--Eh! lo so, povera signorina, voi non avete la mente alle gale ed al

sollazzi! Poco v'importa di codeste cose.... ed avete ragione!....

dicevo per dire.... voi divenite donna del più bravo e dabben giovane

di Firenze.... e questo vi basta.... e Iddio e la santissima Nunziata

vi benediranno, e sarete felice e contenta come meritate.... Oh! sì,

vedete, il cuore mi dice che non avrete più guai.... ed io ho sempre

veduto che questi presentimenti non isbagliano.--

--Iddio ti senta, Fede:--rispose Laudomia, ed intanto in queste

occupazioni venne passando quel giorno, che Lamberto spese anch'esso

in dare assetto alle sue cose, nel procurar le carte necessarie al

contratto, e nel visitare in Santa Maria Novella il luogo ov'era

sepolta sua madre, alla quale, entrando nel nuovo stato, volle

consacrare i primi pensieri. Giunta la sera, si riunì la famiglia nella

camera di Niccolò, e non tardarono a comparire gli amici invitati,

messer Tommaso Grossi notajo, e tutti insieme, a piede (Niccolò avanti

cogli sposi e gli altri dietro) si condussero alla chiesa di S. Marco.

A mezza navata era stata posta una tavola con suvvi un tappeto, ed

intorno intorno seggioloni e sgabelli: pochi candelieri illuminavano

la chiesa, ove Niccolò e la sua comitiva, ricevuti alla porta da Fra

Benedetto e Fra Zaccaria, entrarono, ed appresso una moltitudine

d'operaj dell'arte della seta, di soldati conoscenti di Lamberto, e di

popolo minuto, che allogandosi lungo le pareti faceano cerchio intorno

alla tavola ove dovea farsi il contratto.

Quella moltitudine era tenuta in rispetto ed in silenzio dalla presenza

di Niccolò, e soltanto s'udivan sommessamente bisbigliare tratto tratto

poche parole, che venivan dette tra vicini all'orecchio, tutte piene

di lodi e di maraviglie per la bellezza, pel soave ed augusto contegno

della sposa, che era tale in quel punto da fissare tutti gli sguardi e

soggiogar tutti i cuori.

Vestita di bianco, con un lungo velo fermato sulla fronte da una

ghirlanda di fiori di melarancio, nel passare tra tanti sguardi, nel

moversi, nel sedere al luogo che da Fra Benedetto le venne indicato,

appariva in lei una certa maestà senza orgoglio, una timidezza senza

impaccio, una gioja temperata da così celesti pensieri, che tutti gli

astanti guardandola si sentivan sottomessi, direi quasi all'adorazione.

Niccolò sedeva sul seggiolone posto nel mezzo della tavola volgendo

le spalle alla porta. Alla sua destra la sposa, poi Lisa e Troilo

co' fratelli: alla sinistra Lamberto, gli amici che dovean servir di

testimonj, e tra gli altri Fanfulla; su un lato i due frati ed il

notajo, il quale, levatosi in piede, cominciò a leggere il contratto in

questa forma:

_Anno 1529 die 23 Novemb.; Lambertus quondam Petri de populo S. Joannis

de Florentia, recepit a D. Laudomia, filia Nicolai, quondam Cionis. de

eodem populo S. Joannis de Florentia, sponsa dicti Lamberti, nomine

dotis Libras 1010. Florent. parv. scilicet Libras 863 in uno Podere cum

domibus et habituro in populo d. Gavinana. Et libras 88 et solidos 10,

in uno casolari posito in populo S. Laurentii de Florent. 1. d. Croce

di via. Et libras 59 in pecunia et aliis rebus mobilibus ec., ideoque

propter nuptias, et vice Morgincap secundum usum Civit. Florentiae

praedictus Lambertus fecit praedictae D. Laudomiae donationem de ipsius

bonis libras 30 Flor. Parv._

_Actum Florentiae testibus ec._

_Postea incuntinenti coram dictis testibus, Lambertus et D. Laudomia,

per mutuum consensum inter se intervenientem et anuli dationem et

receptionem, matrimonium ad invicem contraxerunt. Ego Thomas Grossi,

quondam Francisci, de pago Bellanensi Imperiali auct. Iudex atque

Notarius publicus rogatus scripsi._

Lamberto, che non s'era immischiato nella compilazione di questo

contratto, e neppur sapeva che cosa contenesse, sentì al cuore

il gentil pensiero di Niccolò, di fargli dono, a titolo di dote,

della casetta ove sua madre avea passato i suoi ultimi anni: gettò

un'occhiata di gratitudine al vecchio, un'altra più tenera a Laudomia,

ed intanto il notajo, preso un bacile sul quale erano due anelli, si

mosse per venir a presentarlo agli sposi affinchè li barattassero fra

loro.

Nella circostante folla si vedevano, come dicemmo, di molti soldati,

senz'arme la maggior parte, o soltanto col corsaletto od il giaco,

come quelli che non erano sull'andare a combattere. Tra essi, in prima

fila, e soltanto pochi passi lontano dagli sposi, da più persone, sin

dal principio della cerimonia, n'era stato notato uno il quale, per

esser coperto d'acciajo da capo a piedi, colla visiera calata, per la

sua totale immobilità, per una certa impostatura insolita, richiamava

tratto tratto gli sguardi curiosi di chi gli avea già posto mente una

volta.

--Egli crede star sulla mura all'archibusate, e non in chiesa,

diceva uno--E' pare ch'egli abbia freddo, o la febbre! Egli trema

tutto!--osservava un altro.

Quando il notajo ebbe presentato agli sposi gli anelli, e che essi,

accostatisi, a vicenda se li scambiarono, volsero a un tratto il capo,

e l'intera adunanza con loro, ad un poco di rumore levatosi intorno

a quell'uomo tutto di ferro. I suoi vicini avean udito come una voce

indistinta e soffocata risuonare nel concavo dell'elmetto, s'era

mutato sulle gambe in qua e in là due o tre volte, quasi perdesse

l'equilibrio, tantochè taluno temendo non cadesse, l'avea retto per le

braccia e per le spalle. Una voce poco lontana disse, abbastanza alto

da poter essere udita:--Egli era trebbiano eh?--e molti sotto i baffi

a sghignazzare. Poi un altro:--Ell'è pure una gran vergogna, venir in

chiesa con quella poca cotta!--E così ognuno diceva la sua. Allora il

soldato, scagliata in giro un'occhiata, che si vide balenar pe' buchi

della visiera, aprì la folla cogli acuti gomiti dell'armatura, e tra

il mormorìo di chi gli brontolava dietro, si tolse di là ed uscì di

chiesa. La cosa si quietò subito, e nessuno si curò più di lui.

Finita la cerimonia, i frati fecero sgombrare tutti coloro che non

erano della famiglia de' Lapi, o loro consorti ed amici. Mentre questi

aspettavano che si fosse interamente sciolto quel nodo di popolo, che

uscendo occupava la porta, messer Niccolò diceva a Fra Benedetto,

sospirando un poco, eppure sereno in volto:

--Iddio m'ha colpito con grandi flagelli in questa chiesa.... in

quest'istesso luogo! Ora la sua misericordia vuole che vi trovi in

compenso la maggior consolazione che potessi provare prima di morire!

