Tacque, nè dai due giovani venne per alcuni minuti profferita parola,

compresi, com'erano, da un senso di religiosa venerazione e di tenera

gratitudine per le parole udite. Alla fine, Niccolò, il primo, si

mosse, dicendo:

--Ora andiamo chè ci aspettano.--E scesi insieme vennero nella sua

camera, ove gli altri individui della famiglia, che avean dalla Lisa

udito che cosa si trattasse, sorridendo, notarono una tinta più

accesa del solito sulle guance di Laudomia, e sul volto di Lamberto,

abitualmente mesto, una cotal effusione d'allegrezza tutta espansiva,

che appariva eguale, e parea ancor più nuova sulla severa fronte del

vecchio. Mentr'egli era uscito per cercar di loro, eran comparsi i

soliti amici che venivan a veglia, e Fanfulla tra gli altri, chè era

ormai fatto di casa come la granata.

Niccolò diede alla brigata la nuova del parentado concluso, e seguirono

gli abbracci, i rallegramenti, gli augurj, la festa insomma che si suol

fare in cotali occasioni. Il contratto venne fissato pel domani a sera

nella chiesa di S. Marco, secondo l'antico costume fiorentino; chè agli

sposi, non meno che al padre, non pareva di frapporre maggior indugio.

Egli disse a tutti quanti eran presenti, che gl'invitava ad un pò di

cenetta, che si sarebbe fatta tornando di chiesa, non quale, diceva,

avrebbe voluto in quest'occasione, ma quale le presenti calamità lo

concedevano. Voltosi a Fra Benedetto da Faenza, lo pregava fosse

contento benedir egli questo matrimonio, che si sarebbe fatto tra tre

giorni nella chiesa medesima.

--Oh Lisa! Che n'è di Troilo, che non è qui stasera?--disse volgendosi

alla figlia che stava lavorando presso una tavola in disparte.

Lisa rispose, ch'egli s'era scritto quel giorno stesso alla buca di S.

Girolamo, e v'era andato, nè potrebbe ritornare che sul tardi.

--Bene sta--disse Niccolò, che non era in quel momento disposto a dar

ascolto a sospetti, nè inclinato a male interpretazioni, e godendosi

nell'allegrezza di trovarsi fra suoi cari, in quel momento non pensò

più a Troilo, nè ad altro, e così venne passando quella sera.

Ma Troilo pur troppo pensava bene a loro.

Ritornando a casa con quel suo fardelletto, e rimessosi in buona colla

moglie, che, poveretta! era rimasta tutta sbigottita ed in grandissimo

travaglio, dandosi tutta la colpa di quel bisticcio, il primo nato fra

loro dacchè erano insieme, aspettò che imbrunisse, e messosi indosso

l'abito di fratello si mosse verso porta S. Gallo, ov'era l'oratorio

della confraternita. Giuntovi, e fattosi conoscere alla porta

dall'anziano di guardia, fu messo dentro, e scese per molti gradini in

una chiesuola, che per esser sotterra veniva chiamata buca. Si trovò

sotto una vôlta bassa, lunga, partita in croce da grosse e rilevate

spine di pietra rozza ed affumicata dal lungo arder delle torce. Il

pavimento di lastre larghe, era sparso d'avelli, sui quali stavan

scolpite l'effigie di guerrieri, di cittadini, vestiti con lunghe

tonache, ed il basso rilievo era quasi spianato pel lungo stropiccio

de' piedi. Sull'altare, in fondo, ardevan alcune candele dinanzi

all'immagine di S. Girolamo, dipinta su un trittico d'antica maniera,

tutto pieno di dorature e d'intagli: e moltissimi voti che, secondo

l'uso del tempo, consistevano in fantocci grandi al vero rappresentanti

figure di divoti d'ambo i sessi coi loro abiti al naturale, pendevan

nel vano appiccati alla vôlta. Questa popolazione aerea, simile in

tutto, fuorchè nel moto, a quella che le stava sotto i piedi, avea

un non so che di strano, e, vista in massa scura contro il chiarore

dell'altare, pareano fantasmi evocati dalle sottoposte tombe. Voci

basse e nasali e strascinate cantavan le ore canoniche dietro l'altare,

e per la chiesa, inginocchiati muro muro contro una spalliera di legno,

oravano molti fratelli chiusi nell'abito, e colla buffa calata sugli

occhi.

