Se il nostro lettore fu mai a Firenze, se gli accadde andarsene a

spasso fuor di questa porta, d'onde ora uscivano Bindo e Fanfulla,

si ricorderà, che dal piede delle mura di Firenze, guardando verso

mezzodì, si vedono sorgere a gradi quelle bellissime colline ondulate

così gentilmente sulle cime, sparse di foltissimi uliveti, di filari

di vigna frapposti, parte verdeggianti, parte d'un color grigio-perla,

simile a quello del salcio; ricorderà quelle casucce, quelle villette,

che bianche e pulite fan capolino tra gli ulivi, e mettono cotanta

invidia a chi le vede, tanto più se a caso stia in qualche tristo

pensiero, e ruminando i suoi guai, quasi non dovessero essi penetrare

tra quelle mura, sotto quelle ombre tranquille!.... e pur chi sa quanti

ve ne sono anche costì!.... ricorderà insomma l'aspetto placido e

ridente di codesta contrada, variata com'è varia la natura, ma insieme

accurata come un giardino... Or bene, all'epoca della nostra storia,

dopo undici mesi che era in mano de' nemici, tutta quella bellezza

era cambiata in una landa desolata, nuda e fangosa; non più traccia

di siepi o di divisione alcuna tra poderi, le viti sbarbate, rotte,

peste e sotterrate; gli ulivi tagliati al pedale per farne legna, o,

se pur qualcuno ne rimaneva qua e là ad attestare l'antica ricchezza,

eran tronchi, o quasi fusti informi, senza rami, pieni d'intaccature,

e traforati dalle palle dell'artigliera. Smosso e solcato da queste

in varii luoghi vedevasi il terreno, non men che dall'acque de'

temporali. Tale era l'aspetto del suolo tra le mura e le trincee, che

simili ad una zona cingevano il poggio a mezza costa sotto Giramonte, e

consistevano in un fosso, dietro il quale s'alzava un terrapieno armato

di stecconi e forato da cannoniere.

Mentre Bindo e Fanfulla si dirizzavano verso un seno del poggio ov'era

una dell'entrate dal campo, già si poterono accorgere che v'accadeva

o vi si preparava qualche cosa di straordinario del sordo mormorìo

che n'usciva, dal chiamarsi, dal correr de' soldati per le vie che

rimanevan tra le file dei padiglioni, delle trabacche, e lungo le

trincere, chè giacendo l'alloggiamento sul pendìo del poggio, si poteva

coll'occhio abbracciar tutto quanto, e vi si Vedeva quell'intimo ed

incomposto rimescolamento che appare in un formicajo, ove in qualche

modo si metta il disordine.

Entrati alla fine nel campo, e seguitando a salire per giungere

sull'eminenza ove siede Giramonte, passavan tra le tende e le baracche

costrutte in cento modi, d'assi, di graticci, di stoppie o di mota,

come meglio era venuto fatto a chi v'avea avuto a passar tanti mesi,

e s'era ingegnato procurarsi alla meglio qualche comodità: alcune,

le più fiacche, mezzo rovesciate dal turbine della notte, giacean

tutte arruffate, tutte ispide e piene di pali contorti o schiantati,

di stecchi, di cannucce fradicie e ancora stillanti d'acqua piovana;

sovra molte eran distesi panni onde asciugarli ai raggi del sole, o

v'erano appiccati arnesi da guerra, che i ragazzi ed i famigli venivan

racconciando e forbendo frettolosi, punzecchiati da' loro padroni, chè

aveano furia di vestirsene. Tra questi famigli, molti, colle lunghe

capigliature, colla forma del petto e de' fianchi tradivan l'abito

virile che avean indosso. Eran donne e donzelle (in quel tempo ne'

campi ne accadeva di tutte le razze) o rapite nel sacco di qualche

terra e da un padrone rozzo e bestiale ridotte ai più bassi uffici, o

che, sedotte ed innamorate, eran fuggite di casa con qualche soldato,

il quale, sazio oramai di loro, le soffriva, a patto soltanto di

tenerle in conto di garzoni, ed esserne servito[67].

Tratto tratto trovavan tettoje o frascati sotto i quali i vivandieri

e canovaj facean la cucina e vendevan vino: un qualche fanciullaccio

sudicio e bisunto, attendeva a volgere lunghi spiedi innanzi al fuoco

sul quale insieme bollivano grandissimi pajuoli. A certe tavolacce

lunghe e mal composte, od usando botti rizzate a guisa di mense, eran

soldati sollecitando finire gli ultimi bocconi, per unirsi a quelli

che alla rinfusa concorrevano a Giramonte; s'udiva gridare, ridere,

sganasciare. S'udiva il parlar alto e concitato di cento voci, ora

grosse e sonore, ora rauche, ora stridule; ed ognuno voleva dir la sua

sul fatto degli spagnoli: ma chi potea ritrarre il senso d'una sola

parola in quel confuso fracasso, accresciuto, ora dall'abbajar d'un

cane, ora da un tamburino, che per prova, veniva battendo la cassa, ora

da qualche majale, che legato per una zampa di dietro ad uno stilo si

veniva ravvolgendo a saltellone stiracchiando la fune, ed empiendo il

cielo d'acuti e maladetti grugniti?

Fanfulla e Bindo, seguitando a salire tra gente e gente, e notando,

tutti allegri, la buona disposizione di costoro a sollevarsi e menar

le mani, giunsero finalmente sullo spazzo ov'è posta la villa di

Giramonte; luogo piano, assai ben largo, donde si scopre tutta Firenze,

i monti di Fiesole e il val d'Arno da' poggi dell'Incontro a quelli

d'Artimino. Quivi, sul ciglio che guarda in città, era una batteria di

ventiquattro pezzi, tra cannoni, sagri e columbrine, separati da grossi

gabbioni di vinchi, pieni di sassi e di terra; quivi era più che mai

stretta ed accalcata la folla de' soldati, de' quali eran pur piene le

finestre della villa; ve n' era sul carriaggio che serviva pel bagaglio

della banda, e stava in fila lungo i muri della casa; ve n'era sulle

artiglierie, su' gabbioni, su tutti i luoghi alti, e stavano tutti

intenti ad udire Lamberto, che salito medesimamente su un gabbione

parlava con voce alta, gestir pronto ed infiammato, e quando i due

giunsero a portata della sua voce, diceva, terminando una frase della

quale non avean udito il principio:

--.... de' vostri compagni che que' marrani hanno assassinati! Vendetta

di loro soltanto! di tutta la nostra nazione che hanno assassinata, ed

assassinano tutto giorno in mille modi, di essa s'ha a far vendetta, e

liberarci una volta da codesti ladroni!... Ma ditemi, perdio!... s'io

non dico il vero buttatemi giù di questa trincea... ditemi! andiamo

noi nei paesi loro a vivere a discrezione, a rubarli, a vituperar le

loro donne, a scannarli, a sollevarli con mille trappole, e metterli

in discordia gli uni contro gli altri, come s'aizzano i mastini pel

gusto di vederli sbranarsi? E loro invece sempre qui! ora con una

scusa, ora con un'altra, ora per mare, ora per terra... ogni momento,

che è, che non è? una truppa di questi ribaldi, miseri, scalzi, morti

di fame, che hanno bisogno di rifarsi.... dove s'ha a andare? In

Italia! andiamo, col nome di Dio! In Italia! Ma per Cristo, la terra

dove siam nati, dove son sepolti i nostri padri, è roba rubata? è roba

del comune?.... Iddio, che ad ogni popolo ha dato tanta terra che ci

potesse vivere e morire in pace... ove potesse seminare e mietere....

ha egli detto: questa sola sia di chi la vuole, di chi se la prende,

sia di tutti, e vi possa raccogliere chi non vi ha arato? Siam forse

maladetti da Dio? siamo bastardi? siamo bestie?.... Lo volete sapere?

senza avvertirlo, ve l'ho detto io quello che siamo! Siamo bestie, e

peggio che bestie! chè anco i bruti, se si voglia disturbarli nella

loro tana, si difendono e adoprano l'ugna e 'l dente, e non badano se

'l nemico sia maggior di loro.... e non potranno gli uomini far almeno

altrettanto?.... E non mi vengan a dire che son più valenti di noi! Gli

uomini son tutti compagni, e solo i cattivi ordini, le male usanze li

corrompono e li rendon diversi.... e in prova, quante volte s'è avuto

a far con loro a buona guerra, corpo a corpo, chi n'ha toccate? loro o

noi? ed eccola...--(Disse accennando Fanfulla, che avea scorto nella

folla).

--Ecco là.... s'io dico bugia, mi dica bugiardo....--

Tutti i visi si volsero a veder con chi parlava, ed egli:

--Fanfulla, che era de' tredici di Barletta, lo dica egli.... come

andò la cosa? Chi vinse?... e per combatter que' tredici francesi, si

mando forse un bando per tutta Italia per venire i più valenti? i più

arditi? S'aspettò d'aver raccolti uomini più grandi e grossi che non

erano i nemici? si misero due contr'uno?.... tredici loro, tredici

noi; quelli che si trovaron sotto mano ne' due campi.... si scelse i

migliori, è vero.... ma scelsero i migliori anch'essi. E chi visse?

torno a dire.... Non son più valenti dunque, ma più astuti.... o per

dir meglio, essi son tristi ed astuti, chè sanno seminar la discordia

tra noi e consumarci colle nostre armi medesime.--

Ma che sciagurato furore, che maladetta peste è mai questa? qual

demonio dell'inferno ci saetta ne' cuori il suo veleno, che sempre

tra noi ci abbiamo a lacerare! tra noi fratelli! tra noi d'un istesso

sangue, d'un'istessa lingua, d'un'istessa famiglia! E una città

coll'altra, o coll'armi, o colle frodi e co' maneggi, e sempre in ogni

modo, pensare a nuocerci e a rovinarci tra noi?.... e beato chi ci

riesce, e' gli sembra un gran bel fatto.... e quando non posson farci

del male.... affinchè almeno non se ne perda la volontà, e l'odio si

mantenga vivo.... ad offenderci con parole, con nomi ingiuriosi.... e

chiamar i Pisani traditori; i Fiorentini ciechi, i Sanesi pazzi, e che

so io? e non solo tra città e città, tra stato e stato, ma ogni terra,

ogni casale, ogni villa a voler male alla sua vicina, offenderla,

ingiuriarla, odiarla almeno, se altro non può?--

E, stese in giù le mani accennando la città sottoposta, proseguiva:

--Ed ecco qui un esempio fresco fresco!.... Firenze, che era libera,

ricca, felice; ch'era l'onore, la gloria d'Italia, madre di tanto

senno, di tante virtù e d'ogni bell' arte.... questo bastardo papa

dice un giorno: _Firenze ha ad esser mia_... la prima cosa.... al

solito!.... chiamar questi spagnoli, questi ladroni ad ajutarlo!....

Pensate se aspettano la seconda parola!.... Figuratevi se corrono!....

Si tratta di saccheggiar Firenze!.... E che fanno intanto le altre

città? che fa Venezia, Siena, Genova?.... Venezia fa la sua brava pace

coll'imperadore, rinnega le sue promesse, e sta a vedere.... Siena,

manda perfino artiglierie che ajutino disfar la sua vicina....--

E guardando una lunga colubrina che avea dappresso, e percuotendola col

piede in atto d'ira e di dispregio, gridava:

--E questi pezzi, che vorrei farne polvere co' calci, non son essi de'

Sanesi? non son essi armi italiane? E voi, voi, compagni miei!....

Lasciatevelo dire, perdio! e non v'adirate.... voi non siete tutti

italiani? non avete voi ajutata la rovina di questa nobilissima

terra.... e qual profitto n'avete, ora che ve la vedete a' piedi

schiava, povera, vituperata?.... Cento disagi e cento ferite, e quella

misera fecciosa paga, se pur riuscirete a toccarla. E i tesori, e

'l potere, a chi? a questi ladroni.... i quali soprammercato ci

hanno in dispregio e ci chiamano poi traditori, codardi.... e se in

cambio d'ajutarli aveste ajutato i vostri fratelli, credete voi che

il guadagno fosse minore? E lo fosse anco!.... la gloria, l'onor

della vostra nazione, non siete voi sicuramente tali da averlo in

dispregio... E quanti son poi i nemici che abbiam a combattere?....

Son forse milioni d'uomini, che sien dieci contro uno di noi?.... Son

poche migliaja. E non siete qui voi? Le bande italiane non son esse

quasi la metà di questo campo.... e se gl'italiani che son dentro

le mura s'uniscono a voi, non basterete a sterminar una volta questi

saccomanni assassini? Per quest'effetto, io e questi miei compagni, e

qui Fanfulla, che è l'onore della nostra professione, vi ci siam vanuti

ad offerire per combattere, e vincere o morire con esso voi, e quando

avremo attaccata la mischia, usciranno dalle porte i nostri a percuoter

per fianco ed alle spalle i nemici, e sì che una volta abbiamo a far

casa pulita di questi ladroni.

--Ora, col nome di Dio, chi ha core in petto, chi ci vuol stare a quel

ch'io propongo, alzi la mano; e chi non vi vuoi stare.... faremo senza

esso. Evviva le bande italiane! Evviva Firenze!--

Lamberto, nel cacciar questo grido, sguainava la spada, e sollevandola

sul capo la faceva guizzare in cento rapidissimi mulinelli, ed in

tutta la folla che gli stava a piedi, e che sin allora era stata come

un musaico di visi, ora non si vedeva se non mani che s'agitavano,

e molte brandivano spade, picche ed archibugi, ed al tempo stesso

s'alzavan grida feroci di viva Italia! morte agli Spagnoli!....

tantochè mostrandosi così pronto ed espresso il consenso di quelle

genti, Lamberto saltava a terra tutto allegro da quel gabbione, ed

insieme co' cognati, con Fanfulla e con quanti eran seco venuti di

Firenze, s'andavano a porre attorno allo stendardo della compagnia

per formar l'ordinanza, mentre i capitani e gli altri ufficiali delle

bande sollecitavano a radunare e disporre i loro uomini, che con gran

prestezza e senza disordine nessuno (all'uso de' vecchi soldati) si

rannodavano ognuno intorno alla propria bandiera.

Ma che faceva intanto il Vitelli, capo di queste genti? che faceva D.

Ferrante Gonzaga, capitano dell'esercito, vedendo questo moto, udendo

questi rumori, che davan segno d'un'imminente sedizione, e forse

d'un'aperta ribellione?

Facevano all'incirca come, con certe mandre di cavalli e puledri mezzo

salvatici delle campagne di Roma usano i loro guardiani; i quali

le guidano e se ne fanno ubbidire alla meglio che possono nei casi

ordinarj; ma quando talvolta, qualunque ne sia la cagione, il diavolo

entra in corpo a quelle bestie e si scompigliano a un tratto, correndo

e sbuffando, colle nari aperte ed a coda ritta, e s'azzuffano tra loro

a morsi, a calci, con mille strani guizzi e mille volate, allora il

guardiano s'ingegna colla voce, col gesto di rimettere un po' d'ordine,

sempre però girando attorno, e tenendosi ad una prudente distanza da

quella mischia, e quando poi vede che tutto è inutile, sta a vedere, ed

aspetta che abbian finito.

