Il coraggio tuttavia che mostravan quest'infelici all'appressarsi

della battaglia, era, più che altro, la cupa rassegnazione de'

disperati. O le palle dell'artiglierie nemiche traversassero la loro

folta, o percuotendo nel corpo della galera la mandassero a picco,

o, come spesso accadeva, questa venisse incendiata, essi non vedean

che la morte. Certa, atroce, senza difesa, senza potersi, incatenati

com'erano, in verun modo ajutare, senza provare veruna di quelle

impetuose passioni che fanno agli uomini parer men duro il morire,

potean essi sentire amor di patria, furor di parte, superbia del

vincere, onore guerriero? Neppur quel sanguinario e bestiale istinto

che spinge uomo contro uomo nel furor del combattere, neppur di

quest'ebbrezza potevan giovarsi. Mentre i soldati, i marinai, gli

uomini liberi della galera potevano muoversi, agitarsi, combattere,

procurare in qualche modo la vittoria o lo scampo, ad essi toccava

vogare e tacere, e lasciarsi uccidere o mutilare sempre tacendo e

vogando, chè ad ogni atto meno servile li aspettava il nerbo e talvolta

la daga dell'aguzzino.

Indietro, sulla poppa che s'alzava in pendìo, coi lati scolpiti al

di fuori, rabescati, dipinti e dorati soventi volte; coperta di belle

cortine a nappe e drappelloni, cui reggevano cerchi in traverso e tre

aste pel lungo, in questo luogo eminente stavano il capitano della

galera ed i principali uffiziali delle milizie imbarcate. Qui, sopra

l'ultima punta, che rimaneva sospesa sul mare assai indietro dal corpo

della nave, eran tre gran lampioni che s'accendevan la notte. Qui

sventolava la bandiera di Genova, la Croce rossa in campo bianco, e

questa medesima impresa si vedeva sulle banderuole e le fiamme che in

gran numero adornavano le antenne e gli alberi della galera.

Armi, remi, sarte, ciurme, marinai, soldati, ufficiali, tutto era

pronto, tutti erano ai loro posti, la maggior parte fissando gli

sguardi alla gaggia dell'albero maestro, d'onde un marinajo di guardia

doveva gridar _all'erta!_ tosto che vedesse il navilio nemico. L'onda

larga e cerulea rifletteva nel suo concavo la tinta purpurea de' remi

e de' lunghi fianchi delle galere, le dorature della poppa, il bianco

delle vele, il lampeggiare dell'armi, i varii colori de' pennoni, delle

bandiere, e quelle tinte riflesse parevan più vivide pel contrasto

delle candide spume che le attraversavano prodotte dal solcar delle

carene.

Cinque galere, distanti 50 braccia l'una dall'altra, formavano la

battaglia: tre s'erano allargate in mare per tornar poi sul fianco,

od alle spalle del nemico, quando fosse incominciata la musica. Molti

legni minori armati ottimamente si teneano sui lati per nuocer co'

tiri delle moschette e degli archibugi.

Sul castello di prora della capitana stava ritto Lamberto con un

morione in capo in cima ai quale era fissa una lunga penna color

d'amaranto. Il busto, le braccia e le cosce eran coperte di ferro

brunito e misto a strisce d'oro. Le calze larghe sopra il ginocchio,

strette sulla gamba, del medesimo color della penna: in braccio

una rotella foderata di velluto trapunto, e nella destra una spada

larga quasi un palmo presso l'elsa, forte ed acuta sulla punta, con

un'iscrizione lungh'essa che diceva: _Proemium virtutis_; arme

guadagnata da lui col suo valore, chè il tempo saltato a piè pari da

noi con tanta disinvoltura, egli non l'avea nè giuocato, nè trascorso

colle mani alla cintola.

