--Ecco la vendetta di S. Marcello! La non s'è fatta aspettare.--

Mentre diceva queste parole, passavano appunto innanzi ad una casa

peggio ridotta dell'altre, ed in molte parti diroccata, tantochè i

mattoni, le travi, i calcinacci caduti, mezzo ingombravan la via,

quando udirono da una buca a fior di terra d'una cantina, 'o legnaja

che fosse, uscire un lamento fioco d'una voce che chiedeva misericordia

per Dio!

Si fermaron tutti al momento. Scavalcaron Fanfulla, Lamberto e Bindo, e

cacciandosi tra que' rottami, e chiamando spesso per potersi dirigere,

ed udendo rispondersi quell'istesso lagno debole e spento, mentre

Niccolò e le donne con aspettazione grandissima li stavan guardando,

s'accorsero alla fine d'una figura umana che, strascinandosi a stento

carpone fuor della buca, disse con voce che fece aggricciar le carni a

tutti.

--Oh, bene, ammazzatemi! ch'io non reggo più a questi tormenti, ma

prima un po' d'acqua per Dio.... Oh, l'acqua fresca, e poi morire!--

Presero quel disgraziato a braccia e lo portarono in mezzo alla

strada, e Bindo corse al torrente Limestra, al quale eran vicini, e

tornò coll'acqua, che quegli bevve avidamente, e lasciandosi cader

il vaso delle mani alzò la fronte il meglio che potette, e disse per

ringraziamento:

--Ora più non vi temo, ammazzatemi, e l'avrò caro.... che maladetti

siate con tutta la parte Panciatica!--

E Lamberto, raffigurandolo, esclamò:

--Tu sei il capitan Melocchi!.... Oh! come sei tu qui?--

--Ah! rispose il moribondo (che tale oramai si potea dire), io v'avea

tolto in iscambio, v'ho creduti una mano di Panciatichi.... La casa

mia (proseguiva con tanta quanta la rabbia che potea esprimere in

uno stato di tanta debolezza) la parte cancelliera è disfatta.... io

ferito, tutto rotto e pesto, da quattro giorni vivo costà nascosto...

ora i tormenti!.... la sete! Ho detto m'ammazzino, ma bere! Ah, che non

l'hanno avuto il gusto que' cani di veder morire il Bravetto!....--

E rise. L'affanno dell'agonia cresceva.

--Oh.... se è vivo, mio cugino.... Giovanni... ditegli che è stato

Piero che m'ha dato.... E.... si ricordi....--

Qui non si potè più capire che cosa dicesse, parve però pronunciasse la

parola _ammazzarlo_, che gli si spense tra le labbra insieme colla vita.

Il cadavere venne tirato da canto, tanto che non venisse calpestato da'

muli e da' cavalli che passassero. E la brigata riprese il suo viaggio,

funestata, come può credersi, da questa brutta e disperata fine, e

Lamberto disse:

--Tu non meritavi altra morte che codesta!--E Niccolò:

--Abbia Iddio, se è possibile, pietà di quel forsennato.--

Nè Lamberto, nè alcun altro di loro non conoscevano questo Giovanni

nominato dal Melocchi: ma l'avessero anche conosciuto, sarebbero, come

si può credere, stati poco disposti a fargli la perversa ambasciata.

CAPITOLO XXXIV.

Poco mancava alla mezzanotte quando la cavalcata giunse finalmente in

Gavinana, alla casa che per contratto nuziale avea Niccolò concessa a

Lamberto a titolo di dote, ed ove era giunto, un'ora prima, uno de'

cavallari che gli accompagnavano affinchè, precedendo, destasse il

fattore, facesse aprire ed apparecchiare tutto quanto bisognava.

