Le tre donne cessaron in un subito di cicalare; la Lisa fermò la

sedia, la Fede rattenne perfin l'anelito, tendendo ognuna gli orecchi.

Per l'ora tarda, tutta la città quieta, il lungo della casa alto, e

non troppo discosto dal palagio de' Signori, dietro il quale era il

serraglio de' leoni, s'udiva giunger tratto tratto il cupo e rauco

ruggire di quelle fiere, che in quel disagio dell'assedio (la Lisa

aveva indovinato) pativan la fame.

Ma mentre le povere donne stavan tutte orecchie ad udir quel ruggito

lontano, un suono scoppiò terribile e vicino, la voce di Niccolò, che

battendo all'uscio colpi furiosi, gridava:

--Apri, mala femmina!....--

CAPITOLO XI

Tra le molte leggi ed i molti ordini coi quali si reggeva la repubblica

Fiorentina ve n'era uno il quale, non ostante fosse stabilito a tutela

del viver libero, era non di rado pregiudicevole a quello, e partoriva

tutto di pessimi effetti. Questo si chiamava la tamburagione.

Affinchè ogni cittadino potesse avere una via secreta, sicura, e sempre

aperta per accusare ai magistrati chi macchinasse contro lo stato, e

per togliere al tempo stesso ogni sospetto quando l'accusato fosse

possente e temuto, erano ordinate in varj luoghi della città alcune

casette chiamate tamburi, sul coperchio delle quali era un fesso d'onde

si poteva far passare lettere o carte, e la chiave di tali tamburi era

presso i rettori.

Chi voleva far pervenire in mano di questi un'accusa contro un

cittadino la buttava in un tamburo (e ciò si nominava tamburare), e

rompendo in due pezzi un grosso d'argento ne serbava una metà, l'altra

la chiudeva nella lettera onde se in seguito gli fosse venuto bene di

farsi riconoscere ne avesse il modo.

Queste tamburagioni produssero mai sempre poco vantaggio, se pure ne

produssero alcuno, e spesso furono istrumento alla malignità, all'odio

ed alle vendette d'uomini codardi e vigliacchi.

Messer Benedetto de' Nobili tra gli altri il quale, se il lettore se

ne ricorda, avea concertato con Malatesta quanto fosse da farsi per

costringere Niccolò ad accettar Troilo per suo genero, s'era tanto

maneggiato, che gli venne fatto scoprire ove fosse il bambino della

Lisa. Conobbe poter ottenere l'intento molto facilmente per vie della

tamburagione.

Scritta perciò una lettera accomodata a questo suo disegno, la gettò

nel tamburo posto nel muro del palazzo de' Signori dalla parte della

Dogana, e venne in mano al gonfaloniere Carduccio la sera stessa ove

accadder le cose accennate nel precedente capitolo.

La lettera diceva così:

_Magnifice Domine_

«Avvegnachè sia pervenuta a notizia d'alcuni cittadini amanti della

patria e di questo stato popolare esservi chi desidera e procura far

novità, e tiene pratiche segrete coi nemici del nome e della libertà

Fiorentina, si tengon essi obbligati darne avviso a chi può correre al

riparo d'un tanto male.

Sappia adunque la vostra Magnificenza, che si dubita assai da molti

sul fatto di messer Niccolò de' Lapi, e si crede quella sua rigidità

contro la parte Pallesca non sia che una vana ostentazione per

colorire disegni pregiudizievoli a questo reggimento. La cagione di

cotali sospetti sta nel sapersi che molte volte prima che cominciasse

l'assedio era messo segretamente in casa sua, di notte tempo e per

una loggia che mira sulla via dei Conti, Troilo degli Ardinghelli,

rubello, al quale Niccolò ha maritata la Lisa; e per tener nascosto il

parentado, dubitando forse non generi sospetto nel popolo, tiene ora un

fanciullo nato di questo matrimonio, molto ben guardato in certe camere

appartate su in alto della sua casa.

Vi è chi dice d'aver veduto Troilo entrargli di notte in casa anche

a questi giorni che il campo è sotto le mura, benchè si sappia esser

il sopraddetto Troilo ai servigi del principe d'Orange, e militare

coi nemici di Firenze (ciò era al tutto falso, e messer Benedetto lo

sapeva meglio d'ogni altro). Ora potrà la V. Magnificenza chiarirsi

della verità dei fatti, e giudicar cosa si debba inferire da queste

pratiche condotte con tanto segreto, e se faccian ritratto di buono e

leale cittadino. A ogni modo non s'è voluto mancare di non l'avvertire

a quella _quae bene valeat_.»

Il Carduccio rimase senza fiato leggendo quell'accusa. Niccolò, il suo

amico, l'uomo sul quale non era mai caduto un sospetto, crederlo un

traditore, crederlo soltanto capace di dissimulare, non ci si sapeva

indurre. Dall'altro lato la lettera citava fatti così positivi che si

potevano così presto verificare!... Stette un momento sopra di se, ma

tosto nel suo cuore riuscì vittoriosa la buona opinione che aveva del

vecchio popolano, e deliberò mostrargli questa volta quanto largamente

si rimettesse nella sua fede.

Si trovava appunto il Ferruccio alla presenza; fatto un piego, ove pose

la lettera, e suggellato, lo pregò volesse in suo servigio portarlo

tosto a Niccolò, dicendogli queste parole «Il gonfaloniere vi manda

questo scritto onde veggiate in qual conto vi tiene.»

Pensò servirsi del Ferruccio e non d'un fante, affinchè qualunque

alterazione apparisse sul volto di Niccolò nel leggere una sì enorme

accusa, non fosse veduta se non da persona amica e prudente, e così non

andasse per le bocche d'ognuno.

Giunse il Ferruccio a casa i Lapi, ed intromesso, non senza qualche

maraviglia di Niccolò di vederlo così tosto ricomparire, gli pose in

mano la lettera, dicendogli le proprie parole del Carduccio.

Niccolò l'aperse; la lesse, e rimase un momento senza dir parola o far

moto nessuno. Poi alzatosi in piedi, e fattosi più presso al lume,

colla mano si strofinò gli occhi e la fronte, guardò fisso in viso il

Ferruccio come per accertarsi ch'era desso, e ricominciò a leggere il

foglio dal principio.

Finita questa seconda lettura, e fatto certo che tutto ciò non era

sogno, pensò al primo che non fosse se non una filza di menzogne

trovate da' suoi nemici per iscreditarlo, e fu sua buona ventura,

che se avesse pensato ciò poter esser vero, è probabile, colto così

all'improvviso, fosse caduto morto. Due o tre volte incominciò a

parlare, ma gli s'annodava la lingua in bocca e taceva, finalmente,

facendo ogni prova onde non apparisse agli occhi del Ferruccio la

tempesta si sentiva nel cuore, lo pregò ringraziasse il Carduccio della

sua cortese opinione, ed usando tronche ma amorevoli parole gli diede

commiato.

Volto allora a' suoi figliuoli, che soli erano rimasti, con un'occhiata

che li fece tremare, disse con quella voce alla quale alcuno in casa

non osava replicare:

--Niuno sia tanto ardito d'uscir di questa camera finch'io non torno;

presto saprò se anche sotto questo tetto vivano traditori.--

I tre giovani, attoniti e conturbati, si guardarono in viso l'un

l'altro senza profferir parola; Niccolò, preso un lume colla manca,

s'avviò per uscire, e passando vicino a Vieri gli strappò d'accanto la

daga; varcò la soglia, chiuse la porta, e cominciò a salire la scala.

Fatto il primo capo, si fermò un momento a pensare, poi scagliò lontano

da sè il pugnale, che venne sdrucciolando per gli scalini insino in

fondo.

Giunse alla porta della camera ove dormivan le figlie, si fermò di

nuovo un momento origliando, pose l'occhio al buco della chiave, ed il

povero sventurato vecchio fu certo alfine della sua vergogna. La Lisa

allattava il bambino.

A quella vista smarrito affatto il lume degli occhi percosse due volte

col pugno chiuso sì fattamente la porta che quasi la staccò dalle

bandelle, e con voce che pareva piuttosto ruggito d'una fiera mandò

quel grido che abbiam poco sopra narrato.

--Apri!.... mala femmina.--

Passarono due o tre secondi, e nessuno apriva. Niccolò con una valida

spinta sforza l'uscio già scassinato, entra, e si ferma in mezzo alla

camera. Le due giovani s'eran fatte a un tratto diacciate e bianche

come due statue di marmo, ed il vecchio rimasto muto, ed assalito da un

tremito convulso, figgeva nella Lisa due occhi di fiamma che sembravano

consumarla come fosse di cera.

--È dunque vero! gridò alla fine dando un muglio che i figli udirono

dal pianterreno, e trasportato dalla furia di quel primo impeto si

scagliò contro la figlia colle più orrende e vituperose parole che

siano mai state dette a femmina perduta, a tale che Laudomia tutta

tremante cadde bocconi piangendo dirottamente, e prese pel lembo il

lucco del padre: ma questi voltosele come un serpe cui venga pesta la

coda, glielo strappò dalle mani, e la sbigottita giovane ricadde colle

braccia e colla fronte sul pavimento.

Lisa col capo tra le ginocchia (che al primo picchiar di Niccolò avea

posto il fanciullo nella culla) non s'era mai mossa; dopo quella prima

sfuriata il vecchio tacque un momento come per riprender l'anelito, ma

tosto proseguiva:

--Dimmi, femmina d'inferno, vergogna mia, vergogna della tua casa, non

potevi prima ammazzarmi, e poi far quel che tu hai fatto? Non vi eran

più coltelli in Firenze? Ci voleva tanto a spegner l'ultimo fiato di

vita d'un vecchio di novant'anni? Non bastava levartelo dinanzi, e

poi se volevi, darti anima e corpo al nemico? Togliermi la vita? che

mi toglievi? ma l'onore salvato per tanti anni puro, intatto insin ad

oggi!...... quando ho già un piè nella fossa, tu, perversa, mi butti il

fango in capo? Su questi canuti, che dovean essere la gloria de' miei

figliuoli, l'onore di te, sozza scellerata!.... E se non eri da tanto

di saper tener in mano un pugnale, chè nol dicesti a quel tuo sgherro

ribaldo.... era impresa di gentiluomo, di Pallesco, di cortigiano

fradicio de' Medici scannar un vecchio da tergo..... ma sapeva il

traditore che potea farmi peggio.... Ma, alla croce d'Iddio, anch'io

gli saprò far conoscere l'error suo d'aver lasciato vivo Niccolò, e se

n'avrà a pentire che non sarà più tempo.... Averardo.... Vieri....--

I giovani, che stavano in orecchi, corsero alle grida di Niccolò, che

data loro a leggere la lettera mandatagli dal Carduccio esclamava:

--Chi di noi sarà tanto ardito d'or innanzi di alzar gli occhi in

viso a Lamberto, a quel giovane onorato e dabbene, ed altrettanto

disavventurato....--

E qui fermatosi un momento come colto da un nuovo pensiero:

--Disavventurato? seguiva, son pur pazzo.... avrà invece a ringraziar

Dio, e botarsi, d'averlo salvato d'impacciarsi con questa trista, con

questa sfacciata, che ha potuto tradire un par suo per darsi ad un

ribaldo traditore, traditor mille volte!....

--Fuori di questa casa, gridava con furore e voce sempre crescente,

fuori ora proprio, tu e questo fanciullo, e va, portaglielo a suo

padre, e digli che ringrazii Iddio ch'io non son nè Pallesco, nè

gentiluomo, ne cortigiano, che s'io fossi tale!.... che avete fatto

assai ad uscirmi vivi dalle mani... Ma è stato Iddio che non ha

permesso ch'io venissi sin qui con quella daga....--

Mentre Niccolò profferiva queste parole, la Laudomia in terra non

cessava di singhiozzare tentando d'abbracciare le ginocchia del padre,

che mai nol sofferse, e sempre la respingeva; i fratelli, vedendolo

venuto in tanto furore, non ardivano appressarsegli.

La Lisa, che senza muoversi, e senza aprir bocca aveva ascoltato sino

al fine quella gran villania finch'era contro essa sola, si scosse

udendo chiamar traditore il marito, e ritrovò forza nella sua ardita

natura, che a guisa d'una molla più era compressa, e più valida

risorgeva. Alzò la fronte pallida, ed affissato il padre con occhio

languido ma sicuro si pose ginocchioni così un po' distante com'era,

poi disse:

--Mi fate voi degna dirvi quattro parole prima ch'io esca di questa

casa?--

Niccolò rispose--Di', e fa presto.--

--Se voi m'avessi ammazzata, lo meritavo bene.... non posso negarlo.

Conosco d'aver fatto errore grande, scostandomi da quell'obbedienza che

v'era dovuta, e conosco ch'io dovevo almeno, poichè il male era fatto,

confessarvi ogni cosa.... Laudomia ch'è costì e che non seppe mai nulla

finchè tutto non fu condotto a fine, me lo consigliava; sono stata

io che non ho voluto. Dunque tutta la colpa è mia, ed è ragionevole

ch'io ne porti la pena, e tutto quanto m'avete detto, o mi direte, e

qualunque sia il castigo che mi preparate, tutto riceverò benedicendovi

le mani e dirò d'averlo molto ben meritato; ma se siete signore e

padrone di me, non lo siete dell'onore e del nome di Troilo, che mai fu

traditore a persona....--

--Io voglio aver tanta pazienza ch'io ti ascolti insino in fine....--

Disse Niccolò con riso amaro.

--E, riprendeva Lisa, di questo ne starà a paragone con tutto il mondo.

S'egli è della parte Pallesca, egli è quali furono gli antichi suoi,

e ciò non vuol dir altro se non che egli l'intende a un altro modo,

che non l'intende il popolo di questa città.... e sarebbe cosa troppo

enorme voler dire, che quanti cittadini son fuori di questa mura tutti

sono traditori....--

--E tu vile ribalda sei tanto ardita di bestemmiar la tua patria a

questo modo, in casa di Niccolò, e credi pazza che tel comporti?....

e quando dovresti nasconderti sotterra, e morir per la vergogna, e

ringraziar Dio e me che ancora vedi lume, invece ti rimane pur tanta

faccia di parlare, e per poco la non dice che la buona, la virtuosa è

stata essa.... e l'uomo dabbene egli è 'l suo drudo, e non è traditore

chi viene armata mano contro la sua patria?.... Ah, che conosco

finalmente che vipera mi tenevo in seno, che sia maladetta l'ora che

tua madre s'incinse di te pel mio malanno.... Animo, a chi dich'io?

Ch'io ho troppo sofferto.... Animo, fuor di questa casa....--

Finir queste parole, avventarsi alla Lisa, afferrarla per le trecce e

strascinarla carpone sin presso la porta, malgrado i pianti e le grida

di Laudomia, fu tutt'uno.

I figli allora, commossi a pietà per la misera sorella, s'interposero e

gliela levaron di mano.

--Via, disse Vieri, il più giovane de' tre, ch'era bonaccio e di que'

caratteri che non possono sentir discorrere di guai, via, d'ogni cosa

alla fine si vuol far pace, e basta bene che la se ne vadi se voi non

la volete in casa....--

--Oh padre mio! interrompeva Laudomia, è vero, abbiam fatto error

grande, ma Iddio perdona pure a chi si pente, e domanda pietà... Se

quel che più v'offende è l'aver essa sposato un pallesco, ma non avete

voi pregato per essi non son tre ore... e se non perdonate, come volete

che Iddio, scusate babbo s'io son tanto ardita.... come volete che

Iddio perdoni a voi?--

Gridò Niccolò:

--Non mi star a far la saccente, ch'io non ho mestieri d'imparar da te,

sciocca, ciò che convenga di fare.... Sta a vedere ora che bisognerà

lasciarsi vituperare le figliuole da' Palleschi, per dar retta alle tue

baje.... bada a te, e a' fatti tuoi, tu.... e tu (volgendosi a Lisa)

prendi quel fanciullo e levamiti dinanzi, e vattene col malanno, che

Dio ti dia....--

La povera giovane, ch'era sino allora rimasa in terra buttata come

uno straccio, coi capelli che le cadevan per le spalle e pel volto,

mandando tratto tratto dal petto un singhiozzo convulso si venne

alzando con gran fatica.

--Iddio è giusto, diceva interrottamente, oh Iddio è giusto.... egli

e non voi m'avrà a giudicare.... e vedrà.... se meritavo.... d'esser

trattata... a questo modo. Per la disubbidienza.... quanto a questo,

ero colpevole.... è vero..... ma è mio marito.... non è mio drudo, come

dite.... non ho peccato.... Per quanto all'esser Pallesco.... oh questo

poi!.... Iddio non parteggia, io mi confido ch'egli non è nè Pallesco,

nè Piagnone.... egli maledice.... oh sì, maledice queste sette....

quest'odj.... questi furori....--

--Egli maledice i figliuoli empj, gridò Niccolò, i figliuoli che

disubbidiscono, e vituperano chi diè loro la vita, e n'attristano la

vecchiaja, e li cacciano disperati nella fossa, e tu, sciagurata, te

n' avvedrai....--

A questo punto Laudomia atterrita, e quasi smarriti i sensi e

l'intelletto per la terribil scena di cui era spettatrice, e per

l'orrenda maledizione scagliata dal vecchio sul capo della misera

sorella, non trovava più forza per formar parole, ma coi gemiti, colle

lagrime, coll'abbracciare le ginocchia e baciar i piedi del padre,

divenuta come ebbra e forsennata, coll'avvinghiarsegli appigliandosi

alle sue vesti tentava ancora d'impietosirlo. Ma lo sventurato vecchio

era (non per modo di dire, ma realmente) fuor di sè, e smarrito ogni

lume, ogni senso di ragione, ributtò Laudomia con un urto così valido

che la misera si dovette arrovesciare sul suolo: provò dapprima un gran

dolore al capo; a poco a poco non sentì più nulla e svenne.

I figli di Niccolò, visto l'atto crudele e furibondo del vecchio,

che sconvolto nel viso, irti i capelli sulla fronte livida, mostrava

col pallore, col tremito delle membra, coll'errar delle pupille,

star presso a perder i sensi, come già dava segno di aver smarrito

l'intelletto, gli si posero attorno con sommesse ed umili parole, ma

pur usando misuratamente le forze, e l'avviarono fuor della camera

dietro la sventurata sua figlia.

Questa, col fanciullo in collo che piangeva, scese, e senza più

volgersi uscì in istrada. Al padre s'era intanto dissipata la nube che

l'aveva per un momento come tratto di senno, si sciolse dalle braccia

de' figli, e chiuso con impeto il portone, fe' correre il chiavistello,

e senza profferir più parola entrò nelle sue stanze e voltò la chiave

dell'uscio.

Eran circa le sei ore, che in quella stagione corrispondono a un

dipresso alla mezzanotte; la tramontana spingeva di traverso una

pioggia fitta e diacciata, e la povera Lisa camminava a caso nelle

tenebre, ora inciampando, ora entrando fino a mezza gamba nelle pozze

d'acqua e di mota di che era piena la via, ma non avendo altra cura,

altro pensiero che di tenersi ben serrato al petto il suo bambino ed

addoppiargli i panni in capo ed indosso, onde salvarlo dall'acqua e dal

freddo.

Procurando andar rasente il muro; e per dirigersi (avendo le mani

impedite brancolar non poteva) alzava gli occhi tratto tratto, e

seguiva la linea de' tetti, che in quell'oscurità generale erano più

scuri del cielo, appena tanto da poterli distinguere. Andò così un

buon pezzo vagando, ed a poco a poco l'idea dello stato presente,

del pericolo, del patire del figlio, cacciò o distrusse ogni altro

pensiero. L'idea che s'ella fosse venuta meno, il povero Arriguccio

sarebbe spirato nel fango di freddo e di disagio, forse in pochi

minuti, valse a ritornarle quella forza che già sentiva mancare: pregò

Dio col cuore, e riflettendo a qual partito dovesse appigliarsi,

si risolvette andar da una parente che le s'era sempre mostrata

amorevole.... ma stava fino in porta S. Friano. Pure non conosceva

altro rifugio, s'avviò. Poco pratica delle strade, così allo scuro,

ed in tanto travaglio d'animo presto, come suol dirsi, perdè la

tramontana, nè seppe più in quale strada si trovasse. Si fermò un

momento per riprender gli spiriti e raccoglier le idee, e calcolando

la strada fatta le fu avviso trovarsi in faccia al Duomo, di dove pel

corso degli Adimari potea dirigersi verso l'Arno. Ma scostandosi da un

muro che aveva alle spalle e procedendo avanti credendosi in piazza,

dopo otto passi diede invece nel muro infaccia d'una via stretta,

poichè senza accorgersene avea voltato dietro l'arcivescovado, e per

Calimala era venuta verso porta Rossa.

Allora, perduta adatto ogn'idea del luogo ove fosse, sentì, insieme

colla speranza, mancarsi l'animo e le forze, e si mise a piangere

dirottamente, pur alzando tra i singhiozzi la debol voce a chieder

ajuto per amor di Dio. Ma nessuna finestra s'aprì, nessuna luce

comparve.

--Oh Dio mio! Dio mio, disse la misera stringendosi al seno il figlio,

ch'egli abbia a morir a questo modo in mezzo a Firenze!---

Ed alzò più forte la voce, che finì in istrido disperato. Tutto

inutile. Le corsero allora alla mente le cagioni della sua presente

sventura: ripensò rapidamente gli odj di parte, le preghiere fatte

quella sera stessa, i furori de' Piagnoni, li maledisse, maledisse la

patria!... ma il suo dolore s'era mutato in follia. Merita compassione.

Crebbe allora l'affanno del respiro, un sudor freddo le usciva da

tutti i pori, e le parea sentirsi agghiacciar l'alito nelle fauci. Le

ginocchia le mancarono affatto, dovette accosciarsi rasente il muro; un

torpore mortale le invase le membra pel quale a poco a poco anche la

mente le si venne oscurando: non era sonno, non era svenimento, ma un

misto d'ambedue.

Rimase in questo stato brev'ora, sopraggiunse per sua ventura la scolta

guidata da Fanfulla, dal quale venne raccolta, e confortata nel modo

narrato al capitolo VII. S'egli avea sentito premura per lei al primo

vederla, tanto maggiore la provò quand'ebbe udito i suoi casi. Le si

profferse in tutto quanto era in poter suo, interrogandola al tempo

stesso, che cosa pensasse di fare. Ma neppur essa lo sapeva. Andar da

quella parente come avea divisato quando si trovava sola, abbandonata

da tutti, ora non ci si sapea risolvere: era una casa di Piagnoni

arrabbiati, come tutti i congiunti e gli amici de' Lapi, ed oltre che

aveva in uggia più che mai in quel momento cotesti furori, era di più

molto incerta se, saputo il suo matrimonio con un Pallesco, avrebbe

trovato carezze ed accoglienze, od invece rimproveri e male grazie.

Quantunque caduta sì basso, il suo animo ripugnava a porsi in casa

altrui in figura di colpevole e di supplicante. Rispose dunque a

Fanfulla, che se Iddio, ed egli non l'ajutavano, non sapeva quanto a

lei che cosa divenire.

--Vi sarebbe un mezzo, soggiungeva, ed il migliore di tormi d'affanni,

condurmi al campo a trovar mio marito!

--Eh figliuola, al campo! giusto; la via dell'orto! Prima, per bando

del sig. Malatesta, nessuno può uscir di Firenze se non comandato,

e per combattere; poi, un affare di poco! condurre una donnetta del

vostro taglio col bambino, che se gli salta di cacciarsi a urlare,

felice notte.... no, no, questa lasciamola per l'ultima.--

Alla povera Lisa si gonfiaron gli occhi di lacrime vedendosi tagliar

la via di condursi a quello che era pur sempre signore del suo cuore.

Sospirava e taceva, Fanfulla soprastato così un poco a pensare, scrollò

il capo in atto di risolversi e disse:

--Orsù, per qualche tempo.... finchè arriverà... ci penso io.... Venite

meco.--

Presosi il bambino in collo e coll'altra mano reggendo la Lisa uscì

dalle camere della guardia, che potea star poco ad albeggiare, e dopo

alcuni minuti si fermò all'uscio d'una casetta in via Larga. Dopo otto

o dieci bussate l'uscio s'aprì.

--Aspettatemi qui un momento, disse Fanfulla entrando. Ricomparso

dopo alcuni minuti mise dentro la Lisa, che in una povera cameruccia

trovò una vecchia consumata dallo stento ma di benigno viso, la quale

l'accolse con mostra di buon volere e di compassione. Si può imaginare

se la povera giovane avesse bisogno di conforti d'ogni qualità! Pochi

ne potè trovare, ma porti con amorevolezza, in quell'estremo bastarono

pure ad ajutarla, e fatta porre su un lettuccio col suo bambino,

benedisse Iddio di trovarsi ancor tanto latte da poterlo addormentare:

quando lo vide dormire, la stanchezza vincendo a poco a poco il senso

della sua sventura l'immerse in un sonno placido e profondo.

Fanfulla intanto, visto appena che le cose si avviavan bene, se n'era

uscito, promettendole che si sarebbe lasciato rivedere. Quando fu in

istrada camminava a capo basso, colle mani dietro le reni, scrollando

il capo e soffiando: poi un tratto si cacciò a ridere, e disse:

--Ora che il capitan Fanfulla ha creduto bene di farsi cavaliero di

questa dama, e che le ha detto _ci penso io_.... al fornajo, ben

inteso, vediamo un po' se non se l'ha per male; con che quattrini le

farà le spese? E non si scordi che la terra è assediata, e se la fame

non cresce, che più di così e impossibile, cresce almeno ogni giorno il

prezzo del grano!.... A te, rispondi.--

La risposta del buon Fanfulla fu cacciarsi a ridere un'altra volta

dicendo:

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 11 / 51 段