Mentre Niccolò in mezzo alla via, ove pei lumi posti a tutte le

finestre si vedeva chiaro come di giorno, gridando ora agli uni, ora

gli altri, e facendo animo a tutti colle parole e colla presenza,

ordinava questi apparecchi, nell'interno della casa si trasportavano

armi d'ogni sorta dalla stanza ove eran ammucchiate, nei luoghi più

vicini a quello ove si doveva combattere, nell'androne cioè, che era

contiguo alla porta di strada, e su al primo piano sotto le finestre

che mettevano sul ponte. Laudomia, Lisa e la vecchia ajutavano

anch'esse la bisogna, e tutte affannate per la fatica, pel correre e

per l'agitazione dell'animo, venivan dov'era il bisogno, arrecando

fasci di picche, sassi, balestre grandi a staffa, archibusi e munizioni

d' ogni maniera.

Qucll'ardire, quella prontezza medesima che mostrò in codesta notte

Niccolò e tutta la famiglia de' Lapi, apparve spontanea e mirabile in

ogni casa di Firenze[44], ed il principe d'Orange, che avea stimato per

esser la notte scurissima e piovosa, e la vigilia di S. Martino, trovar

le guardie negligenti o sepolte nel vino, ed aveva con questa fiducia

all'improvviso assaltato le mura dalla Porta S. Niccolò a quella di S.

Friano con gran numero di scale, pensandosi aver la terra per sorpresa,

fu invece accolto con tanto furore d'artiglierie, trovò i bastioni così

ben provvisti di difensori, che dovette alla fine ritrarsi dall'impresa

con vergogna, e con non poca uccisione de' suoi soldati. Ma se gli

fosse pur riuscito di superare le mura in qualche parte, è difficile

prevedere che cosa sarebbe avvenuto; e quanto a noi, crediamo che

neppur per questo non avrebbe riportato vittoria; chè la milizia s'armò

in un attimo, tutti i cittadini corsero oltrarno, e pei quartieri più

prossimi al campo, insino ai ponti, ed al di qua per un buon tratto,

le vie eran calcate d' uomini armati; dalle case i vecchi, le donne, i

fanciulli avrebbero col gettar sassi, tegoli e qualunque cosa venisse

loro alle mani, dato ajuto non piccolo alla difesa, la disperazione

avrebbe duplicate le forze e l'ardire d'un popolo che aveva pel

passato anche troppo fatto conoscere quanto valesse nelle battaglie

cittadine, e forse l'esercito imperiale che d'uomini utili non sommava

a quindicimila persone, avrebbe trovato in Firenze la tomba: ma questa

generosa ed infelice città era da Dio condannata a più lunghi dolori ed

a maggiori castighi.

Dopo brev'ora le bande nemiche, disperatesi affatto di poter vincere,

si tolsero dall'impresa, e si ridussero agli alloggiamenti, di

dove l'indomani il principe d'Orange partì alla volta di Bologna

onde ottenere dall'imperadore e dal papa, che s'eran colà condotti

per l'incoronazione, nuovi ajuti di genti e d'artiglierie, senza i

quali conosceva impossibile di far profitto nessuno. Le milizie dei

quartieri, vedendo passato il pericolo, si divisero tornando ognuno a

poco a poco alle sue case: le vie rimasero presto vuote, le finestre si

chiusero, i lumi ed i lanternoni de' soldati scomparvero, tutto ritornò

nella quiete e nel silenzio consueto; ed in ogni famiglia i vecchi

e le donne rimaste sole in casa, udendo i passi sonanti de' mariti,

de' fratelli, de' figli usciti poco innanzi con tanta probabilità di

non aversi a riveder più vivi, e che ora tornavan salvi, e dopo aver

colla virtù loro respinto il nemico e salvata la città, correvano

ad incontrarli con festa, con carezze, e lodi, e abbracciamenti, e

lacrime d'allegrezza, non restando di render grazie a Dio che gli

avesse tutti campati da una tanta rovina. Quei fortissimi uomini, que'

