Troilo, che n'era persuaso, quanto essa almeno, depose sulle sue labbra

un bacio, nel quale senza la benda ch'ella aveva sugli occhi, avrebbe

potuto ravvisare meno tenerezza che degnazione: ma non era ancor venuto

il giorno in cui doveva conoscerlo.

--Ora senti, proseguiva la Lisa, sedendogli sulle ginocchia, postogli

un braccio al collo, mentre coll'altra mano gli veniva ravviando ora

la barba, ora i capelli, ora le pieghe del vestito. Senti amor mio,

io vorrei avvisarti.... ecco lei che fa la saccentina, dirai.... lo

so, non hai bisogno dei miei avvisi.... ma pure lo sai il proverbio,

ne sa più un pazzo di casa sua, che non un savio dell'altrui.... ed

io conosco il babbo.... vedi.... così alla prima e' mette paura....

eh, tu ridi!.... non a te, lo so.... ma pure non vorrei che ti venisse

così improvvisa quella sua guardatura... e poi.... lo capisci anche tu,

egli ha avuto ragione d'adirarsi con esso noi.... potrebbe dire qualche

parola un po'.... un po'.... che so io? Ma tu, non è egli vero? Sarai

buono per amore di Lisa tua.... pensa che anch'essa ha tanto sofferto,

poverina.... ed ho sofferto volentieri; son contenta ora, tornerei a

soffrir il doppio, purchè sia con te, purchè non mi sii tolto.....

questo dunque ti volevo dire,..... tu non te l'hai avuto per male, non

e vero? e col babbo, qualunque cosa dica, tu saprai comportarla....

e....--

--Io ti taglio la parola in bocca, Lisa mia. Tu mi fai torto. Credi tu

ch'io possa trovarmi a questo passo, e non aver preveduto tutto? e non

essermi armato a soffrir da Niccolò persino gli oltraggi?--

--Oh, sii tu benedetto! M'hai tolto un gran peso dal cuore.... ed io

che non ardivo dirtelo!.... Oh! chi ti vede tanto bello.... non sa

quanto sei buono!--

In così dire gli si abbandonò sul collo senza più parlare, e rimase

così per alcuni momenti. Alzandosi poi, ed asciugandosi gli occhi,

diceva:

--Ora convien pensare al povero Arriguccio... vorrei aver come vestirlo

un po' a modo!... povero innocente, non ha che quella poca vestuccia!

Pure m'ingegnerò.--

E, preso il bambino sulle ginocchia, gli veniva ravviando i capelli,

acconciando i panni, e mentre attendeva a questa bisogna, sentiva

l'oriuolo di Palagio suonar le 22 e mezza. Alle ventitrè dovean

muoversi; l'avvicinarsi di quell'ora desiderata prima con tanta smania,

ora le metteva in cuore un indefinibile terrore, sentiva farsele

più rapido il batter de' polsi, mille sospetti, mille paure le si

affollavano nella fantasia, ora volgeva il cuore a Dio con una breve e

fervida preghiera, ora baciava il fanciullo, ora volgeva gli occhi a

Troilo, cercando di trovar nella sua vista un po' di forza, un po' di

coraggio, sperando d'incontrare un suo sguardo che la confortasse: ma

egli era seduto col gomito appoggiato sul davanzale d'una finestra, il

suo viso era immobile volto verso strada, Dio sa a che cosa aveva il

capo a quell'ora. La povera Lisa avrebbe accolta un'occhiata, in quel

momento, come un benefizio, ma non l'ebbe, e suonaron le 23.

Sentì un momento quasi mancarsi le ginocchia; ma le scorrea nelle

vene il sangue di Niccolò, e perciò questo momento di debolezza

passò come un lampo. Recatosi in collo il bambino s'alzò, chiuse gli

occhi pregando Dio d'ajutarla, poi si mosse arditamente con Troilo e

s'avviarono verso S. Marco senza profferir più una sola parola per

tutta la strada: e trovati alla porta del convento Fra Benedetto e

Fanfulla che gli aspettavano, tutti di compagnia presero la strada, e

dopo non molto picchiarono al portone de' Lapi.

