Ma quando la prima fila delle bande italiane, coll'impeto suo proprio,

e con quello che le aggiungeva da tergo la profondità delle battaglie,

venne a dar di cozzo nelle genti di Spagna, sorse un nuovo e più alto

fragore di ferri, d'arnesi, d'armi percosse, simili a quel cupo e

sonante ruggito del mare quando rompe lontano in una lunga scogliera,

o piuttosto allo scroscio tremendo di due grosse navi da guerra che

s'urtano gettate l'una contro l'altra dalla tempesta.

Tra quelli che miravan dall'alto questo terribile spettacolo cessarono

a un tratto le grida, cessò ogni voce, guardando tutti intenti e

maravigliati quelle due masse d'uomini combaciati e prementesi l'una

contro l'altra, così che non ne formavano oramai che una sola; le

vedevano ondeggiare, ora perdendo, ora riguadagnando il terreno,

piegandosi or innanzi ora indietro quella selva di picche per mezzo la

quale, seguendone i moti, sventolavan tra i lampi del ferro, pennoni,

stendardi, pennacchi di mille colori; vedevan nel mezzo ove era più

stretto e furibondo il combattere, guizzar rapido, errante e confuso il

luccicar dell'armi, che maneggiate velocissimamente, riflettevano in

mille modi i raggi del sole; vedean tratto tratto in quella calca farsi

dei vani pel cader repentino de' feriti o de' morti, ma in un baleno si

riempivan i voti, chè altri calcando i caduti senza guardar se fossero

amici o nemici, n'occupavano il luogo, e spesso per cader loro sopra

dopo pochi momenti. Quando il fumo sorgendo a caso più denso in qualche

parte, spandeva l'ombra sua sui combattenti, apparivano i tiri degli

archibusi più spiccati in quello scuro, con un saettar fitto e lucente

di lingue di fuoco, che impallidivano poi o sparivano affatto ove a

quell'ombra succedesse la luce del sole.

Malgrado l'enorme e discordante fracasso prodotto dall'incessante

scarichìo di moschetti, dal batter celere de' tamburi, dagli urti,

dalle percosse scambievoli, ed anzi vincendo questo frastuono, s'alzava

tratto tratto un terribil grido di vittoria da quella delle due parti

cui pareva ottener sull'altra un qualche vantaggio, ed ora il grido

d'_Italia_, ora quello di _Espana_ risuonava per l'aria ed era accolto

dagli spettatori con altrettante grida e schiamazzi, e batter di

mani come usavano gli antichi stando nel circo a veder i giuochi de'

gladiatori.

Ma questo spettacolo, che veduto in distanza appariva splendido, ed

aveva in se, sto per dire, un non so che di gajo pel lustrar dell'armi,

la ricchezza de' colori e de' fregi, e per la bellezza del cielo che

lo rischiarava, veduto d'appresso era oltre ogni dire terribile e

doloroso. L'accanimento della mischia, pel quale i soldati si lasciavan

trapassare dall'alabarde piuttosto che cedere un palmo di terra,

facea sì, che ai caduti era maggior ventura venir a terra morti che

non feriti: a questi toccava una fine più disperata mentre spiravan

l'anima nell'ultime angosce calpestati da tanti piedi; e s'udiva tra

le gambe de' combattenti (chè vedere non si poteva per la gran calca)

urli rabbiosi, bestemmie, gemiti, grida dolenti, e talvolta qualche

voce pietosa invocare Iddio. Il sangue, per essere il suolo un poco

in pendìo, veniva qua e là uscendo a piccioli rigagnoli dalle file

raccogliendosi in pozze ne' luoghi concavi e bassi, tante eran già

state le morti da un'ora o poco più che si combatteva, senza che si

potesse ancora in verun modo prevedere a chi dovesse rimaner l'onore

della giornata.

Ma non era possibile che una così furiosa battaglia durasse a lungo

indecisa; e stava oramai per traboccar la bilancia.