Anche prima d'aver colla Selvaggia quell'incontro notturno che abbiamo

narrato si sentiva spinto, come dicemmo, a cercar la sua ventura

altrove. Dopo averla udita ed aver conosciuto qual tempra ardente

avesse costei, che difficilmente si sarebbe tolta dal proposito di

volerlo ad ogni costo far suo, stimò più sicuro e più onesto partito

lasciare il campo, e preso tosto commiato da Orazio Baglione uscì la

mattina dopo col suo servo svizzero dagli alloggiamenti.

S'egli avesse voluto condursi cogl'imperiali avrebbe potuto aggiustar

bene i fatti suoi. Ma egli stimava che alla fortuna di Francia andasse

unita quella di Firenze. Pensava che l'animo di Carlo V, fosse

dominare l'Italia, e quello di Francesco I e de' Francesi, donarle la

libertà. Povero Lamberto, si vede bene che era giovane!

Il più rinomato de' capitani italiani che seguissero le parti di

Francia era in quel tempo, senza contrasto, Andrea Doria. Lamberto,

dopo non molti giorni, fu a Genova, ottenne di seguirne la bandiera, e

salì sulle sue galee che si movevano per cercare e combattere l'armata

che Ugo di Moncada, vicerè di Napoli, conduceva dalla Spagna sulle

coste del regno di Napoli. Nella battaglia ove questi fu vinto e volto

in fuga, Lamberto, sotto gli occhi d'Andrea, saltò il primo sulla

capitana nemica, ed ebbe, in premio di questo fatto, la bella spada che

brandiva ora aspettando di combattere per la seconda volta lo stesso

nemico.

Nel poco tempo passato col signor Giovanni avea scritto una volta a

sua madre ed a Niccolò; un'altra lettera avea mandata da Genova prima

d'imbarcarsi, ma in quel tempo non v'eran le poste ordinate come al dì

d'oggi, ed una sola volta egli avea potuto, dopo molto tempo, ricevere

una risposta di Niccolò. Quantunque vivere così al bujo di ciò che più

strettamente gli premeva fosse per lui doloroso oltremodo, si consolava

però pensando di quanta gioja gli sarebbe stato cagione il ritornar poi

improvviso, e degno d'offrir la sua mano alla Lisa.

Bastino questi pochi cenni per non lasciar nella vita di Lamberto una

troppo lunga lacuna. Ora torniamo all'armata di Filippino.

Il sole scendeva già verso l'occidente, ed il capitano genovese

pensando che per quel giorno non avesse più a mostrarsi il nemico,

stava per dare il cenno di volger le prore a Salerno, quando dalla

gaggia della galera sulla quale era Lamberto fu gridato con voce

lunga--Vela a Maestro!--Un sordo mormorìo, un fremito, un agitarsi

senza confusione tra le ciurme e i soldati, tenne dietro a questo

grido, e nel tempo stesso s'alzò la voce sonora d'ogni capitano che

dava gli ultimi comandi. Per una corda che era attaccata alla cima

dell'albero maestro della capitana (essa era posta in mezzo della linea

di battaglia) si vide correr veloce all'insù la bandiera dei Doria, che

vi si fermò spiegandosi e sventolando al soffio del vento, ed un urlo

generale e simultaneo di tutta l'armata, salutando questo segno della

battaglia, rimbombò sul mare e ne' monti di Salerno.

I remi, ch'eran prima sospesi ed immobili, si tuffarono tutti in una

volta nel mare, le galere, mosse da un solo volere, partirono insieme

veloci come saette scoccate, lasciando dietro l'onda biancheggiante

e agitata. Dopo la prima vela n'era intanto comparsa una seconda, ed

uscivan di dietro gli scogli del promontorio di Campanella, poi un'

altra ed un'altra, infine in ispazio di mezz'ora le due armate si

trovarono a fronte a poco più d'un tiro di cannone.