Sia lodato il suo santo nome!.... Odi, Lamberto, figliuol mio! Nel

darti oggi Laudomia, io credo, io spero averti fatto quel maggior dono

che per me si poteva.... ov'io creda il vero, sappi ch'io adempio

ad un grand'obbligo, alla promessa ch'io feci a tuo padre su questi

stessi marmi che calchiamo, bagnati, tant'anni sono, col suo sangue

ch'egli sparse per me. Vedi.... vien qua.... vedi tu la pietra bianca

di quest'avello, ell'era rossa del sangue di tuo padre, quella terribil

notte in cui sostenemmo l'assalto per difendere il glorioso Fra

Girolamo, e sperando camparlo.... Ma Iddio pe' nostri peccati aveva

stabilito altrimenti.... Qui, io solo, ravvolto tra nemici, io morivo

al certo.... ma Piero tuo padre volle morir per me! Possa l'anima sua

valorosa veder dal cielo ch'io t'abbraccio, t'accetto per figliuolo, e

sciolgo così la mia promessa!--Possa egli serbar immacolato e felice

l'amore che vi giuraste, far sì ch'egli vinca sempre nel vostro cuore

ogn'altro affetto.... e ceda soltanto all'amore augusto e santo che voi

dovete alla patria ed alla sua libertà.--

--Faccia Iddio che sieno salve ambedue; disse a voce bassa Laudomia, ed

in cuore soggiunse: «Ed il mio Lamberto con esse»!--

Parve tempo allora a Niccolò di partire, e salutati i frati e

ringraziatili, disse a Fra Benedetto che tra due giorni sarebbero

ritornati per la benedizione nuziale; e coll'ordine medesimo, col quale

erano venuti, tutti insieme s'avviarono a casa.

Mona Fede intanto, non del tutto ubbidiente ai voleri di Niccolò, s'era

ingegnata di adornare nel miglior modo possibile le camere terrene; e

nella prima, che serviva di passo per andar a quella da letto, aveva

apparecchiato per la cena molto pulitamente, con molti fiori e molti

lumi, ajutata da Maurizio famiglio di Lamberto. Mentre gli sposi erano

in S. Marco, e ch'essa attendeva a quest'apparecchio tutta premurosa,

temendo non le capitassero addosso prima d'averlo finito, era stato

picchiato al portone di strada «Proprio ora ci capitano!» avea detto

brontolando, quando non ho per ajutarmi altri che questa tartaruga!

e, lasciata a Maurizio la bisogna di asciugar certi piattelli che si

trovava in quel momento tra mani, corse ad aprire: dopo mezzo minuto

era già ritornata, e strappando di mano al servo lo sciugamani, che

veniva adoprando non troppo a suo modo, diceva:

--Non si può aver un minuto di bene con questi soldati!.... era un

uomo d'arme.... colla visiera calata come andasse a giostrare.... e'

voleva Lamberto!.... Sì! aspetta!.... proprio e' vuol dar retta a lui

ora!.... Gli ho detto ch'egli è in S. Marco, e gli ho chiuso l'uscio in

viso....--

E senza più pensarvi seguitava a correre innanzi e indietro per le sue

faccende, colle pianelle calzate sulle calcagna, e l'andare svelto

come avesse vent'anni: tantochè, quando sentì per istrada il bisbiglio

e lo scarpiccio della brigata che ritornava, aveva accesa appunto

l'ultima candela, e da Maurizio era stato intorno alla mensa collocato

l'ultimo sgabello.

Corse a spalancare il portone per esser la prima a dare il ben tornato

agli sposi, parendole cosa importantissima, secondo la teoria sugli

augurj, che tornando in casa la prima volta dopo essersi dati gli

anelli, udissero parole di felice presagio. Più volte aveva teso

l'orecchio, se que' benedetti leoni, che in tante occasioni le avean

servito a legger così maravigliosamente, a parer suo, nell'avvenire, si

sentissero ruggire, ma la Dio grazia tacevano.

Giunta sul limitare, mentre tirava il chiavistello, s'accorse però che

la granata era stata lasciata dietro l'uscio (cattivo augurio secondo

l'opinione delle donne in Firenze) e che in terra proprio sul passo,

v'era per caso due paglie in croce.

--E' si sarebbe rotte le braccia, quel disutilaccio, a dar una

spazzata!--disse dando di piglio alla granata e spazzando; raccolta poi

colla destra una di quelle paglie se la buttò dietro la schiena sulla

spalla sinistra, e con questo potente scongiuro si sentì rassicurata

sulla sorte futura de' nuovi sposi.