I nostri giovani, che insieme con Fanfulla avean combattuto tra' primi

con quell'ardire e quell'impeto che si può immaginare, chè combattevan

sempre stretti allo stendardo, tutti trafelati, pieni di sudore e di

sangue, tra mucchi di cadaveri, pei quali male potean maneggiarsi ed

appena trovavano ove fermare i piedi, chè il suolo, anco ne' luoghi

scoperti, non era se non una mota sdrucciolevole e sanguigna, vedean di

fronte tra un folto di nemici sorgere lo stendardo maggiore delle bande

spagnole retto da un banderaio, uomo di terribile aspetto, e, cosa rara

tra loro, di statura altissima e di colossale struttura.

Lamberto, conoscendo esser venuto quel critico momento dal quale nelle

battaglie viene decisa la vittoria, che riman sempre a chi lo sa

cogliere, fatto un cenno a Fanfulla, che in quel momento tirava a sè

con forza la spada, per riaverla dal corpo d'uno spagnolo che aveva

abbattuto, dicendo:--Han' sett'anime e un'animuccia come i gatti! e

finchè non battono il muso, non c'è verso che vogliano morire!--

Lamberto, dico, gridav'ai suoi:

--Alla bandiera, valentuomini, a terra quella bandiera, e la giornata è

nostra!...--

E lanciandosi tutti insieme come leoni verso la parte accennata, egli

il primo, con quella sua incredibil prestezza e bravura, senza che da

nessuno de' nemici si trovasse modo di ripararlo, mise una stoccata nel

ventre al banderajo, e seguitando innanzi, coll'elsa della spada lo

spinse in terra, e con esso lui la bandiera, che essendo grandissima

e spiegata, pel vento, coperse di molti soldati, i quali, impedita

così la vista, nè potendo maneggiarsi e combattere, si posero, mentre

cercavano di sottrarsi a quell'impaccio, in qualche confusione; come

sul cassero d'una nave accade alla ciurma, ove fiaccando l'albero la

copra, cadendo colle vele tutt'in fascio.

I nostri non perdettero un momento, e spingendosi sotto, quali colle

daghe, quali co' coltelli, fecer sì che pochi di codesti impacciati

poteron liberarsi, e caddero quasi tutti trapassati da cento ferite

gli uni sugli altri in un monte, tantochè, fattasi un poco di piazza,

Lamberto, afferrata la bandiera, la capovolse ficcando in terra la

punta dorata che avea sulla cima, e rattenendo pel braccio Bindo, che

si gettava su' nemici sopravvegnenti d'ogni parte, gli disse:

--Tieni forte questa bandiera, chè, viva Dio, noi abbiam vinto!--

Conobbe il buon Lamberto, che intorno a quell'insegna stava per sorgere

l'ultimo e più terribil contrasto, e dando al giovinetto l'onore di

tenerla, veniva sotto questo colore a porlo nel centro de' suoi, e nel

luogo meno esposto della battaglia.

Difatti si strinsero d'ogni parte in questo luogo gli Spagnoli, veduta

a terra la loro bandiera, ma da ogni parte ugualmente vi concorsero

gl'Italiani, con tremende e lietissime grida di vittoria, in modo

che si fece un gruppo d'uomini tanto stretto e calcato intorno a

Bindo, rimasto a formarne il centro, che riusciva oramai impossibile

usar l'aste o le spade, ed a stento, co' pugnali, venivan a corto, ma

con rabbia e sforzi grandissimi, gli uni sugli altri, per dir così,

succhiellinando per ferirsi; e spingendosi e lottando crocicchiavan

piegati gli uni contro gli altri i bracciali, gli scudi, i petti di

ferro, sentendosi ognuno sul viso il frequente ed infocato anelito

del nemico che si trovava a fronte; e la vita o la morte dipendeva

dall'aver il primo la fortuna di trovar di sotto, ed alla cieca, al

pugnale la via d'entrare; onde talvolta accadeva, tra due che a denti

serrati, co' visi accesi e furibondi, stesser così frugando per darsi

la morte, veder a un tratto spegnersi il vampo d'un di quei volti,

illividire, errare, stravolte le pupille, e cadere arrovesciato il

capo, mentre il cadavere imprigionato in quella stretta tardava spesso

a venire a terra più d'un momento.