poveri popolani, tutti trafelati, molli pel sudore, per la pioggia, e

taluni pel sangue, deponendo per poco le loro armature, ajutati dalle

mogli, dalle sorelle, dai vecchi genitori, che tosto si davano a

forbirle e rassettarle per le future battaglie, si riposavano intanto

cresciuti di speranze e d'ardire per l'ottenuta vittoria: seduti al

fuoco, o ristorandosi di quei cibi, che comportavano le loro scarse

facoltà e la strettezza presente, circondati dalla famigliuola rimessa

appena da tanto spavento, e che a bocca aperta gli stava ascoltando,

narravano i fatti di quell'assalto, l'irrompere de' nemici, l'armi,

l'insegne, le strane fogge, i barbari aspetti che dalle mura benissimo

si eran potuti discernere per la moltitudine infinita di lanterne e

di torce che portavano i nemici con loro. Descrivevano con parole

vivissime il giungere, l'appoggiar delle scale, il salire a furia e

tumultuariamente, e poi a un tratto dai fianchi de' bastioni, ove nelle

casematte s'ascondevano cannoni grossi ed artiglierie d'ogni misura, lo

scoppiare e lo scagliarsi, come da tante bocche d'inferno, del fuoco

di mille tiri, che percuotendo per fianco quelle scale le mandava a

fracasso con quanti soldati portavano, tutti in un monte nel fosso: e

qui aggiungevano, delle ferite, del sangue, delle strane ed orribili

morti di quegli sciagurati, delle grida, dei lamenti, del guizzare dei

mal vivi, del fumo che occupava ogni cosa, del tonare e lampeggiare

incessante di tante cannonate, e di nuovo tutti insieme lodavano e

rendevan grazie a Dio d'averli salvati dalle mani di così feroci nemici.

Quelli tra i difensori che avean riportate ferite venivano medicati

con diligenza, i più maltrattati negli spedali, gli altri nelle

proprie case, ed intanto si nominavano i compagni, i cittadini rimasti

morti nell'assalto;, chi li compiangeva, chi pregava per essi, ma i

più portavan loro invidia, tenendo per fermo fossero le loro anime,

come quelle de' martiri, salite immantinente a godere della gloria

del paradiso; ed i più divoti e zelanti tra Piagnoni, stimando si

fosse avverata in quest'occasione la profezia di Fra Girolamo; che

prometteva a' Fiorentini l'ajuto stesso degli angioli, divenivan sempre

più fervidi in quella loro fede, tenendosi sicurissimi all'ultimo di

codesti alleati, e non mancò chi affermasse d'aver veduto in aria

serafini che colle spade infocate sbaragliavano, e, ad ogni colpo,

abbattevano l'intere file nelle bande imperiali.

Nessuno più di Niccolò potea vantarsi d'avere intera e vivissima

questa fede nel frate, e se non era forse intimamente persuaso (avea

troppo senno per giungere a tanto) che dovessero apparir visibilmente

angioli a difender Firenze, fondava però, sulle parole del Savonarola,

la speranza, per non dir la certezza, d'uno speciale ajuto celeste

pel quale sempre sarebbe stato respinto il nemico. Eppure avea potuto

creder possibile che fossero entrati in città!

Quando, cessato il romore e svanito il pericolo, egli fu ritornato

in camera colle figliuole, sedutosi al focolare, veniva col pensiero

riandando tutto il successo di quella sera, e sospirando diceva:

«_Modicae fidei! quare dubitasti?_» Parole usate spesse volte da Fra

Girolamo, e ch'egli ora applicava a sè stesso, dolendosi d'aver potuto

vacillare un momento.