--Felicità, e salute per cent'anni, signorina: disse la vecchia a

Laudomia, osservando di pronunziare queste parole appunto in quella

che la sposa varcava la soglia; e volle baciarle la mano, ma ebbe

invece un abbraccio, al quale corrispose tutta amorosa e riverente, e

così entrati gli uni dopo gli altri, diceva Niccolò:

--M. Fede, io non avevo detto di far tanta luminiera!--

Ma il rimprovero venne corretto da un sorriso, e, passato innanzi, andò

a sedere al fuoco sul suo seggiolone, attorno al quale si raccolse la

famiglia aspettando d'esser chiamati in tavola.

Laudomia, che era uscita un momento colla sorella per torsi il velo e

la ghirlanda dal capo, tornò; e sedutasi presso Lamberto, cominciò a

parlar seco quelle intime ed importantissime inezie, che nascono e si

moltiplicano all'infinito tra chi si vuol bene; ed intanto, Troilo,

la Lisa, i fratelli e gli amici facean crocchio un po' in disparte

per non dar soggezione agli sposi. Tutti i visi eran sereni, tutte le

bocche sorridenti, e quelle camere stesse, tutte scintillanti di lumi,

ripulite, adornate con maggior cura, apparivan più gaje, e parevan

promettere per quella sera una veglia piacevole, lieta, e dissimile per

conseguenza dalle consuete, piene di pensieri malinconici e pungenti;

quando vennero picchiati due colpi al portone, e poco stante comparì

sulla porta della camera un uomo tutto di ferro, che rimase un momento

immobile guardandosi intorno, non senza maraviglia degli astanti, de'

quali molti ravvisarono il soldato che s'era poco prima fatto vedere

in S. Marco, e non potevano immaginare chi fosse, o che cosa cercasse.

--Che ci arrechi, valentuomo? Domandò Niccolò, e l'altro, con voce che

mal s'udiva, suonando chiusa nell'elmo, disse, volgendosi a Lamberto, e

porgendogli un foglio suggellato:

--Per parte del Capitan Generale.--

Lamberto, lasciando il posto che occupava al fianco di Laudomia,

s'alzò prendendo il foglio, ed apertolo, vi lesse di doversi

armare sull'attimo, montar a cavallo, seguire chi gli avea recato

quest'ordine, ed unirsi alla compagnia che si faceva sulla piazza di S.

Spirito per andare ove importava pel servigio della città.

Che cosa provasse il giovane leggendo quel comando così assoluto in tal

momento, lo immagini il lettore.

Laudomia, che fissa e sbigottita gli tenea gli occhi in viso mentre

stava leggendo, vide farglisi accese le gote, e si mosse verso lui

spaventata: egli, guardandola con mesto e tenero sorriso, come per

rassicurarla, porse il foglio a Niccolò, che osservando ora gli uni ora

gli altri, cominciava ad entrare in qualche sospetto.

Lo lesse due volte, mentre tutti da lui solo pendevano, ed alla povera

Laudomia ogni secondo pareva un secolo; alla fine, levato al cielo lo

sguardo sicuro ed infiammato, diceva:

--Sì, mio Dio! ma almeno sia salva Firenze! e mentre pronunziava queste

parole, la timida Laudomia, immemore d'ogni rispetto, si gettava su

quel foglio, lo strappava di mano al padre, ed in un lampo già l'avea

letto. Rimase un momento coll'occhio basso, inchiodato su quello

scritto, poi alzandolo umido e supplichevole in viso ora al padre

ora a Lamberto, pareva implorasse il conforto d'un po' di speranza,

cercasse scoprirvi un'ombra di possibilità d'eludere quel comando, di

sottrarvisi in qualche modo. Ma invece sulla fronte d'ambidue, lesse

irrevocabile la sentenza che la condannava a nuove ed infinite angosce:

ed educata, com'era, da Niccolò, rinunziò del tutto alle concepite

speranze, e rimase muta e lagrimosa, ma rassegnata.

