Alla fine, lenta lenta si rimise seduta, poi a fatica, chè si sentiva

le membra tutte rotte e sfinite, s'alzò in piedi: venuta al suo cavallo

gli acconciò le briglie, ed afferrato il crine e l'arcion di dietro

mise il piede alla staffa, e, datasi l'andare due o tre volte, non

senza stento si trovò in sella.

Prese verso Firenze, curva la persona, col capo caduto sul petto, in

atto di tanto scoramento, che non parea possibile fosse quella di

prima: e neppure il cavallo, dal mutar lento e strascicato delle gambe,

dal collo e dalle orecchie cadenti, non parea quel medesimo che avea

poco innanzi menata tanta tempesta.

Alla prima giravolta della strada scomparvero ambidue, e, col permesso

del lettore li lasceremo andare al loro viaggio, chè Lamberto ci

aspetta alla porta d'Empoli colla compagnia.

Il sole levato di poco, colla sua luce radente, tingeva già di rosato

la bianca veste di brina che scintillava sul dosso delle colline,

sugli alberi e sui tetti, lasciando le parti non illuminate in una

tinta diafana ed azzurrina, quando il soldato di guardia sulla torre

sovrapposta alla porta della terra, vide venir di lontano la compagnia,

e riconosciuto il giglio nello stendardo, diede l'avviso che era

comparso l'aspettato soccorso, e la nuova ne fu tosto arrecata al

Ferruccio.

Il commissario, già in piedi da un pezzo (chè era assai difficile

trovarlo a letto a qualunque ora si cercasse) attendeva poco lontano a

far riparar non so che ad un bastione. Udita la nuova, venne sollecito

ad incontrarli, e, fatto calare il ponte, alzare la saracinesca, ordinò

s'aprisse la porta.

Entraron le genti, con le trombe sonanti alla testa, precedute dai due

capitani, che sfilando innanzi al commissario lo salutarono coll'atto

della persona e l'abbassar della lancia.

Il Ferruccio, alto di corpo e tutto nerbo, vestito d'una cappa

bruna con istivali grossi ed un berretto, che da un lato gli cadeva

sull'occhio, stava a vederli passare, piantato sulle due gambe un poco

aperte, intrecciate le braccia al petto, la fronte alta ed austera,

sotto la quale lampeggiava quel suo sguardo sicuro che pel color delle

pupille e lo sporger del sopracciglio, era simile a quello dell'aquila.

Con un rapido abbassar del capo corrispose al saluto de' condottieri,

mentre accennando colla mano ordinava loro di distendergli innanzi in

battaglia la compagnia sulla piazzetta che si trovava entrata appena la

porta. I soldati, che avean legati i mantelli sulle groppe, e s'eran

rassettati alla meglio, apparivan bella e buona gente e bene a cavallo:

ed al comando dell'Arsoli, dato un po' di volta per la piazzetta, si

schierarono in linea. Si fece innanzi il Ferruccio, pur sempre colle

braccia all'istesso modo, ed accostatosi ai due capitani, posti nel

mezzo ed un poco innanzi dagli altri, diceva loro con voce sonora e

quel parlar tronco che tanto può sui soldati:

--Bella compagnia! uomini, cavalli, armi, tutto bene. Li vedremo

all'opera e presto, che, viva Dio! non aspettavo altro. Li farete

rinfrescare, poi v'aspetto all'alloggiamento.... Di Firenze già nulla

di nuovo? L'assalto del principe lo seppi colle lettere di jeri. Avrà

veduto che anche i mercanti se n'intendono di far bastioni e sparar

artiglierie. Ora due parole ai vostri soldati.--

E, voltossi alla truppa che gli stava dinanzi immobile ed in silenzio,

disse con un sorriso:

--Questi marrani spagnuoli qui del contado, hanno di maladette gambe

che a raggiungerli m'era fatica, voi farete la bisogna, valentuomini,

con buoni sproni e dodici braccia di lancia assaggeremo loro le reni,

se piace a Dio. Pensate che tutti combattiamo per la patria, e per

questa santa causa non risparmierò nè la mia vita nè la vostra, ve ne

avviso. Io saprò far il debito di capitano, dacchè i nostri signori

m'hanno fatto degno di tanto onorato comando. Voi pensate a far quello

di valenti soldati, chè usando altri modi io non sarei per sopportarlo.

--Ora attendetevi a riposare, chè non vi lascerò un pezzo colle mani in

mano... e, viva il marzocco! viva la repubblica!--

A questo grido rispose la compagnia ed il popolo, che in folla le s'era

radunato all'intorno; e mentre i soldati scavalcavano disponendosi a

condurre a mano i cavalli all'alloggiamento, dicevan tra loro:

--Codesto si chiama discorrere!--E non gli trema la lingua

in bocca!--È un diavolo costui, che non avrebbe soggezione

dell'imperatore.--Ohe! e' pare che converrà arar diritto con quel

muso.--S'egli ha il ruzzo di menar le mani, e noi non vogliamo altro.--

Ed un di loro volgendosi a Fanfulla che veniva zufolando sotto i baffi,

com'era suo costume, mentre buttava le staffe sulla sella, gli diceva:

--E che ne dice il nostro Fra Bombarda?--

--Fra Bombarda dice: Quando tu avessi il fiasco alla bocca, ed il

commissario ti dicesse basta, fa di non ne mandar giù una goccia di

più, se vuoi che la via del pane ti rimanga aperta. Che di musi me

n'intendo, e n'ho visto più d'uno uscir di sotto il morione, colle

setole dure abbastanza, ma come codesto n'ho visto due altri soli

sinora, quello del sig. Giovanni, e quell'altro del gran capitano. E

per ora non dico altro.--

Ed intanto la compagnia venne presto alloggiata ne' quartieri già

preparati.

CAPITOLO XXV.

Tostochè l'Arsoli ed il Bichi ebbero dato sesto alla compagnia, si

condussero dal commissario, e con esso andò anche Lamberto, che aveva

da Niccolò (ci scordammo accennarlo) avuto l'incarico di fargli

riverenza per parte sua e narrargli quegli ultimi suoi casi.

Il Ferruccio era alloggiato nella casa del Comune in Piazza, e lo

trovarono che li aspettava in una sala al primo piano ove le pareti

eran tutte coperte di gigli e di marzocchi, e su in alto, sotto il

soffitto intorno, si vedevan dipinte l'arme de' podestà che avean

retta la terra, tra quali fu il vincitore de' Ciompi Michele di Lando.

Il commissario sedeva presso una gran tavola ov'era costume render

ragione. Salutò i nuovi arrivati, che entrarono ancora tutti armati

quali erano venuti di Firenze. Ad un suo cenno sedettero e disse

l'Arsoli:

--Questi, sig. commissario è messer Lamberto, che voi conoscete di nome

se non di veduta.--

--Ah! rispose Ferruccio facendogli festa col viso, ho caro conoscervi

ch'io non ho il maggiore amico di messer Niccolò, e so quanta stima

egli faccia di voi.--

Lamberto allora, fattigli prima i saluti del suocero, gli venne

narrando tutto il caso di Troilo, e com'egli avea lasciato il campo e

datosi tutto alla parte Piagnona. Disse poi il suo matrimonio colla

Laudomia, il motivo ed il modo ond'era stato interrotto, e vedendo che

il Ferruccio gli prestava grandissima udienza, gli narrò dell'oscuro

avviso ricevuto per via, di non so quali insidie tramate contro di

essa, chiedendogli insieme licenza di spedire un uomo apposta a Firenze

affinchè potessero guardarsi ed investigar la realtà e l'ordine di

questa trama.

--Io vi do questa licenza molto volentieri, e se il servigio della

città lo concedesse, vi direi andate in persona; ma una buona spada val

tant'oro quanto pesa, a questi giorni, e non posso privarmene; conosco

che dev'esser una gran passione per voi, messer Lamberto, lasciar una

tale sposa per torre invece la lancia.... almeno così suppongo...

(disse sorridendo) chè io di queste cose poco me n'intendo, ed alla

vita mia non ebbi mai tant'agio ch'io potessi pensar a donne... A ogni

modo, un par vostro saprà aver buona pazienza, chè ora i nostri amori

hanno ad essere cogli archibusi e le bombarde.--

--Quanto a questo spero mostrarvi che so il mio debito, e che il mio

primo amore è della patria e non d'altri.--

Così rispose Lamberto, con un viso ardito che non lasciava dubitare

ch'egli mentisse; fatta poscia riverenza al Ferruccio si tolse di

quivi, trovò presto d'un cavallaro che fu contento portar a Firenze

la lettera per Laudomia. La scrisse Lamberto più presto che potè, ed

in essa le narrò distesamente tutto l'accaduto in quella notte senza

ommetter sillaba di quanto era stato discorso tra esso e Selvaggia.

