La sera de' 4 d'agosto era in Firenze un'afa grandissima e l'aria

inerte ed infocata appariva ottenebrata e densa per una caligine

rossiccia e polverosa che opprimeva il respiro. La spera del sole

lambendo l'orizzonte si mostrava purpurea e dilatata pe' frapposti

vapori, e le cime soltanto degli edifizj ne venivan colorite d'una

tinta spenta e sanguigna. Tra le quattro massicce colonne che l'animoso

ingegno d'Arnolfo di Lapo seppe collocare sulla torre di Palagio,

a reggerne il castello, si vide a un tratto la campana grossa del

consiglio sulla quale erano in giro scolpite quelle parole: _Mentem

sanctam, spontaneam ad Dei gloriam, et patriae liberationem_ (_habeto_)

scuotersi, dondolar lenta, e poscia mostrando la vasta bocca agitarsi

più rapida finchè il grave battaglio percosse il primo colpo nella

parete di bronzo, ed una vibrazione sonora e prolungata si sparse per

l'aria seguita da altre mille; chè oramai si suonava a distesa. Questo

suono, che da secoli, ed in tante fortune della città, avea chiamati

i cittadini a trattar dell'onor o de' pericoli della patria, s'udiva

questa volta per l'occasione più dolorosa e tremenda che avesse mai

minacciato lo stato.

Era giunta in Palagio la nuova della rotta di Gavinana, e della morte

del Ferruccio; di quello che i Piagnoni chiamavano il nuovo Gedeone, e

col quale era spenta ogni speranza di soccorsi di fuori. I volti de'

cittadini calcati in piazza e per le strade che vi mettono, anneriti

dal sole e dal fumo di tante battaglie, solcati di cicatrici, ridotti

per la farne e gli stenti in forma di teschi ricoperti d'una pelle

aggrinzita, erano impressi d'un lutto profondo, disperato, ma indomito

e feroce. Dopo tanto combattere, tante vittorie, tante pericolose e

pur felici fazioni, al punto di coglierne il frutto, al punto che

ognuno s'aspettava udire: «Il commissario è comparso... egli assalta

il nemico... egli combatte.... ha vinto.... egli entra per la porta di

Faenza....eccolo... siam salvi! Ed invece udir le terribili parole:

l'esercito è disfatto ed esso ucciso!» pareva persino impossibile a

molti! chè vi son tali vite tanto venerate e gloriose, che non si stima

possa una palla o una spada osar di troncarle! Eppure il fatto era

certo, la sentenza irrevocabile; l'idea sott'intesa spesso, ma che

sempre ed in ogni occasione serviva d'ultimo rifugio alle vacillanti

speranze, il pensare, «Ferruccio è vivo!» Questa idea, questo pensiero

era a un tratto dovuto uscir d'ogni petto, lasciandovi in sua vece la

tremenda certezza d'una rovina imminente ed irreparabile. In che di

fatti potea più sperare quel misero assassinato popolo, stretto di

fuori dalla soperchiante potenza di Carlo V e del papa, abbandonato

da tutti, e travagliato di dentro dalla fame, dalla peste e dal

tradimento? Come reggere a più lunghe fatiche, al languire delle mogli,

de' vecchi, dei figliuoli? Come risolversi ad incontrar nuovi pericoli,

a protrarre la lunga ed inutile agonia, che certissimamente si sapeva

dover riuscire a pessimo fine. Quale potrebbe essere la risoluzione del

popolo più generoso, più sofferente, più ardito in cotal estremo, se

non quella di cedere alla necessità ed arrendersi?

Quale fu la risoluzione de' Fiorentini, quale il grido che si levò

nell'universale? Difendersi, e sempre difendersi.

Sulla piazza di Palagio, che ancor conservava allora la sua augusta

ed antica semplicità, e non era ornata, come oggi, dalla fontana

dell'Ammannato, nè dai gruppi di Cellini e di Gian Bologna, s'agitava

la turba del popolo, composta d'uomini d'ogni età e d'ogni stato, di

vecchi, di soldati e capitani forestieri, d'adolescenti, di frati,

di giovani della milizia, quasi tutti più o meno armati, e la fatal

nuova narrata in cento modi, con cento commenti diversi, era in bocca

d'ognuno, e ne sorgeva un ronzìo cupo e pauroso, interrotto tratto

tratto da qualche voce più alta, ora di preghiera, ora d'imprecazione o

di bestemmia; e, com'accade tra la moltitudine in siffatte occasioni,

si formavan cerchietti intorno a quelli che avean più pronto ed

efficace il dire, e se varii erano i rimedi, i modi proposti, il fine

era sempre lo stesso: combattere e difendersi.

Sotto la tettoja de' Pisani, dirimpetto alla Ringhiera, era più che

altrove, accalcata la folla, più riverente l'attenzione, e non turbato

il silenzio; e dal centro di quel nodo di popolo sorgeva di tutto il

capo l'alta e venerabil presenza di Niccolò, che colla mano in alto, e

movendo in giro lo sguardo sicuro, diceva:

--Sì, popolo mio, l'esercito è disfatto.... messer Francesco è morto...

E che perciò?.... Oh! sta a vedere che il braccio di Dio si sarà

raccorciato, che la sua mano avrà perduta ogni forza per la morte d'un

uomo!.... Sta a vedere che l'Onnipotente sarà ora in impaccio a trovar

modo d'ajutarci? che gli dorrà d'essersi troppo impegnato, d'averci

troppo promesso!.... Ah, di poca fede!... (esclamava più alto) di poca

fede! Chi muove, chi fuga, o dà vittoria agli eserciti se non Iddio?

e quand'egli vi rimane, quand'egli per bocca del suo profeta v'ha

giurato di star per voi, di salvarvi, vi turba il fallito soccorso

di poche braccia?.... Sappiatemi dire di quante ebbe mestieri Iddio

per ammazzar Sennacherib ed il suo esercito? Di quante per salvar

Betulia? Speravate negli uomini; conoscete una volta che in Lui, in Lui

solo dovete sperare, che ha promesso difendervi, che ha promesso (lo

sappiam pur tutti) di mandar persino i suoi angioli a combatter per

voi[56]. Vi voleva l'estremo pericolo affinchè più chiara apparisse la

sua gloria!.... Il pericolo è giunto, è immenso.... A terra le fronti

dunque (ed egli, e tutto il popolo cadde in ginocchio) Iddio, gridiamo

tutti, Iddio! Cristo re nostro, in te solo oramai confidiamo! a te sta

ora il confondere i tuoi nemici, onde non dicano con ischerno «Ecco

come gli ajuta il loro Dio!» A noi sta il combattere, ed il morire, se

morire sarà mestieri!... su dunque, esclamò rialzandosi, su dunque,

all'armi, alla battaglia, e giuriam tutti di morire mille volte prima

che arrenderci una!--

Durante questa parlata, chi levava le mani in alto in atto di

preghiera, chi si batteva il petto, chi fremeva, chi singhiozzava, e

all'ultime parole del vecchio scoppiò, come il tuono, un urlo feroce,

discordante, di mille voci, che in mille modi ripetevano il proposto

giuramento, ed a quel grido così alto ed improvviso tenea poi dietro

un cupo e lungo mormorìo pieno di concitate parole, di minacce, di

strane e tremende proposte, e molte voci s'udivano scagliarsi qua e là

esclamando: _Ah, traditor Malatesta_! e pareva appunto quel brontolar

sordo e lontano che s'ode fra monti dopo il primo scoppio del tuono.