Mentr'egli stava in questi pensieri, Lisa e Laudomia, ritte contro

le impannate delle finestre, aspettavano con impazienza il ritorno

de' giovani, non senza agitazione e timore, che fosse avvenuta loro

qualche disgrazia. Ma svanì presto ogni sospetto; e verso la mezzanotte

tornaron tutti, eccetto Averardo, che quasi mai veniva a casa a

dormire, e non voleva altra camera che le cannoniere de' bastioni, nè

altro letto che la nuda terra; e quella letizia, quell'ebbrezza che

ci siamo ingegnati dipingere accennando il ritorno delle milizie dei

quartieri alle case loro, riempie parimenti la casa de' Lapi quando,

Bindo pel primo, e poi gli altri, entrando tutti allegri, e gettando

in un angolo con fracasso i loro pesanti archibusi, ancora anneriti

dal recente sparare, e con un odore di polvere arsa che empiè tosto

la camera, si posero intorno a Niccolò ed alle giovani, raccontando

anch'essi a loro modo, con festa grandissima, e con ardite e concitate

parole, la gloriosa sconfitta data all'armi imperiali. E narrando a

gara le loro prodezze, e quelle degli amici e de' cittadini più noti,

veniva a saper Niccolò che Bindo avea toccata un'archibusata nel lato

manco del corsaletto, ed il fanciullo, pur ripetendo che non era nulla,

e mostrando non doversene far caso, scintillava d'allegrezza negli

occhi, mostrando l'ammaccatura che era rimasta impressa nel ferro, e

diceva in cuor suo, «son pur soldato anch'io!» Vieri narrava, come

Lamberto avesse fatto cadere un sasso grandissimo con tanto giudizio

e fortuna su una scala piena da cima a fondo d'assalitori, che tutta

l'avea vuotata, proprio, diceva egli, come a sfrondar un ramo pieno di

foglie secche: e presa poi la scala vuota pei due capi che giungevano

ai merli l'avea rovesciata nel fosso, ed ucciso e storpiato con essa

buon numero di nemici. Tutti poi lodavan Troilo per la sua prodezza, e

Bindo più degli altri, chè avea combattuto al suo fianco, e vedutogli

menar le mani in modo, che molti imperiali e Palleschi, se avessero

saputo da qual mano uscivan i colpi che li ferivano, avrebber potuto

dire, che Troilo recitava la parte di Piagnone un po' troppo al

naturale. Egli difatti s'era portato da soldato ardito e valoroso, chè

si trovava condotto a tale da non poter fare altrimenti; rodendosi però

internamente di dover correre rischio d'uccider alcuno de' suoi amici o

di venirne ucciso, mandava divotamente il canchero a Baccio Valori che

l'aveva messo a questo sbaraglio, e se l'avesse scoperto tra nemici,

non è certo che si fosse potuto trattenere dal fargli coll'archibuso

parer poco felice la sua invenzione di mandarlo in Firenze.

Alle lodi espresse da Bindo, che Niccolò udì con mostra di contento

grandissimo, parendogli sempre più confermarsi da' portamenti di

Troilo, l'intera sua mutazione, e l'amore per la parte che voleva la

libertà ed il governo popolare, questi rispondeva, simulando modestia e

compunzione:

--Messer Niccolò, qual merito si può avere a combatter con qualche

ardire quando si fa per una causa cotanto santa, e si conosce per segni

manifesti che Iddio sta per noi! E se non, paresse.... se non temessi

parer troppo facile a prestar fede a certe cose nelle quali conviene

pure andar cauti assai.... ardirei quasi asserire d'aver veduto questa

notte gli angioli che dalle mura ributtavano i nemici.--Il mariuolo

sapeva ch'era quest'opinione tra Piagnoni, ed aveva fra popoli in

quella notte stessa uditone bisbigliare come di cosa veduta da molti

nell'assalto:

--Iddio può tutto, rispose Niccolò, e ciò sarà forse vero: ma meritan

tanto i nostri peccati? A ogni modo siam certi, che Dio si farà scudo

alla debolezza nostra, e dove non giungeranno le forze umane, giungerà

col suo braccio Egli. Di tanto si fece mallevadore il B. Fra Girolamo,

ed i suoi miracoli ci fanno sicuri ch'egli era inspirato da Dio....

