sapesse come, gli passò innanzi quel soldato dal morione, ch'egli
sempre s'era trovato vicino (e spesso gli avea porto ajuto durante la
battaglia) e che a questo punto, percosso tutt'in un tempo da molti
colpi, cadde, e sospinto si rovesciò fuor delle sponde nel mare. Parve
a Lamberto ch'egli cadendo gridasse il suo nome, ma ravvolto com'era
tra' nemici, intronato il capo da tanto frastuono e tanti gridi,
neppur fu certo s'egli avesse realmente udito chiamarsi, o se fosse
stata immaginazione. Ed intanto (per non allungarla troppo) era stato
dopo breve, ma asprissimo contrasto, disfatto e sciolto interamente
quel nodo di spagnuoli. Morto il vicerè, il Fieramosca, e quasi tutti
coloro che aveano a quel disperato modo tentato prolungar la difesa, la
reale di Spagna era venuta in potestà de' Genovesi, che abbattuto lo
stendardo di Castiglia v'alzarono invece la croce di Genova tra mille
lietissime grida di vittoria.
E ad ottenerla avean cooperato non poco le galere che mandate in alto
dal Doria prima che cominciasse il conflitto, eran tornate alle spalle
degli spagnuoli, tempestandoli colle artiglierie. Una palla tra l'altre
avea in sull'ultimo percossa e sfondata la reale un palmo sott'acqua,
onde non appena furono i Genovesi padroni di essa; non appena Lamberto
avea avuto tempo di ricever la spada d'un gentiluomo spagnuolo, il
conte d'Aguilar, che egli s'era dato prigione, quando s'accorsero che
la galera si veniva affondando.
Filippino comandò alle sue genti d'uscirne, e si può credere che fu
ubbidito senza ritardo. Parte si gettarono ne' palischermi, parte
riuscirono ad arrampicarsi alla prora della capitana, ed in pochi
momenti il naviglio fu vuoto d'uomini liberi, ma i galeotti vi
rimasero, nè v'era forza umana che valesse a salvarli. Eran già nel
mare sino alla cintola e dall'interno della galera, dalle parti basse
e cave della carena, l'aria cacciata dall'acqua sopravvegnente, usciva
con un suono cupo, quasi un lamento (direbbe un poeta) del naviglio
che si sentiva sommergere. Ma ben altri lamenti (e pur troppo qui
non era poesia) ben'altre grida mandava la sventurata ciurma, parte
cercando con tremendi ed inutili sforzi strappar le catene, parte
divincolandosi, gettando qua e là la persona, molti piangendo e
gridando misericordia, i più urlando bestemmie e maledizioni: e l'acqua
sempre cresceva.
Poco stante venne un'ondata, e dove prima si vedean le sponde,
la poppa, lo sprone della reale, le teste, le braccia tese della
disordinata ciurma, più non si videro che candide e gorgoglianti
spume. Avanzavan gli alberi; chè anch'essi in un baleno entrarono e
si nascoser nel mare; e nel punto medesimo un orrendo ed istantaneo
scoppio, unito ad un baleno di luce bianchissima, sconvolse ed intronò
il mare, i monti, l'armata, e lasciò il tutto in profondissime tenebre.
Poi, dopo un momento, un piover per tutto di travi, di legni, di ferri
stiantati, di membra d'uomini, di mille frantumi, che cadder nell'acqua
o sulle galere, ammazzando e storpiando Dio sa quant'altra gente, e
producendo mille mali, e poi un silenzio attonito e pauroso, nel quale
più non s'udiva che il sibilo della bufera tra le sarte e le antenne, e
lo scrosciar dell'onde che battevan le navi, o mugghiavan lontane nelle
scogliere del lido...
Lamberto, dopo questo fatto, venne mandato all'esercito di Lautrec.