Filippino d'Oria, uomo di mezzana statura, asciutto, tutto nerbo,

stava a poppa sulla spalla destra della galera sotto lo stendardo,

luogo ch'egli doveva, come capitano dell'armata, occupare durante la

battaglia; coperto d'armi splendide e dorate, non mostrava che il viso

abbronzato dal sole, indurito al vento ed all'intemperie marine, e

quanto ai lineamenti, vero tipo dell'ardita razza de' marinai genovesi.

E marinajo, anzi uomo di mare perfetto, potea dirsi il nipote d'Andrea,

chè alla scuola d'un tanto uomo aveva appreso a dirigere l'evoluzioni

d'una armata non solo ma il corso altresì d'una galera come un semplice

piloto. E se accenniamo questo suo merito, egli è perchè in quel tempo

presso molte nazioni (tra' francesi, verbigrazia) erano soventi volte

eletti a capitani di guerre marittime, gentiluomini esercitati soltanto

nella milizia di terra, i quali, lasciando intieramente ai nocchieri la

cura delle cose navali, si riserbavan solamente la suprema direzione

dell'impresa, non avendo nelle battaglie altro pensiero, fuorchè

combattere arditamente alla testa de' loro soldati, com'avrebbero fatto

sugli spalti d'una rocca o d'una trincea.

Ai fianchi di Filippino erano il tenente della capitana e monsignore

di Croy, mandato da Lautrec sull'armata con trecento archibusieri di

rinforzo: altri uffiziali stavan in luogo meno eminente presso il primo

remo di destra, che avea sette galeotti invece di cinque (e tanti ve

n' era dai due lati ai quattro primi remi dalla banda di poppa dai

quali veniva regolata la voga), e sulla spalla sinistra, anch'esso al

suo posto di battaglia, il proprio capitano della galera, tutti colle

ciglia strette e le pupille fisse nei legni nemici, studiandone i

disegni ed i moti, colla seria, tranquilla e risoluta impostatura,

che gli uomini più valenti non acquistano ne' pericoli se non dopo

lunghissime prove.

Il nostromo[27] era in capo alla corsia presso la poppa con un valido

nerbo sotto l'ascelle, una mezza spada larga e tagliente appesa al

fianco, senza fodero, e le braccia intrecciate sul petto; avea in

capo un cappello di ferro basso e rugginoso, un giaco indosso, larghi

calzoni in gamba, ed i piedi nudi.

Otto, tra comiti[28] ed aguzzini, venivan passeggiando su e giù per la

corsia, osservando con sguardi lenti e di traverso se ogni galeotto

facesse il dovere; ove taluno rallentasse la voga, si vedean con moto

rapidissimo descriver in aria la figura d'un 8 col nerbo, che cadeva

fischiando sulle spalle del colpevole, ed al tempo stesso de' suoi

vicini; di torre la misura con precisione poco si davan pensiero

costoro.

Tuttociò si faceva nel più alto silenzio, chè la rigida disciplina

delle galee genovesi non permetteva parole quando gli ufficiali erano

al loro posto di battaglia; nè s'udiva altro strepito fuorchè quello

dell'onda alternatamente percossa, il gemere delle sponde sotto il

pigiare de' remi, ed il suono delle catene che s'urtavano nel rizzarsi

e nel ricader grave de' galeotti sulla loro panca.

Benchè nessuno parlasse, il nostromo tuttavia si volgeva tratto tratto

guardando in viso ora il capitano, ora Filippino, quasi aspettando un

comando che a quel punto gli sarebbe parso opportuno.

Per intendere ciò che or ora diremo convien sapere, che tra gli ultimi

apparecchi d'una galera che si disponeva a combattere, v'era quello

d'innalzare due specie di serragli, o trincere, che la tagliavano

pel traverso: uno a prua dietro le artiglierie, l'altro all'albero

di maestra, e venivan detti bastioni. Ognuno di questi bastioni

era composto di due assiti alti sei braccia, retti da stili che si

piantavano sulla corsia e sulle sponde. Lo spazio tra i due assiti,

d'un braccio all'incirca, si empieva di gomene rotolate e ravvolte,

e la facciata verso prua si vestiva di torciglioni di paglia. Si

veniva così a fermare, o rallentare almeno le palle d'artiglieria che

infilando pel lungo la galera avrebbero menata troppa strage tra la

ciurma; ovvero, accadendo che nell'arrembaggio fosser saltati i nemici

sul legno, si poteva di dietro questi ripari prolungar la difesa, e

talvolta rannodandosi e facendo impeto ricuperar la parte perduta della

galera.

Il nostromo dunque, come abbiam detto, si volse più volte a' suoi

maggiori, finchè il capitano, conosciuto il suo pensiero, disse a

Filippino:

--Se Uscià crede, alzaremo el bastion de prua.--Il Doria accennò col

capo di sì, ed il nostromo, dando un Oh! prolungato che avvertiva i

marinai di star attenti al comando, disse: «Oh! dò trincheto! A alzar

el bastion de prua!»

A quella voce sorse a prua un rimescolio senza disordine tra marinai, e

si vider sorgere a un tratto gli stili, l'assito e le gomene a fasci,

che si collocarono nel modo anzidetto. In cinque minuti tutto fu

all'ordine, e gli uomini che avean condotto questo lavoro, ripresero i

loro posti e la loro immobilità.

Un frate cappuccino, cappellano della galera, s'era intanto messa una

stola, e ritto nel mezzo del castel di poppa, con un rituale in mano

recitò alcune preghiere, poi alzò la mano e segnò d'una gran croce la

ciurma ed i soldati, che tutti, dal Doria all'ultimo mozzo fecero il

segno di croce: poi Filippino levando la voce, disse:

--Animo ragazzi, col nome di Dio.... e di S. Gio. Battista.... la

giornata sarà buona.... Otto galere contro sei! guardate! guardate come

vengono! Pel Santo Catino, che non prendono più di quattro palate per

voga![29].

E Filippino ed i suoi ufficiali ed il nostromo sorridevan vedendo

l'andar de' remi incerto ed irregolare delle galere nemiche.

--Orsù, proseguiva il Doria, spero che ognuno farà il dovere come il

solito per l'onor di Genova e in servigio del re Cristianissimo...

Nostromo! Fa girar un barile per la ciurma.--

Il comando venne tosto eseguito, e gli aguzzini portarono intorno un

caratello di vino, che passando ad ogni panca de' rematori, i quali

bevevano ognuno alla sua volta, produsse miglior effetto che non il

pensiero d'illustrar Genova o servire il re di Francia.

--Ora, monsignore, disse Filippino al capitano degli archibusieri

francesi, fate che i vostri uomini si tengan pronti, che, viva Dio,

voglio che andiam a ber un bicchier d'Alicante a bordo della reale di

Spagna.--

--_Ce ne sera pas moi qui y ferai faute._--

Disse lietamente il francese, e volto ai suoi, dopo alcune parole per

animarli, levò in alto la spada nuda gridando, com'era l'uso di sua

nazione «_vive le Roi_!» ed a questo grido si unì quello di «viva

Genova» mandato dalle genti del Doria; e più da lungi, l'altro di

«_viva Espana_» che levavan le galere nemiche.

Le due armate s'erano intanto avvicinate a mezzo tiro di cannone; e

Filippino accennando al timoniere, che teneva in lui fisso lo sguardo,

e parea indovinasse ed eseguisse istantaneamente ogni suo pensiero,

veniva regolando il corso della galera per giungere a porla in faccia

alla reale di Spagna, non tanto diritta da esser infilata dalle

artiglierie di quella, e non tanto di traverso da non poterla cogliere

colle sue nella diagonale più stretta che fosse possibile. Anche gli

spagnuoli cercavan questo vantaggio, ma meno esperti e men destri non

si movean che a stento, e mal sicuri.