Figliuoli, riprese dopo breve pausa, io vi fui stasera cagione di

scandalo, mostrai di dubitare!.... ho fatto errore, e stimo mio debito

farvelo conoscere, affinchè non ne prendiate mal esempio, e duriate

invece sempre più saldi in quella fede colla quale potremo alla fine

ottenere vittoria.--

In un uomo qual era Niccolò, una confessione tanto candida doveva

produrre gran senso; ma egli era di que' tali che son capaci di

sacrificar tutto al vero e prima di tutto se stessi.

Senza aspettar risposta alle sue parole, egli diede commiato ad

ognuno, accennando all'ora tarda ed al bisogno che doveano aver di

riposo, e rimasto solo, aperse il priorista sul quale soleva scrivere

le cose notabili che venivano accadendo alla giornata, e dopo avervi

descritto l'accidente di quella sera, ed aver poi di nuovo caldamente

raccomandato a Dio la città, la famiglia e se stesso, il vecchio entrò

nel letto e presto s'addormentò.

Ma sotto quell'istesso tetto, non a tutti riusciva quella notte prender

sonno così subito.

Lamberto, salito nella sua cameruccia che aveva abitata sin da

fanciullo, ed era per lui piena di tante memorie così dolci un tempo,

ed ora così acerbe, chiamò il suo servo che l'ajutasse disarmarsi, e

mentre Maurizio gli veniva prestando i suoi servigi, ogni tanto alzava

gli occhi in viso al padrone, il quale non poteva a meno di non mandare

tratto tratto qualche sospiro. Lo svizzero allora scrollava il capo

soffiando; chè, non parendogli bene d'entrar egli pel primo su quelle

cose che supponeva agitassero l'animo di Lamberto, sperava con cotali

atti di condurlo a cominciar egli in qualche modo; ma quest'arti non

gli riuscivano e già gli avea tratto di dosso l'arnese senza che avesse

mostrato por mente a que' suoi atti, nè profferita parola.

Maurizio allora si poneva ad asciugare e forbire con un panno

l'armadura, che pezzo per pezzo veniva appiccando a certi chiodi fissi

nel muro. Quando fu al pugnale, lo trasse dal fodero per nettar la

lama, ed ora guardandola a striscio di luce per veder ove abbisognasse

di ripulitura, ora strofinandola, osservava pur sott'occhio che viso

facesse Lamberto, il quale si veniva spogliando per entrare in letto,

e stava tutto scuro e malinconico. Vistolo a quel modo non si potè più

tenere, e diceva, senz'alzar gli occhi dal suo lavorío:

--Io sapere tofe starebbe pene questa pella lama!--

--E dove?--domandò Lamberto sorridendo a fior di labbra, chè già mezzo

indovinava la mente di Maurizio.

--Starebbe pene nella putelle di messer Droile.--

--Pazzo! mettila, mettila nel fodero, e vattene a letto.--

--Io anterò. Ma messer Droile hafer fiso di traditore,..... quello non

galantuomo!.... io star pofere soltate, pofere servitore, non potere

parlare... ma questa sera folefa dire «Non pefer fine, messer Lamperte,

non pefere.... Ma io, soggiungeva scrollando il capo con un certo suo

fare curioso, io però non hafer pefute!»--

Lamberto parte sgridandolo, parte ridendo di quella sua tedesca

maniera, e dicendogli che un buon sonno l'avrebbe guarito da' suoi

furori, lo mandò a dormire, ed egli v'andò, ma ripetendo sempre «Io

però non hafer pefute» ed il motivo pel quale tanto gli premeva

stabilire questo fatto lo vedremo poi.