A Troilo, avvezzo ai balli, alle cene, ai sollazzi d'ogni maniera, e

che ai suoi giorni non era stato forse dieci volte in chiesa, parve

proprio, scendendo quivi, d'essersi calato in sepoltura. Venne avanti

con riguardo di non sdrucciolare, chè il pavimento era grommato d'una

muffa umidiccia, a modo delle cantine, e, fermatosi, diceva guardandosi

intorno:

--A pensar che per andar in paradiso e' convien pigliare questa razza

di scorciatoje!... Pazienza!.... anche questa tocca a te, messer

Troilo!.... Ah, Baccio cane!... ci rivedremo, se piace a Dio!... E ora,

come si fa a riconoscere quel poltrone di messer Benedetto in mezzo a

que' sacchi di carbone tutti compagni?.... Lasciami un pò guardare....

Quello costà tutto rannicchiato che par che covi?... Sì.... le zucche

marine!.... è più alto un braccio... Oh! quell'altro là con quel

groppone trionfale, come un cavallo da giostra?.... È lui senz'altro.--

Fattosegli dappresso s'inginocchiò al suo fianco, e, dato e ricevuto il

segno combinato fra loro, trovò ch'egli s'era apposto, e cominciarono a

voce bassa a bisbigliare insieme. Troilo, per ottenere più sicuramente

e più presto il suo intento, venne al primo a mezza spada, e, senza

preamboli, disse a messer Benedetto, che in nessun modo egli non si

sentiva più di rimanere in Firenze a far quella vita di frate, ch'era

una seccaggine, che non sarebbe stato vivo dopo una settimana, e però

ne facesse avvertito messer Baccio, ch'egli si voleva partire a ogni

modo.

E messer Benedetto, a dirgliene quante sapeva per persuaderlo, e fargli

mutar proposito, e l'altro sempre più duro: pure, alla fine, dopo molto

disputare, si lasciò fuggir di bocca, ch'egli si sarebbe contentato di

rimanere, ma ad un patto «Qualunque sia, purchè cosa fattibile, vi sarà

accordato» rispose tosto il Nobili.

--Ora dunque ascoltatemi, disse Troilo. Voi vi avete ad adoperare in

modo col sig. Malatesta che dentro domani Lamberto, quell'uomo d'arme

della compagnia del signor Amico d'Arsoli, che è alloggiato in casa di

Niccolò, sia mandato fuor di Firenze colle bande di contado, o dove

vogliono, chè poco m'importa, purchè mi si levi d'innanzi.--

--Se non vuoi altro, figliuolo, e' sarà subito fatto,--rispose il

Nobili cui parve averne bonissimo mercato.

--Anzi, proseguiva, mi vien in mente, dacchè siamo mascherati a questo

modo, la meglio sarà che andiamo insieme da Malatesta, come sia finito

l'uffizio. Ora taci, e fatti in costà per non dar sospetto.--

Troilo, tutto contento, si rise in cuore della costui sciocchezza, nel

credere avesse intenzione daddovero di torsi da un'impresa alla quale

cominciava invece a prender gusto: e tiratosi un po' lontano si pose

il capo fra le mani, fingendo di pregare, e ruminando invece le sue

ribalderie.