Vinto e disperso questo, andò in Puglia con Renzo da Ceri, poi, quando
fu posto a Firenze l'assedio, deliberò correre tosto ad ajutar la
difesa, e non senza difficoltà riuscì pure ad entrare una sera in
città: giunto, col cuore che gli batteva, come può credersi presso la
casa i Lapi incontrò Laudomia nel modo che già abbiamo riferito.
CAPITOLO XV
Le loro ricerche non furono lunghe, Laudomia s'accorse tosto ch'era
pazzia volerne sperar alcun frutto, ed ebbe presto ricondotto Lamberto
al portone di casa. Questi avea taciuto un pezzo, ondeggiando in mille
pensieri e mille sospetti, pure alla fine non si potè più tenere, e
quando vide che era sul timore, disse fermando Laudomia pel braccio:
--Ma non dovrò io sapere che cosa sia tutto questo mistero?--
--Oh! Lamberto, ve ne prego, ritroviamo il babbo prima--rispose
Laudomia; pure strascinandolo seco, ed a passo veloce, giunsero ed
entrarono in casa.
La giovane picchiò all'uscio di Niccolò, chiamandolo, e nel tempo che
egli penò a venir ad aprire prese le mani a Lamberto, e con passione
grandissima, e quasi piangendo, gli disse all'orecchio:
--Oh, non dir parola che lo contristi, povero babbo!--
Poi, quando udì i passi gravi del vecchio che s'accostava, spinse così
un poco Lamberto, onde il padre non se lo vedesse davanti improvviso,
ed in quella l'uscio s'aprì. Niccolò, fieramente turbato ancora per
la comparsa della Lisa, alla quale mal grado la sua terribil natura,
sentiva pur sempre d'esser padre, aveva il volto affilato e pallido,
e malsicuro l'andare. Credè che Laudomia venisse a star seco il resto
della sera, che ancora non era molto innanzi, perciò senza parlare
ritornò in camera e si rimise sul suo seggiolone presso al cammino,
riprendendo un libro di preghiere che stava leggendo. Ma Laudomia
accostandosegli, e facendosi lieta in viso quanto poteva:
--Ho una buona novella, babbo,.... sapete chi è arrivato?.... e sta qui
fuori?....--
--Lamberto? rispose il vecchio alzando un tratto il viso, e facendo
l'atto di rizzarsi.... «Oh! vieni, vieni figliuol mio, gridò;» e
Lamberto che stava in orecchi gli si fu in un baleno inginocchiato
davanti. Niccolò presogli il capo tra le palme se lo stringeva sul
petto. Laudomia in piedi, colle mani giunte e gli occhi al cielo,
pregava Iddio che gli ajutasse tutti e tre a questo terribil passo.
Rimasti così un momento senza parlare, Niccolò, discostando da sè
il volto di Lamberto, e messagli sulla fronte una mano, si poneva a
guardarlo fisso. Alla fine con un sospiro risoluto disse:
--Tu non m'hai più viso di fanciullo. Codesto è viso d'uomo forte ed
ardito.... ti sta bene quel bruno.... ti sta bene quel taglio che
ti fende la gota... Tu hai attenute le tue promesse Lamberto!... ma
noi!....--
E qui il povero vecchio alzando le mani scarne al cielo se le battè
sulla fronte coprendosi gli occhi, e stette così tanto che si sentisse
sicuro di non prorompere in pianto.
--E noi, proseguiva, che avevam pensato rivederti, riceverti con festa,
aprirti le braccia tutti e dirti, ora finalmente sei nostro davvero!...
Io che avevo creduto accoglierti colla fronte sicura e serena,.... son
qui innanzi a te.... ed è la prima volta in novant'anni, Lamberto!....
Son qui come un reo costretto a confessar l'onta sua colla propria
bocca! Io mi sentirei spinto a cader ginocchioni, ma tu non lo
vorresti patire.... Ascoltami, Lamberto, e sii uomo, quale dimostri
nell'aspetto.--
Il povero giovane, tutto sotto sopra, stava pur sempre con un ginocchio
a terra, guardando il vecchio con occhi pieni di maraviglia, e direi
quasi di spavento, che dalla bocca di Niccolò cotali parole eran
veramente terribili, e da far presagire ogni peggior male.