Coricatosi Lamberto, non istette forse mezz'ora, che provando una

smania insopportabile, buttò giù le gambe dal letto, e messosi

indosso un poco di veste andò verso la finestra, ed apertala, si pose

appoggiato co' gomiti sul davanzale a respirare l'aria libera. Quella

vita di sacrificio che s'era promesso di fare, cominciava duramente per

lui. Pensi ognuno come dovea sentirsi il cuore trovandosi in quella

stessa casa d'onde era partito pochi anni innanzi, pieno d'amore e di

speranza, e beato per tante illusioni! vedendosi accanto il terrazzo

medesimo ove Lisa gli avea data quella rosa, troppo fedel simbolo della

sua costanza. Per essa s'era scostato da Laudomia, avea incontrato

fatiche e pericoli, lasciata la madre, (ed era stato per sempre!) per

essa avea negata una parola di conforto a quell'infelice che trovò in

riva al Po, a quella Selvaggia che suo malgrado, tornandogli tratto

tratto alla mente, e ponendovisi a paragone della Lisa, gli facea

dire: «Per qual cagione Iddio perdona egli ogni peccato, e gli uomini

ne perdonano alcuni soltanto? Romper la fede data, tradir patria e

parenti, dovrà trovare scusa e perdono? E non dovrà un'infelice tradita

essa dal padre stesso, e strascinata suo malgrado alla colpa, trovar

più misericordia nè pietà nessuna? Questa, viver vita miserabile tra

gli scherni e gli oltraggi: quella, venir accolta, onorata oramai al

paro d'ogni altra, ed esser contenta e felice?».... Pensare ch'essa

era al piano disotto, in braccio a quello pel quale l'avea così

bruttamente tradito, che bisognava pur sopportarlo, ch'egli avea

dovuto perdonare ad ambedue, costretto da così strane ed improvvise

circostanze, che a riflettervi pareano un sogno! Tutto ciò era peso

soverchio, era troppo amaro calice per Lamberto, il quale non aveva

imparato ancora, che ogn'anno aggiunto alla vita dell'uomo passa

portandone seco una speranza, e lasciando in suo luogo un dolore. Egli

era ancora in quell'età, ove si crede che la felicità sia una cosa

lontana forse e difficile a raggiugnersi, ma però reale, ottenibile,

la condizione ordinaria, per dir così, della vita; e la sventura

invece un'eccezione. Dovendo ora dimenticare il passato, rinunziare

ai disegni, ai desiderj di tant'anni, si consolava pensando «io ebbi

disgrazia, e non seppi guidarmi» e si confortava colla lusinga di poter

meglio ordinare il suo avvenire: i consigli della madre, venerandi

per esso come ordini divini, stimava gl'indicassero la via sicura per

giungere alla felicità, a quella quiete contenta del cuore, dalla quale

si sentiva cotanto lontano. Si volgeva colla mente a Laudomia, ch'egli

sin da fanciullo, come dicemmo, avrebbe amata prima di Lisa, se non gli

fosse parsa troppo alta e divina cosa, nella quale neanche adesso non

avrebbe ardito fermare il pensiero se non gli avessero fatto animo i

conforti materni e le accoglienze di Niccolò; cercava di figurarsi una

vita nuova tutta riempiuta dal suo amore, ma correndo colla fantasia

dietro queste immagini, il cuore pareva arrestato da un ostacolo che

Lamberto stesso non poteva definire, sul quale ripugnava ad arrestare

la riflessione, quasi temesse che esaminandosi nel profondo, potesse

trovarvi cosa che gli troncasse ad un colpo ogni nuova speranza,

distogliendola dall'ubbidire alla madre, facendolo immeritevole

dell'amore angelico di Laudomia.

Era immaginario o reale quest'ostacolo? Qual era? Neppur Lamberto, lo

ripetiamo, avrebbe saputo rispondere a tali questioni; pensi dunque il

lettore, se potremmo rispondervi noi! Ma forse vi risponderà per tutti

il seguito di quest'istoria, ed ora lasciando il giovane ondeggiante

tra suoi dubbj, troviamo gli altri abitatori di casa Lapi, che in

quella notte a nessuno, fuorchè alla Lisa, non mancavan cure moleste e

pensieri pungenti.

Laudomia, dopo aver condotti ed alloggiati gli sposi nella loro camera,

s'era chiusa nella sua, che rimaneva di sotto a quella di Lamberto, e

postasi ad un inginocchiatojo sul quale stava un'immagine di Nostra

Donna, del beato Angelico da Fiesole, pregava tutta raccolta; e dai

pensieri di Dio scendeva a quelli della patria, del padre, della

sorella, implorando per tutti la celeste bontà, e ringraziandola

d'averli salvati dall'ultimo pericolo. A vederla in orazione in atto

composto, colle mani giunte, le palpebre abbassate, tanto pura ed

onesta nel volto, si sarebbe pensato che quello della Vergine fosse

ritratto dal suo. Dopo alcuni minuti s'alzò, e scioltasi la veste, si

trovò presto nel suo lettuccio, tenendo, nel deporre o mutar panni,

tali modi, che nessun occhio, per quanto fosse pudico, vedendola in

quel momento non avrebbe dovuto volgersi altrove, chè il pudore in essa

non era studio, neppur virtù; era natura.

In breve prese sonno, ma non istette molto a venir destata da uno

strepito, che al primo svegliarsi non sapeva d'onde nascesse, tosto

però s'accorse esser passi nella camera di sopra, e naturalmente i

suoi pensieri si volsero a Lamberto, ricordando una ad una tutte le

circostanze che a lui si riferivano sin dalla loro infanzia: fermando

con delizia la mente a quell'epoca ov'egli aveva a lei consacrato il

primo pensiero d'amore: chè Laudomia era modesta, ma al tempo stesso

sagacissima, e s'era allora benissimo accorta qual fosse per lei il

cuore del giovane, quale la cagione che l'impedì di scoprirsi, e come

poi a poco venisse preso dai modi più facili della sorella, alla

quale ella aveva così tosto sacrificato ogni pensiero di sè, solo per

procurarle ciò che stimava la maggiore tra le venture. Ma ora che le

cose eran tanto mutate, le pareva nella serie de' tanti accidenti

avvenuti, scorger come una traccia disposta da Dio per unirla poi

finalmente a quel solo col quale si sentiva di poter esser felice.

Un discorso tenutole da Niccolò la stessa sera dell'arrivo di Lamberto

la raffermava in queste idee, e la persuadeva che le era lecito aprire

il cuore alla nuova speranza. Egli, presala per la mano, quando furon

rimasti soli, le avea detto: «Laudomia, io non ho pensiero che

tanto mi stia a cuore, e tanto mi tenga in travaglio nei rischj di

quest'assedio, quanto quello della tua sicurezza e del tuo bene. Da più

di un anno tu hai rifiutato molti parentadi che ti s'offrivano, assai

onorevoli. Avrai avute le tue ragioni, nelle quali non m'intrometto; ma

ora, lo vedi, io son vecchio, mille pericoli ti circondano; vorrei pur

vederti appoggiata a tal braccio, che ti potesse guidare e difendere.

Io ho pensato a Lamberto per te? Ora sta a te il pensarvi. S'io ti

comandassi di dargli la tua mano, m'ubbidiresti?»

Laudomia, che non confondeva il pudore colla simulazione, gli avea

risposto, arrossita bensì un poco, ma schietta ed ingenua: «Babbo,

v'ubbidirei e ci avrei poco merito.»

