L'Arsoli allora tutto ansante, fulminando per gli occhi l'allegrezza

della vittoria, disse a me e ad un altro «Presto, addietro alla porta

Papiniana, e se il Commissario può darmi 50 cavalli, fateli passar

qui affinchè ributtino quelli che volessero girar la mura e coglier i

nostri alle spalle, mentre io seguito costoro che fuggono» Diede di

sproni e via di carriera, e noi addietro come saette; ben conoscevo

quanto importasse far presto, chè vedevo comparir lontane molte

bandiere di lanzi, intere e ordinate all'assalto. Mentre galoppiamo

per que' greppi, fu a un tratto come la terra mi si sfondasse sotto,

e 'l cavallo ed io sottosopra, giù pel pendìo tra i cespugli e le

macchie finchè ci fermammo in un cavo, io sotto, lui addosso, immobile,

e la gamba ritta che avevo presa la sentii a un tratto tutta molle e

calda, era il sangue del cavallo che, trapassato da una palla, credo

morisse per aria. E non mi potevo nè movere, nè ajutare, e sentivo

mancarmi l'anelito, nè potevo capir perchè, avendo solo una gamba presa

sotto; riflettendovi dopo, credo che nel momento appunto ch'io caddi

mi dovette passar dappresso al viso due dita, una palla di cannone, e

sapete che ciò basta a levar il respiro per un pezzo.

Io puntavo le mani qua e là, e mi sforzavo di riaver la mia gamba, ma

tutto era inutile, e mi toccò aver pazienza. Intanto il mio compagno

era giunto al Commissario, e Fanfulla venne comandato per guidar que'

50 cavalli ove aveva detto l'Arsoli. Li vidi venire, e formarsi in

battaglia in un largo che mi stava sopra a pochi passi, di dove ero

caduto, loro non vedevan me, chè ero ficcato fra i cespugli, e gridare

non potevo; io li osservavo, ed ho potuto allora conoscere che conto

fa qui il nostro Fanfulla dell'archibusate. Figuratevi ch'egli era col

cavallo dinanzi la fila de' suoi uomini, e sentivo che, vedendo certi

soldati giovani far gobbe le spalle al fischiar delle palle, diceva

«Animo ragazzi, non è nulla, quelle che fischiano son già passate»

e inforcato, ritto fra gli arcioni, pareva fosse sulla piazza d'un

alloggiamento a far scuola a' soldati, e non in battaglia, e veniva

loro dando molti insegnamenti, ed in quella il suo cavallo toccò

un'archibusata di striscio in una spalla e si piegò tutto da un lato,

ed egli serio serio, senza scomporsi, diceva facendolo muover di passo

«Quand'un s'accorge che il cavallo è ferito, è regola di non lo lasciar

fermo; sente più il dolore, se un nervo è offeso si può irrigidire: si

fa muovere pianamente, così, e venirlo toccando un po' di sprone.»

A queste parole Fanfulla disse sorridendo:

--Che volete? vedevo certi giovani di prima barba, che quel _psst_

delle palle vicin all'orecchie pareva li disturbasse, e volevo che

capissero che non è da farne caso.... n'ho sentite tante io, eppur son

qui ancora.--

Niccolò e gli altri sorrisero così un poco, e Lamberto proseguiva:

--Insomma, non ci fu mai verso di riaver la mia gamba, che oramai mi

doleva forte e la sentivo tutta intormentita, e dubitavo fosse rotta:

e quando mi pareva mi tornasse in petto tanto fiato da poter chiamare

in mio ajuto, ecco venir di verso Gavinana un balestriere correndo, e

richiamando addietro Fanfulla e la sua gente in ajuto del Commissario,

chè que' lanzi veduti da noi poco prima, invece di prender di sotto,

avean imboccata la porta Peciana, e rinnovata nella terra la battaglia

colle genti del Ferruccio, stanche dal lungo combattere con quelle del

Maramaldo, che aveano sconfitte. Io vidi partir Fanfulla e dovetti

rimaner così senza poter far altro, e poco dopo sentii nel castello

levarsi un tremendo grido, con tanto spesseggiar d'archibusate che

pareva un tuono continuo e che la terra s'aprisse, ed io mi disperavo

di non poter ajutar in nulla.

Poi, dopo un'ora, a poco a poco si fecero meno spessi i tiri, e sempre

più diradandosi finiron poi affatto, e solo sentivo nel castello un

ronzìo cupo come in un nido di calabroni: a sera poi capitò Fanfulla,

che m'ajutò; egli vi potrà dire come andassero le cose dentro la terra,

chè vide tutto.

--Così non avessi veduto! disse Fanfulla. Quando venni richiamato

addietro.... Eh! badate ch'io non so discorrere come Lamberto, e ve

la narro come posso.... Quando dunque giungemmo alla porta Papiniana,

feci scavalcar ognuno.... per quelle vie torte e strette, meglio su

due gambe che su quattro, dico io.... Dunque a piedi, colle picche

innanzi, e ben serrati, eccoci in piazza. Che volevate vedere? I

morti a mucchi, il sangue a rigagnoli per tutto, come l'acque ne'

temporali: e dalla via che mette a porta Peciana era già sboccata la

prima bandiera de' lanzi, e tutta la strada, che sale un poco, si vedea

piena zeppa di picche, e venivan avanti da maladetti. Il Commissario,

tutto già ferito e pesto, che fa? la gente sua era in gran parte morta

o ferita. Arrendersi? sì, le zucche fresche!... si chiama attorno

tutti i capitani e caporali, ne fa una fila, e tutti insieme a capo

sotto, dentro in quella battaglia di lanzi! E lui vi s'era buttato

il primo, vedete! E al capitan Goro, che volle passargli innanzi per

riparargli la persona, afferrò un braccio ruggendo com'una fiera, e lo

tirò addietro. Eh! è un pezzo che vedo picchiare, e ho visto picchiare

davvero più d'una volta, ma un cozzo come quello che diede il nostro

squadrone (chè c'eravamo uniti anche noi agli altri) nella fila dei

lanzi, in quarant'anni, per la Madonna, è stato il primo!

E sotto! tutti co' denti serrati, che quasi non si vedea lume, si

lavorava co' pugnali e co' coltelli, e talvolta ad afferrarsi e

lottare, e andar sottosopra, e rialzarsi, e più se n'ammazzava, e più

ne ricompariva, e tanto pensavo uscirne vivo, come esser fatto papa....

Presto eran per mancarci proprio le forze di reggerci in piedi non che

di combattere.... era un caldo! e l'armatura parea foco espresso....

Allora l'Orsino, che sempre era accanto al Ferruccio, e lo vedeva

ansante, pieno di sudore, di polvere, e gocciolava sangue per tutto,

sento che gli dice «Non ci vogliamo arrendere sig. Commissario?»

--No! grida lui con un urlo strozzato, e parve che gli tornassero le

forze a un tratto, e si caccia, più diavolo che mai, nel folto dei

lanzi, che cominciano a tentennare. Figuratevi noi allora! Ci scagliamo

come mastini, e mena, e spingi, e avanti, ributtandoci, a viva forza,

scavalcando cadaveri, e tutti imbrodolati di sangue, riuscimmo a un

tratto fuor di porta, e vistomi all'aperto m'accorsi che avevam rotti i

lanzi, chè a dirvela, per quella via stretta non ci vedevo più, e non

sapevo dov'ero, e mi sentivo la testa intronata, chè n'avevo toccata

una sul capo, e 'l sangue mi velava la vista. Basta, fuori che fummo si

fece un po' di largo, mi nettai un po' gli occhi, ed i nemici aprendosi

alquanto, vidi il Commissario cacciarsi in una casetta vicino alla

cappella delle vergini, e io dietrogli, e dico: «Finchè ne vuoi tu ne

voglio anch'io.»

E costì da capo ricominciamo a sonare,.... ma eram rimasti una decina

e non più, e ora ne cadeva uno or un altro, ma senza rinculare un

passo, e si combatteva sull'uscio, alla fine, eran più di cento che

spingevano, e di peso ci portaron dentro, e ci montaron addosso, che

ognun di noi n'avea quattro alla vita; allora il Ferruccio, che pel

sangue perduto e la stanchezza era venuto a terra e non potea più

muover gambe nè braccia, e non parea vivo che dal fulminar degli occhi

e dal ruggito che gli usciva tratto tratto di gola, povero signore!....

fu preso da uno spagnuolo, e io da un altro, e così finì; eramo quattro

vivi.

Quello spagnuolo che ebbe il Ferruccio voleva nasconderlo, ma venne un

ordine di Maramaldo che gli fosse condotto. Lo misero a sedere su due

picche in croce, e lo portarono in piazza.

Maramaldo, vinto ch'egli ebbe, s'era riparato in quella casa

sull'angolo della chiesa: uscì sul ballatojo innanzi l'uscio, al quale

s'ascende per due gradinate, mentre appunto le salivano i soldati

che portavano il Commissario,... glielo buttarono ai piedi, rimase

stramazzato, reggendosi però su un braccio, colla fronte alta e più

feroce che mai.--

Qui Fanfulla tacque per un momento. Poi, fatto grave e addolorato

nell'aspetto (cosa tanto fuori della natura sua) disse, scrollando il

capo:

--Darei quel poco sangue che m'avanza per non aver veduto ciò che sto

per narrarvi!....--

E dopo un'altra pausa, riprese.--Maramaldo gli si accosta e gli dice:

«Ci sei una volta! mercante poltrone!» Ma Ferruccio non gli lascia

finire la parola e lo mente per la gola, com'egli fosse sano ed armato,

e non ridotto com'era, e mentre si dicean villania, vedo Maramaldo

colla destra venirsi frugando dietro le reni finchè trova il manico del

pugnale, lo sguaina, e l'alza a un tratto sul viso al Ferruccio, io lo

guardavo proprio negli occhi.... non li mosse, vedete! non li volse,

com'ho da render l'anima a Dio! ed ebbe due volte la lama nella gola, e

disse, morendo e borbogliando pel sangue che gli usciva di bocca: «Vil

poltrone, tu ammazzi un uomo morto!»

Io perdio avea le mani legate da que' marrani, chè coll'ugne e co'

denti l'avrei vendicato. E codesti si chiaman capitani di soldati? capi

d'assassini piuttosto! vergogna di quanti fanno il mestiere!

Io fui condotto in una casa poco discosto, e da quello che m'avea preso

venni raffigurato, ed io riconobbi lui, chè fummo insieme nell'esercito

di Borbone, era un certo Valesco..... e mi dice: «Oh, chi pensava mai

che fossi qui!» e cominciamo a discorrere, e per dirla in breve, m'usò

di molta cortesia, chè gli dissi: «Vedi, che taglia vuoi tu che ti

paghi? a scorticarmi tutto non ne caveresti un ducato.»

Insomma, e per l'antica amicizia, e perchè a dirla, tutti i soldati che

da vent'anni sono in sulle guerre d'Italia li conosco uno a uno, e non

per merito mio, ma tutti mi voglion bene, mi lasciò andare: bensì gli

ho promesso, che se potrò metter insieme un po' di denari qualche cosa

gli darò. Ho paura però che aspetti un pezzo.

Allora pensai a Lamberto: Dio sa com'è capitato!.... era già fatto

sera, e i soldati nella terra attendevano a far buona cera, bere e

giocare, e metter a sacco le case, insomma, quel che si suol far

sempre. Io me n'uscii zitto zitto e misi in animo di trovar Lamberto

vivo o morto.... e pensavo a voi M. Laudomia.... come vorresti tornarle

dinanzi senz'esso! dicevo. Comincio a cercare per que' greppi (era uno

stellato chiaro) pieni di morti e moribondi, e chi si lagnava, chi

bestemmiava Dio e i Santi, chi vedendomi passare si raccomandava....

ma che potevo in fare? Dicevo «raccomandati a Dio, fratello» e passavo

avanti, chè a voler dar retta a tutti non bastava un mese. Insomma,

dopo un par d'ore, chè credetti più volte, tanto mi doleva la ferita

del capo, e mi sentivo rotto e stracco, di cascar anch'io, per non

rizzarmi più; alla fine, dico, te lo trovo in quel fondo, e, la Dio

grazia, vivo «Ajutiamoci Lamberto, chè la festa è bell'e terminata» e

gli racconto tutto. Ora, come riuscimmo tra tutt'e due a movere quel

cavallo morto, e poi a trovar modo di condurci fin qui, poco importa il

narrarlo; il fatto sta che ci siamo, e che se credevo riveder Firenze,

possa rompere il collo.--

CAPITOLO XXVIII.

La notte che tenne dietro a questa torbida giornata fu pe' Fiorentini

piena d'inquietudine, di sospetti e d'apparecchi, nell'aspettazione de'

gravi casi che essi prevedevano per l'indomani. In quell'ore stesse

ove, particolarmente ne' gran caldi, suole il sonno vincere ogni cura

e la memoria di ogni travaglio, Firenze rimase desta. A girar per le

strade non s'incontrava persona, ma il chiarore che traspariva qua e

là dalle finestre, i rumori, le voci che s'udivano nell'interno delle

case, assai mostravano che quel disgraziato popolo sentiva appressarsi

l'ultima scena della lunga e sanguinosa tragedia, e nelle sue viscere

ribollivan più fervidi gli umori e le passioni di parte, le speranze, i

desiderj, vicini ormai ad essere irremissibilmente appagati o delusi.

Il popolo minuto, la maggior parte cioè de' cittadini, che in cotali

casi suole operar sempre con prontezza e lealtà, senza secondi fini e

senza raggiri, e per questo appunto viene spesso a pagar lo scotto a

pro degl'ipocriti o degli astuti, si preparava in quell'ore notturne

a venir francamente l'indomani all'ultima prova dell'armi, sperando

vittoria, e rassegnandosi a comprarla colla vita di molti.

Bello ed augusto spettacolo sarebbe stato a poter penetrare il

segreto delle povere case popolane, veder gli apparecchi di quel

gran sacrificio. Veder quegli uomini disporsi tranquilli a morir per

la patria, ed a quali patti? con quali speranze? di mutar sorte, e

divenir ricchi vincendo? No: il loro stato, ben lo sapevano, non potea

cambiarsi, la povertà e la fatica eran la parte che loro sarebbe

toccata dopo, come prima. Ma non facean questi calcoli, neppur li

pensavano; essi amavan la patria, come s'ama una madre, l'amavan

d'amore, era stato per loro il primo pensiero dell'infanzia, dovea

esser l'ultimo della vecchiaja, essi davan la vita per lei con quel

cuore stesso con che un'amante la spende per l'amata, senza cercare

altro premio che la gioja stessa di morire per salvarla.

Quali e quanto fervide saranno state in quella notte le preghiere

delle madri e delle spose! Quante lagrime sparse in segreto! Quanti

voti, quante promesse a Dio d'anime innocenti e cadute d'ogni speranza

che non fosse in Lui! La fantasia si smarrisce immaginando l'infinita

varietà di casi che dovea offrire l'interno di tante famiglie, pensando

i severi conforti de' vecchi, l'animoso e confidente sperare de'

giovani, l'onorato ed irremovibil proposito di tutti; ma il cuore si

stringe considerando poi che in quell'ore istesse v'eran in Firenze

cittadini che vegliavan disegnando come potessero scampar soli dal

comune naufragio, redimere la loro vita a prezzo di tradimenti, le loro

ricchezze a prezzo del sangue o della libertà de' loro fratelli.

V'eran pur troppo costoro, ed eran la setta dei grandi, quella di che

facea capitale Malatesta, e che Troilo ed il Nobili avean avuto, come

vedemmo, l'incarico di sollevare.

Essi ebbero a durarvi poca fatica, chè oramai le cose eran mature, ed

il privato interesse poteva più d'ogn'altro rispetto in uomini che, sul

primo, s'eran però mostrati pronti ed accesi pel comun bene. Ma essi

eran ricchi; avean che perdere, e Niccolò dubitando di loro, non avea

preso errore.

Troilo ed il Nobili, lasciato Malatesta, venner dunque raggirandosi,

e trovando uno ad uno quei grandi; e, come portava l'occasione, con

parole e promesse più aperte riuscirono a staccarli affatto dalla causa

del popolo e risolversi a quegli estremi partiti, che presero poi di

fatti, e furon cagione dell'ultima rovina della città.

Passata così quella notte, l'alba desiderata, o temuta, ma sicuramente

spiata da tanti, appariva finalmente chiara e limpida dietro i poggi

dell'Incontro e di Vallombrosa. Quando i suoi raggi cominciarono a

penetrar nelle case, e ad esser visibili malgrado la luce rossiccia de'

lumi, si fece in ogni famiglia quasi un'ultima dipartenza, successero

gli abbracci, i pianti, i caldi e rapidi colloquj delle mogli, le

benedizioni de' vecchj e de' padri, ed a poco a poco si sparse un rombo

per la città, un rumor cupo, di voci, di passi, di porte che s'aprivano

e serravano a furia, ed uscendo i cittadini armati dalle case, per

raccogliersi ai loro gonfaloni, ricambiavan l'ultimo addio, l'ultime

occhiate co' loro congiunti, colle donne, co' bambini che lasciavan

lacrimosi sugli usci.

A levata di sole la piazza era già, non meno del giorno innanzi,

calcata di popolo, ed i Signori radunati in consiglio, quando si vide

di verso Vacchereccia giungere una compagnia d'uomini a cavallo, alla

cui testa veniva Cencio Guercio e si drizzava al Palagio. Giunto al

portone fra l'ondeggiare ed un non troppo amico mormorare della folla,

scavalcò; e salito nella sala ov'era radunata la pratica, espose con

arroganti parole il messo pel quale era stato mandato da Malatesta.

Il traditore neppur in quella notte non avea perduto tempo, e

conoscendo l'universale repugnante più che mai agli accordi, ed acceso

invece a tentar ancora il combattere, avea mandato in campo a Don

Ferrante Cencio sopraddetto, con un altro, i quali ne eran ritornati

con una bozza di capitoli pei quali, in sostanza, venissero bensì

rimessi i Medici, ma rimanesse però libera la città.

Con questa bozza venne dunque Cencio ai Signori, dicendo: «come

Malatesta li confortava accettarla, e gli ammoniva, dacchè eran pure

spacciate le cose loro, non volessero l'intero esterminio di Firenze,

moltiplicando poi parole di tanta alterigia, che il gonfaloniere fu

per fargli metter le mani addosso.» Tardi avvedutasi la Signoria

dell'error suo nel commettersi alla fede di quel ribaldo, che ora

tanto sfacciatamente scopriva il suo tradimento, udendo anche il

rumore che s'era levato in piazza, e le grida del popolo che chiedeva

battaglia, diede con altrettali e più superbe parole commiato a

Cencio, imponendogli, dicesse a Malatesta (trascriviamo il Varchi)

«Che la Pratica per ispraticare oggimai questa tante volte proposta, e

determinata consulta, aveva di nuovo per ultima risoluzione deliberato,

che onninamente si combattesse; il perchè essi come Signori gli

comandavano, e come cittadini lo pregavano per l'onor suo e per la

salvezza loro che desse ordine a cavar fuori i suoi soldati, perchè

eglino dalla parte loro erano preparati, ed aveano preste e in punto

tutte le cose da lui chieste e dimandate, e qualcuna di più.»

Malatesta intanto, tutto pieno d'ansia e di sospetti, moltiplicando

intorno a se le guardie dei suoi perugini e de' soldati côrsi che

gli eran devoti, aspettava la risposta di Palagio, ora bravando,

ora promettendo a' suoi, e raccomandandosi gli tenessero il fermo.

Quando Cencio gli ebbe riferito le parole de' Signori, conosciuto non

rimanergli altro scampo, si risolse, com'avea disegnato, domandar

licenza, e dimettersi dal grado di capitan generale prima che ubbidire

a quel comando, chè potea fargli perder il frutto di tante frodi: non

ch'egli credesse la sua licenza venisse accettata, sperava al contrario

vincer così la costanza de' Fiorentini, e costringerli, trovandosi

senza capitano, a calare agli accordi.

Egli dunque scrisse una lunga lettera alla Signoria con parole e

ragioni oscure ed avviluppate (chè di chiare e schiette non ne avea)

sforzandosi mostrare aver egli onoratamente e con fede adempiuto

all'ufficio di capitano, e dato ogni opera affinchè la città si

liberasse di quell'assedio, il fatto aver dimostrato che il suo

consiglio di non uscire a combattere era stato buono, ed a quello più

che mai volersi attenere, ora che per le tante perdite erano sceme le

forze de' cittadini, e di troppo inferiori a quelle degl'inimici; non

potergli patir l'animo di concorrere egli alla rovina di così nobile

città, seguendo l'opposta opinione, e dacchè pure le loro Signorie

avean deliberato mandarla ad effetto, voler piuttosto domandar buona

licenza, lasciar l'ufficio, e partirsi.

Stefano Colonna, al quale Malatesta molto umilmente si raccomandò quel

giorno onde non gli facesse contro e l'ajutasse, s'accomodò piuttosto

a favorirlo, o perchè così gli fosse stato commesso dal re di Francia,

del quale era soldato, o per qualsivoglia altra cagione: il fatto sta

che a questa protesta anch'egli appose la sua firma, ed appena scritta

la mandarono in Palagio.

L'indegnazione e lo sdegno che si destò tra' Signori nel leggerla, e

nel veder ormai tanto aperto il vituperato animo di quel traditore, è

cosa impossibile a dirsi; e senza frapporre indugio, tutti bollenti

d'ira, posero il partito, ed a tutte fave nere lo vinsero, che

s'accettasse la licenza di Malatesta; venne tosto scritta una risposta

nella quale, senza scendere a recriminazioni ed a lagnanze, che mal

poteano stare colla dignità della repubblica, gli si accordava però

la sua domanda con parole troppo più onorevoli che egli non avrebbe

meritate.

Andreolo Niccolini e Francesco Zati, ambedue commissarj, ebbero il

carico di portar questo scritto a Malatesta, e condussero con loro Leo

Paolo da Calignano, notajo, chè ne facesse pubblica fede.

Il popolo, che aspettava impaziente il fine di quelle pratiche, vide

accostarsi al portone del palazzo tre muletti condotti dai tavolaccini

della Signoria, e poco stante comparvero i Commissarj sopraddetti,

e montati a cavallo s'avviarono con due mazzieri innanzi, tra il

bisbiglio della folla, ove già correva la voce dell'importante e

strana commissione alla quale venivan mandati. Giunsero al capo di

via Maggio, ov'eran le prime guardie di Malatesta, che s'aprirono

per lasciarli passare, ma con brutte parole ed occhiate in cagnesco

davan loro indizio dell'accoglienza ch'eran per ricevere dal capitano.

Scavalcati finalmente in cortile, salirono, e lo trovarono nella sala

ove era solito dar le udienze, seduto su un seggiolone, circondato

dalle sue lance spezzate, con un viso stravolto ed altiero, che non

mutò al giungere de' Commissarj, ed appena con un piccol moto del capo

corrispose al loro saluto.

Se questi non si sbigottirono trovandosi nelle mani di tanti, che a

quel punto ben potean dirsi nemici, vedendo i visi di que' suoi ribaldi

tanto volti al male, e sapendo qual messo arrecavano, convien dire, che

assai fossero d'animo sicuro. Si disposero ad adempiere arditamente

al loro ufficio, ed il Niccolini, cavato fuori lo scritto, cominciò a

leggerlo ad alta voce.

Ma non ebbe appena profferite le prime parole, che Malatesta alzandosi

furibondo gli corse addosso, e sguainato il pugnale lo ferì malamente

in più parti, e l'avrebbe ucciso se le sue lance stesse, considerando

l'enormità del caso, e temendone forse ancor più le conseguenze, non

gliel'avessero levato di mano; ovvero, se la debolezza del suo braccio

non avesse reso i colpi mal sicuri e di poca offesa. Allo Zati, veduto

il compagno a questi termini, fallì un momento l'ardire, e domandò la

vita a Malatesta, che accecato dall'ira, anche a lui s'avventava, e che

pur si rattenne dal manometterlo.

A quel tumulto si levò il rumore grandissimo per tutta la casa,

nel cortile ed in istrada, e dai soldati (che in quell'età ad ogni

poca d'occasione, pensavano subito a far bottino) venner tolte le

mazze d'argento de' mazzieri, le mule, e perfin la cappa del ferito

Commissario, che tolto di là da Alamanno De' Pazzi fu amorevolmente

soccorso e fatto medicare. Intanto Malatesta, che il furore, la rabbia,

il sospetto di dover in un punto rinunziare a tante speranze, avean

tratto di senno, s'aggirava fulminando; e gridava «Non esser Firenze

stalla da muli, e voler egli salvarla a dispetto de' traditori.»

Il disordine e le grida duravano grandissime, ed era ormai palese

ad ognuno esser le cose condotte a tal estremo, che la forza sola

avrebbe deciso chi dovesse rimaner signore di Firenze, il Palagio o

Malatesta; e questi non ebbe tanto offuscato dall'ira l'intelletto da

non comprendere ch'era tempo non di parole e braverie, ma di pronto ed

animoso operare.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 34 / 51 段