Ma quando appunto sono uguali le forze, l'ardire, l'accanimento tra

i combattenti, basta bene spesso poca cosa a dar la vittoria. Questa

bandiera caduta produsse effetto grandissimo ed istantaneo sull'animo

di quelli che combatte vari lontani, togliendolo agli Spagnoli ed

aumentandolo mirabilmente agl'italiani, vieppiù infiammati dal grido

incessante che udivan ripetuto di _vittoria, vittoria_, in quel luogo

ove, per lo stendardo, era ristretta ormai tutta l'importanza della

zuffa. Si videro costì prove maravigliose, tanto nel difenderlo che

nel volerlo ricuperare, e per le molte morti, diradatasi presto quella

prima stretta, tanto che gli uomini potean raggirarsi un poco e valersi

dell'arme loro, fu visto uno spagnolo, saltando al di sopra de' corpi

morti, avventarsi alla caduta insegna e giungere ad afferrarla, mentre

Bindo, colla mano che avea libera, usando la spada, lo passava fuor

fuori, e se lo stendeva morto a' piedi: ma un altro ed un altro avean

tenuto dietro al primo, gettandosi sull'asta dello stendardo, e facendo

incredibili sforzi per istrapparlo dalle mani di Bindo e di parecchi

de' nostri, che s'eran messi ad aiutarlo, pur sempre combattendo, e

facendo forza a vicenda con ripetuti crolli e strappate, e sforzi

terribili, ora cadendo, ora rizzandosi, frementi ed affannati, finchè

Averardo, che era trascorso combattendo a qualche distanza, visto

il pericolo del fratello e de' suoi, s'avventò quivi, levando più

che poteva alto sul capo un enorme spadone a due mani, che, caduto

fischiando sul più ostinato degli Spagnoli, gli fesse la cervelliera ed

il cranio, gridando ferocemente Averardo:

--Del sacco di Firenze portati a casa questo bottino... marrano!... e

mentre così urlava n'avea, con velocità di mano e furia incredibile,

morto un altro e ferito un terzo, e seguitando a menar la spada, che

s'udiva più che non si vedesse per aria, sclamava ad ogni colpo--Al

sacco!... al sacco di Firenze valent'uomini!... al sacco, che in

Ispagna aspettati la nuova!....--

L'insegna, insomma, benchè fessa nell'asta e tutta pesta, stracciata,

lorda di sangue e di fango, pur rimase in potestà degl'italiani,

che, insuperbiti per questo onore, e vedendo così a momenti, mentre

combattevano, sulle circostanti alture gli spettatori alzar le braccia

e fare sventolar panni, quasi facendo applauso alla loro impresa,

scorgendo inoltre certe bande che uscivan dalle porte di Firenze, e

stimando fosser i loro che venissero, secondo la promessa, ad ajutarli,

levaron di nuovo più alto il grido di _vittoria_ e d'_Italia_,

_Italia_, e fu tanto unito, tanto istantaneo e potente il cozzo col

quale percossero i nemici, che in questi apparvero i primi segni del

disordinarsi, e crescendo sempre l'animo e gli sforzi degl'italiani,

cominciarono gli Spagnoli apertamente a rinculare, mantenendosi e

difendendosi però sempre in modo, che non potea dirsi fossero in rotta.

--Eccoli, eccoli, gridavano i nostri giovani, ed i capitani delle bande

italiane accennando a quelle ch'erano uscite da porta S. Friano, ecco i

nostri che vengono!...--

E così cresceva l'animo e l'impeto e l'incalzare, in alcuni per

la certezza del soccorso, in altri per non lasciar che giungesse

a dividere con essi l'onore della vittoria, e gli Spagnoli sempre

più a cedere ccl arretrarsi, cosicchè alcuni cominciavano, fuggendo

scopertamente, a sbandarsi, inseguiti alla vita dai loro avversarii,

ebbri di feroce allegrezza; e per quel movimento, venendo a mutar luogo

le genti, si venne a scoprire il posto, ove aveano combattuto, coperto

da più di 600 cadaveri.

E perchè tardavan le bande uscite poco innanzi della città? Perchè

invece d'esser, come aveano stimato i combattenti, venute per unirsi

con loro, giungevan mandate da Malatesta, che le avea composte di côrsi

e de' suoi perugini a lui fidatissimi, per veder soltanto come la cosa

finisse, e tener in rispetto intanto que' soldati che avessero avuto

in Firenze pensiero di levar il rumore, ed uscir in ajuto della loro

nazione. Cotal frutto avea prodotto il foglio scritto da Troilo in S.

Marco.

Pure, anche senza questi rinforzi, la vittoria era ormai decisa per la

parte italiana; ma era scritto in cielo, che anche in quell'occasione,

il sangue di tanti onorati e generosi italiani si versasse a torrenti e

senza profitto nessuno.

I lanzi, che sommavano a più migliaja d'uomini, ottima gente,

invecchiata in sulle guerre, considerando questa fazione, come una

lite privata tra nazione e nazione per fatto d'onore, avean promesso

non intromettersi o parteggiare ne per l'una nè per l'altra, ed eran

rimasti in arme, e pronti bensì, ma oziosi spettatori della zuffa, ne'

loro alloggiamenti. Quando D. Ferrante conobbe che gl'italiani avean

la meglio, e seguivano cotanto arditamente il loro vantaggio, temè non

riuscissero a rompere allatto e distruggere i loro nemici, e quantunque

non fosse istrutto appunto del disegno ordinato da' Piagnoni per

sollevare i soldati chiusi in Firenze in favore de' loro compatrioti

del campo, ebbe il sospetto ciò non venisse naturalmente a succedere,

e vide quanto gran danno ne potrebbe avvenire al campo imperiale ed

all'impresa, condotta ormai a così prospero termine. Venuto prestamente

ov'erano i lanzi, e trovato Tanusio loro capitano, gli disse, simulando

saper certissimo ciò che soltanto dubitava, essersi gl'Italiani,

di dentro e di fuori le mura, accordati per dare addosso a quanti

forestieri militavano in quella guerra; aver cominciato dagli Spagnoli,

e se li lasciava loro tempo di romperli affatto, esser per piombare

tutti insieme sui lanzi; onde attendessero alla loro salute, e non

dicesser poi che non gli aveva avvertiti. E mentre parlava, mostrava a

Tanusio le bandiere che uscivan di Firenze, aggiungendo:

--Quegli intanto escono... con qual proposito, lo sa Iddio.... e tra

poco lo saprete anche voi...--

L'arte di D. Ferrante (e in parte pur s'apponeva) ebbe pienissimo

effetto:, e, pochi minuti dopo, dodici bandiere di lanzi, col loro

capitano alla testa, scendevano serrate e di buon passo, minacciando

alle spalle gl'Italiani stanchi, scemati di numero, e non troppo in

ordine, per la lunga battaglia, e per la sicurezza d'esser oramai

vincitori.

Fanfulla che, secondo aveva detto la notte innanzi in S. Marco,

descrivendo le qualità de' vecchi soldati, avea sempre un occhio al

gatto e l'altro alla padella, com'egli diceva, s'accorse il primo di

questa mossa; e ne fece accorti i compagni che stavan tra il sì e il

no, non potendo indovinare ancora qual fosse il disegno de' lanzi.

Ma parecchie archibusate sparate da loro, dalle quali alcuni venner

tocchi, tolsero tosto ogni dubbio, ed i poveri Italiani, presi in mezzo

ed assassinati, gridarono, _ai traditori_, ma al tempo stesso dovettero

pensare a togliersi da quel luogo ove, percossi da ogni lato, non era

più in verun modo possibile che facessero testa.

Con un movimento sulla destra, serrati, e difendendosi sempre da' lanzi

e dagli Spagnoli, che al giunger dell'inaspettato ajuto avean ripreso

le offese, si vennero accostando ad Arno, con animo di guadarlo sotto

M. Uliveto, e farsi forti sull'altra riva nelle ville di Fiesole.

La corrente, che in codesta stagione si riduce quasi sempre umile e

bassa in un lato del letto, lasciandone asciutte e biancheggianti le

rimanenti ghiaje, s'era non poco accresciuta pel temporale della notte,

e scendeva torbida e gonfia, ma non tant'alta però, che vietasse il

passo del tutto, tanto più ad uomini forti, arditi, e che sopraffatti

da troppo esorbitante numero di nemici, non avean altra via per

ritirarsi.

Lamberto, Fanfulla e i capitani, che ancora eran vivi, scelti

prestamente i migliori soldati, li disposero in modo che, sostenendo

l'impeto degli assalitori, dessero tempo a' compagni di tentare il

guado e condursi sicuramente all'opposta riva.

Se le genti uscite di Firenze per ordine di Malatesta fossero state

invece quelle che i nostri aspettavano, era giunto il momento di

percuoter alle spalle lanzi e Spagnoli, e potea forse quest'assalto

ristabilir le cose e ricondurre la vittoria; vedendole rimanersi

immobili, senza dimostrazione nessuna di voler venir avanti, si

disperavan Lamberto ed i suoi compagni, e pur sempre combattendo,

badavan a far cenni, ordinando al banderajo di sventolar lo stendardo,

e gridando--_A noi Italia! a noi!_ Finchè accortisi che alla testa di

quelle bande era Cencio Guercio, cagnotto di Malatesta, conobbero come

stava la cosa, e caddero affatto d'ogni speranza.

La corrente d'Arno s'era intanto già ripiena di soldati, i quali

trapassavano puntando nel fondo le picche, per reggersi contro l'impeto

dell'acqua, che gorgogliando giallastra, spumante e veloce, aggiungeva

loro al petto ed al collo in molti luoghi, cosicchè non pochi ne

venner travolti, alcuni a stento s'ajutarono, e n'annegarono parecchi,

tutti poi tempestati dalla riva da una spessa grandine d'archibusate.

Tuttavia il maggior numero giungeva salvo all'opposta sponda, e non

avanzavano oramai che i nostri amici, con que' pochi che ne avean fatto

testa per proteggere il varco del fiume, e la moltitudine de' nemici

gli avrebbe certamente oppressi se fossero stati di minor valore che

non erano, o se gli Spagnoli ed i lanzi non si fossero in gran parte

staccati dal combattere per correre a svaligiare i voti alloggiamenti

degl'Italianj, che vennero mandati a sacco, arsi, e distrutti con

avidità e furore incredibile.

Ciò non ostante, quelli ne' quali più la rabbia poteva che l'avarizia,

ed eran pur troppi a fronte del piccol numero de' nostri, non potendo

patire che una mano d'uomini non tanto fosse riuscita ad arrestarli, ma

soprappiù li bravasse, moltiplicando le ingiuriose parole e l'offese,

si serrarono con nuovo impeto addosso a questi prodi che, fattisi

morti, a guisa di fiere racchiuse si difendevano. In quel momento,

trapassato da un'asta, il povero Vieri cadde morto; Averardo, che solo

de' fratelli se n'accorse, si avventò furioso contro l'uccisore, ma

toccata al tempo stesso un'archibusata, che gli ruppe la gamba destra

in tronco, cadde sulle ginocchia presso il cadavere del fratello, ad un

palmo dalla ripa che scendeva scoscesa nel fiume. Nel vedersi impedita

così la vendetta, quel suo viso, già tanto feroce, si vestì di una così

terribile espressione, arrotando i denti e fulminando fuoco espresso

dagli occhi, che l'omicida di Vieri rimase colla spada in alto come

affascinato, senza calare il colpo, ed Averardo, non potendo giungerlo,

gli lanciò la spada, che coll'elsa, lo percosse nel petto e lo fe'