Contentissimo Niccolò, veniva d'allora in poi considerando come potesse

condurre a termine questo suo desiderio, e si disponeva, calmata che

fosse l'agitazione che aveva turbato Lamberto al trovar, ritornando,

le cose sue tanto mutate, di muovergliene parola egli stesso. Laudomia

adunque ripensando ora in cuore i disegni del padre, diceva: «beata me

che rifiutai codesti parentadi!» e volgendosi col cuore alla Nostra

Donna di Frate Angelico, che tanto vivamente le raffigurava la divina

madre della purità, la pregava chiamasse sul suo cuore la benedizione

del Cielo, l'accogliesse sotto il suo manto, e sempre la mantenesse

illibata in ogni atto ed in ogni pensiero; e facendo per se queste

preghiere, sentiva di farle al tempo stesso anche per Lamberto, col

quale le pareva ormai aver una vita, un interesse, un desiderio solo.

Con pensieri tanto diversi e lontani da questi quanto lo può esser

l'inferno dal paradiso, l'anima d'un traditore da quella d'un angiolo,

Troilo anch'esso vegliava accanto alla Lisa, che sola, a quell'ora,

trovandosi aver raggiunto il sommo de' suoi desiderj, e stimando la

sua felicità stabilita per sempre, dormiva tranquilla e riposata. Non

sapeva, poveretta, che certi errori, giammai non sfuggono al castigo

neppure nella vita presente! ch'esso indugia talvolta, ma posto da

Dio sulla traccia del reo non la perde più d'occhio, e lo coglie dopo

lunghi anni, quand'egli forse neppur più si ricorda d'averlo meritato!

Troilo intanto, che aveva alle mani troppo diffidi bisogna per potersi

addormentare così al primo, e conosceva necessario pensare e ponderar

molto ogni sua azione nell'arduo passo a cui si trovava, veniva dicendo

tra se stesso: «Eccomi dunque in casa!.... l'entrare è andato benone,

sta a vedere come se n'uscirà!.... corpo di Fra Girolamo e di tutti

i domenicani! che muso ha quel vecchione! me gli sono inginocchiato

davanti come un bambino! questa, per tutti i santi, non l'avrei mai

immaginata. L'avessero a sapere in campo starei fresco, vorrebbero

rider poco! E quell'altro Alberto, Adalberto, che so io.... stava là

ritto ritto che pareva avesse inghiottito il braccio che gli serviva

anni sono, a misurar le rascie, e mi faceva cert'occhi!.... È capace

immaginarsi di mettermi paura! Ora che ha la spada accanto, gli pare

d'esser divenuto qualche gran cosa! e mi ricordo.... quant'anni

saranno?.... che lo vedevo a bottega sul canto di Vacchereccia a

innaspar seta co' fattorini.... ma io dico così che son proprio

commedie!.... Alberto! s'è messo un nome, questo poltrone, come fosse

de' duchi di Brandeburgo! Se non era che mi tocca aver pazienza, quasi

quasi stasera gli insegnavo io.... Gli ho rubata l'innamorata! se

non ha altro con me.... eccola qui, se la venga pure a prendere....

gli ajuterò una mano se gli bisogna, e sopra mercato.... via, muoja

l'avarizia.... gli darò anche quel bambino, che se è vero che i maschi

tengono dalla madre, dovrebbe, quando fosse fatto grande, aver più del

setajuolo che del gentiluomo.»

Così dicendo, volgeva sulla povera Lisa, che gli dormiva accanto col

suo bambino, un'occhiata piena di noja, e della sazietà che provava

omai grandissima di quell'infelice.

Ad alcuno fra' miei lettori, o le mie lettrici, se avrò la fortuna

d'averne, parrà forse impossibile che un cuore umano possa giungere a

tanta perversità. Beati loro! hanno la fortuna di non conoscere tutte

le vergogne della nostra natura!

Proseguendo poi il corso delle medesime idee, soggiungeva: «Dice pur

bene quell'altro di Ferrara, quel poeta....

Che non v'è soma da portar più grave

Come aver donna quando a noja s'ave.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 23 / 51 段