Passò così un pajo d'ore, che per la posizione incomoda, e pel dolor

delle rotelle, cui toccava per la prima volta di portar tutto il peso

del corpo, gli parvero quattr'ore almeno. Alla fine s'accorse che le

candele dell'altare si spegneano una ad una. Alzò il capo, e vista

scomparir l'ultima fiamma sotto lo spegnitojo, rimase nelle tenebre, se

non che, dietro l'altare, un lumicino mandava appena un debole albore.

S'accorse allora come d'un'ombra, che andando in volta lungo il muro

si fermava, ed ogni fratello facendo l'atto di porgerli non so che, si

fece più presso a messer Benedetto per domandargli che volesse dire

codesto, quando, giunto a lui l'uomo che andava in giro, gli pose in

mano un certo negozio di legno lungo due palmi, che allo scuro non

potè conoscer che cosa fosse: ma al tatto, sentendo certe funicelle

a nodi che pendevano dall'un dei capi, scoprì d'aver fra le mani una

disciplina.

Fu per lanciarla dietro a quello che glien'avea fatto dono, pure si

trattenne; ed il Nobili, che lo tenea d'occhio, gli disse sottovoce:

«Fa come fo io.» Troilo badava a guardare: vide messer Benedetto che,

spogliatisi uno ad uno tutti i panni sopra la cintura, rimase colle

braccia e le spalle nude, e presa la disciplina cominciò a battersi, e,

si può credere, con più strepito che danno, e tutti gli altri fratelli

facendo lo stesso venivano intanto recitando il _Miserere_.

Troilo si sentì montar una tale stizza d'essersi lasciato cogliere a

questa baratta, della quale messer Benedetto non gli avea fatto parola,

che, presa la disciplina, senza spogliarsi altrimenti, disse: «ora me

la paghi senza aspettar domani.» E datosi a picchiare all'impazzata per

le panche e pei muri, n'appoggiò un pajo delle cattive sulle spalle di

messer Benedetto, che lo fecero accorto quanta differenza passi dal far

la disciplina colle proprie mani, o con quelle d'altri. Il percosso

si volse come una vipera, e Troilo, ridendo sotto i baffi, si scusò

sull'oscurità e sulla poca pratica ch'egli avea di cotali esercizj.

Alla fine, verso le quattr'ore di notte, dato fine all'uffizio ed al

picchiare, cominciarono i fratelli a partirsi alla sfilata; e quando

la chiesa fu vuota anche i nostri due ribaldi, risaliti in istrada,

s'avviarono verso il palazzo di Malatesta al Renajo dei Serristori.

Giacchè ci è dato di fornire d'un salto, ed in un attimo, quella

strada, che per costoro richiese una mezz'ora di tempo e di molti

passi, li precederemo col nostro lettore alla meta della loro via, e

ci poseremo, aspettandoli, in certe camerette a pian terreno, delle

quali, per una scaletta segreta, si comunicava colla stanza da letto

di Malatesta, abitate da maestro Barlaam, suo medico ed astrologo, del

quale speriamo non si sia dimenticato il lettore, quantunque da un

pezzo non glien'abbiamo fatto parola. Un ospite nuovo, già comparso

esso pure nel nostro racconto, s'era presentato ventiquattr'ore innanzi

in questo quartiere: ma prima d'occuparci de' suoi fatti presenti, è

necessario riempire la lacuna che lasciammo nel racconto de' suoi casi

passati.

Quando Selvaggia, dalla prora della galera di D. Ugo di Moncada, ove

combatteva per difender Lamberto, fu travolta nel mare ferita e mal

condotta, (il lettore l'avrà, senza dubbio riconosciuta in quel soldato

dal morione) dopo la prima impressione del freddo dell'acqua, non sentì

più nulla, perdè la memoria ed i sensi; e quando rinvenne, si trovò

racchiusa in un luogo oscuro, angusto e fetente, stesa sulla paglia e

stivata tra feriti e moribondi. Le venne in mente d'esser uscita dal

mondo e trovarsi nelle pene dell'inferno: ma raccolte a poco a poco le

forze mentali, ed ascoltando il rumore sordo e confuso che si faceva

sopra il suo capo di passi risuonanti su un tavolato, e lo strepito

a scosse uguali e prolungate, prodotto dall'andar e tornar de' remi,

s'accorse d'esser nel fondo d'una galera, le ritornò la memoria della

passata battaglia, ed obbliando il suo stato, le sue ferite, gli acuti

dolori che soffriva, corse colla mente a Lamberto, e disse sospirando:

--Oh! me l'avranno ammazzato!....--

La ferrea tempra di questa donna non potè stare contro un tal pensiero:

poveretta! si mise a piangere come un bambino. Dopo aver pianto un

pezzo, diceva fra sè, in un momento di terribile disperazione:

--Come deve essere spietato!... astuto!.... quel demonio che da

quando nacqui mi è sempre stato sopra accanito!.... e mi seguita

dappertutto!.... in pace.... in guerra.... fin nel profondo del

mare.... non c'è modo a fuggirlo!.... Ma io voleva morire questa

volta.... domandavo tanto? Morire!.... ma per Lamberto, ma per

salvargli la vita.... Oh sì!... appunto! anche questa era troppa gioja

per Selvaggia! Una gioja!.... una che è una! non l'ha da provare....

mai.... mai! Ma chi sono io? diceva alla fine dando in uno scoppio

di pianto dirotto e sconsolato. Chi sono io?.... sono un serpe? una

fiera?... Che cosa ho fatto prima di nascere? che delitto commisi?...

T'ho io pregato di mettermi a questo mondo, Dio terribile che mi

creasti?....--

Queste tremende smanie, aumentando i mali fisici di Selvaggia, la

spinsero di nuovo nel primo letargo: vi stette, immemore di sè e de'

suoi dolori, Dio sa quanto tempo! Ritornandole poi l'uso de' sensi,

si vide un cappuccino inginocchiato accanto, che le andava bagnando

le tempie d'aceto. Penò un pezzo a poter parlare; appena le riuscì di

farsi intendere, domandò:

--Dove siamo?--

--Sulla santa Marta, figliuolo, rispose il buon frate, nell'acque di M.

Cristo, e diretti a Gaeta.--

--Oh! ditemi, soggiungeva ansiosa facendo forza di sollevar il capo: la

capitana spagnuola?.... sulla quale si combatteva quando fui rovesciato

in mare?--

--A picco, figliuolo; che Dio abbia in pace tante povere anime.--

--Ed anche lui?... anche Lamberto?.... anche quel bravo giovane?....

quello che tutti gli uccideva lui solo.... Oh! ditemelo? anch'esso?--

--Che volete ch'io sappia? non so di chi mi vogliate parlare, ne son

morti tanti! che a saper il nome di tutti ci vuol altro! Quel che posso

dirvi è, che la galera cadde sul fianco, chè una cannonata l'avea

sfondata sott'acqua.... e quanto dir un'avemmaria, la bandiera di

Spagna, che stava in cima all'albero maestro, scomparve nel mare.--

--Oh! me l'hanno ammazzato!--ripetè due volte l'infelice con voce

debole e profonda, e rimase muta, immobile, senza mostrar di udire o di

curare nè i conforti, nè gli ajuti del frate.

Giunta la galera a Gaeta, tenuta allora pei Francesi, vennero sbarcati

i feriti, e Selvaggia cogli altri, ed ammucchiati in certi magazzini,

sudici, malsani, del porto. Se il lettore ha veduto (e se non l'ha

veduto, meglio per lui!) un ospedal militare in tempo di guerra, se

il suo piede ha calcato la paglia trita e fetida che serve di letto a

centinaja di feriti, ravvolti in tutte le sozzure della miseria, egli

può farsi un'idea dell'orribil luogo nel quale fu ridotta la poveretta,

e tenga a calcolo che, trecento anni sono, cotali ospedali eran di

molto peggiori de' nostri.