Questa scena, che accadeva qui sotto la loggia de' Pisani, intorno a

Niccolò, si ripeteva uguale in altre parti della piazza, ove qua e

là da molti frati di S. Marco, e dal Fojano e dal Fivizzano più di

tutti, si arringava coll'impeto e col proposito stesso, onde a seconda

del dire di codesti popolari oratori, non appena finiva il grido e lo

schiamazzo in un lato, che cominciava in un altro.

Crebbe poi l'agitazione, se era pur possibile che crescesse, per questo

fortuito accidente: un povero fanciullo del popolo minuto, il quale,

come si seppe di poi, da più mesi era rimasto abbandonato, senza

ricovero nessuno, essendogli morto in battaglia il padre, lanajolo,

e la madre di fame, avea notato, stretto dalla necessità, un luogo

sul lato del Palazzo verso la dogana ove sboccava a fior di terra un

acquajo che veniva di su dalle cucine della Signoria, e per esser

così un poco fesso il condotto, il misero fanciullo s'era accorto

di certe erbe che colle lavature delle stoviglie cadevano per quel

canale, ed ingegnandosi di dilatare la rottura, poi ricopertala alla

meglio onde altri non se n'avvedesse e non gli rapisse quel suo solo

ed ultimo bene, veniva qui sulla sera ogni giorno, e trovava, fermata

in certe cannucce che avea disposte in traverso del condotto, una

piccola quantità di bucce di frutta, d'ossicini, di legumi e d'altre

immondezze, colle quali sosteneva la sua povera vita. Questa sera

v'era venuto come il solito, tutto sfinito, chè al povero fanciullo

quel tristo pasto bastava appena appena per non morire, ma reggendosi

a' muri pure v'era venuto. Ma quel giorno, in Palagio, pel sottosopra

della nuova arrivata, o non s'era pensato a desinare nè a cena, o,

comunque fosse, per quell'acquajo non era stata buttata cosa veruna, ed

il povero sventurato orfanello, che appena avea più un soffio di vita,

non trovò nulla, e caduto boccone presso l'acquajo diede in un pianger

basso e fioco; nè trovato altro modo d'ajutarsi, cavando lungo il muro

coll'ugne, ne strappava pochi fili di gramigna che vi crescevano,

tutti arsicci, e se li cacciava in bocca, e mentre si sforzava colle

indebolite mascelle di masticarli, fu visto cader sul fianco, stirare

un momento le consunte membra, e rimaner immobile.

Notato l'atto da alcuni per caso, gli si fecero accosto, vollero

sollevarlo da terra, e trovarono che era morto; e da un frate che

s'imbattè costì fu portato via per mezzo la piazza, mentre appunto

per le parole di Niccolò e degli altri era il popolo più infiammato,

e gli animi più commossi. Il pietoso spettacolo di quel morticino

portato in collo a quel modo, colle braccia e le gambe spenzolate,

la testa arrovesciata, le labbra livide ed imbrattate dai succhi

verdi di quell'erbe, che ancor teneva strette tra denti serrati

dall'ultima convulsione, scosse i cuori di que' poveri popolani, che in

quell'infelice vedevan raffigurata la sorte de' loro figliuoli, e di

loro stessi.

--Se s'ha a morire a quel modo, gridavano alcuni, moriam piuttosto

d'archibusate!--Ah cane! Ah rinnegato Chimenti!, diceva un altro, ah!

traditore, assassino della tua patria!....--E Bindo, che si trovava fra

costoro, diceva adirato:

--Ma ditelo voi: di tante volte che siam usciti contro i nemici, fummo

vinti, ributtati una sola? Non tornammo sempre in Firenze perchè così

ci parve di fare, o (per esser più veri) per difetto di quel traditore

di Malatesta? Eh! gridiamo tutti che si vuoi uscire a combattere,

mettiamoci d'accordo noi, e converrà bene che i signori su in Palazzo

s'accordino anch'essi al nostro volere.--

Per queste parole, e per tante cause riunite, sempre più si faceva

terribile ed alto il tumulto e le grida del popolo che chiedeva

battaglia, e molti, spingendosi su per le scalere che sorgono sotto la

ringhiera ed il portone di Palagio, mostravano voler far forza alla

guardia, per entrare e turbar le deliberazioni della pratica radunata.

Si potea scorger da lontano l'onda della turba che si sollevava

da un lato, e l'agitarsi disordinato delle picche de' soldati che

s'ingegnavano raffrenarla: ma a rimettere un po' d'ordine in questa

confusione corse a un tratto tra la folla la voce, che era vinto il

partito d'assaltare le trincere. A questa nuova si levaron mille grida

di _viva i Signori!_--_Viva il marzocco!_ E nel modo istesso che in

mare al cader del vento, cade presto, ma non subito, la superbia del

flutto, così, ancora per breve spazio durò il frastuono e l'agitazione,

ma poi a poco a poco, anco per esser oramai notte chiusa, si venne

diradando la folla, scemaron le grida e il susurro, e movendosi

allegri i cittadini, pieni di nuova speranza, tornaron alle loro case,

lasciando la piazza muta e deserta.

Insieme cogli altri, e misto tra quelli che venivan per Vacchereccia

e Mercatonovo, camminava anche Troilo, tirando verso Ponte Vecchio.

Dacchè non ci siam più occupati de' fatti suoi, egli s'era occupato

anche troppo della scellerata bisogna per la quale era venuto in

Firenze, e vendutosi a Baccio Valori, quantunque sul primo si portasse

assai rimessamente e di malavoglia, come accennammo, parte per un resto

di ripugnanza a totali ribalderie, parte per trovarsi affastidito della

vita che gli conveniva menare, avea poi a poco a poco, calpestando ogni

scrupolo, saputo guadagnar benissimo il prezzo del suo tradimento.

Dal tetto della casa de' Nobili, quando l'occasione lo richiedeva,

veniva facendo cenni a quelli del campo con panni e biancherie,

di giorno, e con lumi la notte: avea tenuto mano ad una segreta

corrispondenza tra Baccio e Malatesta, e portava le lettere in una

balestriera fuor di porta a S. Gallo, ove un messo del campo di notte

segretamente veniva per esse. Instrutto da Malatesta, chè oramai si

fidava di lui interamente, s'era addimesticato coi giovani della

milizia, e con quelli spezialmente che appartenendo alla setta di

Niccolò Capponi, ed essendo de' grandi, concorrevano bensì col resto

del popolo alla difesa, ma nutrendo sempre in cuore l'antica gelosia

contro la plebe, e mantenendo il sospetto non venisse il reggimento a

cadere unicamente nelle sue mani, offrivan appiglio a chi si volesse

staccare dal comune interesse, come di fatti avvenne.

Troilo, senza scoprirsi, e mostrandosi anzi acceso più degli altri

per la parte Piagnona, avea però saputo con grand'arte seminar tra

loro di quelle parole che inveleniscon gli animi più sollevati, e li

spingon destramente verso que' propositi che non s'oserebbe esprimere

allo scoperto. Mostrandosi pensoso, sopra ogni cosa, del bene della

città, diceva talvolta, stando sopra di sè e sospirando: «Si vincerà,

si scioglierà l'assedio, non v'ha dubbio nessuno, ma poi?...» e qui

una reticenza, ed a chi lo stimolava si spiegasse, aggiungeva con voce

grave «poi... faccia Iddio che questo popolo non si levi in troppa

superbia, non voglia cose disoneste.... non abusi della vittoria.»

Con queste ed altre somiglianti insinuazioni, ed anco per esser egli

gentiluomo, era venuto in grazia de' grandi, e coll'arti medesime

appropriate ai diversi umori che dividevano i cittadini, era

generalmente ben veduto, ed avuto in grande stima da tutti, e Niccolò

stesso, malgrado la sua vecchia esperienza, e non ostante gli antichi

sospetti, s'era ora del tutto rassicurato sul fatto suo, ed interamente

si riposava sulla sua fede.