Dopo aver molto raccomandato che facessero in modo di scoprire se

quest'insidie eran vere, oppur supposte da costei per puro dispetto,

mostrando, quanto a sè, propendere per quest'opinione, entrava a

deplorare e mostrar rammarico dell'aspro modo da lui tenuto con

quell'infelice, svolgendone insieme a Laudomia i motivi, e mostrando

poi alla fine in quanta agitazione d'animo si trovasse al presente sul

fatto di costei.

La passione che provava per questo accidente la seppe esprimer

benissimo, e forse troppo, chè scrivendo in furia, e coll'animo

preoccupato, non ebbe campo di pesare e calcolar molto le parole,

e l'effetto che sarebber per produrre su quella che con mente più

tranquilla le avrebbe lette. Si faceva in ultimo a pregar Laudomia,

volesse metter subito gente in moto, mandar sulla strada d'Empoli, ed

in quelle vicinanze, per iscoprire che ne fosse stato di Selvaggia; ed

avendo avuto a dire tante cose, col tempo che lo stringeva, conchiuse

la lettera in modo più tronco, che al certo non avrebbe fatto, se la

cosa non fosse stata di tanta premura.

Com'ebbe scritto, piegò la lettera in quattro, come s'usava in quel

tempo, e traforatala, la chiuse con una funicella, della quale fermò i

capi con un sigillo.

Partì il cavallaro, e seppe così ben pungere un cavalletto che avea

sotto, che verso le ventidue scavalcava al portone de' Lapi.

Mona Fede venne ad aprire: prese la lettera, e con gran festa corse

nella camera di Niccolò ove egli si trovava colle figlie, ed a caso

v'era anche Troilo. Laudomia, conosciuto dalla sopraccarta chi le

scriveva, disse tutta allegra ed un poco arrossita:

--Oh! povero Lamberto, già m'ha scritto!--e principiò a leggere. A mano

a mano che leggeva le si vedea tratto tratto mutar viso, mostrando ora

maraviglia, ora mestizia, ora compassione, ed in ultimo parve sulla sua

fronte serena si stendesse persino l'ombra d'un sospetto.

--Gran cosa è questa! disse alla fine tutt'altro che tranquilla in

volto; e porgendo la lettera a Niccolò, soggiunse:--Ora vedete voi quel

che convenga fare.--

Niccolò la prese, ma parve che quella lettura facesse sull'animo suo

tutt'altro effetto, e piuttosto lo rallegrasse.

--Egli è il gran giovin dabbene, disse alla fine, che vuoi ch'io ti

dica? bisogna far quel ch'egli consiglia.... non vedo altra via.--

Voltosi poi a Troilo, col quale s'era ogni giorno più venuto

addomesticando, e tanto maggiormente ora di lui si fidava, dopo aver

veduto con quanta prontezza si fosse proposto di partir in iscambio

di Lamberto, gli disse, pur guardando Laudomia, quasi le domandasse

licenza:

--Con buona pace di Laudomia, io voglio che leggiate questa lettera....

vedrete che cuore abbia il nostro Lamberto.... e che se volevate andar

alle archibusate per lui, la cortesia non era sprecata.--

Troilo, nel vedere che de' suoi disegni ne dovea pur esser trapelato

qualche cosa, non potè a meno di non far un arresto, ed in cuore

trasecolava, non potendone immaginare il come, tanto più in così breve

spazio di tempo. L'atto che gli sfuggì, fu dagli astanti interpretato

in tutt'altro senso, e l'attribuirono ad una natural maraviglia d'un

caso cotanto strano, ed egli, vedendo che la lettera non nominava

persona, si venne presto rassicurando.

--Non v'è dubbio nessuno, disse alla fine, bisogna far ciò ch'egli

dice. Lasciatene il pensiero a me, ch'io troverò chi saprà benissimo

disimpegnare quell'incarico. Date qua quella lettera, ch'io tenga a

mente i segnali di codesta donna, perchè possa riconoscersi, e s'ella

non è sotterra si troverà.--

Così dicendo uscì, mentre Niccolò, tutto lieto, gli gridava dietro:

--E così? non te lo dicevo io, che a trovarne un altro come quel giovin

dabbene vi sarebbe da fare?--

Laudomia, uscita anch'essa poco dopo Troilo, salì in camera e vi si

chiuse. Non sapeva, o non voleva dirsi il perchè, ma non si sentiva

il cuore a modo suo: e provando una cotale indefinibile ripugnanza ad

esaminarlo a minuto in quel momento, attese a non so che sue faccende

per aver in che occupare il pensiero.