Così appunto fece D. Ferrante: ed ai capitani di quel secolo accadeva

assai sovente di voler comandare e di esser comandati colla peggio

de' poveri popoli presso i quali si guerreggiava, cui, oltre i mali

ordinarj ed indispensabili, venivan poi addosso cento malanni eventuali

cagionati dalla sfrenatezza e dall'indisciplina delle milizie.

CAPITOLO XXXII.

Eran già quasi due ore di sole quando le bande del Vitelli, alle quali

s'erano accostate tutte l'altre italiane del campo, si trovarono in

punto di prender le mosse per condursi ad affrontar gli spagnoli.

Il cielo spazzato dal temporal della notte splendeva d'un bel turchino

diafano e netto, che si sfumava all'orizzonte in una tinta dorata e

vaporosa sulla quale spiccavano lunghe strisce di nuvole leggermente

posate sulle creste de' monti: pe' fianchi di queste, le ombre portate

dalle nubi, si stendevano in aspetto di macchie turchino-scure, mentre

le parti percosse dai raggi del sole si vestivano di caldi e variati

colori onde si tinge la campagna in sul finir della state. L'atmosfera

tutta era come un mare di luce candida e purissima, che lasciava

minutamente discernere anco gli oggetti lontani, tantochè gl'italiani

radunati a Giramonte eran veduti distintamente da tutti i punti del

campo, d'onde i soldati concorrendo sui luoghi alti, sulle trincee, su

ogni sporto della collina, stavano ad osservare quel movimento, come

spettatori ad una festa, tutti curiosi ed allegri di veder un qualche

bel fatto.

Sulla spianata della Torre del Gallo, che a poca distanza domina

Giramonte, era D. Ferrante Gonzaga, Alessandro Vitelli, il conte Pier

Maria e molti de' primi dell'esercito, e considerando, tutt'altro che

allegri, la gravità di quel disordine, stavan goffi ed attoniti nella

forma appunto di quel mandriano che ci servì poc'anzi di paragone.

Vedevan come cominciava la cosa, ma non potean prevedere come sarebbe

finita, e sapevan ch'egli è de' soldati come de' puledri (anche qui la

similitudine combina) cominci uno a far il matto, e coll'esempio ne fa

scatenar cento.

Dall'altra parte, le bande spagnole alloggiate per la costa sotto

Bellosguardo e M. Uliveto, avvisando quel che a loro danno si

preparasse, sollecitavano ad allestirsi, armarsi, e mettersi in ordine;

quantunque assai di mala voglia si trovassero al punto d'azzuffarsi

cogl'italiani, non per viltà di animo, ch'erano ardita ed ottima gente,

ma perchè invece di far quistione, avrebber preferito mettersi tutti

d'accordo per entrare a forza in Firenze e metterla a sacco.

Non potendo risolversi a rinunziare alla speranza di questo

benedetto sacco, stabilirono mandare a D. Ferrante due de' loro

capitani, pregandolo ad interporsi, e rimettendosi in lui per quelle

soddisfazioni che, salvo il loro onore, avessero a dare agli italiani

per rappacificarli, e cancellar ogni passata ingiuria. Si mossero i due

messi, e, giunti alla Torre del Gallo, esposero al capitano la loro

ambasciata; egli l'ascoltò di mal umore, colle braccia intrecciate sul

petto, ed alla fine diceva adirato:

--Chi volete voi che possa far capir la ragione a quei demonj!.... siam

proprio in tempo, alla fediddio!.... Guardate!--

E difatti in quel momento appunto, s'empieva l'aria delle grida di

costoro, della voce de' capitani che ordinavan la mossa, del batter

fragoroso e celere de' tamburi, dell'acuto fischiar de' pifferi... Si

vedeva quelle profonde e serrate battaglie (chè non si usava allora

l'ordine sottile delle moderne fanterie) tutte ispide e lucenti

d'alabarde e di picche, all'incirca come il pettine d'uno scardassiere

volto sott'insù, si vedevano, dico, dar que' primi crolli gravi ed

ondulati d'uno squadrone che prende la mossa, s'udiva il sordo e

regolare percuotere di tanti piedi, e per dir il vero, l'aspetto di

quelle genti non dovea dar molta speranza che s'avessero a poter

frenare o volger come si volesse colle sole parole.

Le battaglie intanto venivan scendendo la costa ora di fronte ed

intere, ora piegandosi e rompendosi talvolta, e poi tosto rannodandosi

secondo volevano i luoghi o la giacitura del suolo, ma sempre ordinate.

Innanzi, ed ai fianchi del grosso d'alabardieri ond'eran formate,

venivan più radi buon numero d'archibusieri, reggendo colla manca

il calcio della loro arme appoggiata sulla spalla, e colla destra

portando la forcina e la corda accesa: alcuni invece d'archibusi

tenean ritti colla punta all'insù grandissimi spadoni a due mani, di

quelli che, appesi in oggi per ornamento nelle nostre sale, cavan di

bocca a chi per la prima volta li vede, quella novissima esclamazione:

«Che braccio dovevano avere i nostri vecchi!».... I capitani ed i

sergenti, camminando in atto bravo innanzi alla fronte colle spade

sguainate, e con targhette o rotelle al braccio, tutte intarsiate e

miste d'oro, con una frangia intorno all'estremo lembo, ed un'acuta

punta nel centro, vestivan corsaletti e cosciali d'acciaio, sotto i

quali scendevano in larghe pieghe sino al ginocchio calzoni raccolti

pel lungo da strisce di panno, mentre le gambe coperte d'una calza

stretta alla carne mostravan tali muscoli da non lasciar sospetto

che potessero mai venir meno a nessuno sforzo. Non parliamo de' visi

abbronzati, fieri, veramente marziali, dalle barbe, da' baffi ridotti

a non mostrare se non occhi e naso, nè dello strano atteggiarsi, del

muoversi da bravaccio che era ne' modi de' soldati di quella età....

per dare una idea di così minuti particolari, non meno che del modo

d'ordinarsi degli eserciti d'allora, val più il pennello che la penna,

ed un' occhiata alle pitture del Vasari in Palazzo Vecchio, o a qualche

incisione del secolo XVI, spiegherebbe assai più d'ogni descrizione.

Mentre queste genti si movevano così sicuramente all'assalto, parve

però a D. Ferrante non ci stesse dell'onor suo lasciar seguire un tanto

disordine senza pur muovere un dito per impedirlo; e non curandosi di

compromettere la sua autorità, che pur sapeva non esser molta sopra

l'esercito, salito su un suo muletto, e seguito da Vitelli e da pochi

ufficiali, scese ad incontrare gli ammutinati. Giunto vicino ad essi,

alzò la mano, accennando ai tamburi di sostare, e mostrando voler

parlare, ma nè i soldati gli badavano, tirando pur innanzi, e piuttosto

guardandolo in cagnesco, e così i capitani, nè i tamburi cessavano dal

battere, ond'egli alzando la voce procurava superar quel frastuono,

ma soltanto qualche parola, qualche sillaba senza senso potè, per dir

così, sormontare e salvarsi dal generai naufragio del suo discorso.

Ma potè ben egli udire invece di molte ed ingiuriose parole che gli

vennero scagliate di mezzo alle file da polmoni che sapean dirla con

vantaggio co' tamburi e co' pifferi, ed una voce di toro fu udita

gridare fra le altre: «Levati, levati, mangia ranocchi!» alludendo ai

molti che si trovan negli stagni di Mantova, patria di D. Ferrante.

Visto alla fine ch'egli dava in nonnulla, si levò di quest'impresa

disperata, e volto dispettosamente il muletto, ritornò di donde

era partito non senza un poco cortese accompagnamento d'urli, di

schiamazzi e di fischiate.

Giunte le bande sul piano di Baroncelli, luogo nel quale sorge in oggi

Poggio Imperiale, d'onde con poca via erano per iscender ove vedean

gli spagnoli apparecchiati ad aspettarli, si fermarono un momento per

ristringere l'ordinanza.

In una delle prime file eran Averardo e Vieri, armati di due lunghe

partigiane, ed accanto a questi, venivan, cogli archibusieri, Lamberto,

Fanfulla e Bindo. Mentre ognuno osservava e metteva in punto le

sue armi, l'uno affibbiandosi più stretta una correggia, un altro

allacciandosi meglio il morione, soffiando taluno sulla corda onde non

si smorzasse, ed i capitani rivedendo le file e facendo mutar di luogo

ora questo ora quello, secondo parea loro venisse meglio, riguardo

alle stature ed alle forze d'ognuno, Lamberto veniva osservando

l'aspetto degli spagnoli attellati in fondo alla piccola valle, al di

là della strada Romana che pel lungo la divide. Vedeva que' serrati

squadroni d'uomini di mezzana statura, è vero, ma robusti, tarchiati,

invecchiati nelle guerre, e i migliori fanti che fossero allora in

Europa, e prevedendo quanto terribile sarebbe stato lo scontro, sentiva

grandissima apprensione per Bindo, che gli stava innanzi a tutti e

non trovava luogo, come un barbero alle mosse, smanioso d'attaccar

la battaglia. Volerlo ritrarre?.... neppur pensarci. Lamberto fece

d'occhio a Fanfulla, e senza parlare, per non esser udito dal

giovanotto, espresse così chiaramente col volto e col gesto l'idea

«stiamogli vicino e difendiamolo» che Fanfulla l'intese benissimo,

ed accennò due o tre volte di sì col capo, con tale espressione, che

valeva assai più delle parole.

Contento così Lamberto, si volse ai soldati, che, per tacito consenso,

avendolo udito così animosamente parlare, lo tenevano in quella fazione

quasi in conto di capitano, ed alzando la voce, per esser udito da

quanti più si poteva, disse con volto pieno d'una nobile e fiera

allegrezza:

--Orsù, fratelli, ci siamo.... Ci siamo una volta a poter combattere

non per chi ci paga, e ci dispregia insieme, ma per noi finalmente,

per la nostra nazione, per decidere, viva Dio, se veramente meritino

gl'italiani d'essere il bottino di tutti i popoli, il ludibrio e lo

scherno di tutto il mondo. Sia benedetto Iddio, che per una volta mi

è toccato combatter contro genti, tra le quali non vedo un sol volto

italiano! Ora, non vi dico altro... Firenze ci guarda.... ci guarda

tutto il campo, il fiore di tutti i bravi d'Europa.... chi si pentisse

è a tempo.... vada con Dio.... chi ama la patria, l'onore, la gloria,

mi segua, e se do addietro m'ammazzi.--

I tamburi batterono la marcia, ed al grido di _viva Italia!_ che

scoppiò ripetuto mille volte, si mossero tutte insieme le bande,

e scendendo velocemente colle picche spianate giunsero al basso,

attraversarono la strada e si serrarono addosso agli spagnoli che,

immobili, e rispondendo viva _Espana_, ad arme parimente abbassate,

gli aspettavano; colle bandiere gialle e vermiglie ondeggianti, con

un rumor di tamburi, di pifferi e d'altri militari istrumenti che

andava al cielo, ed al quale rispondevan l'eco e le grida lontane di

tutto il campo. Prima che le due truppe nemiche si congiungessero era

già incominciato il tempestar dell'archibusate, e vedevi or qua or là

i soldati fermarsi, calar veloci l'archibuso sulla forcina, sparare

e rimettersi tosto in via ricaricando; e quegli squadroni che poco

innanzi si discernevano così splendidi e netti, cominciavano or qua or

là ad esser velati, ed interrotti da globi di fumo che comparivano a un

tratto, si ravvolgevano candidi e densi, e si sfumavan tosto diradati e

dispersi dal vento.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 39 / 51 段