Ella avea bensì tenuto dietro all'esercito, ma senza mai cavalcare di

compagnia con alcuno, nè far motto a persona. Lamberto la vide due o

tre volte trascorrergli accanto su un cavallo turco veloce e leggero

come un cervo, con un cojetto indosso ed una zagaglia in mano, e tosto

sparire tra la polvere sollevata dalla moltitudine che seguiva la

strada maestra. Un giorno che alcuni scoppiettieri tedeschi fecero un

poco di testa e convenne rompersi, la vide un tratto uscire correndo

dal folto dell'archibusate, e passandogli accanto senza fermarsi gli

gridò: _S'io non valgo per donna, valgo per uomo_, e via come una

saetta.

Passati alcuni giorni il valoroso e sventurato Giovanni de' Medici,

colpito in una gamba da una palla di falconetto, fu portato a Mantova,

ed in breve spazio di tempo passò di questa vita. Le sue bande piansero

amaramente la morte di quello che era stato tra essi il primo per

ardire più che per grado, vestitesi a bruno ebbero d'allora in poi nome

di Bande Nere, e mantenendo viva tra loro la memoria de' precetti e

degli ordini del loro capitano, furono sempre il terror de' nemici, e

sempre, ovunque percossero, rimasero vittoriose.

Lamberto che aveva sperato, seguitando la fortuna del sig. Giovanni,

salir presto a quel grado d'onde con suo onore potesse poi rivolgere

il pensiero alla Lisa; che all'ammirazione accesa in lui da gran

tempo dalla fama delle sue imprese, univa ora per esso un affetto

nuovo e vivissimo generato dalla cortesia colla quale n'era stato

accolto, provava doppio dolore e non sapea a qual partito appigliarsi.

Quantunque Orazio Baglione avesse ottenuto il comando delle bande,

e fosse pur uomo da guerra di molto grido, temeva Lamberto non

s'avessero a risolvere, o almeno a perder molto della loro riputazione

e quantunque ciò in effetto poi non avvenisse, il suo sospetto non era

però del tutto fuor di proposito.

Venne tratto da questa perplessità da uno strano incontro ch'egli ebbe

colla Selvaggia.

Egli non era sì poco accorto da non essersi alla prima avveduto che

costei gli avea posti gli occhi addosso, ed avea fatto disegno sopra

di lui. Diceva tra sè ridendo: «io non son tordo pel tuo carniere!»

pensandosi fosse suo solo proposito tentare, com'è costume delle

cortigiane, di spillargli i danari. Siccome quanto a questo si sentiva

sicuro non n'aveva un pensiero al mondo.

Una sera uscito un trar di mano dagli alloggiamenti, sedutosi sulla

riva sabbiosa del Pò, volgeva gli occhi al sol cadente che stava per

nascondersi dietro folte e lunghe file di pioppi onde era coperta

la riva opposta. Mirava scendere placida e maestosa la corrente del

fiume, che facea tremolo specchio agli alberi, ed all'infocato chiarore

dell'occidente.

Ripensava in cuore le belle sere d'estate in riva all'Arno, quando

fuor della porticciuola passeggiava lungo la sponda e vedeva il sole

tramontar dietro le colline d'Artimino. Si ricordava che da quei luoghi

volgendo a tergo lo sguardo verso oriente avea tante volte considerato

quanto bella ed augusta si mostrasse Firenze all'ultimo raggio del

sole, co' suoi palazzi bruni e merlati, le sue innumerabili torri,

i suoi ponti, le sue chiese. Vedeva colla fantasia la gran cupola di

Santa Maria del Fiore, e la palla dorata che da lontano, quando il

sole la ferisce di costa, pare una stella che si sia posta sulla sua

cima; vedeva il campanile di musaico del Giotto, l'altissima torre

di Palazzo, ed al sommo il Leone rampante della repubblica volgersi

a seconda de' venti; e pensava: «ti sei piegato, è vero, a molte

tempeste, ma sei pur sempre costì!»

Povero Lamberto! Non sapea che un tal vanto dovea presto cadere per

sempre insieme con quell'insegna.

Questo quadro bello, ma inanimato riceveva ad un tratto vita ed affetti

dalle immagini della Lisa, di Laudomia, di Niccolò, de' figli, de'

compagni d'infanzia; dalla memoria delle parole dette od udite, degli

sguardi, de' cenni, di quegli atti cui si finse non porre mente, ma che

sempre poi si sono serbati in cuore. Dall'amaro pensiero, e pur caro

al tempo stesso, dalla povera vecchia madre, che all'ultima dipartenza

aveva saputo spinger l'amor materno sino a velar con un sorriso di

speranza la rassegnata persuasione che provava di non rivedere più il

figlio che in cielo. Egli avea letto nell'ultimo suo sguardo questo

pensiero doloroso, e col cuore trafitto da uguale sospetto, aveva esso

pure simulata quella speranza che in effetto poco sentiva. Tali memorie

ora l'assalivano come un rimorso, e rimproverando se stesso diceva: «E

potesti lasciarla? E se non la rivedessi più?» e colla mano sugli occhi

piangeva.

La volta del firmamento si veniva intanto popolando di stelle, l'ultimo

crepuscolo mostrandosi appena all'occaso con una striscia di luce

rancia sulla quale apparivano le cime de' pioppi, mosse leggermente dal

vento notturno.

In quella sentì una pedata che s'avvicinava cheta cheta sull'arena.

Alzò il capo, e vide una figura bruna avvolta in un mantello che si

veniva accostando. Importuno! disse in cuore Lamberto, cui doleva venir

tolto a' suoi più cari pensieri, e stava per moversi onde evitarlo, ma

quella figura gli si era posta a sedere a due braccia distante, e dopo

un momento di silenzio con voce bassa ed umile gli diceva.

--Dimmi, o giovine, non hai tu lasciata nella tua terra una donna che

t'ama? che tu ami sopra ogni cosa al mondo? Non pensavi tu ad essa ora?

Rispondimi; che Dio ti consoli! Rispondimi schietto.--

La voce era di donna: Lamberto disse fra se stesso: «costei è la

Selvaggia!» e l'idea che una cortigiana si venisse a frammettere ne'

pensieri augusti e puri della patria, della madre, della sua Lisa, gli

fe' sentire il ribrezzo che si prova quando in mezzo a fiori odorosi ed

intatti si scorge appiattato un insetto brutto e schifoso.

S'aggiungeva poi il sospetto che quella comparsa improvvisa, a

quell'ora, in quel luogo solitario, fosse una trappola di costei.

--Oh! che c'entrate voi ne' fatti miei?--rispose Lamberto con voce

tronca ed altera.

--Oh! non c'entro; lo so, non son degna d'entrarvi..... chiedo

io tanto? Veggio ch'io t'ho offeso..... e sa Iddio se n'avevo il

pensiero..... ma non seppi con quali parole cominciarti a parlare...

ed è forza ch'io ti parli.... speravo, nominandoti quella che fai

beata dell'amor tuo,.... speravo ti scordassi un momento ch'io son la

Selvaggia, e mi dessi ascolto un minuto senza adirarti. Oh giovane!

alle biscie che strisciano pei canneti delle paludi, Iddio non nega

l'aria nè il sole.... ad una creatura che ti sta dinanzi colla fronte

nel fango e ti chiede due parole di conforto, le darai tu col piede nel

viso?--

E in così dire la fronte della Selvaggia cadeva in effetto sull'arena

già umida per la rugiada.

--Io non vi fo nè mal nè bene, signora (rispose Lamberto sempre più

fisso nell'opinione che quelle calde parole, quegli atti, quella

voce commossa, fossero pura commedia) e se volete nulla da me, siate

contenta dirmelo in due parole, ma dalla bocca vostra non esca verbo su

altra donna... m'avete capito.... ch'io non sono per sopportarlo.--

--Lo confesso: non sono degna neppure di nominarla. Sei contento?

Ti rimane in mente qualche parola di sprezzo che non m'abbi detta?

Su, dimmela. Sfogati.... calpesta chi è venuto ad implorarti umile e

tremando, come farebbe il verme più vile, se gli fosse data e voce

e mente per volgersi al creatore dell'universo. Oh! godi della tua

prodezza, della tua virtù.... e quando parli con Dio, digli: _Ti

ringrazio ch'io non somiglio a costei!_....--

La persuasione intima in cui era Lamberto sul conto della donna non

potè impedire però che quell'umili parole, ed il modo, il suono di voce

col quale erano espresse non gli giungessero al cuore, e vi destassero

un dubbio, un moto quasi di compassione. Fatto perciò meno aspro nel

viso e nelle parole diceva:

--In verità di Dio, signora, voi mi fate maravigliare! Sprezzarvi!

calpestarvi! che c'entra questo discorso? O voi sapete quale opinione

io possa avere di voi, del viver vostro; ed allora, se non vi piace

udirle, perchè mi conducete a dovervela palesare? o di quest'opinione

voi non n'avete pure il sospetto, nè credete meritarla, perchè allora

ve ne curate?--

--Perch'io la conosco, perchè so ben io quali sventure m'abbian

condotta a meritarla, per questo la curo, per questo mi son gettata

nelle tue.... a tuoi piedi.... Per la prima volta dopo tanti anni ho

riveduto un viso d'uomo che non m'è sembrato quello d'un bruto, d'una

fiera selvaggia.... Oh, che dich'io, sciagurata! M'è parso il volto, la

voce d'un angiolo che si chinasse fino al mio fango e mi porgesse una

mano per sollevarmene! Oh, se t'avessi incontralo quando aveva quindici

anni! Ma invece!.... uno spirito dell'inferno!.... entrò, credo, in

un corpo umano per farmi sua preda! Oh giovine! Iddio solo ha diritto

di sprezzare e punire, perchè conosce tutto, e perciò appunto io credo

ch'egli abbia finalmente sentita pietà de' miei mali, ed ha voluto che

t'incontrassi! Ma tu non ne conosci la serie tremenda! Se ti fosse

nota piangeresti con me. Oh! non negar d'ascoltarla, non sarà lungo

il tedio.... poche parole basteranno.... chè dopo tant'anni sei tu il

primo uomo al quale m'attenti a parlar di pentimento, senza il dubbio

d'incontrar nuovi scherni e nuovi oltraggi.--

Lamberto pensò: «ecco una delle solite novelle di costoro»; non

avendo però motivo di rifiutare ciò che con tanta istanza gli veniva

domandato, disse:

--Se tutto quanto mi dite è la verità, parlate, o signora, ch'io

v'ascolterò.--

--Se è la verità!--E la povera infelice battendosi la fronte colle

palme, rimase muta un momento, poi scrollando il capo disse, che appena

si potè udire:

--Si presta fede alle cortigiane? Hai ragione, proseguiva poi volta

a Lamberto, quest'oltraggio m'è dovuto. Ma vedrai ora s'io ti dica

il vero. Se mi pesi il tuo sprezzo, l'hai potuto conoscere, non

dubiti di questo? Eppure v'è tal cosa che ignori, che avrei potuto

nasconderti, che mi farà, se è possibile, più vile, più abbietta

agli occhi tuoi.... Non ostante sappi anche questa..... Io non sono

cristiana!--Un ebreo d'Ungheria fu mio padre. Mio padre? E debbo

dargli un tal nome? Dovrei dire il mio più atroce nemico! Per lui son

dove sono, per lui ho perduto patria, parenti, amici.... Ha parenti,

amici, patria, la cortigiana? Qui si fermò un momento a pensare, poi

con voce più dolorosa diceva: E non uscii forse pura dal seno di mia

madre? forse non ebbi da Dio, come le altre creature, un cuore capace

d'amore, capace di virtù? Chi mi rapì questo tesoro, chi bruttò questi

doni divini? ch'eran miei, ch'eran la porzione di bene, di felicità

assegnata a me dall'Onnipossente? chi?--

E qui tacque un momento, guardando Lamberto con occhi che fulminavano;

afferratogli il braccio, proseguiva poi, tremandole la voce e le labbra:

--Prestami fede, o giovane, se ne hai il coraggio. Io ero sola

quella notte.... sola nella mia camera.... mia madre non era più al

mondo.... oh, se fosse stata viva!.... M'avrebbe difesa!... picchiarono

all'uscio.... udii la voce di mio padre, mi chiamava.... aprii. Un

uomo era seco, pareva un principe alle vesti, alla fronte superba. Io

lo guardavo incerta, spaventata... mio padre scomparve... l'uscio si

richiuse....

--Egli aveva fatto mercato del proprio sangue...

--Fa egli mestieri ch'io ti narri il seguito de' miei casi? Tu

virtuoso, tu nobile e generoso, potrai tu comprendere come si faccia

a rimanere in vita dopo tali orrori? come a poco a poco si formi

il callo al vituperio, alla colpa? come possa alla fine una donna

calpestar ogni rossore, non aver più anima che pel piacere, non

più cuore che per amarlo, cercarlo ed inebbriarsene? Io ti metto

spavento!.... lo vedo.... ma dimmi, sii tu mio giudice.... dove fu la

mia difesa... il mio ajuto?... com'era possibile resistere, vincere,

salvarmi? Eppure, tradita prima, poi vituperata; cacciata al fine come

una vil cosa, posta sotto i piedi di tutti, s'io talvolta alzo la voce

per chieder pietà, s'io stendo la mano, sperando che una mano amica si

muova ad ajutarmi, non trovo che insulti, non odo che scherni, ognuno

mi respinge nel mio fango! La mia miseria, il mio pianto, è trastullo a

chi per un momento si degna badarvi... Oh! Dio del Cielo, che avevo io

fatto, per venir al mondo a patir tanti strazii?...

--Oh! giovane, tu che non hai delitti che ti pesin sull'anima, che

sei bello, prode, virtuoso; che in mezzo ai pericoli, ai travagli, ti

riposi nel pensiero de' tuoi cari, se sapessi che cosa sia esser nata

con un cuore ardente, assetato d'amore, e non essere stata amata mai,

mai da nessuno! neppure dal padre!... Se conoscessi quest'orribile

strazio.... ti maraviglieresti ch'io abbia serbato ancora nell'aspetto,

e forse nel cuore, alcun che d'umano!... stupiresti che non mi sia

gettata furibonda come una fiera su quanti incontravo di quella razza

perversa e crudele che m'ha tradita, che m'ha cacciata in quest'abisso

di miserie, e poi mi nega ogni conforto!... Se mi si dicesse, che

un'anima c'è ancora al mondo che potrebbe accogliermi, asciugar le mie

lagrime.... se mi dicessero: v'è ancora una creatura sulla terra che

t'amerà se saprai meritarlo!... Oh! Dio di bontà, sarebbe troppa la

mia ventura!... non reggerei a tanta gioja!... correrei tutto il mondo

per rintracciarla.... se la vedessi al di là d'un mare di fuoco, mi

vi caccerei per raggiungerla!... le abbraccerei le ginocchia... che

cosa potrei offrirle per rimunerarla di un tanto bene, che cosa potrei

operare per rendermene degna?... Oh! giovane, se sapessi a quanto poco

starei contenta!... Il tuo cuore, lo vedo, è posto in luogo qual egli

merita, ma tu ami pure il tuo cavallo da battaglia, nè ti credi far

torto a... ad... ad alcuno... Tu ami il tuo veltro!... oh! dopo il tuo

cavallo, dopo il tuo veltro, non aver a sdegno che io implori da te un

tuo pensiero; lascia cader un tuo sguardo sulla povera Selvaggia... che

mi dica _poveretta, mi fai pietà_!...

--Oh Dio! neppur mi risponde!--Gridò la sventurata donna, e proruppe in

un pianto dirotto.

CAPITOLO XIV.

Se Lamberto tardava a rispondere era per una cagione ben diversa da

quella che supponeva la Selvaggia.

Le sue parole, alle quali gli pareva pure di dover prestar fede, gli

avean destata nel cuore una pietà profonda, ma un avanzo di sospetto,

che non riusciva a far tacere interamente, lo persuadeva a star sulla

sua e non mostrar tutta quella compassione che provava. Onde studiando

di aver ferma la voce e tranquillo l'aspetto, le diceva:

--Voi volete compassione, signora? Chi potrebbe negarla a casi dolorosi

e tremendi quali furono i vostri? Ma voi v'invilite troppo, chè una

creatura formata a somiglianza di Dio non dee porsi a paragone coi

bruti.--

--Io m'invilisco troppo? E come puoi dirlo, se neppur così mi vien

fatto impetrare quel poco che ti domando. Ti costava tanto dirmi

addirittura: _povera Selvaggia, io t'accetto per ischiava_?.... darmi

un momento di bene, un minuto di conforto con una parola che sgorgasse

proprio dal cuore? ed invece tu m'esci fuori col _Voi v'invilite_... La

virtù è bella, oh! ma è dura ed orgogliosa.--

--No, Selvaggia, io non ho virtù, e molto meno sono e duro ed

orgoglioso con te. Io sento all'anima le tue sventure, e se stesse in

me il liberartene poco ti rimarrebbe a soffrire. Ma dove non arrivano

le mie forze, giungerà la virtù d'Iddio, se a lui ti rivolgi. Io non

t'ho risposto come sarebbe stato il tuo desiderio perchè non è in poter

mio d'adempirlo. Non cercar più oltre, Selvaggia. Pensa che un animo

forte può sempre farsi maggiore al suo destino.... che la virtù non si

parte dai cuore dell'uomo giammai del tutto se non per suo espresso

volere, e mediante questo vi può far sempre ritorno. Tu puoi risorgere,

puoi sperare ancora in terra stima ed affetto, purchè lo voglia. Io

t'ho ascoltata, quel che potevo dirti te l'ho detto.... ora convien

dividerci.... Iddio ti conceda quel bene, quella pace ch'io ti prego da

lui. Addio.--

Lamberto s'allontanò di buon passo, e n'era tempo; questi ragionamenti

l'avean turbato, sconvolto; scorgeva che per lui il più sicuro partito

era fuggir questa donna. La sua bellezza, le sue sventure, i delitti, i

rimorsi suoi stessi la rendevano interessante, facevan di lei un essere

nuovo, singolare.... insomma, era meglio fuggirla, e Lamberto in pochi

minuti fu tornato ov'era il suo alloggiamento.

La donna gli tenne dietro coll'occhio finchè il poco chiarore delle

stelle le permise di scorgerlo. Quando non lo vide più sentì nel cuore

una solitudine desolata.... le parve rimanere unica superstite sulla

terra.... «I malvagi, pensava, mi deridono ov'io voglia appena far

parola di quest'inferno ch'io sento nel cuore.... Costui virtuoso mi

vede spirante di disperazione a' suoi piedi.... _volgiti a Dio_!... e

m'abbandona! Oh Dio! giacchè tu solo conosci il mio strazio, tu solo

odi il mio pianto, perchè dunque m'hai tu dimenticata! Oh povera me!

dovrò proprio morire senza aver provato la dolcezza d'esser amata!...»

E smaniosa, dovrei dir furibonda per questo pensiero, correva come

pazza lungo la riva del fiume.

Un tratto si fermò quasi percossa da una nuova idea.

--E son io sicura ch'egli m'abbia prestato fede?.... E rimasta

ancora un momento a riflettere, gridava tutta mutata in viso per

l'inaspettata speranza--No! no! non m'ha creduta.... ha pensato ch'io

l'ingannassi... Oh! se avesse potuto esser certo ch'io gli dicevo il

vero.... non m'avrebbe risposto, nè lasciata così.... Oh! lo conosco,

egli è generoso!... e buono!... dunque v'è ancora speranza?... Ti

ringrazio Dio di bontà, e cadeva sulle ginocchia cogli occhi e le

braccia tese verso il cielo, che hai così tosto accolta la mia

preghiera, che m'hai tornato in cuore il tesoro, l'immenso tesoro di

poter sperare. Sì, verrà il giorno che mi presterai fede! vedrai allora

che non t'avevo ingannato.... verrà il giorno che mi dirai: Selvaggia

poveretta, finalmente ti credo.... mi sei cara!..... Non sarà amore....

no.... sognerei io mai d'ottenerlo? Io vile, io misera, io abbietta

creatura.... l'amor di quell'angiolo? Qual è la donna in terra che

n'è degna?..... Ah sì! ve ne debb'essere una!..... Ebbene, io l'amerò

costei, io sarò sua serva poich'essa è cara al mio signore.... forse

così potranno patire la mia presenza..... forse potrò ottenere che non

mi discaccino.... forse quando sarò alla mia ultim'ora.... quando gli

diranno: la povera Selvaggia sta per passare.... chi sa? verrà forse al

mio letto, e se mi rimarrà tanta voce da potergli parlare, lo pregherò

di dirmi _sua_ prima ch'io spiri!.... sulla mia fronte gelata sentirò

allora posarsi la sua mano, mi dirà _mia Selvaggia_.... poi non sentirò

più nulla.... sarò morta!--

In questi pensieri la povera giovane era uscita affatto di sè.... Dio

sa quanto tempo rimase in questo stato. Quando le tornò la facoltà di

pensare, di riflettere, l'alba spuntava all'oriente, riconobbe la riva

del Po, le trabacche degli alloggiamenti, si guardò attorno smarrita,

domandò a se stessa: «Che fo io qui? dove mi trovo? chi sono?...». Una

voce poco lontana (eran soldati che venivano ad abbeverare cavalli al

fiume) rispose con uno scroscio di risa:

--Sei cortigiana delle Bande Nere, ecco chi sei!--

La poveretta mise uno strido e si cacciò a fuggire....

Un anno dopo, nel mese di aprile, l'armata di Filippino Doria

veleggiava sul mezzogiorno per le marine d'Amalfi, volte le prore a

Capri ed al capo Campanella. Erano 15 galere, colle quali il nipote

d'Andrea teneva guardato il golfo di Napoli affinchè nessun soccorso

potesse giungervi agl'imperiali che v'erano assediati da Lautrec. Il

loro vicerè Ugo di Moncada, volendo ad ogni costo far libero il mare,

avea stabilito affrontarsi con Filippino, e moveva colle sue galere,

sulle quali avea fatto salire il fiore della nobiltà e delle genti

spagnuole, in cerca del nemico; questi, saputo il suo disegno, stava

apparecchiato a riceverlo.

Gli ordini della guerra marittima, la forma delle navi, tutto è mutato

oggigiorno. La galera del medio evo è scomparsa dai mari. Nella darsena

del porto di Genova una ne galleggia ancora in un angolo senz'alberi,

abbandonata, tutta sdruscita e sconnessa: l'intemperie, gl'inverni,

la pioggia avranno tra pochi anni distrutto e fatto scomparire del

tutto questo unico simbolo della passata potenza de' Genovesi. Perchè

non salvan essi almen l'ultimo di que' legni veloci sui quali corsero

arditi e vittoriosi per tanti secoli le marine d'Italia e di levante?

O Genovesi, vorrete voi che si perdano questi segni della vostra

gloria, che è pur gloria d'Italia, che è nostra? Poichè avete con

tanta vostra virtù aggiunta questa all'altre sue palme, serbatene la

memoria, mantenetene l'ultime reliquie. L'onor d'Italia ve lo domanda,

gl'Italiani ve ne scongiurano, o Genovesi!

Il naviglio di Filippino si moveva lentamente verso l'alto mare spinto

da un leggiero levante, che feriva di fianco le larghe vele latine

tutte spiegate per riceverne il soffio debole ed interrotto. I remi

sospesi rimanevan alti sul mare, e le galere, ora poggiando sul fianco

quando il vento incalzava, ora di nuovo rizzandosi quando veniva meno,

solcavano il mare con un lento e maestoso ondeggiare, e tacite si

preparavano alla battaglia.

Nessuna alterazione, nessuna confusione appariva per questi apparecchi:

quei soldati, que' marinai non sapevano da gran tempo che combattere

fosse altro che vincere. Sulla prora, ove il tremendo cannone di corsia

apriva, tra quattro pezzi di minor calibro, la sua gola ampia ed

affumicata verso il nemico, i bombardieri, dopo averlo caricato colla

sua palla, che pesava talvolta sessanta libbre, sedevano ragionando tra

loro, e taluno, pel caldo del meriggio, velava gli occhi e così un poco

veniva sonnecchiando.

Gli archibusieri, che nella battaglia soleano schierarsi sul tavolato

che copriva le artiglierie, detto castello di prora, stavano armati

di corsaletti, cosciali, cappelli di ferro, appoggiandosi ai loro

scoppietti od alle forcine, tenendo in mano le corde accese pronti a

dar fuoco; dietro a loro altri fanti con picche, alabarde, partigiane

ed arme in asta coi ferri quali a falce, quali uncinati, quali larghi

e diritti. Alcuni tenevano levati in ispalla lunghi spadoni a due mani

colla lama serpeggiante, v'eran targhe e rotelle, che oltre il servir

di difesa poteano anche offendere coll'acuto e forte ferro che avean

fitto nel mezzo, si vedeva insomma tutta la moltiplice varietà d'armi e

d'armature che le robuste braccia de' padri nostri ed i loro fortissimi

petti, reggevano ed adopravano senza disagio gl'intieri giorni sotto la

sferza del sol Lione, e che la gioventù de' tempi nostri, avvolta nella

robe _de chambre_, sdrajata sul seggiolone alla Voltaire, contempla

nelle sue sale appesa ed ordinata in polverosi trofei.

La corsia della galera, spazio largo quattro braccia, che si tendeva

da poppa a prora tra le due laterali turbe de' remiganti, era

stivata anch'essa di soldati, i quali a guisa di retroguardo stavan

pronti a spingersi avanti ove i primi cadessero, ovvero, vincitori

nell'arrembaggio, fosser saltati sul legno nemico. Gli uomini delle

ciurme, a cinque per remo, nude le braccia, e l'intero busto talvolta,

legati alla panca sulla quale sedevano, con catene che non dovean

sferrarsi che dal loro cadavere, erano schiavi turchi la maggior

parte: delinquenti condannati al remo, prigionieri di guerra: (atroce

costume!) e sulle galere d'Andrea, eran più di tutti spagnuoli. Quanti

ne poteva aver nelle mani, tanti ne metteva al remo, chè egli odiava

sopra tutti la loro nazione[26].

Per questa miserabil ciurma l'imminente battaglia era un fatto

ordinario, un giuoco al quale la vita serviva di posta: perdendola,

uscivan di mille travagli; serbandola, godevan anch'essi in qualche

menoma parte i frutti della vittoria, chè i loro feroci padroni in

queste occasioni eran larghi con essi di miglior cibo e di vino.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 14 / 51 段