Trovatosi Troilo in piazza questa sera tra il popolo avea fatto come

gli altri; gridato, urlato, Battutosi il petto come il più arrabbiato

Piagnone, ma insieme era venuto attentamente notando gli atti ed i

visi di quelli fra i cittadini che sembrava partecipassero a que'

furori, più per non cader in sospetto del popolo che perchè tale

fosse realmente la loro opinione, e quando la turba si cominciava a

sciogliere, avendo veduto un cerchiello di giovani fermati un po' in

disparte sotto la loggia dell'Orgagna, fra quali era il Morticino,

Alamanno de' Pazzi, Daniele degli Alberti, Giannozzo de' Nerli e molti

altri de' primi di Firenze, ch'eran di quegli appunto ch'egli andava

sobillando, s'era accostato a loro, e dopo molti ragionamenti coi quali

magnificava l'ardito proposito d'andare a combattere, e si protestava

pronto a morir mille volte per la libertà, faceva poi intendere

destramente che maggior gloria sarebbe stata a' grandi l'abbracciar

questo partito, che ai popolani: poichè vincendosi lo stato rimaneva

in balìa de' popolani, e perdendosi, o i nemici, espugnata la città,

l'avrebber posta a sacco, ed i ricchi perdean più de' poveri; o si

veniva agli accordi, ed ai ricchi sarebbe toccato pagar le taglie

che senza dubbio verrebbon poste a' cittadini per punire una troppo

ostinata e pazza difesa, onde a ogni modo i grandi ci perdevano, ed il

popolo ci veniva ad acquistare: e finiva dicendo: «Tanto maggior virtù

sarà per voi il combattere!»

Ma quei giovani, conoscendo ch'egli diceva il vero, ed a fronte

del danno, poco curandosi di tanta virtù, stavano ingrugnati senza

rispondere, e Troilo in cuore godeva, vedendo così ben riuscirgli le

sue malizie.

Questi suoi aggiramenti furon molti più che non si scrivono, bastandoci

aver accennato quali fossero il suo animo e le sue frodi.

Uscito egli dunque di piazza, e venuto al Ponte Vecchio, che già era

notte, si condusse al palazzo di Malatesta. Le bocche delle vicine

strade, e quella di Via Maggiore, di dove era venuto, eran prese

dalle guardie, che riconosciutolo lo lasciaron passare, e, giunto al

portone, che trovò chiuso e guardato da molti soldati, fu messo dentro,

e s'avviò per cercare di maestro Barlaam, che soleva segretamente

introdurlo da Malatesta.

Attraversando il cortile illuminato da molte torce vide nel lato, in

fondo, e collocato in modo che dal portone aperto potesse vedersi anco

da chi passava in istrada, vide, dico, un asino sparato, ed appiccato

pei piè di dietro, come s'usa de' vitelli e de' manzi ne' macelli.

Con questa vista voleva Malatesta dar ad intendere al popolo ch'egli

pativa non men degli altri gli stenti di quell'assedio, e si cibava di

quella vil carne: se ciò fosse vero lo vedremo tra poco.

Nel nuovo alloggiamento del capitan generale, maestro Barlaam s'era

allogato alla meglio, ed in modo però d'esser sempre, per certi

bugigattoli segreti, a portata del suo signore. Anche qui le sue camere

eran terrene, ma non avendovi per la sua officina quelle comodità che

gli offeriva il palazzo Serristori, era ancora colle sue robe per aria,

ammucchiate in disordine negli angoli della camera che occupava.

Entratovi Troilo lo trovò che attendeva a dar loro sesto, ed in questa

bisogna lo veniva ajutando Selvaggia. Lo salutarono ambedue, come s'usa

con chi da un pezzo è di casa. Da quando lasciammo Selvaggia sulla

strada d'Empoli erano scorsi di molti mesi, come sa il lettore, ed in

questo frattempo, quantunque non le fosse avvenuta cosa d'importanza, è

però bene, a maggior chiarezza di quest'istoria, diciamo di lei quattro

parole.

Maestro Barlaam vedutala ricomparire così tosto, e quando meno

l'aspettava, chè essa era venuta difilato a scavalcare da lui, s'era

molto maravigliato, e mentre stava in sospetto non venisse costei a

tempestarlo con nuove richieste e nuovi furori, fu rassicurato tosto da

essa, che gli disse risolutamente aver ormai mutato d'animo, pensieri

e desiderj; aver scoperto finalmente quanto poco meritasse il suo

amore quello sciaurato pel quale avea durate tante fatiche, e tanto

sofferto: narrò come l'avesse trattata, e quali parole di scherno

avesse dovuto sentire, e giurando di volersi a ogni modo vendicare,

profferiva al padre di volerlo servire d'or innanzi in ogni cosa, e

non ubbidir se non lui, purchè l'ajutasse ad ottenere questa tanto

desiderata vendetta. Mostrandosi poi nei modi non più altiera e feroce

come prima, ma docile e dimessa, come colei che era a un tratto caduta

d'ogni speranza; e considerando il maestro, che un animo sicuro come

il suo poteva però talvolta venirgli molto a proposito pe' suoi fini,

l'accolse benignamente, e le disse, che era molto contento si fosse

messa sulla via ragionevole, e quanto al vendicarsi, ch'ella gli

desse campo a pensare, e lasciasse capitar l'occasione, e poi forse

farebbe in modo ch'ella rimanesse contenta. Senza voler dir altro,

nè fidandosi ancora del suo giudizio, la venne intrattenendo, finchè

trovatala sempre uguale a sè stessa, e sempre più accesa nel volersi

vendicare di Lamberto, un giorno le svelò, ridendo, tutte le pappolate

che le avea date ad intendere quella prima sera che s'era trovata con

Troilo e messer Benedetto, de' quali, dicendole ora i veri nomi e lo

stato, soggiunse: che non gliene volle dire allora, per sospetto, che

trovandosi essa con Lamberto non gli rivelasse ogni cosa.

Avendo essa poi varie volte occasione di trovarsi con Troilo, ed

affiatandosi seco, a poco a poco erano spesse volte venuti sul discorso

di Lamberto, e mostrando Selvaggia passione grandissima nel parlar

di costui e non minor desiderio di fargli dispiacere, Troilo, visto

che la cosa faceva per lui, avea soffiato in questo fuoco, pensando

che nessuno al mondo avrebbe potuto tenergli il fermo, ed ajutarlo ne'

suoi disegni, quanto questa cotanto offesa ed adirata donna. Ed avendo

da essa, e parte dal padre, avuto notizia della sua vita passata, e

conosciuta la sua arrischiata e terribil natura, rimase persuaso che

in cuore di siffatta tempra l'odio e la sete di vendetta per l'amor

vilipeso dovean produrre effetti sicuri e tremendi, e che nel suo

disegno di toglier Laudomia a Lamberto non potea trovare ausiliario che

più efficacemente di lei lo soccorresse.

Non sapeva ancora, a dir il vero, in che l'avrebbe potuta adoprare;

ma prevedendo in nube il fin dell'assedio, ed il momento in cui la

casata de' Lapi si troverebbe oppressa cogli altri popolani, pensava:

«Capiterà bene una qualche occasione! e fra due anime, come Selvaggia

ed io, che vogliam risolutamente la cosa stessa, sarà gran che, se non

ci vien fatta!»