--Bombardieri, ai vostri pezzi! ed attenti!--gridò Filippino. Poi volto

al capo della ciurma:

--Voga tutto![30] nostromo!--

Questi si lanciò in mezzo alla corsia col nerbo in aria gridando:

--Arranca! arranca!--

Ed il medesimo grido ripeteano i comiti e gli aguzzini, scaricando una

tempesta di nerbate a dritta ed a manca sui galeotti, che raddoppiando

la velocità e gli sforzi si vedeano curvar i dorsi, stender le braccia,

nelle quali i muscoli enfiati parean guizzar sotto la pelle, e la

galera spinta con nuova e validissima foga prese a volar sull'onda come

una slitta sovra uno stagno diacciato.

Filippino era tutt'occhi. Vede giunto il momento, si getta alla stanga

del timone, e piegandola egli stesso di forza fa orzar la galera, la

trova al filo ch'egli voleva, grida:

--Fuoco!--

Ed un tremendo scoppio de' cinque pezzi di prora sembra generar per

incanto una nuvola densa e bianchissima che occupa un momento tutto il

davanti della galera. Filippino che pel frapposto fumo non vedeva il

nemico, si piegò tutto fuor della sponda e fece un gesto d'impazienza,

non potendo neppur così scorger l'effetto de' suoi tiri. Ma presto un

fiato divento dissipò il fumo, e la reale di Spagna apparve piegala

sul fianco pel peso del suo trinchetto, che scavezzato al calcio, era

caduto parte tra la ciurma, parte nel mare. I marinai ebber però presto

coll'accette troncato quell'albero affatto, e spintolo fuor del bordo,

la galera si rizzò, e cominciò anch'essa a sparare, coprendosi di fumo

che s'innalzava a globi densi, vorticosi, ora grigi, ora bianchi, ora

per gli opposti raggi del sol cadente, dorati e trasparenti sui lembi.

--Viva Genova! e avanti, chè la reale e nostra! gridò Filippino lieto

del felice principio, e di vedere i suoi legni tutti ottimamente

diretti, saettar con spessissimi tiri il nemico, che anch'esso per

verità rispondeva a dovere. La moschetteria tempestava anch'essa da

ambe le parti, onde presto il limpido sereno del cielo rimase occupato

da una caligine densa e rossastra nella quale pareva nuotasse il disco

del sole sanguigno e senza raggi, come fosse di rame liquefatto.

E la capitana sempre avanti; diritta, veloce, fulminando dalla prora

fuoco intensissimo, chè il Doria avea in animo, senz'andar per le

lunghe, investir la reale, mandarla, se poteva, a picco coll'urto dello

sperone, o prenderla all'arrembaggio.

L'aria era piena d'un tuono altissimo e continuo che non toglieva però

d'udire il sibilo incessante delle palle che passavano a centinaja dai

lati o sul capo, e talvolta percuotevano, scrosciando per gli alberi,

l'antenne, le sponde, e ne staccavano scheggie e frantumi, senza però

che sin ora avessero arrecato gran danno.

Alla fine pure una grossa palla d'un corsiero[31] s'aprì la strada con

fracasso tra gli assiti del bastion di prua, e presa in traverso la

galera, portò via, fracassandole, quante membra di galeotti trovò sulla

sua via.

I vicini di quest'infelici, coperti dal sangue e dall'interiora

palpitanti de' compagni, che sconciamente mutilati giacevan morti,

o guizzavan mal vivi e gementi sotto le panche, parvero arrestar la

voga quando più importava renderla impetuosa, ed alcuni mandaron grida

lamentevoli e disperate.

--Nostromo! Perdio!--

Gridò Filippino furibondo alzando la spada, ed il nostromo invelenito

anch'esso s'avventò co' suoi aguzzini verso quei disgraziati, e, non

più col nerbo, ma colla mezza spada, ora di piatto, ora di taglio,

menava arrabbiato su que' dorsi nudi, gridando:

--Arranca, canaglia!.... Che v'insegno io la paura.... avanti! avanti!

Tappo in bocca, tutti![32] e poi urlate se potete!....--

E colle piattonate, e co' tagli ajutando le parole ebbe presto ottenuto

che ognuno avesse in bocca il suo sughero, e si riprendesse con nuovo

vigore la voga.

Filippino era sempre al timone, arrabbiando di non poter pel densissimo

fumo, ed anco perchè l'aria, tramontato il sole, si veniva a mano a

mano oscurando, discernere bene la reale di Spagna ed il preciso luogo

ove disegnava percuotere collo sprone.

Ma la fortuna, che volea favorirlo, gli mostrò a un tratto in uno

spazio di cielo, ove il fumo per un momento fu spazzato dal vento, la

punta dell'albero di maestra della galera nemica, attorno al quale si

ravvolgeva ondeggiante il grave pennone giallo e vermiglio di Spagna.

Ciò gli bastò per calcolare ove dovess'essere il castello di prora;

volse la stanga con furia, e gridando:

--Attenti! Ad investire!--

Avviso troppo necessario affinchè ognuno si fermasse in sulle gambe e

s'apparecchiasse a saltar sul legno nemico, approfittando di quel primo

disordine.

Passò un minuto di terribile aspettazione, di più fitte e tremende

nerbate a' galeotti, di più rapido andare del legno, d'indescrivibile

ansietà ne' combattenti, ed alla fine accadde il gravissimo scontro,

con un fremito, un crocchiar sordo ed interno di tutti i costati della

galera, che a un tratto l'arrestò, quasi urtasse in uno scoglio,

ficcato il suo sprone per isbieco nel castello di prora della nemica.

Si gonfiò l'onda di sotto, e sorse lanciata in aria tra le due galere,

in alti e candidi spruzzi; molti, ancorchè stessero in avviso,

traballaron nell'urto e cadder travolti nel mare: le antenne, le sarte,

i remi s'intrecciarono, si percossero, si scompigliarono rompendosi,

e volando in pezzi: dalle gagge piene d'archibusieri crebbe il

grandinar delle palle, e da ambe le parti, quanti potevano combattere,

s'avventarono verso quel luogo, ove pel combaciarsi delle due galere

era possibile, se non facile, il trapasso dall'una all'altra, e qui

si accese la più furiosa e disperata battaglia ad armi bianche, a

spade, a daghe, a coltelli, a pesanti e larghissime accette, un lottar

sanguinoso ed ostinato, un afferrarsi, un sospingersi, un cadere, un

risorgere, un avventarsi, un ghermirsi continuo, che ad ora ad ora

diveniva più pauroso e micidiale per le crescenti tenebre della notte,

per l'angustia e stranezza dei luoghi ove s'avean a fermare i piedi, e

perla sopravvenuta agitazione dell'onde, che sollevate a poco a poco da

un gagliardo levante messosi in sul tramonto, venivan alte e minacciose

di traverso, ed arricciandosi cadevan impetuose sui fianchi e sulla

coperta delle fluttuanti scompigliate galere.

Ad illuminare questa scena infernale serviva in parte il lampeggiar

incessante delle cannonate e dei moschetti, e la luce de' fanali

posti a poppa delle galere, che all'annottar eran stati accesi, ma a

questo scarso ed incerto lume un altro se n'aggiunse tosto continuo

e splendente mandato da una galera spagnuola incendiata, che presto

divenne come una sola e grandissima fiamma trabalzata, or alta or

bassa, sul mare, dal gonfiarsi e dal comprimersi alternato dell'onde

sulle quali si rifletteva, scherzando in mille guizzi il gran fuoco.

Questo legno era lontano circa cinquanta braccia dai due attaccati,

e ne usciva luce vivissima, insieme colla vampa del caldo, e colle

disperate ed acutissime grida degl'infelici galeotti, che incatenati

alle loro panche, si sentivan rosolar le carni, senza potersi sferrare,

e perivan di mano in mano con lenta e crudelissima morte, senza che i

marinai o i soldati, scampati a nuoto o ne' palischermi, si curasser di

loro o pensassero ad ajutarli.