Questo fattore dabbene, che era poco più d'un contadino, persona

affezionata alla casa i Lapi, cui serviva sin da giovinetto; tenendo,

com'è naturale, per la parte cancelliera, era stato a que' giorni

offeso in varj modi dalla setta nemica, e salvatosi il meglio che

avea potuto, viveva in continua paura; cosicchè ce ne volle prima che

rispondesse, si persuadesse che realmente i suoi padroni stavan per

giungere, e si fosse risoluto d'aprire, temendo d'una qualche trappola

per entrargli in casa a svaligiarlo. Persuaso finalmente, aperse, e si

diede con fretta grandissima ad ammannire una cosa, disporne un'altra,

ajutato dalla moglie e da un garzonaccio tutto sonnacchioso, tantochè

finalmente udì lo scalpitar de' cavalli, e corso giù per le scale trovò

che i viaggiatori scavalcavano in un cortiletto, posto tra la casa e la

pubblica via, separato da questa con un muro non troppo alto.

Quella sorridente ed officiosa premura che si dipinge sul volto d'ogni

fattore nell'atto di far riverenza al padrone che giunge, sul viso di

Matteo (chè così avea nome costui) era volta in altrettanta mestizia.

Niccolò, senza entrar seco in molte parole, andò innanzi colla sua

brigata in una saletta terrena ov'erano accesi i lumi, e che malgrado

le cure del fattore serbava evidenti tracce di disordini recentemente

accaduti. Al tanfo di racchiuso, solito alle stanze poco abitate,

s'univa un odor di mosto o di vino: in terra macchie d'umido, rottami

di stoviglie, chè il buon Matteo colto improvviso, non avea avuto tempo

a spazzare: e sulla più larga parete, ov'era nel mezzo rozzamente

dipinta l'impresa di Firenze, scudo bianco col giglio rosso, si vedean

disegnate malamente col carbone le forche in modo, che il detto scudo

occupasse il posto dell'impiccato. Sovr'esso, nell'atto di manigoldo,

era figurato un uomo con una corona di imperatore sul capo, ed accanto,

sulla scala ove suoi porsi il frate confortatore del giustiziato, un

altro fantoccio che dal triregno si capiva dover rappresentare un

papa, con chè l'ingegnoso artista avea voluto figurar l'imperatore

Carlo V e papa Clemente VII, che d'accordo davan lo spaccio alla città

di Firenze, ed in quest'opera, alla nobiltà del pensiero, corrispondeva

pienamente quella del disegno. Attorno pe' muri era tutto imbrattato

di parole scritte parimente col carbone in modo e con ortografia

villanesca, e che dicevano--Viva le Palle!--Moja el marzocho--Parte

Chancelliera, te porta el diavollo e la versiera ec.--

E mentre il vecchio accortosi di quest'insolenze le guardava con

notabile alterazione di volto, il fattore diceva, tutto spaventato

ancora, e quasi piangendo:

--Lo vedete, messere, que' ribaldi vituperati, come v'hanno conciata

la casa?.... E s'io son vivo, è stato miracolo espresso di Dio....

chè abbiam vedute le gran cose a questi giorni!.... io credevo che

fosse il finimondo!.... Prima, la rotta del Ferruccio, che in paese

l'archibusate eran come gragnuola fitta.... poi, que' traditori

Panciatichi a far il resto, e non c'è casa in Gavinana che non pianga;

non c'è casa che non abbian rubata.... con ferite e morti di tanti

poveretti.... già, credo io, non saranno rimaste qui insieme cento

persone, chi è fuggito, chi è morto,.... e chi rimane sta in paura

di peggio. Io non volli fuggire.... egli è pur obbligo mio guardarvi

la roba vostra; e son venuti qui dentro a far gozzoviglia, ed hanno

dato fondo a quanto ben di Dio c'era in casa.... e poi, ubbriachi

come majali, picchiate a me, alla Caterina, e queste porcherie su pe'

muri.... e sapete che mi hanno detto? «Quando tornerem qui, se troviamo

che punto punto tu abbi tocco codesto muro, noi t'impiccherem per la

gola dov'è questo scudo.» E però io, poverello, non son stato ardito di

ripulirlo.

--Se tu non lo fosti, ben io lo sarò--disse Bindo dando di piglio con

istizza ad una granata ch'era in un angolo, e disponendosi a cancellare

quelle sozze figure, ma Niccolò lo rattenne dicendo:

--Noi partiamo, Bindo, e quest'uomo dabbene rimane; chi lo difenderebbe

se que' ladroni venissero per fargli dispiacere?.... Ai vinti, gli

oltraggi.... È questo il nostro pane oramai.... a non volerli patire

bisognava saper vincere.... e noi non abbiam saputo.--

Il fattore ringraziò con uno sguardo Niccolò, e col cuore Iddio, chè

veder Bindo colla granata in aria, ed aversi già lo spago al collo gli

parea tutt'una cosa.

Era intanto comparsa la Caterina con qualche cosarella per cena: e chi

non avesse saputo che la casa era andata a sacco, l'avrebbe indovinato

vedendo quell'imbandigione, chè tutta consisteva in un'insalata, un

pezzetto di cacio, e due pan neri, che l'uno neppur era intero. La

povera donna, scura e macilenta in viso, cogli occhi gonfi e rossi

apparecchiava, senza parlare, e metteva ogni tanto lunghi sospiri; e

dopo quelle prime e brevi parole nessuno aprì più bocca, e rimaser

pensosi sedendo su una spalliera che era tutt'in giro confitta nel

muro; e questo silenzio parea tanto più mesto, chè nessuna voce,

nessuno strepito s'udiva neppure al di fuori, benchè fossero nel cuor

della terra, poco lontani di piazza. Il canto d'un gallo, o l'abbajar

d'un cane avrebber almeno dato segno di cosa viva, ma quel desolato

borgo aveva aspetto di cimitero; e tanto più parea tale, che il vento

entrando per le finestre aperte portava un puzzo di sepoltura, del

quale spiegò Matteo la cagione, dicendo:

--Dopo la battaglia eran in piazza meglio che 1200 morti: per non durar

fatica a portarli fuori, gli hanno sotterrati costà dov'erano.... ma

per far presto, non avranno indosso tre dita di terra.... Dio faccia

che que' morti non ammazzino ora i pochi vivi, e non ci si metta la

morìa!--

--E tra costoro, domandò Niccolò con impeto, sarebbe mai confuso il

gran Ferruccio?--

--No, messere, egli è stato sepolto in disparte sotto la gronda del

fianco della chiesa.

--Sapresti tu insegnarmi dove?--

--Io so quando voi vogliate; chè anch'io fui comandato con un monte di

marrajuoli, ed ajutai cavar la fossa.--

--Menamici tosto. Venite figliuoli, che noi facciamo questo poco

d'onore al maggior uomo che nascesse mai in Firenze.--

Rizzatosi il vecchio arditamente e senza mostrare stanchezza, uscì co'

suoi e colle due giovani, chè anch'esse, benchè non richieste per

riguardo alle fatiche sofferte, vollero venir a prostrarsi sull'onorata

sepoltura. Matteo precedeva per la via stretta, con una lanterna, che

mostrava col piccolo e vacillante chiarore, molte case, e forse la

più parte, aperte, abbandonate dagli abitatori, e di alcune gli usci

eran divelti, e giacean buttati a terra lungo le mura. Disse Fanfulla,

riconoscendosi a un tratto:

--Qui toccai quella nespola sull'orecchio, e in questo poco spazio, a

veder che danza era quel giorno!... e qui, vedete.... qui proprio! il

Commissario con quella fila di capitani si cacciò a capo sotto tra'

lanzi!...--

Niccolò, raccogliendo con avidità le parole di Fanfulla, non si

stancava di domandargli di tutti i particolari, non tanto della

battaglia, quanto del Ferruccio; chè appunto allora erano sboccati in

sulla piazza e si trovavan nel luogo delle sue più mirabili prove.

Trattenutisi così un buon poco, senza curarsi del puzzo che qui, più

che mai, gli ammorbava, proseguirono attraversandola per condursi alla

chiesa, e nel camminare sentivano la terra tutta smossa, e talvolta

affondarvisi un poco l'orme, e le donne rabbrividivano pensando che

cosa calcassero.

Matteo finalmente si fermò rasente il fianco dell'antica chiesa e,

deposta in terra la lanterna, disse:

--Qui è stato posto quel bravo signore.--Si vedeva sul suolo uno

spazio lungo e largo quanto un corpo umano di alta statura, ove la

terra difatti appariva rivoltata di fresco, e dall'impronta che

serbava di suole di scarpe, e di piedi nudi, si conosceva che l'avean

diligentemente pigiata. Niccolò, vedendosi proprio sotto gli occhi

quella terra inzuppata ancora del sangue del suo amico, dell'uomo che

per esso era l'ideale, il sublime di quanto vi può esser al mondo di

virtuoso e di grande, cadde ginocchioni su quella fossa, preso da un

tremito in tutta la persona, e chinandosi col capo baciò quel terriccio

umido, e v'appoggiò poscia la fronte, rimanendovi immobile; e tutti

quanti i suoi fecero lo stesso. Si sentiva il povero vecchio gemere,

sospirare, ed alla fine si sciolse in pianto. Racquetatosi poi un poco,

alzava il volto e le mani al cielo, dicendo:

--Oh! se dai santi e beati luoghi, ov'è ora gloriosa quella

grand'anima, essa non isdegna calar uno sguardo su questo tenebroso

mondo, essa vedrà forse questo mio pianto... vedrà che di quella città

per la quale sparse il suo sangue sino all'ultima stilla, siam pur

venuti, noi profughi almeno, a fargli quest'ultimo onore, quel solo

che per noi si potesse nella nostra presente miseria.... Ferruccio,

Ferruccio, ha ad esser questa dunque la tua sepoltura? Ed i Medici,

omicidi della patria, l'avranno cotanto onorata in S. Lorenzo? Si

vergogneranno essi di lasciarti quivi? Porranno almeno una croce sulle

tua ossa? una pietra che dica: _Qui giace Ferruccio_?--

Così parlava Niccolò, ed il tempo ha mostrato s'egli avesse una

giusta idea della generosità medicea che lasciò le ossa del Ferruccio

dov'erano: non pose loro sopra nè croce, nè sasso, e non l'ebber mai

sino ad oggi, tantochè, neppur per tradizione, si serba memoria del

luogo preciso ove giace il fortissimo e virtuosissimo tra i toscani.

Ciò sia detto per incidenza, e queste parole vadano a chi debbono

andare[70].

Poi, a un tratto, dolendosi d'aver formato un tal desiderio,

aggiungeva, quasi riprendendo se stesso:

--Ma che dico? Esco io di cervello? Quasi avessi tu bisogno de'

costoro onori!.... se l'abbiano.... li serbin pure per le loro ceneri

scellerate, chè anco sotto i monumenti di marmo saprà ben trovarle nel

dì finale la vendetta di Dio! E tu intanto, se puoi udirmi, spirito

valoroso, goditi questo nostro umile omaggio, e sappi che di tanto non

potran mai vantarsi le tombe de' tuoi e de' nostri nemici!.... sappi

che insin che duri il mondo sarà più onorata pe' generosi la terra di

quest'umil fossa, che non l'insolente ricchezza de' loro sepolcri!....

Sappi, che quell'onta, che avran creduto farti lasciandoti in

quest'angolo inonorato, si volgerà per essi in altrettanta infamia appo

i secoli e le generazioni future, chè a sottrarsi all'infamia non han,

viva Dio, trovato ancora i tiranni forza che basti!--

Mentre Niccolò con passione grandissima ed in modo quasi ispirato,

profferiva queste parole, che la sua famiglia inginocchiata e riverente

udiva, tutta intenta a lui solo, s'avventaron di sotto il portico della

chiesa sei uomini d'arme colle spade sguainate, seguiti da forse 50

contadini armati di picche, falci o bastoni, e prima che i sorpresi

potesser pure avvedersi di quest'assalto, si trovarono in terra sotto

un monte d'uomini, colle punte delle spade o delle picche sul viso, od

appuntate alla gola ed al petto, presi e tenuti da cento mani; oppressi

sotto le ginocchia ed i piedi di molti; ed una voce, alzandosi di mezzo

gli assalitori, gridò:

--Chi si muove è morto. Voi siete prigioni del papa!--

Ed intanto quegli sgherri avean violentemente strappate le spade e

l'altr'arme ai giovani, ai quali non sarebber certamente falliti nè

l'animo, nè il volere di difendere Niccolò, colla certezza ancora

d'esser tagliati a pezzi; ma la rovina che cadde loro addosso

improvvisa tolse loro materialmente il poter muover un dito, non che

venisse lor fatto di valersi dell'arme e della persona.

Le donne avean levato un grido, che da mani villane venne tosto

soffocato, non meno che da bestiali minacce; e prima che un solo di

que' ribaldi si fidasse a levarsi di dosso agli uomini che si teneano

sotto, altri ficcandosi tra mezzo quel viluppo di gambe e di braccia,

con funi di che s'eran provvisti, ebber presto legati i prigioni, così

validamente, che ben appariva in qual conto gli avessero; legati che

gli ebbero, lasciaron che si rizzassero.

Chi potrebbe dir l'ira, lo sbalordimento, il terrore di que' miseri

perseguitati, vedendosi così fuor d'ogni aspettazione venuti in podestà

de' loro nemici, quando appunto tenevano oramai più sicuro lo scampo?

Lamberto e Bindo, collo sguardo basso ed errante, co' petti gonfi e

frementi per impotente furore, parean due fiere cadute nella tagliola:

Maurizio, che venuto quivi per seguire il padrone era stato preso cogli

altri, bestemmiava nella strozza in tedesco: Fanfulla, che non usciva

mai della sua strana ed avventata natura, diceva scrollando il capo,

soffiando e mezzo sorridendo:

--Siam proprio serviti nel coscetto!--

Le donne piangevano, tenute per le braccia ed un poco in disparte, da

due di que' maladetti.

E Niccolò, coll'augusta e veneranda fronte levata e sicura, disse:

--Io so quel che importi per me l'esser prigione del papa....--ed un

amaro e sdegnoso sorriso gli corse sul labbro, quasi dicesse: «poco

mi può togliere oramai!» Volgendosi poi ai figliuoli, ed additando la

fossa ov'era sepolto il Ferruccio, soggiungeva:

--Da esso ho appreso come si muore.... ma forse non n'era mestieri.--

Ben conosceva il vecchio, che la sua morte si voleva e non quella de'

figliuoli nè d'altri; e perciò poco s'era turbato: ma gli sovvenne in

quel punto di Troilo, della taglia che credeva gli fosse stata posta,

e tenendolo del tutto spacciato, troppo glien'increbbe. Si guardò

intorno, cercandolo affannosamente coll'occhio, e dicendo:

--Di te mi duole, Troilo, figliuol mio!--

E siccome, non essendovi altro lume che la lanterna portata da Matteo,

poco ci si vedeva, penò un buon poco a rintracciarlo; finchè poi lo

scorse lontano, ritto, immobile, colle braccia intrecciate sul petto ed

il viso basso, e s'accorse che non era nè legato, nè tenuto in guardia

da alcuno di que' soldati, che con tanta cura s'erano assicurati che

gli altri non potesser fuggire.

Il volto del giovane, che dalla natura avea sortito bellissimo, era

in quel momento spaventevole e turpe come il suo tradimento: simile

a Caino, a Giuda e ad altri gran scellerati, cominciava per esso

il supremo de' tormenti, quello de' rimorsi, scevri affatto d'ogni

pensiero di speranza o di pentimento.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 42 / 51 段