Saputasi alla fine la cosa anche da' circostanti, ne mostrarono tutti

grandissimo travaglio.

--Oh! come può star codesto, diceva Vieri, se la tua compagnia,

Lamberto, non doveva uscir di Firenze?--

Il giovane si stringea nelle spalle, chè esso pure ne era stato fatto

sicuro, ed avea perciò creduto poter attendere liberamente a queste

nozze.

--Non vi sarrebbe modo, soggiungeva Lisa, di fargli dare lo scambio?--

Troilo allora facendosi avanti, disse risolutamente:

--Ed io voglio esser quello.... Lamberto.... fratello!.... e voi,

messer Niccolò, non m'avete a negar questa grazia.... non è ragione

ch'egli debba lasciar la sposa, ed andare, Dio sa dove, in un momento

come questo.... Corro dal signor Malatesta, e torno con la licenza

d'andar io in suo luogo....--

Ed il mariuolo, che sapeva di poter in quest'occasione far gran pompa

di generosità, con poca spesa, si movea per uscire; ma Lisa di nascosto

gli diede una tirata alla falda della cappa, e Lamberto in palese

l'arrestò pel braccio, e come leale ed ignaro del simulare, credette

sincera la profferta di Troilo, e gliene seppe grado.

--Io ti ringrazio, fratello, disse guardandolo con affetto (e fu la

prima volta) io ti ringrazio, ma non ci starebbe l'onor mio.... tu sai

quale sia il debito del soldato.... ma di questa tua profferta io me ne

ricorderò.--E gli strinse la mano.

--La patria prima di tutto, figliuoli! disse con gran voce Niccolò.

Ubbidir cecamente e non cercar più in là.... Lamberto, Laudomia.... io

ve l'aveva detto.... me n'incresce insino al cuore.... ma questo non è

tempo di sospiri.... è tempo d'ardito e franco operare.--

Poi, presa pel braccio Laudomia, e chinandosele all'orecchio, le diceva:

--Ricordati di quel mio discorso.... mostrarsi forte, serena.... non

tornar troppo agli abbracci.... non dir di quelle cose che vanno al

cuore troppo diritte....--

E la povera Laudomia col viso basso, accennava di sì col capo, chè

sentendosi imminente lo scoppiare dei singhiozzi, non s'attentava di

parlare.

Durante questi contrasti, l'uomo di ferro era rimasto sempre immobile

appoggiato allo stipite della porta; se non che una volta s'era fatto

innanzi due passi come per voler parlare, e poi, quasi mutato pensiero,

era tornato al luogo di prima. In quel punto la generosa Selvaggia non

potendo reggere alla vista del dolore di Lamberto, del pianto, persino

della sua rivale, s'era risoluta venir avanti, palesarsi, palesar

tutto. Ma la forza d'eseguire il nobil proposito, di rinunciare a

veder da solo a sola Lamberto, a ragionar seco una volta ancora, le

era mancata ad un tratto «Sarà breve.... sarà l'ultimo questo dolore!»

disse fra sè stessa, e riprese il primo disegno.

Il tempo stringeva. Lamberto chiamò il suo famiglio:

--Maurizio, va a sellare i cavalli... torrai la lancia nuova di

cerro... e nell'uscire, insegna a questo valentuomo il luogo ov'è il

mio arnese, egli, in sua cortesia, e per avanzar tempo, m'ajuterà

armarmi.... non è egli vero? (soggiungea vôlto a Selvaggia). In

grazia.... non per comando, va con costui, ed arrecami l'arme.... ben

vedi i momenti che m'avanzano, son pochi.... non vorrei buttarli... se

hai mai provato (soggiungea sorridendo) che cosa sia voler bene.... tu

saprai quel che vuol dire.--

Selvaggia, col cuore ridotto, come si può immaginare, ma contenta pure

d'ubbidire, si mosse dietro Maurizio col passo più fermo che potè; e

ritornò poco dopo, coll'arnese di Lamberto tutto in un fascio; lo

depose in terra, si preparò a vestirnelo, e per potersi maneggiar

meglio nell'affibbiargli le corregge, si tolse ambo i guanti di ferro.