Ma nè questo tremendo spettacolo, nè il pericolo del probabile ed

imminente scoppio delle polveri sul naviglio incendiato non rattenevan

punto il furor del combattere sulla reale e sulla capitana, al disopra

delle quali trasvolavan tratto tratto nembi di faville e di fumo

fetente e denso, quale lo producon legni impeciati che ardano.

Filippino, appena ebbe condotta la galera a percuoter nella nemica,

lasciato al piloto il timone, s'era avventato con Mgr. De Croy, e co'

suoi ufficiali, nel luogo ov'era più stretta la zuffa, e tutti facean

bellissime prove della loro persona.

Lamberto, il quale già stava sul castello di prora col suo servo

Maurizio al fianco, e con molti degli archibusieri francesi d'intorno,

avea notato tra questi uno che gli s'era collocato a lato, e che invece

d'aver come gli altri suoi compagni un cappello di ferro in capo,

portava un morione che gli nascondeva il volto del tutto. Non ebbe però

tempo d'osservare a lungo costui, che le galere scontrandosi, cominciò

la descritta battaglia nella quale entrò Lamberto de' primi. E siccome

eran seco non pochi soldati che avean militato sotto il sig. Giovanni

nelle sue Bande, Lamberto s'avventò tra' nemici gridando:

--Viva il sig. Giovanni! a noi le Bande Nere!--

Quasi eccitando i suoi compagni a mostrarsi degni della loro fama: e

quando gli veniva fatto un bel colpo, alcuno di costoro gridavano:.

--Evviva Sforzino!--così gli uni cogli altri si facevan animo a

portarsi virtuosamente.

Dopo lungo contrasto, dopo infinite uccisioni, riuscì pur ad essi di

superar il nemico, ributtarlo, e gettarsi in folla nel suo naviglio,

e qui crebbe, se pur potea crescere, l'accanimento ed il furore nel

disputar palmo a palmo il cassero della galera, che lubrico pel sangue,

barcollante per l'agitazione del mare, parea ogni tratto sfuggisse di

sotto i piedi de' combattenti, ora sospinti e serrati gli uni sugli

altri, ora divisi, sbalzati, capovolti spesso fuor delle sponde, ove

molti, dal peso dell'arme, dai ripercossi flutti, eran tosto cacciati

al fondo, molti morivan feriti sul capo da quelli che ne' palischermi

attendevano a finire i nemici, e trarre gli amici dall'acqua, ed

alcuni pochi riuscivan pure, afferrandosi ad una prora, ad un remo

d'una qualche barchetta a campare; ed i concavi, i dorsi dell'onde

si vedean pieni di barche sbalzate dai cavalloni, di nuotanti, di

cadaveri, di mezzo sommersi, di frantumi di tavole e di remi spezzati;

chè la fiamma della galera incendiata rischiarava tutto d'intorno d'una

luce vivissima e vermiglia.

D. Ugo di Moncada, vicerè di Napoli, dopo aver fatto ciò che può farsi

per difender il suo naviglio, e conosciuto ch'egli era vinto e disfatto

senza rimedio, sdegnò arrendersi, e deliberò morire, ma far costar

cara la sua morte al nemico. Circondato da' suoi gentiluomini, e dai

capitani delle sue milizie, tra' quali era Cesare Fieramosca (fratello

di Ettore) Don Pietro Urias, Antonio Colonna, il M. del Guasto, e

molti altri, fece testa dietro l'albero di maestra presso la stanga

del timone, e chiuso in uno scintillante arnese damascato, coperto di

una rotella, col Toson d'oro sul petto, aspettò l'ultimo assalto delle

genti di Filippino, che affollate e ruinose, per la corsia gli si

serrarono addosso.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 15 / 51 段