Ove la buona giovane avesse voluto scendere a questo esame, sarebbe

forse d'un in un altro pensiero venuta a far molte osservazioni su

questa tanto calda pietà di Lamberto, sulla troppo laconica conclusione

della sua lettera, avrebbe provato forse il desiderio d'esser sola a

sentire tanta compassione per le costei sventure.... Dio sa quante cose

avrebbe trovate in quel suo povero cuore! non volle tuttavia troppo

scrutarlo in quel momento.

Ma il seme caduto una volta nel solco ha egli bisogno d'altri ajuti?

lavora solo, germoglia in silenzio, e quando dà segno di sè spuntando

dal suolo ha già messo le barbe.

Troilo intanto s'era dato da fare per trovar di questa Selvaggia, che,

in modo per esso tanto inconcepibile, parea informata de' suoi disegni;

e certo nè Lamberto, nè persona al mondo avea in quel momento maggior

desiderio di lui che si rintracciasse. Spedì gente, e fece far tutte

le inchieste possibili, e vi volle a ciò un pajo di giorni, ma fu

inutile, non se ne potè saper nuova.

Visto alla fine che si dava in non nulla, ne fu scritto a Lamberto (e

la lettera la portò Maurizio, che trovato un altro cavallo raggiunse

così il suo padrone) il quale, se ne rimanesse afflitto e malcontento,

non è da dire. Egli intanto, seguitando la fortuna del Ferruccio a

Volterra, a Pisa ed in ultimo a Gavinana venne passando un tempo,

durante il quale lo stato di Laudomia e degli altri attori di questa

istoria non ebbe a provare notabile alterazione. Gli ultimi casi che

afflissero poi la casata de' Lapi, e coi quali verrà a concludersi il

nostro racconto, sono strettamente legati a quelli della città, ed

all'intero ed ultimo esterminio della libertà fiorentina: ci conviene

dunque con largo e rapido pennello dipingere ad eterna infamia dei

vincitori, ed a gloria eterna de' vinti, la sua dolorosa agonia, e come

alla fine rimanesse spenta del tutto.

Il nostro quadro riuscirà pallido e senza vita, posto a fronte di

quello lasciatoci dal Varchi nella sua storia, ricca di tanto colore e

di tanta azione. Se avessimo a dar un consiglio al nostro lettore gli

diremmo (tanto più s'egli è italiano) di leggerla da capo a fondo. Ma

se invece si trattasse di una lettrice? Chè anche le donne italiane

vorremmo sapesser le glorie della nostra comune patria per poterle

presto narrare a' loro bambini.... Come sperare che non si sbigottisse

al solo vedere quel grande in folio della bella edizione di Colonia,

con quella carta ingiallita, e la sua barbara ostinazione a non andar

mai a capo?

Alle nostre lettrici consacriamo dunque specialmente queste pagine, e

possa il nostro desiderio di risparmiare loro un po' di fatica e di

accender più viva la fiamma dell'amor patrio in cuori cotanto gentili,

dar potenza alla nostra penna e procacciarle favore.

A pochi giorni dopo l'inutile assalto dato dal principe d'Orange alle

mura di Firenze, la Lastra, forte castello, molto a proposito per

assicurare la strada d'Empoli, venne in potere degli imperiali, i quali

avuta la terra a patti che fosser salve l'avere e le persone, entrati

appena, scannarono il presidio, che s'era arditamente difeso a buona

guerra come chiedeva l'onore ed il servigio della città.

S'alzò in Firenze un grido d'indegnazione e di vendetta alla nuova

dell'atroce caso, e del danno sofferto; e la milizia, che ardeva di

venirne una volta a più stretto combattere, trovò il suo capitano

Stefano Colonna pronto a guidarla contro il nemico. Ordinò s'uscisse

una notte con circa mille fanti, armati quasi tutti d'arme in asta e

spadoni a due mani, con pochi archibusieri, avendo in animo di cader

inaspettati addosso agli imperiali e non combatter se non corpo a

corpo. Contenta la cosa con Malatesta, dapprima lo trovò contrario

al suo disegno. Voleva il traditore che la città si consumasse a

poco a poco negli stenti d'un lungo assedio, e queste ardite fazioni,

conoscendo egli l'ardore e l'animo di quelle milizie, gli facean temere

non riuscissero una volta a rompere il campo nemico. Per non iscoprir

troppo il suo disegno dovette nondimeno acconsentire.

La notte dell'11 dicembre, oscura e piovosa, uscì Stefano Colonna dal

bastione dietro S. Francesco, in mezzo alle sue lance spezzate con una

zagaglia in mano, avendo ad ogni soldato fatto mettere una camicia

sopra il corsaletto, affinchè si riconoscessero nell'oscurità. Come

avessero affrontato il nemico, dovevano uscire da varie porte altre

genti ad un cenno d'artiglieria dato da Mario Orsino dal bastione di

S. Francesco, e Malatesta s'era riserbato di sonare a raccolta con un

corno quando lo stimasse opportuno.

Assaltata improvvisamente la guardia del colonnello di Sciarra

Colonna a Santa Margherita a Montici, la misero in tanto disordine,

che dopo breve e mal composto combattere, e molta uccisione de'

nemici, li posero in rotta; e seguitando il loro vantaggio, pur

sempre combattendo, si spinsero innanzi, non più taciti e nascosti,

ma con alto fracasso di grida, di tamburi e di trombe, tantochè

levatosi tutto il campo a rumore ed in arme, correndo qua e là il

principe e gli altri capitani per riparare e far testa, e rannodare

i disordinati e i fuggiaschi, cominciarono gl'imperiali anch'essi a

combattere francamente. Parve tempo allora a Mario Orsino di dare il

cenno convenuto, e sparate due grosse artiglierie sboccarono dalle

circostanti porte le bande a ciò ordinate, e per più lati furiosamente

assaltarono il campo, tantochè il principe non sapendo ove volgersi,

chè da ogni parte si vedea venir addosso nuovi nemici, si gettava

ov'era più stretta la mischia, disperatamente combattendo, e fattosi

oramai morto e disfatto: e sicuramente la cosa sarebbe riuscita

com'egli s'aspettava, tanto mirabilmente la milizia fiorentina

stringeva le vecchie ed agguerrite bande tedesche e spagnuole, se

Malatesta, vedendosi a un pelo di perdere in un momento il frutto

de' suoi tradimenti, non avesse fatto rimbombare il suono del corno

(veramente allora sinistro e doloroso) che strappando la vittoria di

mano a que' prodi e generosi cittadini li chiamava a raccolta.

Si ritrassero sparsi ed a stento, e ritornarono con bell'ordine senza

venir seguiti o molestati dal nemico, al quale parea averne troppo

miglior mercato che non sperava.

Questa cotanto onorata fazione accrebbe animo grandissimo a' Fiorentini

e desiderio d'uscir di nuovo contro i nemici, e fece accorto Malatesta,

che cosa dovesse aspettarsi se non trovava modo d'attraversare ed

impedire appunto che uscissero. È cosa da non potersi credere, con

quanti pretesti, con quanti inganni e rigiri egli riuscisse sino

all'ultimo dell'assedio in questo suo scellerato proposito, in modo

che o la milizia non ottenne d'esser condotta a combattere, o se

l'ottenne, furono dal traditore ordinate le cose in modo, che senza

profitto si venisse consumando finchè la fame, le ferite e le morti

l'avesser ridotta a tale di poterne disporre com'era suo disegno.

È difficile concepire come i Fiorentini non s'avvedessero d'esser

venduti. Ma di cotali accecamenti è piena la storia de' popoli e de'

governi, e furon sempre precursori ed indizj della loro rovina.

Venuto intanto il tempo di raffermare o mutare il gonfaloniere, cadde

l'elezione su Raffaello Girolami invece del Carduccio, e fu l'ultimo

che sedesse in Palagio.

Le speranze de' soccorsi de' confederati s'andavan sempre più

dileguando, finchè s'estinsero del tutto. Francesco I, che per

iscusarsi di non ajutare i Fiorentini, aveva addotto il pretesto di

voler prima riavere i suoi figli rimasti statichi in Ispagna; riavuti

che gli ebbe non mutò proposito, ed abbandonando questi suoi alleati, i

più antichi e fedeli che avesse la corona di Francia in Italia, scrisse

a Stefano Colonna suo soldato, di partirsi da loro, e richiamò il suo

ambasciatore presso la repubblica, non curandosi di tal codardo operare

purchè si tenesse amico l'imperatore. Vecchia peste d'Italia, fidarsi

alle promesse di Francia o (per esser più veri) degli ambiziosi che se

la giuocano a palle.

