quell'età, appariva trasfuso ne' soldati d'ambe le parti, e partorì
disfide e duelli combattuti con tutte le formalità e le pompe
cavalleresche. Per un trombetto venuto dal campo, un gentiluomo de'
nemici fece offerire agli assediati la battaglia a cavallo, che venne
accettata dal capitano Primo da Siena.
Allo scontrarsi, questi ruppe la sua lancia sulla corazza
dell'avversario e con un'acuta scheggia del mozzicone rimastogli lo
ferì un poco in un braccio; mentre l'altro pose il ferro all'arcione
del nemico, e lo passò, benchè fosse ferrato, ma senza suo danno,
sfuggendogli per soprappiù la lancia di mano nell'urto, onde fu stimato
averne la peggio.
Ma d'assai maggior momento fu il duello tra Lodovico Martelli e
Giovanni Bandini, narrato dal Varchi colle più minute circostanze:
vorremmo poter trascrivere tutt'intera la descrizione, ma ci trattiene
la sua lunghezza[51], ed anco per non parere si voglia ingrossare
questo volume di cose già pubblicate.
Il fatto si può tuttavia ridurre in poche parole.
I due giovani sopraddetti, erano stati già un tempo rivali d'amore per
la Marietta de' Ricci moglie di Niccolò Benintendi, la quale pareva
favorisse il Bandini.
Trovandosi ora questi in campo, gli fu mandato dal rivale un cartello
per provargli ch'egli era traditore, poichè armata mano veniva contro
la patria. Si scusò il Bandini adducendo, che per visitare gli amici
v'era venuto, e non per combattere; ma non ammessa dall'avversario
la scusa, si stabilì venire alla prova dell'arme, e dal Bandini,
per purgarsi dalla taccia che gli veniva apposta d'esser più astuto
che animoso, fu scelto combattere senz'altre arme difensive che una
manopola di maglia nella destra, spada e pugnale.
Dante da Castiglione s'aggiunse al Martelli come secondo: e Bertino
Aldrovandi[52] al Bandini.
Combatterono a Baroncelli, ove in oggi è il Poggio Imperiale. Dante
d'una stoccata nella bocca uccise Bertino. Il Bandini ferì Lodovico
sulla fronte, d'onde il sangue che grondava, togliendogli la vista,
dovette arrendersi, e portato in Firenze, in breve, molto malcontento
della mal sostenuta impresa, uscì di vita.
Volto poi l'animo de' Fiorentini ad operazioni di maggior frutto, nè
potendo più Malatesta raffrenare la loro smania d'uscire contro il
nemico, ordinò di condurli dove fosse impossibile che facessero gran
frutto, e venissero invece esposti ai maggiori pericoli. Ottaviano
Signorelli, colle più animose e meglio ordinate bande, uscito di
Porta S. Pier Gattolini assaltò le trincere di M. Uliveto, difese da
Baracone alla testa delle migliori fanterie di Spagna, mentre da Porta
S. Friano, Bartolommeo dal Monte e Ridolfo d'Assisi conducevano altre
genti alle spalle degli inimici. Anche in quest'occasione la milizia
fiorentina si portò arditissimamente, e morto il capitano spagnuolo
sopraddetto, per poco non misero in rotta i migliori soldati che
fossero allora in Europa: ma ingrossando sempre più quei del campo per
gl'incessanti ajuti di genti fresche, mandate dal principe a riparare
le perdite sofferte, convenne alla fine alla milizia ritrarsi, e senza
confusione veruna ritornarono in città lasciando gran numero de'
loro sul campo, tra i quali Lodovico Macchiavelli, figlio del celebre
Niccolò.
Il cattivo esito di questa fazione servì a Malatesta per mostrare che
egli non avea il torto quando disapprovava che s'uscisse a combattere,
e non fu bastante ad aprir gli occhi a' Fiorentini sui suoi nascosti
disegni, chè anzi, mostrando egli grandissimo desiderio di ottenere il
grado di capitan generale delle milizie forestiere, del quale avea sin
allora esercitato l'ufficio, senza averne espressamente il titolo, la
Signoria si risolse contentarlo, non avendo potuto ottenere da Stefano
Colonna che per sè medesimo l'accettasse.
In presenza di tutto il popolo radunato in piazza, collocati in
ringhiera il Gonfaloniere colla Signoria fu dunque solennemente dato
a Malatesta il bastone di capitan generale. In segno di festa s'era
inghirlandato il marzocco posto sull'angolo di palazzo, e postagli
sul capo una corona d'oro. Ed il prelibato traditore, come il Butini
chiama piacevolmente Malatesta, riccamente vestito, e con una medaglia
nel berretto, sulla quale era scritto Libertas, disse una sua lunga
orazione per ringraziare il popolo, e profferirsi pronto a metter
la vita per difendere la sua libertà, con tutte le solite novellate
di giuramenti e di promesse, che hanno sempre ingannato e sempre
inganneranno la moltitudine.
Mentre questo traditore, conducendo, senza che se n'avvedessero, i
fiorentini alla mazza, otteneva cotali onori, altri traditori di più
basso stato eran in diversi modi perseguitati e puniti, chè d'ordinario
a' meno ribaldi tocca sopportar que' castighi, che i maggiori sanno con
più sottile astuzia evitare.
Ad alcuni capitani che si fuggiron di Firenze colle loro bande furon
poste addosso di grosse taglie, e contraffatta la loro persona con
fantocci di cenci, vennero impiccati per un piede alle forche sul
bastione di S. Miniato verso Giramonte alla vista de' nemici, ed un
cartello che avevano al collo mostrava in lettere da speziali, scritto
il nome di ognuno, per fuggitivo, ladro e traditore.
Andrea del Sarto li dipinse poi sulla facciata della Mercatanzia in
Condotta, quantunque desse voce che l'opera fosse di Bernardo del Buda
suo discepolo, per non acquistarsi nome di pittore d'impiccati.
Un frate di S. Francesco, Vittorio Franceschi, per soprannome fra
Rigolo, morì sulle forche per aver inchiodato artiglierie, e Lorenzo
Soderini, fece l'istessa fine, convinto d'essere spia di Baccio Valori.
Intanto la carestia, non ostante le cure e gli sforzi de' rettori,
andava sempre crescendo. Dopo aver ne' primi mesi consumato il grano e
l'altre biade buone da far pane si cominciò a macinar legumi, e beato
chi ne poteva avere.
E basti a dar un'idea de' prezzi cui eran salite le migliori grascie,
il dire, che la carne de' cavalli ammazzati nelle scaramucce si
vendeva due grossoni la libbra, quella d'asino un carlino, un gatto
quaranta soldi, ed un topo un giulio, e finito l'assedio pochi ve ne
rimasero.
Sul primo la difficoltà delle vettovaglie non era molta, chè dai
contadini n'eran portate in città di continuo, allettati da' grossi
guadagni che vi trovavano, ed essendo la città rimasta aperta per
molti mesi dalla banda di Fiesole. Ma quando un corpo di Tedeschi
ebbe occupato S. Donato in Polverose, tennero cura grandissima che
nulla potesse entrare in Firenze, e furon cotanto orribili le torture
colle quali straziavano que' poveri contadini che cadeano nelle loro
mani, che presto non si trovò più chi fosse tanto ardito da porsi
all'impresa. Il Bentivoglio, soldato nel campo imperiale, descrive
nella satira seconda (citata anco dal Pignotti) l'atroce fatto d'un
povero contadinello che fu colto mentre conduceva a Firenze un asino
carico di biada e fieno. Da otto spagnuoli gli vennero al primo recise
le parti nascoste, e poi messolo allo spiedo l'arrostiron vivo, a fuoco
lento, pillottandolo come s'usa colla cacciagione.
Ma neppur la fame non abbatteva ancora ne' Fiorentini il costante
proposito di difendersi, e le nuove che di giorno in giorno venivan
giungendo delle frequenti e fortunate imprese del commissario
Ferruccio, rendevan anzi questo proposito più fermo che mai. Egli s'era
reso padrone di S. Miniato, come aveva promesso, salendo il primo
sulle mura, che furon vinte per iscalata: ed essendosi frattanto,
ribellati i Volterrani, e datisi al papa, egli fece istanza alla
Signoria di venir mandato a sottometterli; premendo d'usar prestezza
onde non avesser tempo di sforzare il commissario Bartolo Tebaldi, che,
ritiratosi nella rocca, gagliardamente si difendeva.
Abbiam la fortuna di poter offrire al pubblico la lettera propria del
Ferruccio alla Signoria, colla quale le rese conto del suo operato in
questa occasione.
Alli Dieci della guerra[53].
_Noi arrivammo qui alli 20 a ore 21 ed avemmo ad entrare nella fortezza
a colpi d'artiglierie; e quando fummo tutti arrivati al ridotto
d'essa feci saltar dentro tutte le fanterie e trar la sella a tutti
li cavalli, ed ad uno ad uno li messi nella cittadella, faccendo dar
ordine subbito a rinfrescarli alquanto, ma non trovai con che, chè a
premere tutta la fortezza non vi si trovò più che sei barili di vino
con tanto pane che ne toccò un 1/2 per uno e non più, e vi giuro a Dio
che se io non aveva avuto avvertenza di far pigliare ad ogni uomo
pane per due giorni, e così portar meco due some di sale e 25, o 30
marraioli con picconi ed altre cose che fanno mestiere ad espugnare una
Terra, ed una soma di polvere fine da archibusi, che io non ci avrei
trovato modo che li vincitori non fussero stati vinti senza combattere.
Rinfrescati alquanto li feci metter a battaglia, e feci aprire la porta
di verso la Terra ed a bandiere spiegate li assaltai da tre lati, ed
in tutti tre trovammo un intoppo di trincee che a volerle passare vi
morirono 50, o 60 uomini de' più segnalati che fussero nelle bande
fra delle nostre e delle loro; nè si mancò per questo di non passare,
e passati li pigliammo insieme con la piazza di S. Agostino, dove
avevano fatto il fondamento loro, e quello che ci dette più molestia
fu l'essere combattuti da tre bande per aver loro traforato le case
di sorte che passavano d'una nell'altra et offendevano senza poter
essere offesi. Le forze de' nemici fecero alquanto temere le nostre
fanterie, per esser due mezzi cannoni a ridosso di quelle trincee su
detta piazza, e spararono due volte per uno con qualche danno nostro.
Vedendo io con gli occhi questo, fui forzato di fare di quelle cose
che non era l'offizio mio, e così imbracciai una rotella, dando
coltellate a tutti quelli che tornavano indietro. Finalmente saltai
su quel riparo con una testa di cavalli leggeri armati di tutt'arme,
con una picca in mano per uno, insieme con parecchie lance spezzate
che io ho appresso di me, et insignoritosi del riparo cominciarno a
pugnare innanzi, e guadagnammo la piazza con l'artiglierie et con
grande occisione di loro togliendo loro due insegne, et vi morì un
capitano, et così ci volgemmo a combattere casa per casa tanto che
c'insignorimmo del tutto. Assalicci la notte nè si potè andare più
innanti, ed eravamo in modo stracchi che nessun fante poteva stare in
piè. Feci tirare quelle artiglierie che avevamo lor tolto, sotto la
fortezza, et mettervi le sentinelle, et lasciai a guardia della piazza
il sig. Cammillo con tre altri capitani, e così ci stemmo sino a questa
mattina, dove di nuovo riordinai le genti et le messi in battaglia
per dare l'assalto. Trovammo che avevan fatto tutta notte bastioni et
attraversate le strade con certi pezzi d'artiglieria grossa, nè per
questo si temeva, che andava alla volta loro. Impauriti d'aver perduto
parte della terra et vedendo tanti morti per le strade, e d'esser
fuggiti quelli tanti tristarelli che ci erano Fiorentini con il gran
Ruberto Acciaioli padre di tutti, accennarono di voler parlamentare, e
così detti la fede al Commissario Taddeo Guiducci, et se altri della
Terra venissino parlare con me volendomi domandare quello che io
desiderassi. Risposi loro che volevo la terra per li miei Signori o
per forza o per amore, et che volevo che fusse rimesso nel petto mio
quel bene et quel male che avevasi a fare alli Volterrani; et loro
mi chiesero tempo di due ore per poter far consiglio con gli uomini
della Terra, et che verrebbono con pieno mandato. Non lo volsi fare
perchè vedevo che mi volevan tenere a bada fino a tanto che il soccorso
che era per via comparisse. Detti lor tempo sinchè tornassero loro
dentro le trincere, con far loro intendere che se fra una mezz'ora non
tornavano con risoluzione di quello che avevo loro imposto, che io
farei prova di acquistare quel resto con l'arme in mano come ho fatto
sino a qui. Et così se ne andorno et tornarno fra 'l tempo, e di più
menarno con loro il capitano Gio. B. Borghesi che era colonnello di
tutti li altri capitani. Arrivati a me si buttorno in poter mio, et che
li Volterrani si rimettevano in tutto e per tutto in me e nella mia
discrezione. Et così li accettai promettendo la fede mia di salvare la
vita al commissario et a tutti li fanti pagati, et tanto ho osservato;
et subbito li feci passare in ordinanza per mezzo delle bande nostre
et metterli fuori della Terra. Et perchè Taddeo Guiducci mi pareva nel
tempo che noi siamo di troppa importanza a lasciarlo, l'ho ritenuto
appresso di me con animo di non li fare dispiacere nessuno, avendogli
data la fede mia, et ancora se l'è guadagnata con fare qualche opera
che mi è piaciuta. Onde io prego le SS. VV. che gli voglino perdonare
fino a quello che io gli ho promesso, che, come di sopra ho detto, gli
detti la fede mia di non lo far morire._
_Partiti li soldati imperiali, presi la piazza, e messi a guardia
dell'artiglierie tutti li cavalleggeri, et le guardie alle porte, et
spartiti li quartieri, che questa volta non furono ne' borghi, feci
mandare un bando che ciascheduno Volterrano fusse trovato con l'arme
cadesse in pena delle forche. Oggi farò descrizione di esse et ne li
priverò del tutto a causa che non possino più adoperarle contro di noi,
come questa volta hanno fatto. Anche oggi si farà bando per vedere
tutte le portate del frumento, che intendo che ce n'è gran copia, et le
farine che ci fussero fatte et altre grane rimetterò nella cittadella
con più prestezza che si potrà, et tutte le artiglierie mandate da
Andrea Doria, che pare che l'abbin fatto a posta per renderci il
contraccambio. Di quelle di Ruberto prese l'artiglierie son due cannoni
di libbre 70 di palla per ciascuno et due colubrine che mai veddi le
più belle artiglierie et meglio condotte, et 1/2 cannone et un sagro
che fanno il numero di sei pezzi grossi con palle 80, con qualche
poco di polvere et salnitri; et domani che saremo alli 28 manderò
un trombetto alle Pomerance et uno a Monte Catini, et di quello che
seguirà per il prossimo li darò avviso._
_Quando parrà tempo alle SS. VV. quelle mi daranno un cenno che io
cavalchi per la volta di Maremma a liberare Campiglia, Bibbona, Buti
et tutto il paese, et se ne caccerà quelli ladroni di strada che vi si
trovano accasati, et quando io intenderò la passata di Fabbrizi per
la volta di Pisa, non mancherò di mandare quelle forze, che per me si
potrà a quella volta; nè mancherò di mandare a Empoli una banda a causa
si renda più sicuro, ancorchè si trovi assettato dall'arte che le donne
con le rocche lo potrebbono guardare. Nè altro ho che dire, salvo che
pregare quelle che mi voglino consentire la sede data al Guiducci, et
questo voglio che sia il premio di tante mie fatiche._
15 _luglio_ 1530.
_Li nomi di quelli tristarelli usi a sollevare li popoli a partito
vinto son questi:_
Agnolo di Donato Capponi.
Giuliano Salviati et un certo Giovanni di.... de' Rossi.
Lionardo Buondelmonti fratello del cavaliere, e
Ruberto Acciaioli, padre di tutti.
Sforzati così i Volterrani tornarono sotto il giogo de' Fiorentini;
e giogo veramente si potea dire, poichè privati d'ogni libertà, ed
anco poco ben trattati, non avean parte veruna alle deliberazioni di
Stato. Gl'ingiusti modi tenuti con loro non meno che con Pisa, Pistoja
e l'altre città del dominio, impedì che nel comune pericolo essi
andassero di buone gambe alla difesa, ed anzi accrebbero l'impaccio,
dovendosi impiegare molte forze a tenerle soggette. Tanto è vero che
l'oppressione de' deboli genera faville, le quali covano ignote e
sprezzate per lunga stagione, ma scoppiano pure alfine in incendio, e
consumano l'oppressore.
Di questa verità Firenze ne offerì un tristo esempio, nè la giusta
ammirazione che c'ispira la sua ultima difesa, c'impedirà di riconoscer
le colpe e gli errori che contribuirono alla sua rovina. Si crederebbe,
che fra gli uomini di stato d'allora correva questa sentenza: _Pisa si
dee tener colle fortezze e Pistoja colle parti_? Si crederebbe, che la
crudele astuzia di attizzare gli odj, pei quali le parti Cancelliera e
Panciatica, empievan di sangue il piano e la montagna di Pistoja, si
potesse chiamare ragion di stato? e si credesse accorto non solo ma
lecito ed onorevole l'usarla? Se in questo furono accorti i Fiorentini,
il fatto lo mostrava all'ultimo dell'assedio, quando, se Ferruccio
fosse potuto giungere sotto le mura di Firenze, era quasi impossibile
non la salvasse: ma egli, parte ingannato, parte persuaso dal capitan
Melocchi di S. Marcello che pensava a distruggere i Panciatichi suoi
nemici più che a liberar Firenze, si trattenne tanto, che potè in mal
punto essere assaltato e rotto, come vedremo, dagli imperiali. Ecco
qual frutto colsero i Fiorentini di sì loro sottile ed accorta ragion
di stato!
CAPITOLO XXVI.
L'allegrezza sparsasi in Firenze per la sottomissione di Volterra venne
presto turbata dalla perdita d'Empoli, chè lasciato dal Ferruccio
a guardia di Andrea Giugni e Piero Orlandini, per la costoro viltà
venne espugnato e mandato a sacco dagl'imperiali. Condotta a fine
quest'impresa, si drizzarono a Volterra guidati dal marchese del Vasto
da Inigo Sarmiento ed altri capi, e riunitisi a Fabrizio Maramaldo,
strinsero la terra con furore sperando ritoglierla al Ferruccio,
che senza punto smarrirsi per le soverchianti forze degl'inimici, o
pei sospetti de' cittadini di dentro, si difese francamente sempre,
tantochè alla fine, dopo molta uccisione, disperatisi dell'impresa, se
ne levarono.
Allora si vide come il cuore d'un uomo solo basta talvolta, a guisa
di favilla che cada su un ammasso di polvere, ad accenderne mille. I
fiorentini infiammati dalle rapide ed ardite imprese del Ferruccio
(quantunque un nuovo e più terribil nemico si fosse aggiunto a' loro
danni, e la peste scopertasi nel monastero di S. Agata cominciasse
a serpeggiare per la città) risolsero non pertanto d'uscir di nuovo
contro i tedeschi, che sotto il conte Lodovico di Lodrone alloggiavano
in S. Donato in Polverose.
Ripugnando ed opponendosi, come il solito, Malatesta, che non
acconsentì se non quando conobbe esser egli solo contro l'opinione
dell'universale, venne stabilita quest'impresa ed ordinato s'eseguisse
a modo d'incamiciata.
Uscì Stefano Colonna per la porta di Faenza con duemila fanti armati
di picche e partigianoni: per porta al Prato Pasquino, Corso col suo
colonnello per la porticciuola, Maìatesta lungo la riva d' Arno con
1500 fanti acciocchè i nemici dal campo non potessero, guazzando il
fiume, venire ad offendere a tergo gli assalitori.
Mancavano due ore a giorno, e pel caldo grande erano i nemici immersi
nel sonno. Fattosi avanti Pasquino più presto che non volea l'ordine
dato, si risentirono le guardie della prima trincera, e levarono il
rumore, che udito dal sig. Stefano lo fecero correre all'assalto.
Superato ogni ostacolo, e cacciandosi innanzi i tedeschi, che
sbalorditi e sonnacchiosi disordinatamente si difendevano, ajutando lo
spavento e la confusione gran quantità di trombe da fuoco, che Giovanni
da Torino gettava fra loro, giunse colle sue bande ad assaltare il
monastero.
Il conte di Lodrone aveva intanto raccolto un nodo di duemila tedeschi,
che colle picche spianate attendevano a difendersi da' furiosi
assalti d'Ivo Biliotti (il quale a dir del Varchi, abbassando il capo
com'era suo costume, si gettava contro i nemici gridando ai suoi
«_su, valentuomini, mescoliamci!_») e degli altri capitani e giovani
fiorentini, che con tanto disperato furore combatterono quella notte
da esserne rimasta poi lunga ed alta meraviglia fra quelle vecchie ed
agguerrite bande, che mal potevano resistere a tanta furia. Mentre
colla peggio de' lanzi durava ostinata la battaglia, s'era fatto
giorno; ed uditosi il romore nel campo del principe, egli aveva spinto
una grossa banda di cavalli in ajuto de' suoi, e dove era ufficio di
Malatesta combatterli e ributtarli al guado del fiume, la qual cosa,
ogni poco che impedisse il soccorso, avrebbe data vinta l'impresa ai
Fiorentini, egli invece, da quel traditore ch'egli era, si ritrasse
dentro le mura, e mandò ordinando al sig. Stefano di sonare a raccolta.
Dovettero le milizie, così vilmente abbandonate, ubbidire al comando
per non venir tolte in mezzo, e volgendo pur sempre il viso al nemico,
che poco avea in animo di molestarle, si ridussero ordinate dentro le
porte; e parte avvedendosi alfine dei disegni di Malatesta, si cominciò
tra popoli a bisbigliare di tradimento, ed a sospettare del fatto suo.
Ma l'avvedersi ed il voler ora riparare era tardo. Malatesta,
antiveggendo di lunga mano la possibilità di venir sospettato ed anco
scoperto, s'era governato in modo che l'evento non lo cogliesse nè
sprovveduto nè disarmato. Conversando co' più reputati cittadini aveva
saputo guadagnarseli, qualunque fosse la loro opinione circa lo stato,
«ed ai popolani (usiamo le parole del Busini) dicea della libertà; ai
malcontenti, del papa; agli ambiziosi, biasimava questi e quelli, e
lodava uno stato di pochi ec.» con siffatte arti essendogli riuscito
persuadere ad ogni setta di cittadini ch'egli teneva per essa, non
gli mancava mai chi lo difendesse dalle accuse che gli si apponevano
nell'universale, come non mancarono alla fine cittadini più ingannati
che colpevoli, i quali l'ajutassero a compiere lo scellerato suo
tradimento.
Di più, cominciando ad avvedersi che la Signoria dubitava della sua
fede, s'era levato dal palazzo Serristori, ed alloggiato invece in
casa i Bini[54], sotto colore d'esser più a portata pei bisogni
dell'assedio, ma in effetto, per aver più vicina la porta Romana, la di
cui torre ben armata e provvista, era in mano d'uomini suoi, e potea
servirgli ad un serra serra, come di fatto gli servì. Egli non si
lasciò più vedere gran fatto fuori di casa, e quando usciva era bene
accompagnato, facendo soprappiù tener bonissima guardia giorno e notte
intorno al suo alloggiamento, e, chiamato in Palagio, o non vi volle
andare, o se qualche volta v'andò, fece pigliar il portone e le scale
da gran numero di suoi soldati, temendo, com'egli diceva, di non fare
il salto di Balduccio d'Anghiari[55].
Rassicurato così dal timore di poter essere oppresso, e parendogli
oramai preparate le cose, e matura l'occasione, si dispose con nuove
frodi a coglierne il frutto. Il Ferruccio, che da Volterra, per la
Maremma, s'era condotto a Pisa, e nel quale stava oramai riposta
l'ultima speranza della repubblica, avea avuto l'ordine di condursi a
Firenze, e non par da dubitare, che ove egli avesse assaltato il campo
imperiale nel tempo stesso che le milizie l'affrontassero di verso la
città, non fosse riuscito risolvere finalmente l'assedio.
Malatesta, che più di tutti tenea per ferma la riuscita di cotale
impresa, ordinò, pel mezzo d'un suo fidato ribaldo, detto Cencio
guercio, di abboccarsi segretamente di notte col principe d'Orange
sotto le mura fuor di porta Romana, e quali pratiche tenesser fra loro
non si seppe mai, ma pare probabile, che il traditore dando notizia al
principe della mossa del Ferruccio, gli promettesse di non far atto
nessuno contro il campo, mentr'egli fosse andato ad incontrare il
commissario, e di cotal promessa gli desse una polizza scritta di sua
mano. Il fatto sta che la polizza fu poi trovata in petto al cadavere
del principe morto pochi giorni dopo.
Il disegno di Mala testa ebbe pienissimo effetto, e nella rotta di
Gavinana, avvenuta poco appresso, l'Orange ed il Ferruccio rimaser
morti e svanì l'ultima speranza di salute che rimanesse ai Fiorentini.
Il seguito di quest'istoria ci offrirà l'occasione di ritornare sui
particolari di quella memorabil giornata, ma prima dobbiam ritrovare
gli attori del nostro racconto, che la storia de' pubblici avvenimenti
narrati sin qui, ci conduce ad un'epoca ove i casi della famiglia de'
Lapi, principale scopo del nostro lavoro, ci pajon meritevoli d'una
qualche attenzione.