--Presto, presto, maestro, disse dunque Troilo entrando e senza

risponder al saluto, conducetemi dal sig. Malatesta, chè si sta

mettendo di gran carne a bollire, e qui non è tempo da perdere!--

Barlaam gli s'avviò innanzi e, mentre Troilo usciva con esso, diceva,

volto a Selvaggia:

--Sta di buona voglia anche tu, chè se egli non ha voluto far alle

braccia con qualche archibusata, dovrebbe star poco a comparire il

nostro messer, e allora a noi, n'avremo ognun la sua parte.--

E via senz'aspettar risposta.

Trovò Malatesta in un suo salotto appartato, ed avea finito di cenare

allora allora; era ancora seduto a tavola, avendo dinanzi in certi

piattelli gli avanzi della vivanda, che alle ossa appariva essere stata

composta di capponi ed uccellami, e non d'asino. Appoggiato col gomito

al bracciolo del seggiolone e stuzzicandosi i denti, tenea bassa la

fronte, ed il lume della lucerna che ardeva in mezzo alla mensa gli

percuoteva sulla cotenna tirata e scolorita del cranio, che rifletteva

quel raggio come fosse d'avorio ingiallito.

Gli sedevan di contro messer Benedetto de' Nobili, e Baccio Valori,

che molte volte, durante l'assedio, con grandissimo suo disagio e

pericolo era venuto segretamente a visitarlo[57]. Tutti e tre alzarono

il viso verso Troilo, che aspettavano con grande impazienza, per udire

che novità vi fosse; e Malatesta, che volea parer d'animo sicuro,

quantunque gli errasse sulla fronte e nella guardatura un sospetto

inquieto, e non senza qualche spavento, disse, sforzandosi di sorridere:

--Che tu sii il ben venuto!.... Orsù, e che ne dicono i Piagnoni del

loro Gedeone?--

--Dicono.... dicono.... (rispose Troilo scrollando il capo coll'atto

che significa «non è tempo da motteggi») Dicono ch'e' faranno

senz'esso..... ed hanno il diavolo addosso più che mai.--

--E con esso si stieno, rispose Malatesta, alzando le spalle con

disprezzo. A buoni conti questa mosca dal naso ce la siam saputa

cacciare. E in piazza, che si fa?

--In piazza e stato l'inferno, e ancora mi duol l'ugola pel

grand'urlare,.... chè a far il Piagnone ci vuol canna e polmoni.... ve

lo dico io!.... In somma, il nostro vecchione, ed i frati, e'l Fojano,

e tutti, a predicare, e dagli! a chi più ne diceva, chè non avrebber

voluto Fra Girolamo per ragazzo. E il popolo era com'andasse a nozze:

schiamazzi, urli, battersi il petto; e la conclusione è stata: che se

non si spargeva la voce che in Palagio era vinto il partito di uscir a

combattere, io credo che que' diavoli tagliavan a pezzi la Signoria.

--Ed ora?--

--Ora tutti a casa a prepararsi per la festa di domani.--

--Oh, oh! il marzocco arriccia il pelo da maladetto senno questa volta!

E se a me non piacesse l'uscire?--

--Farebbon qualche diavoleto, ho paura, e vorrebbero sforzarvi.--

--E s'io chiedessi licenza, e li lasciassi ingegnarsi da loro, con

quest'esercito addosso, che non pensa e non sogna altro che sacco?--

--Al modo come sono infiammati, e come gli ho veduti stasera, io non

vorrei giurare che v'avessero a lasciar finir la parola, e pensassero i

fatti loro farseli da se.--

--Quando fosse così, vedremmo un bel gioco, alla croce di Dio!--

E l'occhio del traditore lampeggiò di quella rabbia diabolica che

accende uno scellerato se scorga possibile il perdere in un punto il

frutto di lunghe frodi.

Baccio allora, che non avea il capo a far il bravo, e stava con una

vecchia paura addosso che non tentava dissimulare, diceva:

--Ma e gli altri, e la setta di Niccolò[58] che fanno? che dicono? E'

pare che in Firenze non sian più se non Piagnoni?--

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 32 / 51 段