Erano intanto ritornati in piazza lo Zati, il notajo, co' mazzieri

svaligiati, e tutti disordinati ne' panni e nella persona, ed il

popolo maravigliato li vide passare per entrare in Palagio, e saputo

appena l'accaduto, si levò un ruggito d'ira e grida di vendetta tanto

smisurate che ne rimbombaron i monti e la valle dell'Arno, ed il

gonfaloniere insuperbito, e giurando di voler vendicar a ogni modo

l'offesa repubblica, gridava a' suoi sergenti gli venisser arrecate

l'armi e preparato il cavallo, onde, alla testa di tutto il popolo,

andar contro Malatesta, e veder, com'egli diceva, se un traditore

potesse star solo contro tutta Firenze. L'ordine fu eseguito in

un baleno: venner l'arme, venne al portone un gran palafreno da

lancia, bardato, e tutto sparso de' gigli fiorentini; ed il popolo a

quest'apparecchi si metteva in ordine anch'esso a furia, e si vedeva la

turba agitarsi, dividersi, ravvolgersi in sè stessa, correndo ognuno

a schierarsi sotto il suo gonfalone, preparando l'armi, accendendo,

gli uni dagli altri, le funi degli archibusi, ed a quest'armeggio

s'udiva un fremer cupo ed incalzante di voci che rassomigliava alla

romba sotterranea foriera del terremoto. Ad accrescer e superar tanto

frastuono s'aggiungevano a un tratto i tocchi della campana grossa,

che in pari circostanze aveva molte volte battute l'ultime ore de'

traditori; le sonore, profonde oscillazioni del bronzo percosso,

piovendo dall'alto sulla turba, vibravano in ogni cuore, v'accendevan

nuove faville, come suole fare ai cavalli in battaglia lo squillar

delle trombe, chè quel suono, in così fatto punto, ed in così estremo

pericolo, non pareva se non la voce stessa della patria che chiamasse i

suoi figli, e implorasse ajuto.

Fra i gonfaloni de' quartieri che disposti intorno alla piazza a larghe

distanze ondeggiavano al vento, si notava il Lion d'oro di S. Giovanni,

e nella prima fila era Niccolò co' suoi giovani. Il feroce vecchio,

sordo a mille preghiere, al pianto delle figlie, allo sconfortar degli

amici, aveva voluto quel giorno trovarsi cogli altri ove eran per

decidersi l'ultime sorti di Firenze. Se non col braccio, pensava, ed a

ragione, giovar coll'esempio; e qual piede avrebbe potuto arretrarsi,

qual cuore vacillare, alla presenza sicura e veneranda d'un tant'uomo?

Deposto il lucco, egli vestiva un lucente giaco di maglia, aveva

accanto la spada, in mano una picca, ed invece del cappuccio un

cappello di ferro, di sotto al quale gli usciva l'onorata canizie, e

coprivagli il collo, mentre sul petto gli scendeva, ugualmente candida

e folta, la barba. Il suo busto non più curvo dagli anni, stava eretto

sulle reni, e si piantava saldo su due gambe, alquanto aduste ma di

valida e bella proporzione: il suo sguardo lampeggiava d'un fuoco di

gioventù, ed un insolito vampo gli coloriva le guancie. Malgrado il

tumulto e i diversi pensieri che occupavan le menti, molti avevano

fissi gli occhi in esso, e se lo mostravan gli uni agli altri, con

parole d'affetto, di maraviglia e venerazione mentr'egli immobile

volgeva in giro l'occhio tranquillo ed altero nel quale si leggeva un

irremovibil proposito, ed intanto l'ombra errante del gonfalone che gli

sventolava sul capo, ora lo copriva spegnendo il lampo delle sue armi,

ora guizzando lontana le lasciava scintillar di nuovo ai raggi del sole.