Parrebbe che la natura, formando certe esistenze d'uomini predestinate

al patire, avesse cura (più crudele forse che provida) di rafforzarle

con una complessione ad ogni prova: al modo istesso che, il costruttor

di navi, ricuopre di rame, e rende più validi i fianchi di quelle

destinate ad affrontar le tempeste ed i ghiacci del polo.

Una tal complessione avea sortito Selvaggia, ed i dolori, le malattie,

gli stenti ne' quali venne languendo per più d'un anno, non valsero a

torla di vita. Non del tutto chiuse, dopo alcuni mesi, le sue ferite,

fu levata a braccia (chè in piedi non potea stare) dalla paglia

dell'ospedale per dar luogo ad altri feriti, e lasciata sul lastrico

d'una strada, ove sarebbe morta di fame, se da caritatevoli persone

non fosse stata raccolta, e soccorsa, finchè a gran pena, e dopo molto

tempo, non potè riacquistar forza e salute.

Finchè avea tenuto per certo di dover morire, l'idea di lasciar la vita

senza riveder Lamberto, senza saper più nulla di lui, avea reso più

grave e disperato il suo male: ma appena sentì rinascersi le forze,

appena le tornò in cuore un pò di vita, riprese la speranza ch'egli

non fosse morto nella battaglia, che le potesse riuscire ancora di

ritrovarlo, e questa speranza fu per essa la miglior medicina.

Per quanto cercasse informarsi dai soldati, dai viandanti che passavan

di Gaeta, giammai le venne fatto d'udir parola che la togliesse a

tanta incertezza, o le potesse dar indizio dove fosse capitato: e

quando qualcun di nuovo le veniva innanzi, e dopo averlo interrogato si

trovava un'altra volta delusa nelle sue speranze, la poveretta ripetea

sospirando:

--Me l'hanno ammazzato!....--

Alla fine, sentendosi forte assai bene, tolse una mattina commiato

da chi tanto amorevolmente l'aveva soccorsa, e sola, a piede, con un

bastoncello, e senz'altro bene che que' pochi panni che aveva indosso,

e certi danari donatile da que' suoi benefattori, prese animosa per le

gole d'Itri la via di Roma. Avea udito dell'assedio che s'era stretto

intorno a Firenze. «S'egli è vivo, vi sarà anch'esso» diceva «s'egli

non v'è.... sarà segno ch'io posso oramai uscir di vita.... ma almeno

morrò ov'egli è nato, sull'uscio di casa sua.... questa consolazione

almeno me la lasceranno?.... Oh Dio! fa che non passi allora qualcuno

che mi riconosca e dica: costei è Selvaggia la cortigiana, che forse

sarei cacciata anche di là....»--

In cotali pensieri, variando continuamente supposizioni e progetti,

veniva camminando tacita e sola. Le due prime giornate fece di molte

miglia, poi le sue ferite le principiarono di nuovo a dolere, e dovette

riposarsi a lungo e più sovente. Passò Terracina, le paludi, i colli di

Velletri e d'Albano, battuta ora dalle piogge d'autunno, ora sfinita

dalla stanchezza, ora trafitte le membra da acuti dolori, ma sempre

soccorsa dalla speranza, portata dal desiderio di Firenze, ove dovea

trovar fine alla lunga e travagliosa incertezza. Dopo dieci giorni di

viaggio entrò una sera in Roma per porta S. Giovanni. Vi si trattenne

alcuni giorni per riprender un po' di forza, e poi di nuovo avanti, e

per Viterbo, Radicofani e Siena, dopo un mese, dacchè avea lasciato

Gaeta, giunse finalmente alle porte di Firenze.

Entrata in porta S. Gallo (avea dovuto, lasciando la via diritta,

condursi quivi per un lungo circuito, onde evitare il campo imperiale),

si buttò a giacere sotto la vôlta stessa della porta, non tanto

per riposarsi, chè la sua ferrea complessione s'era più che altro

rafforzata nelle fatiche del viaggio, quanto per pensar al modo di

trovar Lamberto, chè in una città così vasta, ove non era mai stata,

piena di tanti soldati e tanto popolo, conosceva la cosa non molto

agevole. Egli è soldato, pensava; dunque, chiedendo del capitano che

comanda le milizie, di ragione, dovrei poterlo scoprire. Appiccato

ragionamento con alcuni di que' gabellieri, le fu detto che il capitano

de' Fiorentini era il sig. Malatesta Baglioni, signore di Perugia.

Si scosse a questo nome, e n'avea motivo, come vedremo più innanzi.

Rimase pensosa un pezzo; diceva alla fine: «Egli avrà seco mio

padre!... Mio padre qui?... e posso vederlo fra pochi momenti!»

E stette ancora un buon poco battagliando con sè stessa: poi a un

tratto alzandosi risoluta, disse: «Sarà forse pel mio meglio. Andiamo.»

E domandando agli uni e agli altri la sua via, giunse, che già era

fatto notte, al portone de' Serristori.

Maestro Barlaam frattanto era solo nel suo scrittojo, che dovremmo

piuttosto chiamare officina, essendo il luogo ove, coll'ajuto di due

fornelli e di gran quantità di pentole, alberelli, lambicchi e storte

componeva rimedii, stillava acque, che mantenevano o dovean mantenere

la vacillante salute del suo padrone. Il magro e misero carcame del

vecchio ebreo era avvolto nella classica _vesta da camera_, o robbone

di velluto logoro, foderato di pellicce; senza il quale, grazie ai

pittori e narratori di storie che ci precedettero, è impossibile di

figurarsi l'alchimista.

Egli aveva tutti i vizj delle razze lungamente perseguitate, ed insieme

quelle doti, direi quasi virtù, che loro concede la natura, onde

non rimangano affatto senza difesa contro i loro oppressori: avaro,

astutissimo, incapace di provar mai in nessun'occasione, o per chi si

sia, il senso della pietà e della compassione, senz'altra cura che di

sè stesso, senz'altra mira che il proprio interesse. Ma questo medesimo

concentrarsi di tutte le facoltà morali nelle stretta periferia

del suo solo individuo, l'avean dotato d'una mirabile rapidità di

concetto nell'ordire i suoi disegni, d'una tenacità imperturbabile

nell'eseguirli, e d'una prudenza calcolatrice, dissimulata e paziente

per rivolgere e guidare a' suoi fini gli uomini coi quali si trovava

aver che fare. La sua mente fredda, e lucidissima insieme, potea

paragonarsi ad una scacchiera, sulla quale le mosse sien rare,

ponderate, frutto d'un disegno impenetrabile e sicuro.

In tempi ove gli agi, i comodi, la sicurezza della vita erano il

frutto per lo più della nascita, dell'ardire e della forza materiale,

egli, privo di tutti questi doni, figlio, per soprappiù, d'una razza

sprezzata e maladetta, avea saputo coll'ingegno e coll'astuzia

procurarsi quei beni, che per altre vie gli venivan ricusati dalla

condizione sociale d'allora. Egli era giunto a sottomettersi Malatesta;

ed all'ombra della sua potenza viveva vilmente, è vero, ma ricco e

sicuro. Un momento di sdegno, un capriccio del suo padrone, potea però

fargli perder tutto, e la vita insieme: chè l'ebreo ben sapeva di non

essere amato, e che quelle carezze, que' riguardi che gli si usavano,

eran soltanto perchè si credeva non poter far senza di lui.

Conosceva Malatesta inclinato al sospetto, terribile nell'ira,

implacabile soprattutto nella vendetta; e, continuo studio della sua

vita era il mantener saldi ed interi i fili della rete in cui lo tenea

avviluppato, far che non se n'avvedesse, e lo tenesse invece per

servitore leale, affezionato, ed incapace mai di usar seco simulazione

o tradimento.

Mentr'egli seduto ad una tavola leggeva un Averoe manoscritto in carta

pecora, al lume d'una piccola lucerna, s'alzò la portiera dell'uscio

che metteva in cortile, ed un soldato entrando, disse:

--Maestro, v'è fuori un giovane che cerca di voi.--

E prima che il vecchio avesse tempo a rispondere, entrò Selvaggia, si

fermò sull'uscio, ed il soldato se n'andò pe' fatti suoi.

--Chi siete voi?--disse Barlaam stringendo le ciglia, e mettendo la

mano scarna tra i suoi occhi e la fiammella della lucerna per veder

meglio chi tanto sicuramente entrava senz'ambasciata.

Selvaggia soprastette un momento a rispondere. Provava un' indicibile

passione alla vista di chi era prima e scellerata origine di tutte le

sue sventure. Pure, venuta avanti lenta lenta, ed appoggiate le mani

alla tavola si lasciò guardare un momento, poi con sorriso amaro diceva:

--Ho mutato viso eh? dacchè m'avete venduta.... e con quello che ho al

presente sarei cattiva merce....--

Il vecchio allora la raffigurò, e senza che si potesse, dalla sua voce,

dal volto, da gesto nessuno trarre il menomo indizio dell'impressione

prodotta in lui da questa comparsa improvvisa, disse con impassibile

tranquillità:

--Ah!.... sei tu Selvaggia?

La giovane allora punta dalla freddezza di questo sciagurato, alzò

la fronte, intrecciò le braccia sul petto, e riprese con voce e modo

risoluto:

--Sì, son io. Ora ascoltatemi, maestro Barlaam: in tutti i giorni,

in tutte le ore trascorse in questi anni passati dal momento che mi

lasciaste sola quella notte.... in quella stanza con colui.... non v'è

mai nato in mente il pensiero «Dio m'avea data una figlia! Che n'ho

io fatto?» Non v'è mai accaduto essere destato nel sonno dalla sua

immagine? Non l'avete veduta vituperata, schernita, coperta d'oltraggi,

raminga di terra in terra? Non v'è mai venuto in mente il dubbio....

essa forse è nuda, forse ha fame, forse giace inferma, e non ha chi le

porga un sorso d'acqua? chi l'ajuti? ditemi, non l'avete provato mai un

momento di rimorso pensando agli immeritati dolori ch'essa soffriva per

cagion vostra?--

Selvaggia tacque un momento aspettando risposta, ma visto che il

padre, immobile ed impassibile, cogli occhi sul suo manoscritto, non

dava segno nessuno di voler parlare, proseguiva con passione sempre

crescente:

--E questa miseria, questi mali ch'io v'ho enumerati, credete voi che

siano stati i soli o i peggiori? Non vi nacque mai il sospetto, che

quest'infelice che voi condannavi al delitto, alla vergogna, avesse

forse invece sortito dalla natura un anima sdegnosa d'ogni viltà, un

cuore capace di virtù e d'amore? Che quest'amore potesse divenire un

giorno un bisogno per essa come l'aria che si respira? Che diventasse

il suo pensiero incessante, la sua vita, l'unico ed ardentissimo

suo desiderio? Che si trovasse per cagion vostra, incapace, indegna

d'ottenerlo, e morisse disperata maledicendovi? Ditemi.... non vi venne

mai questo pensiero?.... movetevi.... rispondetemi, per Dio!....--gridò

forsennata percuotendo sulla tavola co' pugni serrati.

--Io credo che tu abbi il diavolo addosso! disse il maestro arretrando

un poco il suo seggiolone, e mezzo insospettito non volesse costei

manometterlo. Simulando tuttavia sicurezza, proseguiva:

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 26 / 51 段