Niccolò avea frattanto fatti avvisare i suoi figliuoli affinchè

si trovassero in casa a quell'ora, e dato a Laudomia il carico di

preparare una camera per la sorella e il cognato ove stesser col loro

bambino comodamente. Quand'essa ebbe ammannito tutto quanto occorreva,

scese e trovò Niccolò seduto sul suo seggiolone, ed i suoi figli

Averardo, Vieri e Bindo in piedi all'intorno, tutti armati; v'era anche

Lamberto, e Niccolò gli diceva:

--Lo conosco, figliuol mio, quanto t'ha a parer duro veder costui in

casa mia. Che poss'io dirti? Egli è marito di Lisa!... egli viene a

combatter con noi!..... Egli m'ha pur campato Bindo dalla morte! potevo

io negargli il perdono? potresti tu negarglielo? Ti volli ora presente

a questo fatto perchè ti conosco saldo d'animo.... e in tutti i modi vi

sareste pur dovuti rivedere prima, o poi... e ciò forse ti riuscirà men

grave accadendo qui in nostra presenza.--

--Padre mio, rispose Lamberto, di tutto quanto vi verrà bene di

risolvere sul fatto mio ora, e per l'avvenire, voi non v'avrete mai a

scusar meco. A me basta che mi vogliate tener per figliuolo, e quanto

al resto, io farò di mostrarmi sempre maggior d'ogni fortuna.--

--Tu parli da uomo, Lamberto!.... poi scrollando il capo, soggiungeva:

Lisa, Lisa, tu fosti pur pazza!--

Averardo allora, uomo ruvido, feroce, di pochissime parole, e che

non aveva altro pensiero fuorchè delle cose della guerra, disse con

malumore:

--E le pazzie delle donne tocca a noi a scontarle.... perciò non tolsi

mai donna.... ora io vo' sperare che questi sposi non vorranno indugiar

troppo.... non gli aspetterò un pezzo, alla croce di Dio. S'è visto

oggi in campo un gran rimenarsi... non vorrei s'entrasse in ballo, ed

io non esservi!--

Vieri, che all'opposto del fratello era di quegli uomini ch'hanno la

felicità d'esser sempre beati, anche fra le malinconie e le sciagure,

tanto che neppur pareva nato de' Lapi, diceva ridendo:

--Eh! non dubitare; se anche perdessimo una qualche archibugiata, non

ce ne vorrà mancar per questo.... di tal derrata ce n'è abbondanza,

la Dio grazia.... così la ci fosse di starne e fegatelli, e di buon

trebbiano. Ho veduto dalle mura che governo hanno fatto delle vigne sul

poggio sopra Arcetri, ve n'è rimasto quant'io n'ho sulla palma della

mano. Se è così per tutto, avremo a bere trebbian di carrucola.--

Niccolò non rispose nulla, ed Averardo, senza far nemmen l'atto di

sorridere, disse mezzo stizzito:

--Beato te, che la ti va sempre per un verso.--

--Mi va! mi va! Già lo sai ch'io voglio aspettare a star ingrugnato

quando sarò nella bara, chè ora non ci conosco profitto nessuno. Eh

via! stiamo di buona voglia, che forse forse la finirà meglio che non

pensate. E tu, Lamberto, rallegrati che hai pur fuggito il gran brutto

rischio.... è mia sorella la Lisa, ma non importa, avresti avuto per

donna una pazzerellina, e di costoro n'è gran dovizia in Firenze; sarai

sempre a tempo.--

Mentre erano in questi ragionamenti comparve la fante M. Fede, e

distesa una tovaglia di bucato su una tavola, vi depose un vassojo con

due fiaschi di vino; venne Maurizio, il famiglio di Lamberto, quello

ch'egli avea tratto dall'Adda, portando i bicchieri ed un piatto di

confetti, chè in quel tempo in Italia ogni riconciliazione voleva il

bere, come anche oggi giorno nelle province meridionali di essa, ove

sono frequenti risse sanguinose fra contadini: e ci sovviene aver

assistito ad una di queste paci, ove due che s'erano voluti ammazzare

il giorno innanzi, vennero condotti tutti malconci e colle ferite

fasciate, a bere insieme: e ci fu detto, che dopo quest'atto non vien

neppur in mente di dubitare, che non si siano vicendevolmente perdonato.

Dopo il breve dialogo che abbiamo narrato, si erano tutti ammutoliti,

che in quei momenti ove abbondano i pensieri vengono meno le parole.

La fante soltanto bisbigliava sommessamente col famiglio per dirigere

l'apparecchio, e tratto tratto dava un'occhiata ai suoi padroni, chè

si moriva di voglia d'appiccar discorso sul ritorno della Lisa e

mostrar l'allegrezza che ne sentiva; vedendoli tutti ingrugnati, quando

appunto, secondo essa, avrebbero dovuto confortarsi e far buon viso,

non sapea darsene pace, ma poi s'acquetava colla solita riflessione

che usava applicare a tutti i casi superiori alla sua intelligenza, ed

ove entrassero signori e ricchi, e diceva fra se stessa: «già, hanno le

loro fantasie! È inutile, bisogna lasciarli stare.»

Maurizio invece, sotto l'apparenza fredda e riposata degli uomini

boreali, si rodeva di dover far onore ed accoglienza a quello che aveva

fatto così brutto torto al suo padrone, pel quale sentiva l'affetto

esclusivo, scevro d'ogni pensiero d'utile proprio, che, a vergogna

dell'umanità, ha nel cane il più perfetto modello. E quando M. Fede gli

disse tutta contenta:

--Vedi Maurizio, di questi fiaschi ce n'è pochi in Firenze! gli avevo

riposti,... pareva che il cuore me lo dicesse, a che dovevan servire!--

Egli rispose scrollando il capo:

--Questo fostro messer Droile, io piuttosto harchibusata, che picchieri

di fino!--

In quella s'udì picchiare, e tutti si scossero. Corse la Fede ad

aprire, e dietro di lei si slanciò Laudomia, non tanto per abbracciar

più presto la sorella, come per non lasciar ch'entrasse sola dal padre:

Bindo anch'esso si fece incontro a Troilo per introdurlo. Aperto appena

l'uscio, le due sorelle si trovarono abbracciate stringendosi co' visi

e coi petti, e rimasero così senza profferir parola, quanto il dire

un'avemmaria: scioltesi alla fine, Lisa prese in collo il bambino, che

era stato fin qui portato dal marito, e si mosse con Laudomia che con

una mano la teneva per un braccio, coll'altra le cingeva la vita. Fra

Benedetto andava innanzi, dietro Troilo con Bindo, Fanfulla veniva

l'ultimo.

Niccolò si preparò per riceverli in piedi accanto al suo seggiolone con

una mano su un bracciolo, e l'altra pendente lungo la coscia. Stava

col petto aperto, le spalle ritte, avea l'occhio grave, non lieto, ma

sereno. Da un lato Averardo, scuro ed austero in viso, colla sinistra

sull'elsa, la destra dietro le reni, dall'altro Lamberto, che se dovè

mai ringraziar Iddio d'avergli data un'anima forte, fu per certo in

quell'ora. Vieri anch'esso, prese un contegno serio e conveniente.

