di Roma!... ma tosto dandosi colla mano sulla bocca si ricordò che
dal sacco in poi aveva fatto di gran discipline appunto per iscontare
il mal guadagno d'allora. Si recò in mano le poche monete si trovava
indosso, avanzo della paga ricevuta a conto dal signor Malatesta. Il
poveraccio n'avea donato la maggior parte all'ospite della Lisa pel
suo mantenimento, salvandone appena un terzo per sè, ma la provvisione,
tanto per l'uno che per l'altra, potea servire una settimana
malvolentieri. Pensando e ripensando, alla fine gli venne un'idea, ma
dovette esser tremenda per lui, poichè gli trasse un gemito dal petto,
come v'avesse materialmente sofferto la trafittura d'un ferro.
Si contorse, combattè, respinse l'idea, la discacciò, e raddoppiava il
passo sperando lasciarsela dietro le spalle. Ma quella maladetta idea
gli ronzava nel capo, lo molestava, cacciata di qua ricompariva di là,
e quantunque non lasciasse di pungerlo, aveva però in se una potenza
attrattiva d'un genere così irresistibile, che alla fine rimase essa
padrona, ed il povero Fanfulla dovette proprio fare a suo modo.
Sapete che cos'era quest'idea? Rinunziare, niente meno, a far com'egli
diceva il mestiere a cavallo, non esser più uomo d'arme, mettersi nelle
fanterie e vendere il suo vecchio Grifone.
Un cuore come Fanfulla non v'è più in questo nostro secolo d' _egoisti_!
Era tanta la pietà del caso della Lisa, ed il punto d'onore di non
mancare alla promessa, che dovette, non trovando altro modo, attenersi
a questo, benchè sopra tutti enorme e doloroso. Proseguì il suo cammino
colla fronte bassa ed avvilita, come colui che già si sentiva caduto di
grado, e nel solco della cicatrice che gli divideva la guancia scese
lento, lento, un certo umido che in tutt'altri si sarebbe chiamato una
lacrima. Ma Fanfulla, chi diamine vorrebbe dir che piangesse!
Si condusse alla stalla ove teneva il cavallo e nel guardarlo pensava:
--Chi vuoi tu che compri questo povero animale? Torse lo sguardo ed il
capo dal suo antico compagno al quale gli parea quasi farsi traditore,
ed andò difilato ove alloggiavano gli uomini della compagnia del sig.
Amico d'Arsoli. Nelle scaramucce che si facevano alla giornata sempre
qualcuno ne rimaneva a piede. Fanfulla profferse il suo cavallo ad
uno di costoro, e quantunque risoluto in tutto all'enorme sacrificio,
gli rimaneva però nel cuore un resto di speranza, di non trovare
chi volesse far il negozio per esser la bestia troppo sfinita. Ma
in quel tempo non bisognava cercar cinque piè al montone, ed uno di
que' caporali, fu contento pagarlo trenta ducati. Il nostro povero
amico prese i danari e presto se li mise in tasca. Levatane la chiave
della stalla la diede al compratore, insegnandogli il luogo dov'era,
tutto ciò senza guardarlo in viso, e si tolse di quivi sospirando e
dicendo--_È fatto_--
Questa somma, che in tempi ordinarj avrebbe dato le spese alla Lisa
per più mesi, col caro, cagionato dall'assedio, non potea servire pel
quarto del tempo.
Una circostanza s'aggiunse, che la fece struggere anche più in fretta.
La Lisa s'ammalò. Tante agitazioni, tanti patimenti le infiammarono il
sangue; le saltò una febbre gagliarda che per due settimane non la
lasciò mai, e quando per le assidue cure della vecchia, di un medico
dabbene, e più d'ogni altro del buon Fanfulla, fu rimessa in piedi, si
trovò con poche forze e con meno danari. La vecchia non n'avea per sè,
onde non potea darne. Fanfulla, senz'altra provvisione che la paga d'un
fante, facea quel poco che poteva, ma se ciò bastava a non morire, non
era abbastanza per poter campare. E la povera Lisa, conoscendo ch'egli
viveva in disagio per cagion sua, gli nascondeva il proprio patire, il
bisogno di cibo migliore e più abbondante, che per l'abito, la gioventù
e le rinascenti forze, provava urgentissimo; in somma, la figlia
di Niccolò nata e vissuta negli agi e nell'abbondanza d'ogni bene,
imparava ora per la prima volta le terribili angosce della fame.
La vecchia che l'aveva raccolta in casa, detta la Niccolosa (l'arte
sua era lavar pannilini, cucire e rimendare) era stata conosciuta da
Fanfulla quando egli stava in S. Marco, chè spesso, per esser costei
in tanta vicinanza del convento, le portava tovaglie d'altare ed altre
biancherie. Tenendola per donna dabbene e d'amorevole natura, le avea
messa in casa la Lisa, che accettata volentieri, fu del pari ben
trattata finchè durarono i danari. Ma finiti questi, la povera vecchia
venne a tali strette, che il suo proprio patire le toglieva di potere
aver pietà dell'altrui. Salita un giorno nella cameruccia d'ella Lisa,
con viso afflitto, ma con buoni modi, le dovette pur dire, che quanto
alla casa sua ell'era contenta vi stesse, nè intendeva metterla in
mezzo alla strada; ma quanto al vitto, pensasse a provvedersene.
--E come provvedermene? Pensò sospirando la Lisa, che da molti giorni
viveva di poco pane ov'era più crusca che farina, e vedeva presso a
finire la piccola provvisione che se n'era fatta. Panni di qualche
valore, anella da vendere non ne aveva, chè era uscita di casa si può
dire in sola camicia. Ed in tante miserie fosse almeno stata sola a
soffrire, ma essa avea un figlio che dovea vivere del suo latte!
Il povero Arriguccio, che dipingemmo così bello, così colorito e
pienotto, avea pur fatta in poche settimane la gran mutazione. Le
membra tonde e sode s'eran, per dir così, liquefatte ed avvizzite. La
pelle lucida e tesa un tempo pendeva ora floscia ed arrendevole a tutti
i moti del fanciullo.
Ogni giorno la povera madre nel vestirlo o nello spogliarlo, lo
guardava, lo veniva ricercando per tutta la persona cogli occhi umidi
di pianto; ed ogni giorno le pareva si fosse consumato la metà; ogni
giorno credeva trovare qualche ossicino più protuberante, e meno
coperto del giorno innanzi. E sebbene questo decadimento non fosse
tanto rapido quanto la materna sollecitudine l'immaginava, era però
vero e continuo.
Per la nuova magrezza, e l'impossibilità di mutarlo spesso, chè la
poverina non avea panni, la tenera e sottil pelle del bambino in molti
luoghi ov'era più frequente l'attrito, s'era fatta rossa, e pareva
presso a lacerarsi.
CAPITOLO XII.
La sventurata madre seguiva ansiosa e tremante il progresso di questi
mali, struggendosi in pianto, ed in baci che imprimeva a migliaja sul
misero corpicciuolo, quasi dovessero aver virtù di ritornargli la forma
e lo splendore di prima. Ma questa virtù che era un tempo nel suo seno,
il dolore, gli stenti, la fame, l'aveano esausta quasi del tutto.
Gli orrori della sua cacciata dalla casa paterna, il rimescolo, il
freddo di quella prima notte, le avean subitaneamente scemato il latte;
nè il suo modo di vivere era atto a ristituirglielo ora. Il fanciullo
non mai sazio, piangeva di continuo: la poverina priva d'ogni ajuto,
d'ogni modo onde acchetarlo se lo teneva tutto giorno attaccato al
petto, ma neppur questo valeva: che il bambino trovandolo vôto, si
sfiniva suggendo inutilmente e presto staccatosi dava in un pianto
fioco e sconsolato.
Il giorno stesso in cui la Niccolosa era venuta a dirle quelle dolorose
parole, la povera giovane verso sera rimasta sola in casa si sentiva
più debole, più inferma del solito. Quel tenersi continuo il fanciullo
al seno l'avea sfinita. Un dolore profondo alle ossa del petto le
impediva di mettere intero l'anelito, e tratto tratto si sentiva
soffocare.
Seduta a canto alla finestra col figlio steso sulle ginocchia, che
languido ed abbandonato, dormiva, o piuttosto era in quel sopore che
sopravviene al mancare delle forze, ella vedeva scemare la luce del
crepuscolo pensando con terrore alle imminenti tenebre d'una lunga
notte d'inverno.
Non avendo lume era costretta, quand'annottava, di andarsene a letto;
e quell'ore eterne passate nell'oscurità senza poter chiuder occhio, e
col disperato travaglio di non trovar via ad acchetare il pianto del
figlio, le mettevano, al sol pensarvi, un brivido di spavento, ed eran
forse il più duro tormento del suo stato presente.
Ora alzava gli occhi guardando il ciel bigio, che di momento in momento
s'andava facendo più nero, ora li lasciava cadere afflitti e spenti
sul volto affilato del bambino, misurandone il respiro, che le parve
a poco a poco farsi più frequente e affannoso. Le parve scorgere che
il candido pallore della pelle s'andasse come annebbiando di livido,
specialmente attorno alle labbra, s'alzò sbigottita, e sperando codeste
apparenze fossero effetto della poca luce, preso il fanciullo, lo pose
col volto contro la finestra, e vide che il lividore non era illusione,
vide le labbruccia farsi scure e turchine, gli occhi semichiusi
aprirsi un tratto, e la pupilla errare un momento, poi sparire sotto
la palpebra. Gettò un grido la misera madre, che credette giunta
l'ultima ora del figliuolo, lo portò sollecita sul letto, lo sciolse
in un baleno dalle fasce, e tremando per l'ansia, per la fretta, per
l'incertezza, cominciò a strofinarlo, e colle palme, col fiato, e,
senz'avvedersene, colle lagrime che gli piovevano dagli occhi le pareva
pure dover riuscire a ridestare in esso il calor vitale.
Poscia avvisando nuovi modi s'abbandonava colla bocca su quella del
fanciullo, coprendolo e riscaldandolo, poi gli faceva cader tra le
labbra qualche stilla di latte, che a stento riusciva a spremersi dal
seno, ma la dolcezza di vederlo inghiottire, che avrebbe comprata colla
vita, non l'ebbe; rizzatasi allora smaniosa, disfacendosi in lagrime,
giungendo le mani convulse, o cacciandosele ne' capelli:
--Oh figlio mio! diceva, oh amore della povera madre! oh non
l'abbandonare!..... No, no, no!.... Oh se mi guardasse almeno! oh
Dio! che non ho altro al mondo che il povero angioletto mio;.... e
anche questo mi vuol abbandonare! Oh! Arriguccio mio,.... guarda la
povera madre.... oh ridi!.... Oh! veder ridere una volta ancora quella
boccuccia cara e poi morire! Oh! Dio! Dio! prendimi tutto..... sì,
tutto e tutti..... ma il figlio, l'amor mio, le mie viscere,.... oh no,
non è possibile.... oh non lo potresti volere!....--
Ma il fanciullo immobile, respirando appena, non dava segno atto a
destare ombra di speranza. L'infelice Lisa rasciutte le lagrime,
invetrito lo sguardo, ristette fissandolo un pezzo, immobile e muta;
ma intanto ciò che gli sforzi, le cure, il pianto della madre non
avean potuto, lo potè la natura e la convulsione che aveva assalito il
bambino si venne a poco a poco calmando.
Se n'avvide ai primi indizj la donna. Scorse il colore ritornar
naturale, gli occhi sereni; ricomporsi i lineamenti; tacita, tremante,
teneva dietro a questa mutazione con un ansare sempre più rapido, ma
quando vide le labbra del suo fanciullino aprirsi ad un sorriso, fu un
tale scoppio d'allegrezza, di piangere e ridere ad un tempo, fu tale
l'ebbrezza, la commozione interna, che mal reggendosi in piedi cadde
ginocchioni accanto al letto, e coprendo di baci le ginocchia ed i
piedi del figlio, diceva:
--Oh Dio, lo sapeva!... oh! non era possibile... sarebbe stato troppo
ad una povera madre, ad un'infelice.... infelice? Chi dice che sono
infelice? Che sono povera?.... M'è tornato l'amor mio! mi guarda e
ride, l'ho visto ridere.... son felice, son ricca, io son troppo
avventurata, io non chiedo altro, io non ho cuore per altro bene, per
altro amore.... oh Arriguccio! tu avevi morta la povera madre.... oh
cattivo!.... no, no cattivo.... angiolo, angliolo del paradiso, chè ora
m'hai ridonata la vita.--
Nè bastando quelle parole a dare sfogo ad affetti tanto indomiti e
bollenti, le finiva in un fiume di lagrime ed in mille baci e mille
carezze.
Intanto era fatta notte del tutto. Quando nel cuor della Lisa fu
acchetata la tempesta di tanti affetti, cominciò a riflettere al suo
stato, al pericolo che, durando così le cose, quella sventura che
era stata ora soltanto minacciata, s'avverasse: l'amor materno vinse
il terrore ch'ella provava al solo pensiero pel padre, e si risolse
andare a lui senza por tempo in mezzo, impetrarne la vita del figlio,
ottenerla o morire a' suoi piedi.
Arriguccio dormiva. Fe' sopra lui il segno della croce, l'assettò in
modo che se veniva a muoversi non corresse pericolo di cadere, lo
baciò, e scese brancolando nella cameruccia al pian terreno ov'era la
Niccolosa.
--Per l'amor di Dio, le disse, state attenta se mai Arriguccio
piangesse.... or ora torno.--
La vecchia la sgridava di voler uscire sola la sera; ma inutilmente,
chè la Lisa già avviata più non l'udiva. La notte era scura, le strade
deserte, appena qualche bottega a sportello, ed il debol chiarore dei
lumi di dentro pur serviva a non ismarrir la via. La Lisa camminava
muro muro, con passo veloce; in pochi minuti fu al portone de' Lapi,
che rivedeva per la prima volta. A quella vista pianse. Ma rasciutte
quelle lagrime, ferma col piede sul primo de' due scalini pe' quali si
saliva al limitare, le veniva meno il coraggio, nè poteva stender la
mano alla campanella che serviva a picchiare.
Vide lume alle finestre delle camere terrene di Niccolò, e salita sulla
panca di marmo che s'estendeva quant'era larga la facciata, riuscì,
attenendosi all'inferriata, a poter alzarsi tanto da vederne l'interno.
Nella camera non era altri che Niccolò e Laudomia, egli sul suo
seggiolone sotto il cammino, ella alla tavola del lavoro, ambedue
immobili e muti; ambedue mostrando sul volto tracce tali che potevano,
da chi ignorasse i loro casi, esser attribuite egualmente, ad una
calamità sofferta, o ad una fresca malattia. Lisa, che la prima
conosceva, dubitò della seconda, e non s'ingannava.
Dicemmo come al fine della terribile scena, mentre Lisa era cacciata
di casa, Laudomia rimanesse in terra svenuta; soccorsa dalla fante, si
riebbe tanto da poter a stento, ed ajutata, giungere al suo letto, ma
presa già dalla febbre, da vacillazione di mente, stette in forse della
vita per molti giorni, ed altri moltissimi in letto, e quella sera
stessa era scesa per la prima volta nella camera di Niccolò.
Ad esso era accaduto poco meno. Ma d'animo e di complessione più
ferma, non aveva mai voluto nè stare in letto, nè sentir medici, nè
veder anima viva; i figli, che s'eran lasciata sfuggir qualche parola
a pro della Lisa, gli avea discacciati, ed alla sola Laudomia l'avea
comportato, ma col patto espresso, che mai più non entrasse su questo
discorso: vietato poi a tutti, pena la sua disgrazia, d'aver che
spartire in verun modo cosa alcuna colla moglie, com'egli diceva, di
quel traditore Pallesco.
Laudomia però, riavutasi appena tanto da poter connetter le idee,
conosciuto che bisognava operare di nascosto del vecchio, avea
combinato coi fratelli di ritrovar la povera Lisa, n'andasse il mondo.
E per dir il vero avean messo sossopra Firenze, ma senza frutto
nessuno, e la Laudomia più di tutti ne vivea disperata.
Lisa guardava intenta ora il padre, ora la sorella: il pallore, la
mestizia d'ambedue, quell'immobilità, quel silenzio erano altrettante
punte che le laceravano il cuore. «Ecco di che fosti cagione! diceva
a se stessa.... ecco in che termini hai ridotto tuo padre, un povero
vecchio.... tua sorella quell'angiolo senza macchia.... e speri che
Iddio non faccia a te altrettanto? Speri ch'egli voglia lasciarti
la consolazione del figlio?....» E qui sorpresa dal pensiero che la
vendetta divina stesse forse per colpirla appunto nella vita del suo
bambino, non si potè più frenare, e scoppiò in un singhiozzare così
alto che Laudomia e Niccolò l'udirono.
--Chi piange costì? disse il vecchio alzandosi; e andato alla finestra
l'aperse. Lisa, vedendo che il padre si moveva, sopraffatta dal
terrore, era scesa, e prostrata sul lastrico della via diceva:
--Ah babbo! per me non chiedo nulla.... non merito nulla.... ma
il mio bambino sventurato! che colpa ha egli se sua madre è una
sciagurata?.... Se suo.... (la povera Lisa ebbe ancor tanto senno da
non nominare Troilo in quel momento). Oh babbo! il mio povero bambino
infelice vive del mio latte:... ed io non ne ho più.... non ho più
forza, non ho più fiato, più vita!... la fame, babbo!... la fame....
oh Dio, se provaste la fame!.... e vedere un bambino che muore di
fame!....--
Lisa nel finir queste parole alzò il capo tremante, pensando, esser
impossibile che Niccolò fosse tanto crudele da non muoversi a
compassione; già si figurava veder alla finestra il padre in atto
benigno.... invece la finestra era chiusa, sparito il lume. L'infelice
stette in due di spaccarsi la fronte sui sassi, tanto fu il dolore
disperato che l'invase.
Niccolò, accortosi appena della figlia, s'era tosto tirato indietro,
non perdendo però una delle sue parole. Laudomia, senza profferir
sillaba, gli s'era accostata, e piangendo cheta gli abbracciava le
ginocchia. Ma il vecchio fattola alzar di forza, e coll'indice teso
mostrando la porta, disse, con voce ch'egli voleva far minacciosa e
severa senza potervi però interamente riuscire:
--Laudomia, io non mi muto: esci, sali in camera; lo voglio, te lo
comando.--
Visto che non era prontamente ubbidito, ripetè l'ordine, e questa volta
con quella voce alla quale nessuno di casa s'attentava a resistere.
La povera Laudomia uscì coprendosi il viso colle mani. Il vecchio,
soprastato così un poco origliando, quando udì perdersi lo strepito de'
passi di Laudomia che lentamente saliva, andò prestamente nella camera
ove era la dispensa, pose in una tovaglia quanto pane vi potè capire,
e venuto al portone l'aperse, lasciò sul limitare la provvisione, e
richiuse col chiavistello. La povera Lisa, udendo aprire, s'era alzata
tosto dal luogo ove giaceva con tutta la fretta che le concedevano
le sue poche forze, tutta l'ansia che si può immaginare, e s'era
mossa, sperando venire accolta in casa: ma giunse appunto quando il
chiavistello veniva ricacciato negli anelli, e vide a terra la tovaglia
col pane. Tante umiliazioni, tanti mali l'avean prostrata; non ebbe
più forza nè di piangere nè di dolersi. Sedè sulla soglia, prese un
pane e cominciò (chè si sentiva mancar dalla fame) a mangiarlo con
avidità. Spento, o sospeso almeno ogni senso de' suoi mali morali,
pensò, sospirando pel desiderio:
--Che ristoro, che bene mi avrebbe fatto un buon fuoco ed un po' di
vino, così intirizzita, così debole come sono!--
Laudomia intanto, salita appena, era di nuovo scesa senza lume, scalza,
per non far rumore, sperando ingannar la vigilanza del padre, e poter
giungere alla Lisa: facendo capolino dall'alto vide l'atto di Niccolò,
lo vide fermarsi dopo chiuso il portone e rimanere colla fronte bassa
alcuni minuti, che le parvero mille secoli, poi asciugarsi gli occhi
col dosso della mano, ed alla fine rientrare nelle sue camere. Laudomia
si lanciò al chiavistello, l'aperse adagio, adagio, uscì in istrada:
era scura e deserta; fece alcuni passi chiamando a voce bassa, ma
quanto potè distinta, «Lisa mia! Lisa mia! Nessuno rispose: eppure,
pensava, non può esser ancora tanto lungi che non m'oda: oh, sapessi
per qual parte ha preso! Averla forse qui presso e non poterla trovare!
E s'io non uso quest'occasione, forse mai più!.... Griderò più forte;
accada che vuole.» E la buona Laudomia con voce acuta chiamò due volte
la sorella.
Una voce, non femminile, ma forte, maschia e vicina, le rispose dicendo:
--Chi può chiamar la Lisa per la via a quest'ora?--
E tosto le fu sopra un uomo d'arme a cavallo che rattenne la briglia
mentre la giovane sbigottita rifuggiva all'uscio di casa. Entrò, ma non
lo chiuse, e si volse incerta, chè passato il primo sgomento le era
parso quella voce non le giungesse nuova.
Il cavaliere fattosi avanti, smontò e le disse:
--Laudomia, voi cercate di Lisa in istrada, a quest'ora?--
--Oh Lamberto!....--
Ma non potè dir altro, chè questa comparsa così improvvisa le fu come
un colpo di fulmine. L'avea pur tanto sospirata, anche dopo il caso
della sorella, poichè conoscendo bensì quanto sarebbe stato doloroso il
narrarglielo, pur l'idea di Lamberto vicino la rassicurava, le sembrava
avrebbe una guida, un appoggio: che egli saprebbe trovar rimedi ove
nessun ne trovava; consigli, mentre venivan meno ad ognuno. Figurandosi
il suo arrivo, se lo era immaginato in modo che non le mancasse tempo a
preparar le parole; colta ora così improvviso, non potè per brev'ora nè
parlar nè rispondere.
Ma tornata tosto al pensiero della Lisa che intanto sempre più
s'allontanava, e preso risolutamente partito, diceva con parlar celere
e pieno d'istanza:
--Lamberto! Iddio, vi ci ha mandato.... La Lisa era qui ora.... sarà
poco lontana.... cerchiamola, non vi posso dir altro.... chè se si
perde un momento.... oh Lamberto! andiamo.... saprete il motivo.... ma
andiam presto.--
Lamberto, lontano mille miglia dal vero, sentì però darsi da queste
strane parole una botta al cuore; ben conobbe che qualche gran cosa
v'era sotto; ma come forte e discreto, cacciato ogni altro pensiero,
senza domandar più oltre seguì la giovine, che fatta sicura per tal
compagnia, mise in cuore di cercar tanto finchè trovasse la sorella.
Tiravano verso il Duomo, e ad ogni passo la chiamavano a nome.
Ma prima di narrar l'esito di quest'inchiesta, sarà bene dir due parole
dei casi di Lamberto dal giorno ch'egli uscì di casa Lapi.
Ardeva in quel tempo la guerra tra Carlo V e Francesco I. Il popolo di
Firenze, che per antico uso seguiva la fortuna di Francia, aveva nel
campo francese un suo cittadino, il più riputato e valente soldato che
fosse allora in Italia, Giovanni de' Medici, capitano di quelle bande
famose, che dopo la sua morte furon dette bande nere. Lamberto propose
mettersi nella sua scuola, e da un cittadino amico de' Lapi, ebbe
una lettera che molto lo raccomandava al capitano fiorentino. Saputo
ch'egli era in Lombardia, ove già romoreggiavano le genti tedesche,
che condotte da Giorgio Fronsperg per la valle dell'Adige calavano
in Italia, prese il suo cammino per Bologna, Parma e Piacenza, ed a
piacevoli giornate, per non trovarsi, giungendo, troppo male a cavallo,
dopo non molti giorni si trovò a Milano.
La terra ed il ducato si tenevan per l'imperatore, ed era tutto pieno
d'armi tedesche e spagnuole sino alle rive dell'Adda. Di là dal fiume,
l'esercito di Francia, s'alloggiava pei borghi e per le terre della
Ghiara d'Adda; e Giovanni colle sue bande era in quel momento a
Rivolta con parte delle genti; il resto l'aveva sparso da Vailà sino
a Casirate. Siede Rivolta non lungi dalla riva sinistra dell'Adda tre
miglia al disotto di Cassano, pel di cui ponte avrebbe dovuto passar
Lamberto; ma v'era a guardia un grosso d'imperiali, i quali, vedendo un
uomo d'arme avviarsi al campo nemico, l'avrebbero senza dubbio fermato.
Bisognava dunque provvedersi d'altro tragitto.
Il più spedito, ed insieme il più pericoloso, era guadar l'Adda
rimpetto a Rivolta; a questo s'appigliò Lamberto pensando «Più che la
lettera mi gioverebbe appo il sig. Giovanni s'io potessi giungere al
campo dando segno alcuno della mia virtù sotto gli occhi suoi proprj.»
Così deliberato, partì una mattina nel finir di giugno, allegro e
contento da Milano, sul suo buon cavallo che avea ristorato dal
viaggio, ed ottimamente in arnese di tutte armi; e passando libero tra
molte truppe di soldati, che lo credevan di parte imperiale, poco dopo
mezzogiorno si trovò là dove le campagne cessando d'esser coltivate
s'imboscano, ed il terreno divenendo ghiajoso mostra non lontana la
corrente del fiume.
Seguì la strada che s'avvolgeva entrando fra certi macchioni, ora
sassosa ora affondata nella sabbia, e giunto ov'era un poco di rialzo
scorse, in mezzo ad un largo letto di ghiaje aride e bianchissime,
scender veloce e limpida l'onda dell'Adda. Al di là, sul campanile di
Rivolta, vide sventolare la bandiera del sig. Giovanni, le Palle de'
Medici. Quella vista non potea non offendere chi era nato del popolo di
Firenze, e Lamberto stringendo i denti, e dando di sprone al cavallo,
pensava «Peccato ch'io pur debba combattere sotto quella impresa!» ma
gli sovvenne tosto, che il ramo mediceo, dal quale usciva il valoroso
capitano, era capital nemico di quello che tanto avea pesato su
Firenze, e cacciati que' molesti pensieri passò innanzi.
Qui però, conoscendo esser per lui il luogo di maggior pericolo (poichè
in tempo di guerra, come ognun sa, passar la linea che divide gli amici
dai nemici è tenuto per atto sospetto) e dubitando incontrar qualche
mano d'imperiali che corresse velettando quella riviera, s'inforcò
meglio sulla sella, imbracciò più stretto lo scudo, e colla lancia alla
coscia era tutt'occhi, camminando pur tuttavia, per non esser colto
improvviso.