Sulla ringhiera di Palagio era intanto comparso il gonfaloniere coperto

di tutte armi; e montato a cavallo, si mosse, preceduto dal grande

stendardo del popolo, che con bell'ordine, quartier per quartiere, si

veniva mettendo in fila per tenergli dietro: le trombe della Signoria

sonavano; sonavan le campane di Palagio, e quelle di molte chiese;

spesseggiavan le grida di _Viva il marzocco! viva il Palagio! Morte

ai traditori! Morte a Malatesta!_ e pareva la terra tremasse percossa

da tanti passi, le mura si scuotessero al rombo di tante voci, al

suono di ferri che s'urtavano nella calca, al grave rotolare de' carri

d'artiglierie che venivan avviati per Vacchereccia, onde abbattere al

bisogno le mura e le porte del palazzo di Malatesta.

Ma prevedendo questi la rovina che stava per venirgli addosso,

s'era oramai provveduto dell'ultima e più scellerata difesa che gli

avanzasse, ed al tempo stesso della più terribile e sicura che si

potesse immaginare, contro la quale il popolo di Firenze non ne avea

rimedio. Il traditore avea fatto entrare Porro Stipicciano da Castel di

Piero ne' bastioni con le sue genti, e mandato Margutte da Perugia alla

Porta a S. Pier Gattolini, che ruppe e spezzò a furia, cacciandone il

capitano Altoviti che l'aveva in guardia, e volgendo al tempo stesso

verso la città le artiglierie collocate sul torrione della porta

medesima.

Il campo imperiale, avvertito da Malatesta di questi accidenti,

s'era intanto levato in arme e si apparecchiava, ad un suo segnale,

a scendere ed entrare nella città, e le feroci bande tedesche e

spagnuole, agitando le picche, mandavan grida d'allegrezza stimando

imminente il sacco di Firenze, i guadagni, le rapine, le uccisioni, gli

stupri, la meta infine delle loro lunghe e contrastate speranze.

Rassicurato così Malatesta alle spalle, e forte oramai di tutto

l'esercito imperiale, poteva, quanto a sè, ridersi della furia del

popolo, ma una gravissima cagione lo sforzava a non spinger le cose

all'estremo, e far sì che il popolo si ritraesse senza opporgli gli

ajuti di fuori, e pel solo timore de' medesimi. Questa cagione era il

dubbio, anzi la certezza, che entrando tumultuariamente in Firenze le

bande del campo, ed appiccando la zuffa in città non venisse questa

saccheggiata e distrutta, contro la mente espressa del papa, che la

voleva invece intera e piena delle sopravanzate ricchezze.

Malatesta dunque spedì all'incontro delle torme del popolo alcuni suoi

uomini, che le trovarono sul Ponte Vecchio, e dissero al gonfaloniere

ed ai signori, che se venissero avanti d'un passo, l'intero esercito

imperiale sarebbe messo dentro le mura, e da alcuni cittadini, che

eran stati testimonj dell'occupazione di porta S. Pier Gattolini,

fu confermata la verità del fatto, ed esser oramai in potestà di

Malatesta il mandare ad effetto le riferite minacce; ed al tempo

stesso, entrando costoro tra i Signori e tra que' primi del popolo

che seguivano, e prendendo le mani or degli uni or degli altri, ed

esortando, e pregando, e piangendo, confortavano la turba a ritirarsi,

e non voler tentar Iddio e la fortuna in un'impresa ormai disperata,

e che non poteva partorire se non la rovina e l'eccidio universale.

Ma in que' petti cotanto accesi non potè lo sdegno dar così tosto

luogo alla ragione, ed il messo di Malatesta, eccitando più che mai

la generale indegnazione accrebbe la sete di vendetta, e la voglia

di muovere all'assalto, più che non la frenasse:, ma furon tante e

tali le parole di que' cittadini che s'erano messi di mezzo, e tanta

l'evidenza, che ormai nessuna forza al mondo non poteva salvare quello

sventurato popolo, che alla fine il Gonfaloniere e la Signoria, dolenti

e disperati d'ogni ajuto, e maledicendo la sorte, la crudeltà del papa,

ed i traditori che n'erano stati strumento, diedero pure al popolo il

comando di tornar addietro, e sciogliere l'ordinanza.

Quella fermata della testa del popolo sul Ponte Vecchio produsse in

tutta la folla un rigurgito, per dir così, nel senso opposto alla

direzione che prima seguiva, e si vide correr per essa a mano a mano

quel moto ondulato che si comunican tra loro le anella ond'è composto

il corpo de' bruchi, ed al tempo medesimo correva addietro, di bocca

in bocca, la voce dell'ostacolo incontrato, e sul primo era ripetuta

senza variazioni o commenti, ma poi andando avanti, soffriva di strane

trasformazioni, ed alla fine tra un bisbiglio pieno di terrore, e che

sempre più incalzava, si veniva da tutti affermando, esser entrati dal

lato opposto i nemici in Firenze, e tutto l'Oltrarno venuto già in

potere degli imperiali, che avean dato principio all'uccisioni ed al

sacco.

Dall'estremo ardire suol facilmente la moltitudine passar all'estremo

scoramento, tanto più quando si vede minacciata da un pericolo oscuro,

contro il quale non conosce difese, e che perciò appunto viene dalla

fantasia fatto maggiore della verità. Alla cura dell'utile comune,

succede allora quella delle private cose, e da que' cittadini che

disperavano ormai salvar la patria, occorse più vivo alla mente il

pensier delle mogli, de' figli, della famiglia, ad ognuno sovvenne

de' suoi cari lasciati inermi tra le domestiche mura; ognuno già se

li figurava manomessi da tedeschi e dagli spagnoli del campo: correre

tosto alla loro difesa fu il pensiero che invase ciascuno, e sciolse in

brevi momenti quell'ordinanza cotanto calcata.

Correvan qua e là i cittadini per le strade, per le piazze, pe'

chiassi, parendo a tutti mill'anni riveder l'uscio di casa, e tremando

trovarlo già sconficcato, trovar già dentro i soldati imperiali; avean

i volti bassi, i petti ansanti, gli occhi lagrimosi, e ciascheduno,

secondo la natura sua, o si volgeva a Dio, e con pregare interrotto

ne implorava l'ajuto, o l'imprecava con tremende bestemmie; e chi

si scagliava contro il papa, chi contro Fra Girolamo, chiamandolo

ciurmadore, e maledicendolo per averli ingannati. Ed a poco a poco

spargendosi per le case e per le famiglie lo spavento, si levava per

tutto un pianto, un lamento di donne, di bambini, e quelle che si

trovavan sole in casa, nè vedean ricomparire i loro uomini, avvisandosi

d'ogni peggior danno, e che già fossero stati morti, ed insieme

udendo le grida ed il pianger delle vicine, uscivan di senno affatto

e, tolti a furia in braccio i piccoli bambini, trascinandosi dietro

i più grandicelli, che tutti sbigottiti afferravan loro la gonna,

venivan fuori delle case, e vagando per le strade, cercavan d'una

qualche chiesa per ripararvisi; e deposti sulle predelle degli altari

i bambini, colle braccia in croce, e parendo loro ogni tratto sentirsi

ne' capelli le mani de' soldati, gridavano a Dio misericordia.

Nè a tutte le famiglie, che pur l'avrebber voluto, riusciva ripararsi

intere ne' luoghi santi, chè in molte, come suoi accadere, erano

infermi da malattie o da ferite, inchiodati ne' letti, o vecchi ridotti

dagli anni ad una eguale impotenza di muoversi od ajutarsi, ed allora

sorgeva un nuovo e più doloroso contrasto tra il desiderio di porre in

salvo chi potea fuggire, e l'ambascia di abbandonar soli ed indifesi

quelli che sarebbe bisognato trasportar con molte braccia e molto

tempo: e da questa varietà d'accidenti ne nacquero atti stupendi di

fortezza, di carità, di pietà filiale, ove la prontezza dell'anima

aggiunse forze soprannaturali a persone deboli e languenti, e si videro

giovani donne riuscire a levarsi in collo o padre, o madre cadenti, e

giungere tutte affannate e sfinite a deporli sulle scalee di qualche

chiesa, ove da pietose braccia eran raccolti e trasportati a piè degli

altari. A fronte di cotesti atti virtuosi, altri se ne videro brutti e

nefandi, ed in molte madri lo spavento e la cura de' figli spegnendo

ogni altro affetto, lasciavan le case aperte, ed entrovi abbandonati

quelli che non avean forza a seguirle, e talvolta accadde che non da

soldati nemici, ma dalla feccia de' ribaldi della città venisser

commesse ruberie ed assassinamenti su quei miseri derelitti.

Ora quelli tra' cittadini che ritornando in casa la trovavan vota, e

fuggita la sbigottita famiglia, si davano a domandarne pel vicinato,

a cercarne qua e là per le strade, e ritrovatala, parte rampognando,

parte compiangendo l'improvvida fuga, la riducevano di nuovo d'onde

s'era partita; chè la città s'era per cura della Signoria un poco

rassicurata quanto all'imminenza del sacco, ed era stato posto ad

ogni ponte un gonfalone di guardia, per difendersi da chi venisse

d'Oltrarno, onde nel cuor di molti l'improvviso terrore avea già

dato luogo ad una nuova speranza, e tra'l popolo radunato in piazza,

quantunque nè tanto nè così ardito come prima, s'udivan pure di molte

voci che di nuovo chiedevan battaglia. Ma ve n'eran anco non pochi

chiedenti gli accordi; poi tra cittadini alcuni, che più la patria e la

libertà stimavano, che non la vita, concorrendo al marzocco che era sul

canto di Palagio, s'abbracciavano a que' ruvidi macigni che gli servon

di base, gli innondavan di lacrime, li coprivan di baci, giuravan voler

difender fino all'ultimo quella venerata repubblica, voler morir mille

volte prima che disertarla.

Dove potea esser Niccolò se non quivi, se non il primo ed il più

infiammato di questi? Poteva egli anche a quest'estremo, ammettere

il solo dubbio che Firenze avesse a cadere? Poteva egli credere Fra

Girolamo un impostore, le sue profezie una menzogna?

Ritto a piedi del Leone, circondato da' suoi e da molti cittadini, egli

veniva tratto tratto con gravi ed infiammate parole comunicando ad ogni

cuore quella fede, quella costanza, che nel suo rimanevano inconcusse,

e neppure quando il sole cominciò a declinare all'occidente, e quando

alla fine, calato sotto l'orizzonte, cominciarono a comparir le

stelle, non volle lasciar quel luogo malgrado le istanze de' suoi, che

non potevan patire avesse a sopportar tanti disagi, e temendo nella

notte avessero a succeder nuovi accidenti, od i Palleschi cogliesser

l'occasione di far novità e levar il rumore, ricusò ostinato di

andarsene a casa, e tratti dal suo esempio, molti cittadini passarono

anch'essi in piazza l'ore del sonno. È facile immaginare quali poteron

essere per l'universale, quanto dolorose, piene di sospetti, di

spavento per i mali estremi che s'aspettavano dall'indomani, e quando,

dopo la mezzanotte, un alto silenzio era succeduto a tanto rumore, e

non s'udiva in piazza se non i passi delle sentinelle, il lamento de'

gufi appollajati in cima della torre, e di quando in quando il batter

delle ore. Niccolò, cedendo alla stanchezza, cominciò a declinar la

fronte su un letto composto de' mantelli de' suoi figli, e s'addormentò

col capo basso alla base del marzocco, mentre essi muti e pensosi

vegliavano al suo fianco. Due ore prima di giorno, la luna che era

in sul finire, venne a poco a poco mostrandosi pallida e scema sugli

edifizj verso oriente, ed illuminò d'una luce alabastrina il volto del

vecchio addormentato. Lamberto gli avea tolto pianamente il cappello

di ferro, e, per difenderlo dall'umido rezzo della notte, gli avea

tirato sul capo il lembo d'uno di que' mantelli, e l'augusta e placida

serenità sparsa sui lineamenti di Niccolò, il suo respirar largo e

profondo mostravano che sulla nuda terra, nell'estreme sventure, e tra

i maggiori pericoli è pur concesso trovar sonno e riposo all'uomo forte

ad incontaminato.... Resta a saper se in quella notte, in quelle ore

medesime, l'avranno trovato uguale ne' loro letti di piuma, di seta e

d'oro, Carlo V e Clemente VII.

Un nuovo disordine, preparato però da lunghe macchinazioni, sorgeva

intanto ad affrettare e render più dolorosa l'agonia della repubblica.

La setta de' grandi, risolutasi affatto a staccarsi dal resto del

popolo, concorse armata alla prim'alba sulla piazza di S. Spirito,

in numero di quattrocento giovani delle prime case di Firenze,

«sprezzando» secondo le proprie parole del Varchi «la religione del

sagramento, tante volte ed in tanti modi fatto da loro.»

Scelsero codesto luogo per esser prossimo alle case di Malatesta, e

poter così soccorrerlo all'uopo, e venire soccorsi: sforzare il Palagio

agli accordi, ed averli tali che potessero salvare il loro grado e le

loro ricchezze, era il fine al quale tendevano. Corse a questo rumore

Bernardo da Verrazzano, Commissario della milizia del quartiere, e si

studiò con buone parole ricondurli al dovere, mostrando loro di quanta

importanza fosse che in quel pericolo si mantenessero unite le volontà

di tutto il popolo, che potrebbe così ottenere capitoli più ragionevoli

e confacenti alla comune utilità, ove all'opposto le scissure e le

disunioni, dando maggior animo a' nemici, gli avrebber resi meno

trattabili e più insolenti.

Ma furono sparse al vento le sue parole, chè anzi ributtato e

minacciato villanamente, mancò poco non venisse ammazzato dal Morticino

degli Antinori, che toltolo di mira coll'archibuso, già appressava al

draghetto la fune accesa, ed avrebbe dato fuoco, se da' circostanti non

fosse stato rattenuto e ripreso.

Venuta la nuova in Palagio di questo ammutinamento, la Signoria, che

oramai navigava per perduta, ed in tanti e così diversi pericoli che

la minacciavano non sapeva più che farsi, nè come riparare, spedì pure

per tentare ogni prova, il Rosso de' Buondelmonti, Commissario della

milizia di S. Maria Novella, a pregarli che non volessero l'ultimo

strazio della repubblica, colle ragioni medesime addotte già senza

frutto dal Verrazzano, e che pur senza frutto furono udite per la

seconda volta, rispondendo costoro non voler per l'innanzi riconoscere

altra signoria nè altro signore che Malatesta.

Disperatosi allora il Buondelmonti di potere svolger costoro, a lui

si condusse pregandolo, per parte della Signoria, volesse colla sua

autorità far partire que' giovani da S. Spirito, e se questa domanda

gli venisse accordata, lo può immaginare il lettore; chè anzi già avea

mandato Malatesta a que' cittadini abbindolandoli colle solite promesse

d'uno stato di pochi, quale essi desideravano, e profferendosi pronto

ad ajutarli e sostenerli, ed al Commissario della Signoria, disse alla

fine aperto, ch'egli stava con quelli di S. Spirito e non conosceva

altri che loro.

Questa ribellione de' grandi, quantunque pel loro scarso numero non

paresse cosa di tanta importanza, fu però il colpo che dopo altri mille

decise finalmente la caduta della repubblica di Firenze; nel modo

istesso che ad abbattere un'antica e ben radicata quercia, quando pel

lavoro di molte scuri tentenni già recisa sul calcio, basta alla fine

un urto leggero.

Vennero in piazza i giovani di S. Spirito fatti oramai sicuri, e

crescendo d'insolenza, e s'attelarono in arme sotto la tettoja de'

Pisani, guardando in cagnesco i Piagnoni che avean dirimpetto,

schierati sotto la ringhiera, e se, come parve probabile, avessero

attaccata la zuffa, sa Iddio a qual rovina sarebbe stata condotta la

città: ma l'ordinanza di questi s'era d'assai assottigliata, chè alla

sfilata s'eran partiti molti, conoscendo oramai che il più contrastare

alla fortuna sarebbe stato di puro danno, e volere, non morire essi per

la patria, ma che la patria perisse per loro o per la loro ostinazione.

CAPITOLO XXIX.

Conoscendosi costoro padroni oramai di Firenze, vollero per prima cosa

che la Signoria rilasciasse que' cittadini Palleschi, che fin dal

principio dell'assedio erano sostenuti in Palagio; e la Signoria, che

dovea ubbidire, non potendo più comandare, li fece tostamente porre in

libertà, onde presto furon veduti uscire di Palagio ringraziando i loro

liberatori, come poco dopo ringraziaron Malatesta, recandosi a fargli

riverenza.

Il Busini, che era presente a quel fatto, e stava con que' pochi

Piagnoni superstiti, desideroso più di morire che di vivere, narra,

in una delle sue lettere al Varchi, che costoro avendo, durante la

prigionia, trasandata ogni cura della persona, apparvero con lunghe

barbe, e rassomigliavano ai romiti della Falterona.

Ora dunque i Signori, non conoscendovi più rimedio, sforzati dalla

necessità, dalla violenza dei nobili, e rimasti oramai abbandonati

a se soli, dovettero alla fine risolversi a cedere; e, radunato il

consiglio degli Ottanta nella sala grande di Palagio, in quella

stessa, che per opera di Fra Girolamo era stata disposta pel consiglio

maggiore; in quella, ove alcuni anni dopo il Vasari dipinse in tante

storie le battaglie che ribadiron poi la servitù fiorentina; radunato,

dico, il consiglio, pieno di quel lutto, di quel dolor tacito e

profondo che assai si può immaginare, elessero quattro ambasciadori

a Don Ferrante colla commissione d'accordarsi, salva però sempre la

libertà fiorentina.

Questa clausola sola parrà al lettore una derisione amara, ed il

progresso del tempo mostrò, che il suo giudizio non erra: ma è

nell'indole umana l'attenersi con grandissima ostinazione alle parole

allorquando vien meno la realtà da esse significata.

Partirono gli ambasciatori, si condussero alla villa Guicciardini,

detta la Bugia, ove alloggiava Baccio Valori, e venuti a parlamento con

esso e con D. Ferrante, dopo lunga discussione, fermarono i capitoli

della resa, e tornarono con essi, che già era fatta notte, in Firenze.

Niccolò, quantunque abbandonato quasi da tutti, era sempre rimasto

in piazza, al luogo medesimo. Quando gli fu annunciato che tutto era

finito, estinta ogni speranza, e Firenze venuta finalmente alle mani

de' Palleschi, provò quel dolore che supera ogni altro dolore, e non

è da mettersi a confronto nè colla perdita de' beni, nè con quella

della vita, e neppur della libertà, nascendo da una perdita assai più

tremenda per l'uomo, quella d'una fede nutrita, tenuta infallibile

e santa pel corso dell'intera vita. Scoprir traditore l'amico

dell'infanzia, è forse il solo dolore che a questo s'avvicini.

Chi può immaginare, non che descrivere, lo sconvolgimento tremendo che

dovette operarsi nell'animo del vecchio popolano, quando a un tratto,

quasi allo squarciarsi d'un velo, sentì nascersi il dubbio che Fra

Girolamo gli avesse ingannati?

A novant'anni s'avvide l'infelice vecchio che egli ancor non conosceva

tutti i dolori della vita, e mentre i suoi gli stavano attorno

confortandolo, e notando con ansia l'istantanea e spaventosa mutazione

che appariva nei suoi lineamenti, quella sua fronte, quei suoi occhi,

già cotanto sicuri, caddero a terra, il suo volto illividito espresse

una così desolata disperazione, che gli astanti temettero un momento

non avesse a cader morto allora allora, e con quelle parole e quegli

argomenti che alla mente d'ognuno parevan migliori, si studiavano

ravvivarlo, mentre piano piano procuravano trascinarlo alla volta di

casa.

Riuscirono a condurvelo, passando taciti per quelle strade poco prima

tanto riboccanti di popolo, tanto piene di rumori e di grida, ed ora

oscure, deserte e taciturne, se non che da quando a quando s'udivan

lamenti, pianti soffocati, che sonavan per l'aria senza potersi

conoscere d'onde venissero. Quando Niccolò rivide la bruna facciata

della sua casa, ove avea vissuto libero tant'anni, e dove oramai gli

conveniva viver servo, od uscirne, sentì rinnovarsi più amaro il suo

dolore, come accade a chi rivede per la prima volta quelle mura ove

visse lungamente con una persona cara, e che la morte abbia rapita

per sempre. Nel varcare la soglia, l'androne; nell'entrare nella sua

camera sentì opprimersi il cuore come entrasse in una prigione. Trovò

le figlie piangenti, che gli si fecero incontro, ed abbracciandolo

raddoppiarono il singhiozzare, ed egli, senza nè rispingerle, nè

corrispondere a quelle loro mute condoglianze, si venne spogliando

l'arme e le gettò a terra lontane, lanciando sovr'esse un ultimo ed

amaro sguardo; un altro sguardo gettava in alto a quella nicchia

entro la quale stava appesa la tonaca, ed eran collocate le ceneri di

Fra Girolamo, e senza torcer le pupille da quelle cose che in cotal

momento dovean destar in lui tanta tempesta di pensieri, rimase un buon

pezzo fisso, ed alla fine il misero venne alla presenza de' suoi, che

profondamente commossi, e senza osar quasi respirare lo circondavano,

pianse, pianse a lungo ed amaramente.

Degli sbagli delle profezie e de' profeti a tutti si suol dar la

colpa fuorchè a loro, chè essendo la fede un affetto del cuore, più

che un'operazione dell'intelletto, il cuore s'ostina a serbarla,

a difenderla contro gli assalti della ragione, contro l'evidenza

stessa, e trattandosi appunto di predizioni non mancano mai appigli per

persuadersi, quando gli eventi siano succeduti a rovescio, che la colpa

fu di chi non seppe interpretarle, o adempierne le condizioni.

Così Niccolò, che non poteva in un momento abjurare quella fede in Fra

Girolamo, che era stata lo spirito animatore di tutta la sua vita, che

non poteva in un punto detestare ciò che avea adorato, nè rinunziare in

quella terribil prova alla sola consolazione, alla sola speranza che

gli avanzasse, disse in cuor suo, mentre s'affissava in quelle reliquie:

--E se i nostri peccati furon tali da renderci immeritevoli della

divina misericordia, vorremo, per colmar la misura, perder anco la

fede? Ci fu promessa vittoria: ma abbiam noi combattuto? Perchè

ritrarci vilmente? Perchè arrenderci? Può forse Iddio ajutare i

codardi?... Oh Firenze! nelle tue forze speravi e non in quelle di

Dio, ed egli t'ha abbandonata alle tue forze sole! _Quare. Quare

dubitasti?_--

Questi pensieri furon cagione del pianto di Niccolò, ed insieme di

rinnovare più salda in lui quella credenza che avea potuto bensì

vacillare, ma non mai venire abbattuta, onde, riassumendo nel volto e

nella presenza quell'autorità grave e tranquilla, solo per un momento

smarrita, disse ai figli, a Lamberto ed a Troilo:

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 35 / 51 段