Mentr'essa sollecitava da un lato, Laudomia anch'essa dall'altro

ajutava la bisogna, e nessuno diceva parola. Vieri, ponendo mente alle

mani dello sconosciuto soldato, veniva intanto pensando come mai un

uomo d'arme può egli mantenersi le mani così belle e dilicate! Ma nè

Laudomia nè Lamberto non avean il capo allora a simili osservazioni.

In quel momento di tristezza e di silenzio generale, si sentì per

istrada nascer lontano lo strepito d'un cavallo che batteva il lastrico

di gran trotto. Laudomia si fermò ascoltando «Oh, fosse mai un messo

del capitano che mutasse l'ordine!.... Tuttociò nascesse da qualche

errore?.... fosse stato uno scherzo per farmi paura?»--Ed il cavallo

veniva innanzi: giunto al portone si fermò a un tratto. «Vien proprio

qui» disse Laudomia cresciuta di speranza.

Non pensava, poveretta, che la stalla ove Lamberto tenea il suo cavallo

era un po' lontana, e che era Maurizio, il quale dopo averlo sellato;

per far più presto, l'avea condotto di trotto. Entrato in quella

il famiglio, disse che i cavalli eran all'ordine, e addio l'ultima

speranza di Laudomia.

Lamberto, armato da capo a piedi, e tutto scintillante d'acciajo e

d'oro, colla visiera alta, ed il viso pallido ma sicuro, abbracciò

Niccolò, e tutti gli altri senza parlare: voleva abbracciare anche

Fanfulla, ma appena giunta Selvaggia e saputo l'ordine che arrecava,

egli era scomparso senza dir addio a nessuno; Lamberto girò intorno

lo sguardo, e non vedendolo, disse: «Mi saluterete anche Fanfulla.»

Non avea finito di dirlo, ch'egli entrò col fiato grosso come di chi è

venuto correndo.

Egli avea indosso il corsaletto, i cosciali ed il bacinetto de' fanti,

ed un partigianone in mano.

--Malann'aggia chi ha piantato il Renajo dei Serristori tanto lontano!

disse soffiando per riprender l'anelito, e a voler correr il palio

col corsaletto le gambe di Fanfulla sono un pò stagionate.... non

importa, anche questa l'hanno fatta.... insomma, messer Lamberto, non

c'è rimedio, bisogna andare.... ero corso così per vedere se volevano

mandar me invece, che io non lascio nessuno addietro a piangere...

ed a questo mio cuojo, una sforacchiata più o meno, è poco male! ma

non c'è verso.... e io allora subito addosso la corazza.... questo

finocchio in mano.... e son qua.... e vengo con voi in villa. Se non vi

curate d'esser in compagnia d'un povero fante.... che.... dopo un certo

caso.... fo il mestiere a piedi.... ma prima di morire.... basta!...

E, sentite, M. Laudomia, messer Lamberto non ha mestieri l'ajutino

cacciarsi le mosche dal naso, ma non importa.... voglio esser io a

rimenarvelo qui vivo e sano.... e sappiate che io so quel che vi dico,

e voi lo rivedrete a ogni modo.--

Laudomia corse al buon Fanfulla colle mani giunte, e per poco

l'abbracciava, chè le sue parole le parvero venir dal cielo.

--Oh! a piedi voi non verrete,--disse Lamberto.

E volle togliesse il cavallo del suo famiglio a ogni modo. Niccolò fece

in fretta cercare d'un arnese da cavaliere, e ne presentò Fanfulla, al

quale parve esser tornato vivo ed all'onor del mondo, vedendosi fuori

di quella maladetta fanteria che avea tanto in uggia.