traballare. Rimessosi tosto, e visto il ricco arnese del caduto, pensò,

avendolo prigione, guadagnare una grossa taglia, e si fece avanti

credendo, disarmato com'era, mettergli le mani addosso senza contrasto.

Ma appena gli fu a portata, Averardo, con un possente sforzo, rizzatosi

sulla gamba che avea illesa, gli s'avvinghiò, e, giammai orso facendo

alle braccia, non piantò così forti gl'unghioni nel dorso del suo

nemico, e tirandolo e tenendolo stretto, si lasciò cader riverso nella

corrente. L'acqua s'aperse e rimbalzò in mille spruzzi, e si richiuse

tosto sui caduti, i quali, essendo ivi le grotte assai ben alte, venner

rotolando nella melletta del fondo, e, soltanto dopo lungo tratto,

tornarono, ravvolgendosi sottosopra, e sempre strettamente ghermiti, a

galla un momento, poi, di nuovo affondatisi, più non ricomparvero.

Lamberto e Bindo, avvedutisi del fatto, e scorgendo Vieri disteso a

terra, mandarono un furibondo grido, e volendo disperatamente gettarsi

tra mezzo i nemici, al sicuro si facevano ammazzare, chè quantunque,

per un vero prodigio, non avesser toccata nessuna ferita d'importanza,

avean tuttavia in varie parti offesa la persona, e cominciavan loro a

venir meno le forze, chè da più ore combattevano sotto la sferza del

caldo, ed erangli arnesi pressochè arroventati dal sole: ma Fanfulla,

che mai non si perdeva, pel lungo uso di cotali strette, conosciuto che

non era tempo di pensare a vendicare i morti, ma piuttosto di ridurre

in salvo i vivi, trovò il modo di far che i due superstiti uscissero

di quella disperata mischia. E cogliendo il momento che i nemici

(maravigliati anch'essi del feroce atto d'Averardo) avean fatta un po'

di sosta, stando a vedere come finivan i due caduti nel fiume, disse

prestissimamente a Lamberto:

--Salviamo Bindo, chè qui è affar finito; voi di là, io di qua,

tiriamolo in Arno e passiamo, se si potrà.--

A Lamberto, che offuscato il lume dell'intelletto dal dolore della

rovinata impresa, e della morte dei due cognati, s'era risoluto affatto

di voler morire quivi ancor esso, sovvenne a un tratto di Niccolò, di

Laudomia, e gli parve troppo enorme l'idea che il povero vecchio avesse

a perder anco quel fanciullo, senza utile nessuno per la città, e,

detto fatto, preso Bindo per un braccio, mentre Fanfulla l'afferrava

dall'altro, lo costrinsero, benchè s'opponesse e facesse forza, a

saltar con essi nel fiume.

Egli era tempo; chè, rimasti pressochè soli, ogni poco che avesser

tardato, doveano o morire od arrendersi.

Gl'Italiani intanto, che passati già all'opposta riva vi s'erano

schierati, appena ebber veduti costoro saltati in Arno, e perciò

più bassi della linea de' loro tiri, cominciarono cogli archibusi a

bersagliare i nemici, con che fattili arretrar dalla sponda, ebber

campo i nostri di condursi finalmente salvi tra la loro gente, che

fatta un'ultima scarica di tutte l'arme, si mosse pianamente ed in

ordine, a tamburi battenti ed insegne spiegate, onde non avesse

apparenza di fuga, e lasciandosi Arno alle spalle si drizzò lungo le

mura verso i colli di Fiesole.

Giuntevi, s'alloggiarono in luoghi ove non potessero venir facilmente

sforzati, e gli Spagnoli ed i lanzi, dal canto loro, rimasero in arme

ed in sospetto, temendo che i loro nemici, meglio ordinando il fallito

disegno, rinnovassero con miglior fortuna l'assalto; questo loro

timore rendendoli docili ed obbedienti a' capitani, che a suo tempo

li condussero a tribolare ed esser tribolati altrove, fu la salute di

Firenze; e la morte di tanti che, vivi avrebber voluto esser pagati,

recò non piccol sollievo alla camera apostolica, che ottenne questo

ribasso sul prezzo di Firenze, grazie al sottile ingegno di Baccio

Valori.

Questi, da una torre delle case de' Bini, ov'era salito con Troilo,

Malatesta ed il Nobili, avea osservata tutta la fazione, e come la vide

succeduta cotanto a seconda de' suoi desiderj, disse, tutto allegro,

fregandosi le mani, mettendo un--Oh!--con libero e lungo respiro:

--Ora è finita davvero e del tutto!--e siam padroni di Firenze.--

Il Nobili, che giorno e notte si vedeva innanzi gli occhi come fantasmi

le casse di Niccolò piene di fiorini e di ducati, disse allora, con

cert'occhietti tutti voglia ed impazienza, guardando ora Baccio, ora

Troilo:

--Oh! per amor d'Iddio, facciamo presto, che non ci fugga!--

--E che non mi fugga Laudomia, quel fiore, quel giglio, quella

bellezza delle bellezze! soggiunse Troilo ridendo, e pensando: fosse

qui Selvaggia direbbe anch'essa «che non mi fugga Lamberto!...» se

non altro, non avremo a far quistione, chè in questo bottino ognuno è

contento della sua parte.--

L'allegrezza che provava Baccio lo metteva in tanto buon umore, che,

preso, scherzando, Troilo per un de' baffi, e tirandolo, diceva:

--Una ne fa e cento ne pensa il ribaldone!.... sentiamo!... Che cos'è

quest'altra pazzia.... questa Laudomia.... me ne dicesti non so che....

mi pare... ma avevo altri pensieri pel capo.... sentiamo: animo! Già,

un qualche amore!--

Ed aggrottando gli occhi, così per baja:

--Non ti vergogni tu? con moglie e figli!....--

--Messer Baccio, rispose Troilo ritirando pianamente il suo baffo dalle

dita del Valori, io, vedete, son fatto tutt'a rovescio del popolo di

Firenze, egli ora muta lo stato di molti in quello d'un solo, ed io

invece dallo stato d'una sola passo allo stato di molte.... che volete?

è effetto di costellazione... e, ringraziate Iddio che mi frulli per

questo verso... se non era la speranza di beccarmi alla fine quella

bella figliuola, aspetta! che volevo starmi a seccare tutto questo

tempo....--

--Bene, bene; ma ora raccontaci la cosa.---

--È presto raccontata: mi piace costei perchè è bella, e le belle donne

son fatte per i bei giovanotti, se non erro. Sin ora non c'era da far

il matto, con Niccolò alle coste e tutta la brigata.... e volete che ve

la dica? Ho anche capito che sarebbe stata fatica sprecata. Figuratevi!

un giorno le volli dire una parolina, farle così uno scherzo.... niente

di male veh!... mi fece due occhi!.... e mi disse, con quel suo bocchin

di mole.... «questi non sono modi nè di cristiano nè di gentiluomo!»

Pazienza! pensai io, se questo modo non ti piace, ne troveremo un

altro.--

CAPITOLO XXXIII

--E quale sarà quest'altro modo?--domandò Baccio, chè prendeva piacere

alle costui ribalderie, ed alla buffonesca maniera con cui le narrava.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 40 / 51 段