Ma per trovar l'esempio di tale perfidia pur troppo non occorse questa

volta varcar l'Alpi.

I Veneziani anch'essi calpestando le promesse e i capitoli della Lega,

fecero soli accordo con Cesare, e venutane la nuova a Firenze, ove non

era sospetto veruno[49], i cittadini commossi gridavano per le piazze e

per le strade, _la loro essere stata lealtà veneziana_[50]; ma questi

nuovi ed inaspettati colpi della fortuna, non solo non raffreddarono il

proposito di difendersi de' Fiorentini, ma v'aggiunsero anzi l'impeto

d'un nuovo sdegno e del nobile orgoglio di bastar soli contro tanti

nemici.

Per contrastare all'estremo pericolo si risolsero partiti estremi, e

talvolta crudeli, come fu quello circa i beni de' Palleschi.

Vennero creati cinque ufficiali, detti Sindachi de' rubelli, e, vinta

una legge che sarebbe lungo riferire minutamente, ma che in sostanza

poneva la mani sui loro averi, accordando facoltà di venderli e persino

di costringere arbitrariamente i cittadini a farsene compratori, ove

non se ne fossero offerti spontaneamente; e, ciò che più ripugna ad

ogni giustizia, avendo anche effetto sulle cose passate, e potendosi

per essa, render nulli molti anteriori contratti ove paresser fittizj.

Legge barbara, è vero: ma, al cospetto della giustizia di Dio, chi

parrà più colpevole? il Papa che volea la rovina di Firenze, o'

Fiorentini che, ridotti all'ultima disperazione, non avean altra

alternativa fuorchè prender questi ingiusti partiti, o perire?

Ed alle insopportabili spese della guerra, neppur bastando codesta

provvisione, si dovette presto por mano agli ori ed agli argenti delle

chiese e de' privati, i quali con mirabil prontezza portarono il loro

vasellame; e le donne le collane, gli smanigli e i giojelli alla Zecca,

ove si coniò una nuova moneta del valore di mezzo ducato con suvvi il

giglio e le parole S. P. Q. F., e sul rovescio _Jesus Rex noster et

Deus noster_.

Nel donare ai bisogni della patria gli ori e gli argenti, si può

pensare se Niccolò rimanesse addietro dagli altri cittadini. Persin

l'urnetta che conteneva le ceneri del Savonarola! volle dar anche

quella, e le ceneri le raccolse diligentemente e le chiuse in una

delle borse di seta e d'oro ch'eran nel corredo di Laudomia, ch'ella

offrì volonterosa, e che si collocò nella nicchia ov'era dapprima il

cofanetto.

Par infiammar sempre più l'universale, e fargli parer men gravi tanti

sagrifizj, s'univano i conforti e le pompe della religione, non

restando i frati di S. Marco, il Fojano, ed il Fivizzano più degli

altri, di predicare nelle chiese e per le piazze, tenendo i modi, e

seguendo lo spirito del Savonarola, e le loro calde ed ispirate parole,

rese più valide dalla austerità del costume, che in essi splendeva

purissimo, non ebber poca parte nel forte e costante operare del popolo

di Firenze, e conoscendo codesti frati quanto possano le cose strane

e non aspettate, a commovere la moltitudine, usavano spesso atti

teatrali, come fu quello del Fojano, che orando in consiglio, dopo

una lunga e concitata diceria, fece comparire uno stendardo sul quale

era dipinto da un lato Cristo vittorioso con molti soldati abbattuti a

suoi piedi, e dall'altro la croce, e porgendolo al gonfaloniere finì

pronunziando le miracolose parole udite già da Costantino, e che gli

predicevano la vittoria.

L'impulso dato con questi mezzi a uomini già infiammati di libertà e

di gloria, si palesava non solo nelle fazioni ove molti concorrevano a

combattere, ma eziandio in onorati fatti di persone private.

Un soldato accortosi un giorno che i nemici facevan cattiva guardia ad

una trincera, si mosse solo dalle mura, ed arrampicatosi sul terrapieno

della medesima giunse a strappare un'insegna che v'era piantata

sull'alto, e fra una grandine d'archibusate potè tornare con essa

illeso fra suoi.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 30 / 51 段