--Messer Niccolò, voi mi fate morire con questi discorsi così oscuri,
parlate, col nome di Dio, e di me non dubitate.--
--Ebbene, sappi dunque, ch'io sono vituperato, che la Lisa ha tradito
me, ha tradito te, la casa sua, la patria.....--
Lamberto si trovò in piedi d'un balzo, e senza accorgersene, colla mano
in sull'elsa.
--Per Dio eterno, ciò non può essere..... voi siete tratto in errore...
e chi v'ha dette codeste favole ne mente per la gola....--
--Lamberto, rispose Niccolò prendendolo pel braccio e facendoselo
sedere accanto, io che ti parlo sono suo padre sai!... Ora dunque taci
ed ascolta,--Sì, la Lisa ci ha traditi tutti,.... dal sangue de' Lapi,
dal sangue di Niccolò ha potuto nascer donna capace di darsi in braccio
ad un traditore, nemico di questo popolo di questa città.... tale è
stato il giudicio di Dio su questa casa.... _Justus es Domine, et
rectum judicium tuum!_--
E qui il povero vecchio dovè tacere un momento per riavere il respiro.
S'alzò: andò ad un forziere, l'aperse, prese una carta, ritornò verso
Lamberto, e gliela porse.
--Eramo qui una sera per andarcene a letto: fu picchiato: entrò il
Ferruccio, e per parte del gonfaloniere mi diede questa lettera:
leggila....--
Lamberto lesse. Il suo viso, che prima s'era fatto rosso e quasi
violaceo, diveniva a mano a mano pallido.
--E tutto ciò era vero?--disse alla fine.
--Era vero. E qui Niccolò gli narrava, come essendo salito alla
camera delle figlie avesse trovata la Lisa col bambino, e poi tutto il
rimanente che il lettore conosce, sino all'ultimo caso di quella sera
istessa: e Lamberto ascoltò sino in fine senza interrompere, senza dar
segno nessuno di ciò che provava nel cuore: soltanto il lembo d'una
panziera di maglia che (stando egli seduto) pendeva lungo gli stinieri
di ferro, li faceva risuonar tratto tratto, e n'era cagione il tremito
convulso che egli provava in tutte le membra.
Quando Niccolò ebbe finito di parlare, rimasero muti tutti e tre per
alcuni minuti.
Lamberto entrando con Laudomia in casa s'era fatto dare dal suo
famiglio un involto e la spada che avea ricevuta da Andrea Doria, ed
avea deposto il tutto sulla tavola accanto a Niccolò. A questo punto,
rizzatosi, aperse l'involto, e trattane una catena d'oro, poi alcune
carte, che eran benserviti tutti in sua lode, di Filippino e d'Andrea
Doria, ed una tratta di cambio per la taglia del conte d'Aguilar che
aveva fatto prigione nella battaglia di Salerno, tenne la spada e
le carte in mano un momento, poi gettando a terra ogni cosa, disse,
scrollando il capo con un sorriso sinistro che fece agghiacciar
Laudomia:
--M'eran costate gran catinelle di sangue!.... alla fediddio, ch'egli è
stato bene speso!....--
Spiegata poi una cartolina ne trasse un gambo di rosa inaridito con
alcune foglie secche, le gettò nella fiamma, che l'ebbe divorate in un
momento, e disse tra se stesso fremendo:
--Oh, quando mi venne in mente di ritornare in Firenze!....--
Niccolò, udite queste parole s'alzò, gli pose una mano sulla spalla, e
con voce dolce e grave al tempo stesso gli parlava così:
--Lamberto, non sei tu fiorentino? Non è questa la tua patria, ora
minacciata da tanti nemici? E ti potresti pentire d'esser venuto ad
ajutarla? Lo sa Iddio se io vorrei colla vita poterti liberare dal
tuo giusto dolore.... così avesse Iddio voluta la mia morte e non la
mia vergogna!.... Ma chi potrebbe levar la fronte contr'esso, contro
il voler suo?.... Il male non ha rimedio!.... e questo male è mio, è
tuo, è di questa povera casa, di poche persone private.... e dobbiamo
noi averne pensiero, dobbiamo tanto curarlo, quando un male immenso,
una rovina universale ed imminente sovrasta alla patria nostra? Oh
Lamberto! qui i vecchi, le donne, i fanciulli hanno posto mano alla
difesa, e tu....--
--Oh! non mi dite altro, messer Niccolò, chè mi trafiggete l'anima....
E stato un momento! che alla fine il cuore non è poi di bronzo.... Sì,
messer Niccolò, sì, padre mio (che a dispetto della fortuna io non vo'
più chiamarvi altrimenti) questo braccio, questo sangue è di Firenze:
le mie forze, la mia vita, tutto consacro alla patria, alla difesa di
questo popolo e della nostra libertà.... Iddio volle togliere tanto
bene, tanta dolcezza della mia vita? Sia benedetto il suo santo nome,
che la maggiore di tutte non me la tolse, quella di combattere e di
morire per la terra ove nacqui, in difesa di quelle mura che chiudono
i miei cari, i miei amici, i miei fratelli! Mi vedrete da' merli
combattere, cader nel mio sangue; direte: Lamberto è morto da virtuoso,
da forte cittadino, e rimarrò per sempre nel vostro cuore, nella
vostra memoria... Oh! padre mio, io parlai come un pazzo.... ma perder
in un momento ciò che per tanti anni s'è tenuto di mira come il sommo
de' beni! che s'è comprato con tanti travagli!.... son uscito di me....
perdonatemi. Oh! quanti si stimerebbero felici,... ora lo conosco....
quanti benedirebbero Iddio di poter dare alla patria la vita! e debbon
consumarla vilmente, e perderla alfine inutile ed oscura!.... Ed io
invece?... Dio, ti ringrazio, ti ringrazio o Cristo nostro re, che
m'hai raccolto sotto la tua bandiera!.... non si parli più d'altro,
padre mio, non si parli più di nulla.... combattere, vincere o morire
per la patria, per la sua libertà....--
E nel dir queste parole avea la faccia levata, gli occhi scintillanti.
Niccolò l'abbracciava con impeto d'affetto e d'allegrezza, e la povera
Laudomia, che era stata sempre attenta e muta durante questo colloquio,
si trovò, senza avvedersene, avere stretta tra le sue mani candide e
delicate, la robusta destra di Lamberto.
Tornata in se dopo un momento lasciò quella mano, ed un poco dopo,
arrossita, uscì dalla camera dicendo andava a dar gli ordini, onde i
cavalli ed il famiglio di Lamberto fosser messi al coperto.
I due rimasti, sedutisi al fuoco, seguitava Niccolò:
--Bene hai detto, Lamberto; ora è tempo da pensare non ai nostri, ma
ai casi di questa povera patria. Ma stiam di buon animo; tutto quanto
accade, è stato predetto dal nostro santo maestro: più s'aggrava il
flagello, e più si fa vicina la corona e il trionfo, più sembrerà
inevitabile la ruina, e più ci sarà d'appresso il soccorso. Quando
e' parrà che tutti gli uomini ci abbiano abbandonati o traditi,
allora sorgerà la virtù d'Iddio, allora i suoi angeli scenderanno su
queste mura a difenderle. Così predisse fra Girolamo. Chi potrà dire
che una sol volta egli abbia mentito? Vengan tutte l'armi del papa,
dell'imperatore; vengan tutti gli eserciti della terra, potranno
essi star contro la spada d'un sol serafino? Contro quella spada che
precipitò Lucifero negli abissi?--
Lamberto, che stava immobile fissando il fuoco, rispose così colle
labbra:--Voi dite il vero--tanto per mostrare d'aver ascoltato, ma di
tutto il discorso del vecchio non avea udita neppur una sillaba. I
pensieri che gli agitavan la mente, eran troppo potenti perchè fosse in
istato di dar retta ad altro. Diceva a se stesso--Tu abbandonasti la
mamma vecchia, inferma, già con un piè nella fossa, tutto per costei,
per guadagnarti il suo amore, per meritar la sua mano. Eccoti tornato.
Dov'è tua madre? Morta. Dov'è la Lisa? Peggio che morta--è fuggita con
un traditore!.... Oh! è giusto Iddio.
Fortuna pel povero giovane che era partito d'accordo colla madre,
ch'essa l'avea benedetto; ove la cosa fosse andata altrimenti, ora il
dolore l'avrebbe morto.
Niccolò intanto per isviarlo più che potesse dal pensiero delle sue
sventure, ed accenderlo in quello della difesa, proseguiva:
--Ma perchè Iddio all'ultimo ci ha promesso il suo ajuto, non per
questo dobbiam lasciar d'ajutarci, fin dove giungon le forze e la
vita. S'è pensato a tutto, Lamberto: e le cose son governate in modo
che quest'esercito vuol far poco profitto. Per ora intanto, chi si
vantava d'inghiottirsi Firenze in un sorso, non è stato neppur capace
di vincere il campanile di S. Miniato....--
--Ditemi, messer Niccolò--interruppe Lamberto, ma la parola gli morì
sulle labbra. Voleva domandar di sua madre, parlare de' suoi ultimi
momenti, sapere se avea pronunziato il suo nome, se prima di passare
avea chiesto poterlo vedere, se l'avea benedetto, se pareva adirata con
esso lui, se gli avea perdonato il suo allontanamento, e cent'altre
cose. Ma al momento di muover la parola glie n'era mancato il coraggio.
Vi sono tali ferite del cuore tanto intime, tanto acerbe ed irritabili,
che non v'ha modo a trattarle. Difficilmente l'uomo s'attenta a
palesarle, a parlarne; sembra che que' pensieri stessi già tanto
dolorosi quando pesan sull'anima taciti e profondi, espressi colla voce
si farebbero troppo enormi e tremendi; e si sente che esacerbati d'un
sol grado diverrebbero maggiori delle forze dell'uomo. Rimase perciò un
momento sospeso, e ripetendo poi la frase, ma con mutato pensiero:
--Ditemi, messer Niccolò. Sapete ove s'è riparata vostra figlia?--
--Vuoi dir la Lisa.... che la mia figlia è Laudomia. Rispose il vecchio
con volto severo. Non lo so, e non mi curo saperlo. Tieni a mente,
Lamberto, che prima di fermare un proposito, vi penso. E fermato ch'io
l'ho, non mi muto. Ora parliam di Firenze. Pensiamo al fatto tuo. Tu
sei a cavallo, tu hai indosso l'arnese d'un uomo d'arme. Se vuoi darmi
retta, ti porrai nella compagnia dell'Arsoli. Egli è valent'uomo; la
sua è buona gente, e di cavalli n'abbiam mestieri, per tener aperti i
passi e pulito il contado verso Mugello, ove già scorron quelli del
marchese del Vasto.--
--Così farò.... Ma e colui.... Quel Troilo, dov'è?....--
--È in campo.... Oh! che pensieri ti giran nel capo? Vorresti tu?....
non sai ch'è suo marito?... Se l'incontrerai in battaglia passagli
il petto colla spada,.... ti è lecito.... ma non dubitare, ciò non
avverrà.... i traditori non s'incontrano in battaglia. Orsù, levati di
questi pensieri. Sii uomo, Lamberto.--
Il giovine percosse col pugno sul cosciale di ferro, e balzò in piedi.
--Voi avete mille ragioni. Andiamo dunque dall'Arsoli, e poniamoci alla
bisogna.... E, appunto... neppur vi domando dei fratelli. Che n'è di
Baccio?--
--Morto in battaglia.--
--Di Bernardo?--
--Morto in battaglia.--
--E Bindo, e Vieri ed Averardo.--
--A difender le mura, e seguitar i fratelli se così avrà fissato
Iddio.--
--Ah sì! seguitiamoli, e Dio voglia chiamar me per il primo, chè
l'uscir di questa vita sarà uscire d'un gran travaglio.--
Ed in quella si mosse per andarsene. Ma il vecchio lo fermò. Aperse un
forziere, e trattone un mazzo di chiavi:
--Queste, disse, son le chiavi della casa ove stava la povera Nunziata.
Ma prima d'andarvi fa di parlare col Fivizzano in S. Marco. Egli deve
dirti cosa che importa.--
--Oh, madre mia benedetta!--disse Lamberto prendendo quelle chiavi e
baciandole: e due lagrime gli scesero per le gote.
--Tua madre è in miglior luogo che non siam noi. E morì benedicendo
Iddio d'avere in te un figliuolo valentuomo e dabbene.--
--Dite voi il vero?--chiese Lamberto tutto tremante, e mutato in viso
l'immenso conforto che gli arrecavano quelle parole.
--Sì, ti dico il vero, e il Fivizzano, che la confessò agli estremi, ti
confermerà il mio detto.--
--Oh! lodato... ringraziato sia Iddio mille volte, e quell'anima santa
e pura che ora è beata nella sua gloria!--
E in così dire il valente giovane abbracciò il padre dando in un
pianto d'allegrezza; chè proprio gli parve rinascere a nuova vita.
Stato così un momento si sciolse da quell'abbraccio ed uscì, senza più
volgersi, mentre Niccolò gli diceva:
--Ricordati che questa è casa tua, e quando non sii comandato, qui è
già fatto il tuo letto. Or va, e più tardi lasciati rivedere.--
Lamberto prese verso S. Marco; e dove poco prima il domandar di sua
madre gli metteva si può dir terrore, adesso invece tutto mutato per le
parole di Niccolò, non vedeva l'ora di trovarsi con chi gli parlasse
di lei e potesse soddisfarlo sui mille particolari che ardeva di
conoscere. Portarsi col pensiero nella sua vita avvenire, e trovarsi
solo, senza la sua Lisa, colla continua memoria d'esserne stato sì
bruttamente tradito, era tremenda sventura, di quelle però che non
abbattono, anzi talvolta servono ad elevare un'anima forte e virtuosa.
Ma durare i giorni, i mesi e gli anni; invecchiare; e sempre con quel
rimprovero in cuore, tua madre morente ti cercò invano intorno al suo
letto, le sorse nel cuore il pensiero di chiamarti ingrato, un altro
chiuse le sue pupille, compose le sue membra gelate.... Questo era tale
strazio che non valeva ad affrontare neppur col pensiero. Ed in fatti
qual tempra umana è forte abbastanza per stargli a paragone?
Smanioso d'uscir del tutto di questa angoscia, e con un'impaziente
speranza che le parole del frate avessero a sollevarlo interamente fu
tosto alla porteria del convento. Per l'ora tarda durò fatica a farsi
aprire; pure nominatosi, fu messo dentro, ed in pochi momenti si trovò
nella cella di Fra Zaccaria da Fivizzano.
--Son io, son Lamberto! disse al frate attonito che un uomo tutto
coperto di ferro, venisse con tant'impeto a quell'ora nella sua cella.
Sono scavalcato in casa i Lapi, sarà un'ora.... So tutto.... Niccolò,
povero vecchio, egli stesso m'ha narrato della Lisa.... Iddio vuol
così!.... Ma so che avete a parlarmi, che foste voi a chiuder gli occhi
alla povera mamma mia.... perdonatemi s'io son venuto a darvi disagio a
quest'ora.... ma non ho potuto aspettare a domani. Oh! consolatemi, chè
n'ho mestieri! Ditemi che mi benedisse, che non mi chiamò sconoscente,
che mi perdonò d'esser lontano! Oh, parlate, per l'amor di Dio!...--
--Lamberto, rispose il frate abbracciandolo, tu sei un giovin dabbene,
e questi tuoi timori ne fanno fede. Ora chetati: la Nunziata era madre:
ma era madre animosa, e t'amava per te, e non per se stessa. Sì, ti
benedisse, e ben lungi dal far sinistro giudizio sul fatto tuo, mi
disse che moriva contenta vedendoti sulla via di divenir un valent'uomo
ed un uom dabbene. Se Iddio, mi diceva, vuol negarmi il conforto
d'averlo qui ora accanto al mio letto, sarà forse pel nostro migliore;
sarà meno amara quest'ultima dipartenza, ed egli vorrà sciogliermi così
d'ogni pensiero di quaggiù onde mi volga tutta a lui ed ai pensieri
dell'anima. Due ore prima di passare, (era la sera sull'imbrunire)
mi chiamò, e mi disse: Fra Zaccaria, tirate in qua quel deschetto,
sedete qui al capezzale, e scrivete quattro parole ch'io ho in animo
di far avere a Lamberto mio. Lo conosco: avrà bisogno di conforto per
più d'un verso. Io scrissi e suggellai il foglio. Poi soggiunse, sento
che mi si va spegnendo il anelito: un altro poco, e non potrò più
parlare: quest'ultimo fiato che m'avanza sia per Lamberto mio, e stesa
la mano tremula, come tu fossi stato ivi presente e ginocchioni e te la
ponesse sul capo, aggiunse: «Ti prego, Dio onnipotente, di benedire il
figliuol mio com'io lo benedico: fallo buono in questa vita, e beato
nell'altra.» Non potè dir altro. Non parlò più, e passò tranquilla e
serena.--
Lamberto fin dal principio di questo discorso piangeva come un bambino;
Fra Zaccaria gli porse il foglio, che il giovine baciò mille volte, ed
ebbe in un momento reso tutto molle di lagrime.
--Piangi, che n'hai ragione; diceva il frate commosso; piangi Lamberto,
che nessun amore vale l'amor d'una madre, e quando la morte l'ha spento
niun altro lo compensa. Ma che dich'io spento? egli è fatto più puro,
più ardente in quell'amore immenso che tutto vede, che numera le nostre
lagrime, per volgerle poi in altrettanta allegrezza. Essa t'ama lassù
in paradiso, quanto t'amava in terra, e più se fosse possibile; essa
compatisce questo tuo dolore, t'è grata di questo pianto.--
--Ah! ch'io fui uno sciagurato, esclamava Lamberto raddoppiando i
singhiozzi, dovevo prevederlo, essa, poveretta, mi lasciò partire
perchè... pensava a me solo..... a vedermi contento..... ma io dovea
prevederlo.... a lasciarla così sola.... chè la malinconia, il
timore de' rischi ne' quali m'avvolgevo.... dovevo pur saperlo, che
non avrebbe potuto durare a questa passione continua, che il dolore
l'avrebbe uccisa!--
--Ascoltami Lamberto. Accade talvolta nel risolvere un partito che in
qualche modo si cade in colpa. Se a te paresse d'aver fallato, non
sia mai ch'io ti ritragga dal sentirne dolore, e dal chieder perdono
a chi meglio di noi conosce il cuor nostro. Ma per quel ch'io so di
te, e della mamma tua, per quell'autorità che dalla Chiesa si comparte
a' suoi ministri, ti dico di non affannarti più oltre con questi
timori. Io ti fo sicuro del cuor di tua madre, ed in quel foglio ne
troverai miglior riprova che non sono le mie parole. Ora dunque datti
pace.--Lamberto intanto impaziente di leggere lo scritto della madre
s'era accostato al lume spiegando il foglio, ma Fra Zaccaria gli disse: