sedia, la Fede rattenne perfin l'anelito, tendendo ognuna gli orecchi.
Per l'ora tarda, tutta la città quieta, il lungo della casa alto, e
non troppo discosto dal palagio de' Signori, dietro il quale era il
serraglio de' leoni, s'udiva giunger tratto tratto il cupo e rauco
ruggire di quelle fiere, che in quel disagio dell'assedio (la Lisa
aveva indovinato) pativan la fame.
Ma mentre le povere donne stavan tutte orecchie ad udir quel ruggito
lontano, un suono scoppiò terribile e vicino, la voce di Niccolò, che
battendo all'uscio colpi furiosi, gridava:
--Apri, mala femmina!....--
CAPITOLO XI
Tra le molte leggi ed i molti ordini coi quali si reggeva la repubblica
Fiorentina ve n'era uno il quale, non ostante fosse stabilito a tutela
del viver libero, era non di rado pregiudicevole a quello, e partoriva
tutto di pessimi effetti. Questo si chiamava la tamburagione.
Affinchè ogni cittadino potesse avere una via secreta, sicura, e sempre
aperta per accusare ai magistrati chi macchinasse contro lo stato, e
per togliere al tempo stesso ogni sospetto quando l'accusato fosse
possente e temuto, erano ordinate in varj luoghi della città alcune
casette chiamate tamburi, sul coperchio delle quali era un fesso d'onde
si poteva far passare lettere o carte, e la chiave di tali tamburi era
presso i rettori.
Chi voleva far pervenire in mano di questi un'accusa contro un
cittadino la buttava in un tamburo (e ciò si nominava tamburare), e
rompendo in due pezzi un grosso d'argento ne serbava una metà, l'altra
la chiudeva nella lettera onde se in seguito gli fosse venuto bene di
farsi riconoscere ne avesse il modo.
Queste tamburagioni produssero mai sempre poco vantaggio, se pure ne
produssero alcuno, e spesso furono istrumento alla malignità, all'odio
ed alle vendette d'uomini codardi e vigliacchi.
Messer Benedetto de' Nobili tra gli altri il quale, se il lettore se
ne ricorda, avea concertato con Malatesta quanto fosse da farsi per
costringere Niccolò ad accettar Troilo per suo genero, s'era tanto
maneggiato, che gli venne fatto scoprire ove fosse il bambino della
Lisa. Conobbe poter ottenere l'intento molto facilmente per vie della
tamburagione.
Scritta perciò una lettera accomodata a questo suo disegno, la gettò
nel tamburo posto nel muro del palazzo de' Signori dalla parte della
Dogana, e venne in mano al gonfaloniere Carduccio la sera stessa ove
accadder le cose accennate nel precedente capitolo.
La lettera diceva così:
_Magnifice Domine_
«Avvegnachè sia pervenuta a notizia d'alcuni cittadini amanti della
patria e di questo stato popolare esservi chi desidera e procura far
novità, e tiene pratiche segrete coi nemici del nome e della libertà
Fiorentina, si tengon essi obbligati darne avviso a chi può correre al
riparo d'un tanto male.
Sappia adunque la vostra Magnificenza, che si dubita assai da molti
sul fatto di messer Niccolò de' Lapi, e si crede quella sua rigidità
contro la parte Pallesca non sia che una vana ostentazione per
colorire disegni pregiudizievoli a questo reggimento. La cagione di
cotali sospetti sta nel sapersi che molte volte prima che cominciasse
l'assedio era messo segretamente in casa sua, di notte tempo e per
una loggia che mira sulla via dei Conti, Troilo degli Ardinghelli,
rubello, al quale Niccolò ha maritata la Lisa; e per tener nascosto il
parentado, dubitando forse non generi sospetto nel popolo, tiene ora un
fanciullo nato di questo matrimonio, molto ben guardato in certe camere
appartate su in alto della sua casa.
Vi è chi dice d'aver veduto Troilo entrargli di notte in casa anche
a questi giorni che il campo è sotto le mura, benchè si sappia esser
il sopraddetto Troilo ai servigi del principe d'Orange, e militare
coi nemici di Firenze (ciò era al tutto falso, e messer Benedetto lo
sapeva meglio d'ogni altro). Ora potrà la V. Magnificenza chiarirsi
della verità dei fatti, e giudicar cosa si debba inferire da queste
pratiche condotte con tanto segreto, e se faccian ritratto di buono e
leale cittadino. A ogni modo non s'è voluto mancare di non l'avvertire
a quella _quae bene valeat_.»
Il Carduccio rimase senza fiato leggendo quell'accusa. Niccolò, il suo
amico, l'uomo sul quale non era mai caduto un sospetto, crederlo un
traditore, crederlo soltanto capace di dissimulare, non ci si sapeva
indurre. Dall'altro lato la lettera citava fatti così positivi che si
potevano così presto verificare!... Stette un momento sopra di se, ma
tosto nel suo cuore riuscì vittoriosa la buona opinione che aveva del
vecchio popolano, e deliberò mostrargli questa volta quanto largamente
si rimettesse nella sua fede.
Si trovava appunto il Ferruccio alla presenza; fatto un piego, ove pose
la lettera, e suggellato, lo pregò volesse in suo servigio portarlo
tosto a Niccolò, dicendogli queste parole «Il gonfaloniere vi manda
questo scritto onde veggiate in qual conto vi tiene.»
Pensò servirsi del Ferruccio e non d'un fante, affinchè qualunque
alterazione apparisse sul volto di Niccolò nel leggere una sì enorme
accusa, non fosse veduta se non da persona amica e prudente, e così non
andasse per le bocche d'ognuno.
Giunse il Ferruccio a casa i Lapi, ed intromesso, non senza qualche
maraviglia di Niccolò di vederlo così tosto ricomparire, gli pose in
mano la lettera, dicendogli le proprie parole del Carduccio.
Niccolò l'aperse; la lesse, e rimase un momento senza dir parola o far
moto nessuno. Poi alzatosi in piedi, e fattosi più presso al lume,
colla mano si strofinò gli occhi e la fronte, guardò fisso in viso il
Ferruccio come per accertarsi ch'era desso, e ricominciò a leggere il
foglio dal principio.
Finita questa seconda lettura, e fatto certo che tutto ciò non era
sogno, pensò al primo che non fosse se non una filza di menzogne
trovate da' suoi nemici per iscreditarlo, e fu sua buona ventura,
che se avesse pensato ciò poter esser vero, è probabile, colto così
all'improvviso, fosse caduto morto. Due o tre volte incominciò a
parlare, ma gli s'annodava la lingua in bocca e taceva, finalmente,
facendo ogni prova onde non apparisse agli occhi del Ferruccio la
tempesta si sentiva nel cuore, lo pregò ringraziasse il Carduccio della
sua cortese opinione, ed usando tronche ma amorevoli parole gli diede
commiato.
Volto allora a' suoi figliuoli, che soli erano rimasti, con un'occhiata
che li fece tremare, disse con quella voce alla quale alcuno in casa
non osava replicare:
--Niuno sia tanto ardito d'uscir di questa camera finch'io non torno;
presto saprò se anche sotto questo tetto vivano traditori.--
I tre giovani, attoniti e conturbati, si guardarono in viso l'un
l'altro senza profferir parola; Niccolò, preso un lume colla manca,
s'avviò per uscire, e passando vicino a Vieri gli strappò d'accanto la
daga; varcò la soglia, chiuse la porta, e cominciò a salire la scala.
Fatto il primo capo, si fermò un momento a pensare, poi scagliò lontano
da sè il pugnale, che venne sdrucciolando per gli scalini insino in
fondo.
Giunse alla porta della camera ove dormivan le figlie, si fermò di
nuovo un momento origliando, pose l'occhio al buco della chiave, ed il
povero sventurato vecchio fu certo alfine della sua vergogna. La Lisa
allattava il bambino.
A quella vista smarrito affatto il lume degli occhi percosse due volte
col pugno chiuso sì fattamente la porta che quasi la staccò dalle
bandelle, e con voce che pareva piuttosto ruggito d'una fiera mandò
quel grido che abbiam poco sopra narrato.
--Apri!.... mala femmina.--
Passarono due o tre secondi, e nessuno apriva. Niccolò con una valida
spinta sforza l'uscio già scassinato, entra, e si ferma in mezzo alla
camera. Le due giovani s'eran fatte a un tratto diacciate e bianche
come due statue di marmo, ed il vecchio rimasto muto, ed assalito da un
tremito convulso, figgeva nella Lisa due occhi di fiamma che sembravano
consumarla come fosse di cera.
--È dunque vero! gridò alla fine dando un muglio che i figli udirono
dal pianterreno, e trasportato dalla furia di quel primo impeto si
scagliò contro la figlia colle più orrende e vituperose parole che
siano mai state dette a femmina perduta, a tale che Laudomia tutta
tremante cadde bocconi piangendo dirottamente, e prese pel lembo il
lucco del padre: ma questi voltosele come un serpe cui venga pesta la
coda, glielo strappò dalle mani, e la sbigottita giovane ricadde colle
braccia e colla fronte sul pavimento.
Lisa col capo tra le ginocchia (che al primo picchiar di Niccolò avea
posto il fanciullo nella culla) non s'era mai mossa; dopo quella prima
sfuriata il vecchio tacque un momento come per riprender l'anelito, ma
tosto proseguiva:
--Dimmi, femmina d'inferno, vergogna mia, vergogna della tua casa, non
potevi prima ammazzarmi, e poi far quel che tu hai fatto? Non vi eran
più coltelli in Firenze? Ci voleva tanto a spegner l'ultimo fiato di
vita d'un vecchio di novant'anni? Non bastava levartelo dinanzi, e
poi se volevi, darti anima e corpo al nemico? Togliermi la vita? che
mi toglievi? ma l'onore salvato per tanti anni puro, intatto insin ad
oggi!...... quando ho già un piè nella fossa, tu, perversa, mi butti il
fango in capo? Su questi canuti, che dovean essere la gloria de' miei
figliuoli, l'onore di te, sozza scellerata!.... E se non eri da tanto
di saper tener in mano un pugnale, chè nol dicesti a quel tuo sgherro
ribaldo.... era impresa di gentiluomo, di Pallesco, di cortigiano
fradicio de' Medici scannar un vecchio da tergo..... ma sapeva il
traditore che potea farmi peggio.... Ma, alla croce d'Iddio, anch'io
gli saprò far conoscere l'error suo d'aver lasciato vivo Niccolò, e se
n'avrà a pentire che non sarà più tempo.... Averardo.... Vieri....--
I giovani, che stavano in orecchi, corsero alle grida di Niccolò, che
data loro a leggere la lettera mandatagli dal Carduccio esclamava:
--Chi di noi sarà tanto ardito d'or innanzi di alzar gli occhi in
viso a Lamberto, a quel giovane onorato e dabbene, ed altrettanto
disavventurato....--
E qui fermatosi un momento come colto da un nuovo pensiero:
--Disavventurato? seguiva, son pur pazzo.... avrà invece a ringraziar
Dio, e botarsi, d'averlo salvato d'impacciarsi con questa trista, con
questa sfacciata, che ha potuto tradire un par suo per darsi ad un
ribaldo traditore, traditor mille volte!....
--Fuori di questa casa, gridava con furore e voce sempre crescente,
fuori ora proprio, tu e questo fanciullo, e va, portaglielo a suo
padre, e digli che ringrazii Iddio ch'io non son nè Pallesco, nè
gentiluomo, ne cortigiano, che s'io fossi tale!.... che avete fatto
assai ad uscirmi vivi dalle mani... Ma è stato Iddio che non ha
permesso ch'io venissi sin qui con quella daga....--
Mentre Niccolò profferiva queste parole, la Laudomia in terra non
cessava di singhiozzare tentando d'abbracciare le ginocchia del padre,
che mai nol sofferse, e sempre la respingeva; i fratelli, vedendolo
venuto in tanto furore, non ardivano appressarsegli.
La Lisa, che senza muoversi, e senza aprir bocca aveva ascoltato sino
al fine quella gran villania finch'era contro essa sola, si scosse
udendo chiamar traditore il marito, e ritrovò forza nella sua ardita
natura, che a guisa d'una molla più era compressa, e più valida
risorgeva. Alzò la fronte pallida, ed affissato il padre con occhio
languido ma sicuro si pose ginocchioni così un po' distante com'era,
poi disse:
--Mi fate voi degna dirvi quattro parole prima ch'io esca di questa
casa?--
Niccolò rispose--Di', e fa presto.--
--Se voi m'avessi ammazzata, lo meritavo bene.... non posso negarlo.
Conosco d'aver fatto errore grande, scostandomi da quell'obbedienza che
v'era dovuta, e conosco ch'io dovevo almeno, poichè il male era fatto,
confessarvi ogni cosa.... Laudomia ch'è costì e che non seppe mai nulla
finchè tutto non fu condotto a fine, me lo consigliava; sono stata
io che non ho voluto. Dunque tutta la colpa è mia, ed è ragionevole
ch'io ne porti la pena, e tutto quanto m'avete detto, o mi direte, e
qualunque sia il castigo che mi preparate, tutto riceverò benedicendovi
le mani e dirò d'averlo molto ben meritato; ma se siete signore e
padrone di me, non lo siete dell'onore e del nome di Troilo, che mai fu
traditore a persona....--
--Io voglio aver tanta pazienza ch'io ti ascolti insino in fine....--
Disse Niccolò con riso amaro.
--E, riprendeva Lisa, di questo ne starà a paragone con tutto il mondo.
S'egli è della parte Pallesca, egli è quali furono gli antichi suoi,
e ciò non vuol dir altro se non che egli l'intende a un altro modo,
che non l'intende il popolo di questa città.... e sarebbe cosa troppo
enorme voler dire, che quanti cittadini son fuori di questa mura tutti
sono traditori....--
--E tu vile ribalda sei tanto ardita di bestemmiar la tua patria a
questo modo, in casa di Niccolò, e credi pazza che tel comporti?....
e quando dovresti nasconderti sotterra, e morir per la vergogna, e
ringraziar Dio e me che ancora vedi lume, invece ti rimane pur tanta
faccia di parlare, e per poco la non dice che la buona, la virtuosa è
stata essa.... e l'uomo dabbene egli è 'l suo drudo, e non è traditore
chi viene armata mano contro la sua patria?.... Ah, che conosco
finalmente che vipera mi tenevo in seno, che sia maladetta l'ora che
tua madre s'incinse di te pel mio malanno.... Animo, a chi dich'io?
Ch'io ho troppo sofferto.... Animo, fuor di questa casa....--
Finir queste parole, avventarsi alla Lisa, afferrarla per le trecce e
strascinarla carpone sin presso la porta, malgrado i pianti e le grida
di Laudomia, fu tutt'uno.
I figli allora, commossi a pietà per la misera sorella, s'interposero e
gliela levaron di mano.
--Via, disse Vieri, il più giovane de' tre, ch'era bonaccio e di que'
caratteri che non possono sentir discorrere di guai, via, d'ogni cosa
alla fine si vuol far pace, e basta bene che la se ne vadi se voi non
la volete in casa....--
--Oh padre mio! interrompeva Laudomia, è vero, abbiam fatto error
grande, ma Iddio perdona pure a chi si pente, e domanda pietà... Se
quel che più v'offende è l'aver essa sposato un pallesco, ma non avete
voi pregato per essi non son tre ore... e se non perdonate, come volete
che Iddio, scusate babbo s'io son tanto ardita.... come volete che
Iddio perdoni a voi?--
Gridò Niccolò:
--Non mi star a far la saccente, ch'io non ho mestieri d'imparar da te,
sciocca, ciò che convenga di fare.... Sta a vedere ora che bisognerà
lasciarsi vituperare le figliuole da' Palleschi, per dar retta alle tue
baje.... bada a te, e a' fatti tuoi, tu.... e tu (volgendosi a Lisa)
prendi quel fanciullo e levamiti dinanzi, e vattene col malanno, che
Dio ti dia....--
La povera giovane, ch'era sino allora rimasa in terra buttata come
uno straccio, coi capelli che le cadevan per le spalle e pel volto,
mandando tratto tratto dal petto un singhiozzo convulso si venne
alzando con gran fatica.
--Iddio è giusto, diceva interrottamente, oh Iddio è giusto.... egli
e non voi m'avrà a giudicare.... e vedrà.... se meritavo.... d'esser
trattata... a questo modo. Per la disubbidienza.... quanto a questo,
ero colpevole.... è vero..... ma è mio marito.... non è mio drudo, come
dite.... non ho peccato.... Per quanto all'esser Pallesco.... oh questo
poi!.... Iddio non parteggia, io mi confido ch'egli non è nè Pallesco,
nè Piagnone.... egli maledice.... oh sì, maledice queste sette....
quest'odj.... questi furori....--
--Egli maledice i figliuoli empj, gridò Niccolò, i figliuoli che
disubbidiscono, e vituperano chi diè loro la vita, e n'attristano la
vecchiaja, e li cacciano disperati nella fossa, e tu, sciagurata, te
n' avvedrai....--
A questo punto Laudomia atterrita, e quasi smarriti i sensi e
l'intelletto per la terribil scena di cui era spettatrice, e per
l'orrenda maledizione scagliata dal vecchio sul capo della misera
sorella, non trovava più forza per formar parole, ma coi gemiti, colle
lagrime, coll'abbracciare le ginocchia e baciar i piedi del padre,
divenuta come ebbra e forsennata, coll'avvinghiarsegli appigliandosi
alle sue vesti tentava ancora d'impietosirlo. Ma lo sventurato vecchio
era (non per modo di dire, ma realmente) fuor di sè, e smarrito ogni
lume, ogni senso di ragione, ributtò Laudomia con un urto così valido
che la misera si dovette arrovesciare sul suolo: provò dapprima un gran
dolore al capo; a poco a poco non sentì più nulla e svenne.
I figli di Niccolò, visto l'atto crudele e furibondo del vecchio,
che sconvolto nel viso, irti i capelli sulla fronte livida, mostrava
col pallore, col tremito delle membra, coll'errar delle pupille,
star presso a perder i sensi, come già dava segno di aver smarrito
l'intelletto, gli si posero attorno con sommesse ed umili parole, ma
pur usando misuratamente le forze, e l'avviarono fuor della camera
dietro la sventurata sua figlia.
Questa, col fanciullo in collo che piangeva, scese, e senza più
volgersi uscì in istrada. Al padre s'era intanto dissipata la nube che
l'aveva per un momento come tratto di senno, si sciolse dalle braccia
de' figli, e chiuso con impeto il portone, fe' correre il chiavistello,
e senza profferir più parola entrò nelle sue stanze e voltò la chiave
dell'uscio.
Eran circa le sei ore, che in quella stagione corrispondono a un
dipresso alla mezzanotte; la tramontana spingeva di traverso una
pioggia fitta e diacciata, e la povera Lisa camminava a caso nelle
tenebre, ora inciampando, ora entrando fino a mezza gamba nelle pozze
d'acqua e di mota di che era piena la via, ma non avendo altra cura,
altro pensiero che di tenersi ben serrato al petto il suo bambino ed
addoppiargli i panni in capo ed indosso, onde salvarlo dall'acqua e dal
freddo.
Procurando andar rasente il muro; e per dirigersi (avendo le mani
impedite brancolar non poteva) alzava gli occhi tratto tratto, e
seguiva la linea de' tetti, che in quell'oscurità generale erano più
scuri del cielo, appena tanto da poterli distinguere. Andò così un
buon pezzo vagando, ed a poco a poco l'idea dello stato presente,
del pericolo, del patire del figlio, cacciò o distrusse ogni altro
pensiero. L'idea che s'ella fosse venuta meno, il povero Arriguccio
sarebbe spirato nel fango di freddo e di disagio, forse in pochi
minuti, valse a ritornarle quella forza che già sentiva mancare: pregò
Dio col cuore, e riflettendo a qual partito dovesse appigliarsi,
si risolvette andar da una parente che le s'era sempre mostrata
amorevole.... ma stava fino in porta S. Friano. Pure non conosceva
altro rifugio, s'avviò. Poco pratica delle strade, così allo scuro,
ed in tanto travaglio d'animo presto, come suol dirsi, perdè la
tramontana, nè seppe più in quale strada si trovasse. Si fermò un
momento per riprender gli spiriti e raccoglier le idee, e calcolando
la strada fatta le fu avviso trovarsi in faccia al Duomo, di dove pel
corso degli Adimari potea dirigersi verso l'Arno. Ma scostandosi da un
muro che aveva alle spalle e procedendo avanti credendosi in piazza,
dopo otto passi diede invece nel muro infaccia d'una via stretta,
poichè senza accorgersene avea voltato dietro l'arcivescovado, e per
Calimala era venuta verso porta Rossa.
Allora, perduta adatto ogn'idea del luogo ove fosse, sentì, insieme
colla speranza, mancarsi l'animo e le forze, e si mise a piangere
dirottamente, pur alzando tra i singhiozzi la debol voce a chieder
ajuto per amor di Dio. Ma nessuna finestra s'aprì, nessuna luce
comparve.
--Oh Dio mio! Dio mio, disse la misera stringendosi al seno il figlio,
ch'egli abbia a morir a questo modo in mezzo a Firenze!---
Ed alzò più forte la voce, che finì in istrido disperato. Tutto
inutile. Le corsero allora alla mente le cagioni della sua presente
sventura: ripensò rapidamente gli odj di parte, le preghiere fatte
quella sera stessa, i furori de' Piagnoni, li maledisse, maledisse la
patria!... ma il suo dolore s'era mutato in follia. Merita compassione.
Crebbe allora l'affanno del respiro, un sudor freddo le usciva da
tutti i pori, e le parea sentirsi agghiacciar l'alito nelle fauci. Le
ginocchia le mancarono affatto, dovette accosciarsi rasente il muro; un
torpore mortale le invase le membra pel quale a poco a poco anche la
mente le si venne oscurando: non era sonno, non era svenimento, ma un
misto d'ambedue.
Rimase in questo stato brev'ora, sopraggiunse per sua ventura la scolta
guidata da Fanfulla, dal quale venne raccolta, e confortata nel modo
narrato al capitolo VII. S'egli avea sentito premura per lei al primo
vederla, tanto maggiore la provò quand'ebbe udito i suoi casi. Le si
profferse in tutto quanto era in poter suo, interrogandola al tempo
stesso, che cosa pensasse di fare. Ma neppur essa lo sapeva. Andar da
quella parente come avea divisato quando si trovava sola, abbandonata
da tutti, ora non ci si sapea risolvere: era una casa di Piagnoni
arrabbiati, come tutti i congiunti e gli amici de' Lapi, ed oltre che
aveva in uggia più che mai in quel momento cotesti furori, era di più
molto incerta se, saputo il suo matrimonio con un Pallesco, avrebbe
trovato carezze ed accoglienze, od invece rimproveri e male grazie.
Quantunque caduta sì basso, il suo animo ripugnava a porsi in casa
altrui in figura di colpevole e di supplicante. Rispose dunque a
Fanfulla, che se Iddio, ed egli non l'ajutavano, non sapeva quanto a
lei che cosa divenire.
--Vi sarebbe un mezzo, soggiungeva, ed il migliore di tormi d'affanni,
condurmi al campo a trovar mio marito!
--Eh figliuola, al campo! giusto; la via dell'orto! Prima, per bando
del sig. Malatesta, nessuno può uscir di Firenze se non comandato,
e per combattere; poi, un affare di poco! condurre una donnetta del
vostro taglio col bambino, che se gli salta di cacciarsi a urlare,
felice notte.... no, no, questa lasciamola per l'ultima.--
Alla povera Lisa si gonfiaron gli occhi di lacrime vedendosi tagliar
la via di condursi a quello che era pur sempre signore del suo cuore.
Sospirava e taceva, Fanfulla soprastato così un poco a pensare, scrollò
il capo in atto di risolversi e disse:
--Orsù, per qualche tempo.... finchè arriverà... ci penso io.... Venite
meco.--
Presosi il bambino in collo e coll'altra mano reggendo la Lisa uscì
dalle camere della guardia, che potea star poco ad albeggiare, e dopo
alcuni minuti si fermò all'uscio d'una casetta in via Larga. Dopo otto
o dieci bussate l'uscio s'aprì.
--Aspettatemi qui un momento, disse Fanfulla entrando. Ricomparso
dopo alcuni minuti mise dentro la Lisa, che in una povera cameruccia
trovò una vecchia consumata dallo stento ma di benigno viso, la quale
l'accolse con mostra di buon volere e di compassione. Si può imaginare
se la povera giovane avesse bisogno di conforti d'ogni qualità! Pochi
ne potè trovare, ma porti con amorevolezza, in quell'estremo bastarono
pure ad ajutarla, e fatta porre su un lettuccio col suo bambino,
benedisse Iddio di trovarsi ancor tanto latte da poterlo addormentare:
quando lo vide dormire, la stanchezza vincendo a poco a poco il senso
della sua sventura l'immerse in un sonno placido e profondo.
Fanfulla intanto, visto appena che le cose si avviavan bene, se n'era
uscito, promettendole che si sarebbe lasciato rivedere. Quando fu in
istrada camminava a capo basso, colle mani dietro le reni, scrollando
il capo e soffiando: poi un tratto si cacciò a ridere, e disse:
--Ora che il capitan Fanfulla ha creduto bene di farsi cavaliero di
questa dama, e che le ha detto _ci penso io_.... al fornajo, ben
inteso, vediamo un po' se non se l'ha per male; con che quattrini le
farà le spese? E non si scordi che la terra è assediata, e se la fame
non cresce, che più di così e impossibile, cresce almeno ogni giorno il
prezzo del grano!.... A te, rispondi.--
La risposta del buon Fanfulla fu cacciarsi a ridere un'altra volta
dicendo: