inerte ed infocata appariva ottenebrata e densa per una caligine
rossiccia e polverosa che opprimeva il respiro. La spera del sole
lambendo l'orizzonte si mostrava purpurea e dilatata pe' frapposti
vapori, e le cime soltanto degli edifizj ne venivan colorite d'una
tinta spenta e sanguigna. Tra le quattro massicce colonne che l'animoso
ingegno d'Arnolfo di Lapo seppe collocare sulla torre di Palagio,
a reggerne il castello, si vide a un tratto la campana grossa del
consiglio sulla quale erano in giro scolpite quelle parole: _Mentem
sanctam, spontaneam ad Dei gloriam, et patriae liberationem_ (_habeto_)
scuotersi, dondolar lenta, e poscia mostrando la vasta bocca agitarsi
più rapida finchè il grave battaglio percosse il primo colpo nella
parete di bronzo, ed una vibrazione sonora e prolungata si sparse per
l'aria seguita da altre mille; chè oramai si suonava a distesa. Questo
suono, che da secoli, ed in tante fortune della città, avea chiamati
i cittadini a trattar dell'onor o de' pericoli della patria, s'udiva
questa volta per l'occasione più dolorosa e tremenda che avesse mai
minacciato lo stato.
Era giunta in Palagio la nuova della rotta di Gavinana, e della morte
del Ferruccio; di quello che i Piagnoni chiamavano il nuovo Gedeone, e
col quale era spenta ogni speranza di soccorsi di fuori. I volti de'
cittadini calcati in piazza e per le strade che vi mettono, anneriti
dal sole e dal fumo di tante battaglie, solcati di cicatrici, ridotti
per la farne e gli stenti in forma di teschi ricoperti d'una pelle
aggrinzita, erano impressi d'un lutto profondo, disperato, ma indomito
e feroce. Dopo tanto combattere, tante vittorie, tante pericolose e
pur felici fazioni, al punto di coglierne il frutto, al punto che
ognuno s'aspettava udire: «Il commissario è comparso... egli assalta
il nemico... egli combatte.... ha vinto.... egli entra per la porta di
Faenza....eccolo... siam salvi! Ed invece udir le terribili parole:
l'esercito è disfatto ed esso ucciso!» pareva persino impossibile a
molti! chè vi son tali vite tanto venerate e gloriose, che non si stima
possa una palla o una spada osar di troncarle! Eppure il fatto era
certo, la sentenza irrevocabile; l'idea sott'intesa spesso, ma che
sempre ed in ogni occasione serviva d'ultimo rifugio alle vacillanti
speranze, il pensare, «Ferruccio è vivo!» Questa idea, questo pensiero
era a un tratto dovuto uscir d'ogni petto, lasciandovi in sua vece la
tremenda certezza d'una rovina imminente ed irreparabile. In che di
fatti potea più sperare quel misero assassinato popolo, stretto di
fuori dalla soperchiante potenza di Carlo V e del papa, abbandonato
da tutti, e travagliato di dentro dalla fame, dalla peste e dal
tradimento? Come reggere a più lunghe fatiche, al languire delle mogli,
de' vecchi, dei figliuoli? Come risolversi ad incontrar nuovi pericoli,
a protrarre la lunga ed inutile agonia, che certissimamente si sapeva
dover riuscire a pessimo fine. Quale potrebbe essere la risoluzione del
popolo più generoso, più sofferente, più ardito in cotal estremo, se
non quella di cedere alla necessità ed arrendersi?
Quale fu la risoluzione de' Fiorentini, quale il grido che si levò
nell'universale? Difendersi, e sempre difendersi.
Sulla piazza di Palagio, che ancor conservava allora la sua augusta
ed antica semplicità, e non era ornata, come oggi, dalla fontana
dell'Ammannato, nè dai gruppi di Cellini e di Gian Bologna, s'agitava
la turba del popolo, composta d'uomini d'ogni età e d'ogni stato, di
vecchi, di soldati e capitani forestieri, d'adolescenti, di frati,
di giovani della milizia, quasi tutti più o meno armati, e la fatal
nuova narrata in cento modi, con cento commenti diversi, era in bocca
d'ognuno, e ne sorgeva un ronzìo cupo e pauroso, interrotto tratto
tratto da qualche voce più alta, ora di preghiera, ora d'imprecazione o
di bestemmia; e, com'accade tra la moltitudine in siffatte occasioni,
si formavan cerchietti intorno a quelli che avean più pronto ed
efficace il dire, e se varii erano i rimedi, i modi proposti, il fine
era sempre lo stesso: combattere e difendersi.
Sotto la tettoja de' Pisani, dirimpetto alla Ringhiera, era più che
altrove, accalcata la folla, più riverente l'attenzione, e non turbato
il silenzio; e dal centro di quel nodo di popolo sorgeva di tutto il
capo l'alta e venerabil presenza di Niccolò, che colla mano in alto, e
movendo in giro lo sguardo sicuro, diceva:
--Sì, popolo mio, l'esercito è disfatto.... messer Francesco è morto...
E che perciò?.... Oh! sta a vedere che il braccio di Dio si sarà
raccorciato, che la sua mano avrà perduta ogni forza per la morte d'un
uomo!.... Sta a vedere che l'Onnipotente sarà ora in impaccio a trovar
modo d'ajutarci? che gli dorrà d'essersi troppo impegnato, d'averci
troppo promesso!.... Ah, di poca fede!... (esclamava più alto) di poca
fede! Chi muove, chi fuga, o dà vittoria agli eserciti se non Iddio?
e quand'egli vi rimane, quand'egli per bocca del suo profeta v'ha
giurato di star per voi, di salvarvi, vi turba il fallito soccorso
di poche braccia?.... Sappiatemi dire di quante ebbe mestieri Iddio
per ammazzar Sennacherib ed il suo esercito? Di quante per salvar
Betulia? Speravate negli uomini; conoscete una volta che in Lui, in Lui
solo dovete sperare, che ha promesso difendervi, che ha promesso (lo
sappiam pur tutti) di mandar persino i suoi angioli a combatter per
voi[56]. Vi voleva l'estremo pericolo affinchè più chiara apparisse la
sua gloria!.... Il pericolo è giunto, è immenso.... A terra le fronti
dunque (ed egli, e tutto il popolo cadde in ginocchio) Iddio, gridiamo
tutti, Iddio! Cristo re nostro, in te solo oramai confidiamo! a te sta
ora il confondere i tuoi nemici, onde non dicano con ischerno «Ecco
come gli ajuta il loro Dio!» A noi sta il combattere, ed il morire, se
morire sarà mestieri!... su dunque, esclamò rialzandosi, su dunque,
all'armi, alla battaglia, e giuriam tutti di morire mille volte prima
che arrenderci una!--
Durante questa parlata, chi levava le mani in alto in atto di
preghiera, chi si batteva il petto, chi fremeva, chi singhiozzava, e
all'ultime parole del vecchio scoppiò, come il tuono, un urlo feroce,
discordante, di mille voci, che in mille modi ripetevano il proposto
giuramento, ed a quel grido così alto ed improvviso tenea poi dietro
un cupo e lungo mormorìo pieno di concitate parole, di minacce, di
strane e tremende proposte, e molte voci s'udivano scagliarsi qua e là
esclamando: _Ah, traditor Malatesta_! e pareva appunto quel brontolar
sordo e lontano che s'ode fra monti dopo il primo scoppio del tuono.
Questa scena, che accadeva qui sotto la loggia de' Pisani, intorno a
Niccolò, si ripeteva uguale in altre parti della piazza, ove qua e
là da molti frati di S. Marco, e dal Fojano e dal Fivizzano più di
tutti, si arringava coll'impeto e col proposito stesso, onde a seconda
del dire di codesti popolari oratori, non appena finiva il grido e lo
schiamazzo in un lato, che cominciava in un altro.
Crebbe poi l'agitazione, se era pur possibile che crescesse, per questo
fortuito accidente: un povero fanciullo del popolo minuto, il quale,
come si seppe di poi, da più mesi era rimasto abbandonato, senza
ricovero nessuno, essendogli morto in battaglia il padre, lanajolo,
e la madre di fame, avea notato, stretto dalla necessità, un luogo
sul lato del Palazzo verso la dogana ove sboccava a fior di terra un
acquajo che veniva di su dalle cucine della Signoria, e per esser
così un poco fesso il condotto, il misero fanciullo s'era accorto
di certe erbe che colle lavature delle stoviglie cadevano per quel
canale, ed ingegnandosi di dilatare la rottura, poi ricopertala alla
meglio onde altri non se n'avvedesse e non gli rapisse quel suo solo
ed ultimo bene, veniva qui sulla sera ogni giorno, e trovava, fermata
in certe cannucce che avea disposte in traverso del condotto, una
piccola quantità di bucce di frutta, d'ossicini, di legumi e d'altre
immondezze, colle quali sosteneva la sua povera vita. Questa sera
v'era venuto come il solito, tutto sfinito, chè al povero fanciullo
quel tristo pasto bastava appena appena per non morire, ma reggendosi
a' muri pure v'era venuto. Ma quel giorno, in Palagio, pel sottosopra
della nuova arrivata, o non s'era pensato a desinare nè a cena, o,
comunque fosse, per quell'acquajo non era stata buttata cosa veruna, ed
il povero sventurato orfanello, che appena avea più un soffio di vita,
non trovò nulla, e caduto boccone presso l'acquajo diede in un pianger
basso e fioco; nè trovato altro modo d'ajutarsi, cavando lungo il muro
coll'ugne, ne strappava pochi fili di gramigna che vi crescevano,
tutti arsicci, e se li cacciava in bocca, e mentre si sforzava colle
indebolite mascelle di masticarli, fu visto cader sul fianco, stirare
un momento le consunte membra, e rimaner immobile.
Notato l'atto da alcuni per caso, gli si fecero accosto, vollero
sollevarlo da terra, e trovarono che era morto; e da un frate che
s'imbattè costì fu portato via per mezzo la piazza, mentre appunto
per le parole di Niccolò e degli altri era il popolo più infiammato,
e gli animi più commossi. Il pietoso spettacolo di quel morticino
portato in collo a quel modo, colle braccia e le gambe spenzolate,
la testa arrovesciata, le labbra livide ed imbrattate dai succhi
verdi di quell'erbe, che ancor teneva strette tra denti serrati
dall'ultima convulsione, scosse i cuori di que' poveri popolani, che in
quell'infelice vedevan raffigurata la sorte de' loro figliuoli, e di
loro stessi.
--Se s'ha a morire a quel modo, gridavano alcuni, moriam piuttosto
d'archibusate!--Ah cane! Ah rinnegato Chimenti!, diceva un altro, ah!
traditore, assassino della tua patria!....--E Bindo, che si trovava fra
costoro, diceva adirato:
--Ma ditelo voi: di tante volte che siam usciti contro i nemici, fummo
vinti, ributtati una sola? Non tornammo sempre in Firenze perchè così
ci parve di fare, o (per esser più veri) per difetto di quel traditore
di Malatesta? Eh! gridiamo tutti che si vuoi uscire a combattere,
mettiamoci d'accordo noi, e converrà bene che i signori su in Palazzo
s'accordino anch'essi al nostro volere.--
Per queste parole, e per tante cause riunite, sempre più si faceva
terribile ed alto il tumulto e le grida del popolo che chiedeva
battaglia, e molti, spingendosi su per le scalere che sorgono sotto la
ringhiera ed il portone di Palagio, mostravano voler far forza alla
guardia, per entrare e turbar le deliberazioni della pratica radunata.
Si potea scorger da lontano l'onda della turba che si sollevava
da un lato, e l'agitarsi disordinato delle picche de' soldati che
s'ingegnavano raffrenarla: ma a rimettere un po' d'ordine in questa
confusione corse a un tratto tra la folla la voce, che era vinto il
partito d'assaltare le trincere. A questa nuova si levaron mille grida
di _viva i Signori!_--_Viva il marzocco!_ E nel modo istesso che in
mare al cader del vento, cade presto, ma non subito, la superbia del
flutto, così, ancora per breve spazio durò il frastuono e l'agitazione,
ma poi a poco a poco, anco per esser oramai notte chiusa, si venne
diradando la folla, scemaron le grida e il susurro, e movendosi
allegri i cittadini, pieni di nuova speranza, tornaron alle loro case,
lasciando la piazza muta e deserta.
Insieme cogli altri, e misto tra quelli che venivan per Vacchereccia
e Mercatonovo, camminava anche Troilo, tirando verso Ponte Vecchio.
Dacchè non ci siam più occupati de' fatti suoi, egli s'era occupato
anche troppo della scellerata bisogna per la quale era venuto in
Firenze, e vendutosi a Baccio Valori, quantunque sul primo si portasse
assai rimessamente e di malavoglia, come accennammo, parte per un resto
di ripugnanza a totali ribalderie, parte per trovarsi affastidito della
vita che gli conveniva menare, avea poi a poco a poco, calpestando ogni
scrupolo, saputo guadagnar benissimo il prezzo del suo tradimento.
Dal tetto della casa de' Nobili, quando l'occasione lo richiedeva,
veniva facendo cenni a quelli del campo con panni e biancherie,
di giorno, e con lumi la notte: avea tenuto mano ad una segreta
corrispondenza tra Baccio e Malatesta, e portava le lettere in una
balestriera fuor di porta a S. Gallo, ove un messo del campo di notte
segretamente veniva per esse. Instrutto da Malatesta, chè oramai si
fidava di lui interamente, s'era addimesticato coi giovani della
milizia, e con quelli spezialmente che appartenendo alla setta di
Niccolò Capponi, ed essendo de' grandi, concorrevano bensì col resto
del popolo alla difesa, ma nutrendo sempre in cuore l'antica gelosia
contro la plebe, e mantenendo il sospetto non venisse il reggimento a
cadere unicamente nelle sue mani, offrivan appiglio a chi si volesse
staccare dal comune interesse, come di fatti avvenne.
Troilo, senza scoprirsi, e mostrandosi anzi acceso più degli altri
per la parte Piagnona, avea però saputo con grand'arte seminar tra
loro di quelle parole che inveleniscon gli animi più sollevati, e li
spingon destramente verso que' propositi che non s'oserebbe esprimere
allo scoperto. Mostrandosi pensoso, sopra ogni cosa, del bene della
città, diceva talvolta, stando sopra di sè e sospirando: «Si vincerà,
si scioglierà l'assedio, non v'ha dubbio nessuno, ma poi?...» e qui
una reticenza, ed a chi lo stimolava si spiegasse, aggiungeva con voce
grave «poi... faccia Iddio che questo popolo non si levi in troppa
superbia, non voglia cose disoneste.... non abusi della vittoria.»
Con queste ed altre somiglianti insinuazioni, ed anco per esser egli
gentiluomo, era venuto in grazia de' grandi, e coll'arti medesime
appropriate ai diversi umori che dividevano i cittadini, era
generalmente ben veduto, ed avuto in grande stima da tutti, e Niccolò
stesso, malgrado la sua vecchia esperienza, e non ostante gli antichi
sospetti, s'era ora del tutto rassicurato sul fatto suo, ed interamente
si riposava sulla sua fede.
Trovatosi Troilo in piazza questa sera tra il popolo avea fatto come
gli altri; gridato, urlato, Battutosi il petto come il più arrabbiato
Piagnone, ma insieme era venuto attentamente notando gli atti ed i
visi di quelli fra i cittadini che sembrava partecipassero a que'
furori, più per non cader in sospetto del popolo che perchè tale
fosse realmente la loro opinione, e quando la turba si cominciava a
sciogliere, avendo veduto un cerchiello di giovani fermati un po' in
disparte sotto la loggia dell'Orgagna, fra quali era il Morticino,
Alamanno de' Pazzi, Daniele degli Alberti, Giannozzo de' Nerli e molti
altri de' primi di Firenze, ch'eran di quegli appunto ch'egli andava
sobillando, s'era accostato a loro, e dopo molti ragionamenti coi quali
magnificava l'ardito proposito d'andare a combattere, e si protestava
pronto a morir mille volte per la libertà, faceva poi intendere
destramente che maggior gloria sarebbe stata a' grandi l'abbracciar
questo partito, che ai popolani: poichè vincendosi lo stato rimaneva
in balìa de' popolani, e perdendosi, o i nemici, espugnata la città,
l'avrebber posta a sacco, ed i ricchi perdean più de' poveri; o si
veniva agli accordi, ed ai ricchi sarebbe toccato pagar le taglie
che senza dubbio verrebbon poste a' cittadini per punire una troppo
ostinata e pazza difesa, onde a ogni modo i grandi ci perdevano, ed il
popolo ci veniva ad acquistare: e finiva dicendo: «Tanto maggior virtù
sarà per voi il combattere!»
Ma quei giovani, conoscendo ch'egli diceva il vero, ed a fronte
del danno, poco curandosi di tanta virtù, stavano ingrugnati senza
rispondere, e Troilo in cuore godeva, vedendo così ben riuscirgli le
sue malizie.
Questi suoi aggiramenti furon molti più che non si scrivono, bastandoci
aver accennato quali fossero il suo animo e le sue frodi.
Uscito egli dunque di piazza, e venuto al Ponte Vecchio, che già era
notte, si condusse al palazzo di Malatesta. Le bocche delle vicine
strade, e quella di Via Maggiore, di dove era venuto, eran prese
dalle guardie, che riconosciutolo lo lasciaron passare, e, giunto al
portone, che trovò chiuso e guardato da molti soldati, fu messo dentro,
e s'avviò per cercare di maestro Barlaam, che soleva segretamente
introdurlo da Malatesta.
Attraversando il cortile illuminato da molte torce vide nel lato, in
fondo, e collocato in modo che dal portone aperto potesse vedersi anco
da chi passava in istrada, vide, dico, un asino sparato, ed appiccato
pei piè di dietro, come s'usa de' vitelli e de' manzi ne' macelli.
Con questa vista voleva Malatesta dar ad intendere al popolo ch'egli
pativa non men degli altri gli stenti di quell'assedio, e si cibava di
quella vil carne: se ciò fosse vero lo vedremo tra poco.
Nel nuovo alloggiamento del capitan generale, maestro Barlaam s'era
allogato alla meglio, ed in modo però d'esser sempre, per certi
bugigattoli segreti, a portata del suo signore. Anche qui le sue camere
eran terrene, ma non avendovi per la sua officina quelle comodità che
gli offeriva il palazzo Serristori, era ancora colle sue robe per aria,
ammucchiate in disordine negli angoli della camera che occupava.
Entratovi Troilo lo trovò che attendeva a dar loro sesto, ed in questa
bisogna lo veniva ajutando Selvaggia. Lo salutarono ambedue, come s'usa
con chi da un pezzo è di casa. Da quando lasciammo Selvaggia sulla
strada d'Empoli erano scorsi di molti mesi, come sa il lettore, ed in
questo frattempo, quantunque non le fosse avvenuta cosa d'importanza, è
però bene, a maggior chiarezza di quest'istoria, diciamo di lei quattro
parole.
Maestro Barlaam vedutala ricomparire così tosto, e quando meno
l'aspettava, chè essa era venuta difilato a scavalcare da lui, s'era
molto maravigliato, e mentre stava in sospetto non venisse costei a
tempestarlo con nuove richieste e nuovi furori, fu rassicurato tosto da
essa, che gli disse risolutamente aver ormai mutato d'animo, pensieri
e desiderj; aver scoperto finalmente quanto poco meritasse il suo
amore quello sciaurato pel quale avea durate tante fatiche, e tanto
sofferto: narrò come l'avesse trattata, e quali parole di scherno
avesse dovuto sentire, e giurando di volersi a ogni modo vendicare,
profferiva al padre di volerlo servire d'or innanzi in ogni cosa, e
non ubbidir se non lui, purchè l'ajutasse ad ottenere questa tanto
desiderata vendetta. Mostrandosi poi nei modi non più altiera e feroce
come prima, ma docile e dimessa, come colei che era a un tratto caduta
d'ogni speranza; e considerando il maestro, che un animo sicuro come
il suo poteva però talvolta venirgli molto a proposito pe' suoi fini,
l'accolse benignamente, e le disse, che era molto contento si fosse
messa sulla via ragionevole, e quanto al vendicarsi, ch'ella gli
desse campo a pensare, e lasciasse capitar l'occasione, e poi forse
farebbe in modo ch'ella rimanesse contenta. Senza voler dir altro,
nè fidandosi ancora del suo giudizio, la venne intrattenendo, finchè
trovatala sempre uguale a sè stessa, e sempre più accesa nel volersi
vendicare di Lamberto, un giorno le svelò, ridendo, tutte le pappolate
che le avea date ad intendere quella prima sera che s'era trovata con
Troilo e messer Benedetto, de' quali, dicendole ora i veri nomi e lo
stato, soggiunse: che non gliene volle dire allora, per sospetto, che
trovandosi essa con Lamberto non gli rivelasse ogni cosa.
Avendo essa poi varie volte occasione di trovarsi con Troilo, ed
affiatandosi seco, a poco a poco erano spesse volte venuti sul discorso
di Lamberto, e mostrando Selvaggia passione grandissima nel parlar
di costui e non minor desiderio di fargli dispiacere, Troilo, visto
che la cosa faceva per lui, avea soffiato in questo fuoco, pensando
che nessuno al mondo avrebbe potuto tenergli il fermo, ed ajutarlo ne'
suoi disegni, quanto questa cotanto offesa ed adirata donna. Ed avendo
da essa, e parte dal padre, avuto notizia della sua vita passata, e
conosciuta la sua arrischiata e terribil natura, rimase persuaso che
in cuore di siffatta tempra l'odio e la sete di vendetta per l'amor
vilipeso dovean produrre effetti sicuri e tremendi, e che nel suo
disegno di toglier Laudomia a Lamberto non potea trovare ausiliario che
più efficacemente di lei lo soccorresse.
Non sapeva ancora, a dir il vero, in che l'avrebbe potuta adoprare;
ma prevedendo in nube il fin dell'assedio, ed il momento in cui la
casata de' Lapi si troverebbe oppressa cogli altri popolani, pensava:
«Capiterà bene una qualche occasione! e fra due anime, come Selvaggia
ed io, che vogliam risolutamente la cosa stessa, sarà gran che, se non
ci vien fatta!»
--Presto, presto, maestro, disse dunque Troilo entrando e senza
risponder al saluto, conducetemi dal sig. Malatesta, chè si sta
mettendo di gran carne a bollire, e qui non è tempo da perdere!--
Barlaam gli s'avviò innanzi e, mentre Troilo usciva con esso, diceva,
volto a Selvaggia:
--Sta di buona voglia anche tu, chè se egli non ha voluto far alle
braccia con qualche archibusata, dovrebbe star poco a comparire il
nostro messer, e allora a noi, n'avremo ognun la sua parte.--
E via senz'aspettar risposta.
Trovò Malatesta in un suo salotto appartato, ed avea finito di cenare
allora allora; era ancora seduto a tavola, avendo dinanzi in certi
piattelli gli avanzi della vivanda, che alle ossa appariva essere stata
composta di capponi ed uccellami, e non d'asino. Appoggiato col gomito
al bracciolo del seggiolone e stuzzicandosi i denti, tenea bassa la
fronte, ed il lume della lucerna che ardeva in mezzo alla mensa gli
percuoteva sulla cotenna tirata e scolorita del cranio, che rifletteva
quel raggio come fosse d'avorio ingiallito.
Gli sedevan di contro messer Benedetto de' Nobili, e Baccio Valori,
che molte volte, durante l'assedio, con grandissimo suo disagio e
pericolo era venuto segretamente a visitarlo[57]. Tutti e tre alzarono
il viso verso Troilo, che aspettavano con grande impazienza, per udire
che novità vi fosse; e Malatesta, che volea parer d'animo sicuro,
quantunque gli errasse sulla fronte e nella guardatura un sospetto
inquieto, e non senza qualche spavento, disse, sforzandosi di sorridere:
--Che tu sii il ben venuto!.... Orsù, e che ne dicono i Piagnoni del
loro Gedeone?--
--Dicono.... dicono.... (rispose Troilo scrollando il capo coll'atto
che significa «non è tempo da motteggi») Dicono ch'e' faranno
senz'esso..... ed hanno il diavolo addosso più che mai.--
--E con esso si stieno, rispose Malatesta, alzando le spalle con
disprezzo. A buoni conti questa mosca dal naso ce la siam saputa
cacciare. E in piazza, che si fa?
--In piazza e stato l'inferno, e ancora mi duol l'ugola pel
grand'urlare,.... chè a far il Piagnone ci vuol canna e polmoni.... ve
lo dico io!.... In somma, il nostro vecchione, ed i frati, e'l Fojano,
e tutti, a predicare, e dagli! a chi più ne diceva, chè non avrebber
voluto Fra Girolamo per ragazzo. E il popolo era com'andasse a nozze:
schiamazzi, urli, battersi il petto; e la conclusione è stata: che se
non si spargeva la voce che in Palagio era vinto il partito di uscir a
combattere, io credo che que' diavoli tagliavan a pezzi la Signoria.
--Ed ora?--
--Ora tutti a casa a prepararsi per la festa di domani.--
--Oh, oh! il marzocco arriccia il pelo da maladetto senno questa volta!
E se a me non piacesse l'uscire?--
--Farebbon qualche diavoleto, ho paura, e vorrebbero sforzarvi.--
--E s'io chiedessi licenza, e li lasciassi ingegnarsi da loro, con
quest'esercito addosso, che non pensa e non sogna altro che sacco?--
--Al modo come sono infiammati, e come gli ho veduti stasera, io non
vorrei giurare che v'avessero a lasciar finir la parola, e pensassero i
fatti loro farseli da se.--
--Quando fosse così, vedremmo un bel gioco, alla croce di Dio!--
E l'occhio del traditore lampeggiò di quella rabbia diabolica che
accende uno scellerato se scorga possibile il perdere in un punto il
frutto di lunghe frodi.
Baccio allora, che non avea il capo a far il bravo, e stava con una
vecchia paura addosso che non tentava dissimulare, diceva:
--Ma e gli altri, e la setta di Niccolò[58] che fanno? che dicono? E'
pare che in Firenze non sian più se non Piagnoni?--