Così venuti tutti insieme al portone trovarono Selvaggia in sella: vi

saltò alla sua volta Fanfulla, senza quasi toccare staffa, e non potè

trattenere un ah! d'allegrezza, quando si sentì guizzare fra le cosce

un cavallo, e d'altri spiriti che non era il suo vecchio Grifone.

Laudomia era venuta sin qui senza profferir parola per non disubbidire

al padre, solo si stringeva al braccio di Lamberto, abbandonata di

tutto peso; all'ultimo, disse a voce bassa ed interrotta «Dio ti

difenda!» Poi chiuse gli occhi, sentì sulla sua mano imprimersi

tremanti le labbra del suo sposo; poco stante udì i tre cavalli partir

di galoppo, si sentì allora abbracciare, e si trovò il capo sul petto

di Niccolò, che stringendola con tenerezza, le disse:

--Son contento di te, figliuola. Ora puoi piangere.--

E la poverina diede in un pianto dirotto.

CAPITOLO XXIV.

Messer Francesco Ferruccio, che trovammo a veglia in casa di Niccolò

ne' primi giorni dell'assedio, se ne viveva allora in Firenze pressochè

dimenticato da' signori Dieci di Libertà, finchè dovendosi creare un

commissario per Prato, ve lo mandarono, per consiglio di messer Donato

Giannotti loro segretario, cui sapeva male che un tanto uomo non

venisse adoperato quando più bisognava.

Stette in Prato poco tempo; e per contrasti avuti con Lorenzo di

Tommaso Sadorini, podestà della terra, venne rimosso e mandato in

Empoli, grosso borgo posto quasi nel centro del Val d'Arno di sotto,

sulla via di Pisa, a 16 miglia di Firenze, (oggi 18) per l'antica

strada che passa pel poggio di Malmantile.

I suoi portamenti in questa commissaria furon quali dovean

aspettarsi dalla virtù sua, e dalla sua vita passata. Aggiunse nuove

fortificazioni alle mura della terra, che di forti divennero fortissime

ed inespugnabili; e quando conobbe di non poter esservi sforzato, si

diede a molestare i nemici che tenevano i castelli circonvicini, con

frequenti ed ardite fazioni, per le quali venne presto in grandissimo

grido, ed ottenne il favore della Signoria e dell'universale.

A questi giorni egli aveva scritto a' signori Dieci, esponendo

minutamente il disegno di nuove imprese che avea in animo di fare: e

fra l'altre, quella di S. Miniato al Tedesco, allora occupato dagli

Spagnoli. Domandava ajuti di cavalli, ed a quest'effetto Amico d'Arsoli

e Jacopo Bichi ebbero l'ordine di cavalcare alla volta d'Empoli con

100[48] uomini d'arme, tra i quali per la ribalderia di Troilo, venne

compreso anche Lamberto, che seco trasse Fanfulla e Selvaggia nel modo

narrato nell'antecedente capitolo.

Quando giunsero in piazza S. Spirito, trovaron la compagnia già a

cavallo, ordinata in battaglia su due file, volta la fronte alla

chiesa, la destra un pò in disparte, quattro trombetti, ed innanzi

sullo spazzo, i due condottieri Jacopo Bichi ed Amico d'Arsoli, coi

loro banderai e due sergenti. Lamberto ed i suoi compagni erano gli

ultimi a giungere, e mentre attraversavan la piazza di buon trotto per

andar a porsi in fila cogli altri, Amico d'Arsoli gridava loro dietro:

--Animo, animo! perdio!--col dolce modo che conosce chi nel mestier

dell'armi ha dovuto ubbidire ad uno di que' vecchi soldati, rigidi

sulla disciplina, che hanno in orrore soprattutto la specie, detta dai

Francesi _trainards_.

Radunata così la compagnia, e fatto dal sergente _l'appello_ per veder

se nessuno mancasse, l'Arsoli, tratta la spada, volse il cavallo, dando

ad alta voce l'ordine del muoversi.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 28 / 51 段