Appena Fra Benedetto fu sull'uscio, cominciò a dire, venendo pur avanti

seguìto dagli altri:

--Messer Niccolò, ecco qui la vostra figliuola, ecco messer Troilo, che

sanno d'aver bisogno del vostro perdono e vengono a domandarvelo,...

pronti ora, e sempre, a far tuttociò che voi vorrete.... e sperano

che gli vogliate accettare nella grazia vostra, e tenerli in conto di

figliuoli amorevoli ed ubbidienti.--

Mentre il frate parlava, la Lisa tutta tremante, retta da Laudomia,

s'era venuta accostando, ed alfine cadde ginocchioni a' piedi del

padre, col viso basso, nascosto in parte da quello del suo bambino,

che al veder tanta gente nuova si stringeva colle sue manine alla

madre. Troilo anch'esso aveva posto a terra un ginocchio, un po' più

addietro. Nel prepararsi col pensiero a questa scena, aveva proposto

di non iscender ad atto cotanto umile: inginocchiarsi avanti ad un

setajolo! Avrebbe tenuto pazzo, e deriso chi gliel avesse suggerito.

Ma all'entrar in quella camera, l'alta e maestosa figura del vecchione

popolano, l'autorità veneranda che appariva sulla sua fronte e in tutta

la persona; il senno, la fortezza che gli splendeano negli sguardi;

tuttociò l'aveva turbato, l'aveva vinto in modo, che cadutagli ad

un tratto ogni superbia, e trovatosi tanto piccolo, tanto basso e

spregevole a petto a quell'uomo, fu quasi, senza saper come, da una

incognita ed invincibil forza prostrato a' suoi piedi. Sentì in quel

momento venirsi meno l'ardire di dar opera al brutto tradimento: gli

era sembrato che la prima occhiata del vecchio l'avesse penetrato

fino nel profondo del cuore, n'avesse tosto conosciuto lo scellerato

mistero, per poco non gli abbracciò le ginocchia, confessando ogni

cosa, ed implorando perdono. Ma a condurlo a quest'atto non potea

bastare la sola commozione di quella prima vista, senza che vi s'unisse

uno di quegl'impeti virtuosi che ferman talvolta anco i ribaldi

sull'orlo del precipizio: ma di quest'impeti non era capace l'anima di

Troilo.

Anzi gli sovvenne in quel momento di Baccio Valori, de' suoi amici del

campo, gli parve vedersi innanzi i loro visi che ridessero della sua

dappocaggine e lo schernissero; si raffermò più che mai ne' suoi primi

pensieri, e conosciuto che dal non recitar perfettamente la sua parte

in quell'occasione potean generarsi sospetti sul fatto suo, e seguirne

la total rovina della sua impresa, compose il viso e la persona, e

s'armò per parlare in modo che la simulazione riuscisse perfetta.

Quanto a Niccolò, aveva alla vista di Troilo, provata inestimabile

passione, ma premendola in cuore, gli piantò gli occhi in viso per

veder pure che faccia avesse quest'uomo che gli era stato cagione di

tante perturbazioni. «È bello, non si può negare!» disse fra se, poi

tosto soggiunse: «Come mai potè la Lisa innamorarsi di costui!» Che se

era piaciuto agli occhi di Niccolò, era stato ributtato dal suo cuore.

Ma non fece caso di questo giudizio, stimandolo effetto dell'odio che

gli aveva sin allora portato, e non l'ebbe appena veduto piegare il

ginocchio, che gli disse:

--Alzatevi, messer Troilo! Lisa, alzati, ed ascoltatemi.--

Rimessisi in piedi ambedue, Niccolò proseguiva:

--S'io v'apersi là porta di casa mia non fu con animo di dirvi di male

parole, o farvi rimproveri sulle cose passate. Per quanto s'attiene a

me, ed all'ingiuria che voi m'avete fatta, io son contento perdonarvela

liberamente, e vi prometto cancellarla in tutto e per tutto, così Iddio

cancelli i miei peccati. Ma voglio che sappiate, messer Troilo.... e ve

lo dico ora a viso aperto, per non dover mai più per l'avvenire entrare

in questo discorso,.... voglio che sappiate, che se voi non tornavi in

Firenze; se invece di venir a difendere la libertà di questo popolo,

come, da quanto mi è stato detto, voi avete in animo di fare....--

--E' v'hanno detto il vero, messer Niccolò, ch'io non ho altro

desiderio...--

--E così voglio credere.... Ma lasciatemi dire. Se dunque all'opposto

voi fossi rimasto coi nemici della patria nostra, tenete per fermo,

messer Troilo, che Niccolò de' Lapi prima d'accettarvi per genero si

sarebbe lasciato tagliar a pezzi. Ma ora, se Firenze ha fatto guadagno

d'un buon soldato, d'un difensore di più, non solo v'accetto per

genero, ma benedico tutti i miei dispiaceri, che alla fine vengono a

riuscire a beneficio della nostra città. Io non farò differenza d'or

innanzi tra voi, e gli altri miei figliuoli; ma è dovere che sappiate,

ch'io ho giurato ad essi, e così giuro a voi, per quelle ceneri che

voi vedete là in quella nicchia (e le indicava col braccio alzato e

l'indice teso) e furon raccolte ancor calde dal rogo d'onde l'anima

santa di Fra Girolamo volò in paradiso, vi giuro, che se mai per

vostra mala fortuna v'accadesse di mancare in qualsisia modo al debito

di buon cittadino, vi saprò giungere, o io col ferro, o quell'Iddio

che ascolta, e rafferma sempre la maledizione d'un padre, colla sua

vendetta.--

Troilo a queste parole si sentì correr un freddo per le vene, ma, a

somiglianza del reo, che posto alla colla si sforza di parer franco,

e non dir parola che possa tradirlo, rispose arditamente e con quanta

veemenza gli fu possibile:

--Ed io, messer Niccolò, a patto d'esser da voi tenuto per figliuolo

d'or innanzi, accetto sul mio capo questo sacramento che voi fate;

e coll'ajuto di Dio, e del beato Fra Girolamo, ch'io voglio d'or

innanzi per solo avvocato e protettore, io mi confido che non sia per

avvenirmene male nessuno.--

--E così credo anch'io, rispose Niccolò, poi soggiunse, additando l'un

dopo l'altro i suoi figli; questi Averardo, questi e Vieri, Bindo, e

questi è Lamberto....--

A questo nome Troilo si scosse, che sapeva tutto quanto era passato

fra esso e la Lisa: essa abbassò gli occhi ed impallidì. Niccolò,

rimasto un momento come riflettendo, soggiunse, guardando Lamberto, che

rimaneva immobile e gli si veniva intorbidando lo sguardo:

--Lamberto! Niccolò ha perdonato!.... Orsù, figliuoli, ascoltatemi!....

son io che parlo! (e nel profferire queste parole la faccia del

vecchio divenne accesa, e la voce terribile). Si tratta di Firenze!

si tratta della patria e non di noi! Alle sue ingiurie pensiamo e non

alle nostre! Ci sta sul capo l'ultima rovina, e potremmo aver altro

pensiero che del suo pericolo? Unione! concordia! per Dio! chè le città

divise furon sempre preda d'ogni nemico, e lo sa Firenze, lo sa tutta

Italia. Contro i nemici della libertà nostra, contro i traditori e i

ribelli a questo stato popolare si volgan gli odj, le forze e l'armi

di tutti: ma chi si ravvede sia accolto come fratello. Ricordatevi

di Lorenzo dei Medici venuto a morte.... il beato Fra Girolamo gli

offerse misericordia e perdono al solo patto che restituisse lo Stato

che ingiustamente teneva, ed al popolo la sua libertà. Rifiutò il

perdono, e morì da quell'empio e ribaldo ch'egli era: ma stava in lui

l'ottenerlo, nè il nostro santo maestro glielo avrebbe negato, ove

avesse dato segno di penitenza e restituito il mal tolto. Così non

si nieghi da noi. Come ci ajuterà Iddio, se ostinati seguitiamo ad

offenderlo?--

--Oh! messer Niccolò, disse Fra Benedetto giungendo le mani, sono sante

queste parole! Oh, fosse qui presente tutta Firenze ad ascoltarle!--

Il vecchio allora voltasi alla fante le fece un cenno, ed essa, venuta

avanti con Maurizio, si fermarono innanzi a Niccolò presentandogli il

vassojo col vino ed i bicchieri; ed esso empiutili, fe' che ciascuno

prendesse il suo, e così tutti bevvero. Poi Niccolò pose le mani sulle

spalle di Troilo, lo baciò in bocca (com'era costume nelle paci) baciò

la figlia ed il bambino, e tutti, gli uni dopo gli altri, fecero

scambievolmente lo stesso.

Volle Niccolò che anche madonna Fede ed il famiglio, bevessero. La

fante ubbidì tosto, ed accostandosi alla Lisa col bicchiere in mano, le

disse:

--Madonna, io lo sapevo, che questo giorno doveva venire, e.... non

per vantarmene.... ma m'ero botata a' Servi di digiunare ogni sabato,

perchè Dio e la santissima Nunziata ci facessero questa grazia.--

--Io t'avrò dunque quest'obbligo,--rispose Lisa sorridendo.

Ma non fu mai possibile di far bere Maurizio, che alle istanze della

fante rispose sempre «Non hafer sete!» e neppur a Lamberto non venne

fatto di vincerlo, onde spiccandosi dall'impresa, gli disse ridendo,

Vieri:

--Se tu avessi saputo che non amasse il vino, conveniva lasciarlo bere

l'acqua dell'Adda.--

Maurizio ingrugnato non rispose, e se n'andò brontolando e ripetendo

fra se stesso: «Harchipusata, e non picchier di fino!»

La brigata intanto senza badargli s'era seduta in cerchio attorno al

fuoco; le due sorelle vicine, Laudomia con Arriguccio sulle ginocchia,

Troilo accanto alla Lisa tenendola per la mano, Fra Benedetto allato

a Niccolò, e tutti con modi più sciolti venivano entrando in varj

ragionamenti, quando a un tratto vennero scossi, ammutolirono, e teser

l'orecchio all'udire un tocco della campana grossa del Consiglio, e

poi due e tre e quattro, e via via sempre con maggior furia sonare a

stormo, e quasi ad un tempo risponder tutte le campane della città,

con un fremito, un rombo lontano che pareva venisse per l'aere

dall'alto, e nascesse da turbe che mandasser grida e facesser tumulto

in distanza; poi qua e là si fecer sentire colpi d'archibuso, e poco

stante scoppi più forti d'artiglieria; ed intanto il fragore pareva si

venisse accostando, le vie s'empievano di gente, di romore, di grida,

s'aprivano e si serravano a furore porte e finestre, e pareva insomma

che la città tutta si fosse per qualche grave ed impensato accidente

levata in arme: e facendosi d'ora in ora più frequente il correr de'

popoli per le vie, e più alto il bisbiglio, s'udì sotto le finestre

passar correndo una frotta d'uomini, ed una voce gridare: «Arme, arme,

popolo e libertà!.... I nemici sono in Firenze!»

CAPITOLO XX

Voler dipingere il furore che invase Niccolò, Averardo, Lamberto,

Vieri e Bindo a questo grido, lo spavento di Fra Benedetto e delle due

giovani, l'agitazione di Troilo, che tutt'altro attendeva, sarebbe

cosa vana, ma sei pensi il lettore. Averardo saltò sul suo archibuso

che avea lasciato in un angolo: arrotava i denti, e con voce strozzata

dalla rabbia diceva:

--Maladetta l'ora ch'io mi tolsi dalle mura.--

Gli altri fratelli insieme con Lamberto e Fanfulla avean anch'essi

dato di piglio alle loro armi; e quest' ultimo, senza dar segno di

perturbazione nessuna, chè troppo era uso a simili strette, accese alle

braci del focolare la corda del suo archibuso, dicendo: «Qui ci vuoi

altro che baje»! e tutti insieme stavan per uscire, quando entrarono

con impeto cinque o sei uomini del popolo minuto, artefici dell'arte

della seta a servigi di Niccolò, dicendogli:

--Messere, siam qui fuori cinquanta compagni, e veniamo per guardarvi

la casa e difendervi fino alla morte.--

--Che difendermi? gridò Niccolò, alle mura, alle mura! Chè questo è il

giorno che tutti abbiamo a morire per la nostra libertà, ed io voglio

esser il primo.--

Ed il feroce vecchio, afferrato un pezzo d'arme in asta ch' era in un

canto, voleva uscire cogli altri e correr anch' esso alla difesa; se

non che tutti si diedero a pregarlo, e fargli forza che restasse, e le

figlie più degli altri, ma egli insuperbito, ributtava ognuno prima

colle parole, poi cogli urti, esclamando:

--Io voglio morire ad ogni modo!--e senza poter esser persuaso o

trattenuto, tirava disperatamente verso la porta, quando giunse

correndo un tavolaccino della Signoria, che per parte del gonfaloniere

veniva ad annunziare non esser i nemici in Firenze com' era corsa la

voce, ma aver bensì cominciato a combatter le mura, con gran numero di

scale, e perciò ordinava che tutti gli uomini da fazione corressero

oltr' Arno verso S. Niccolò ove era cominciato l'assalto.

A quest' annunzio, visto che le cose non erano ali' ultima rovina,

com' egli aveva creduto dapprima, si lasciava pur indurre, ma non così

subito, a rimanere; e fermatosi sul portone di strada colle mani

alzate, disse con gran voce ai giovani che si avviavano:

--Addio figliuoli! Ricordatevi che voi siete cristiani, e cittadini

liberi, ed a rivederci forse in Paradiso.--

Essi si perderono parte tra la folla, e Troilo, che avea pur dovuto

andarne con loro e mostrarsi volonteroso ed ardito, pensava in cuor suo

«Sarebbe bella che tutte le promesse di Baccio finissero stanotte con

una buona archibusata!»

Niccolò allora, mandata a combattere anco la maggior parte degli

operai che erano venuti ad offerirglisi, ne tenne con se otto o dieci

onde l'ajutassero metter in ordine la casa e prepararla a sostenere

un assalto. Quel suo primo furore avea dato luogo alla ragione, e

poichè la città non era ancor vinta, dispose, mutando proposito,

e considerando che le sue povere figliuole potean venir alle mani

de' soldati e dei Palleschi, di fortificarsi e far testa, e quando

non potesse, ne gli rimanesse altro scampo, metter fuoco alla casa,

ardervisi colle figlie, e salvar così a se la libertà, ad esse l'onore.

E Niccolò era muso di farlo.

Serbando le antiche usanze di Firenze, ch'egli non avea voluto mutar in

nulla, si trovava aver in pronto i ferramenti, le catene e i legnami,

per far il serraglio. Giacevano sotto il portico del cortile, ed in

un attimo vennero strascinati in istrada, e disposti in modo che si

potessero in un momento porre in opera.

Ciò fatto, mandava uno de' suoi uomini nelle case de' Carnesecchi che

stavan di fianco a quelle de' Lapi, separati tra loro dalla via de'

Conti, dicendo si mettessero in ordine che intendeva far il ponte

sulla strada, e sollecitando l'opera egli stesso, vide presto uscire

dai fori disposti a quest'uso al primo piano di casa sua, lunghe

travi che sospinte dagli uomini di dentro venivan introdotte in buchi

corrispondenti nella casa de' Carnesecchi. Su quelle travi furono

collocati in più pezzi tavolati che si connettevano tra loro e si

fermavano con arpioni, onde venivano a formare un ponte solidissimo

capace di sostener uomini e munizioni per opprimere dall'alto i nemici

che fossero in istrada.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 22 / 51 段