È vero che la buona donna conscia dell'ottimo ordine col quale

governava la casa, si lasciava andare a brontolar un poco quando tra

i suoi sudditi appariva qualche segni di ribellione. Ma siccome

e sudditi e governo, eran d'accordo in sostanza, e contenti per

l'essenziale gli uni dell'altro, accadeva nella famiglia di Piero,

come in Inghilterra, che se talvolta sorgon contese, nessun però vuol

mai spinger la cosa al punto di capovolgere del tutto lo stato. Se il

paragone è un po' troppo disuguale per le dimensioni, l'importanza

relativa è all'incirca la stessa, perciò preghiamo il lettore ad

ammetterlo.

Finchè era vissuto Piero le cose erano andate così. Dopo la sua morte

Niccolò s'era a suo tempo tirato in casa il picciol Lamberto, ed

accomodata la Nunziata d'una casetta ch'egli aveva poco lontana dietro

S. Lorenzo, ove la buona donna, quando le furori cresciuti gli anni e

sopraggiunti gli acciacchi della vecchiaja, potè rallentare un poco

il lavorìo dell'aspo, stante gli ajuti di Niccolò, de' quali si può

dire vivea quasi interamente. La sua casa consisteva soltanto in una

camera ed una cucinetta: ma siccome sempre la Nunziata s'era dilettata

dell'ordine e della pulizia, la teneva rassettata e netta come uno

specchio.

Sul letto, sempre rifatto che non faceva una piega, era sparso qualche

fiore come s'usava allora in Firenze: appiccate al muro, sopra il

capezzale, molte cosarelle di divozione; il ramo d'ulivo, il palmizio,

il cero pasquale, e madonnine e santini. Nell'altro lato della camera

uno scaffale con suvvi disposte in ordine stoviglie di terra e di

stagno che splendeva come fosse argento, e tra mezzo molte fronde

d'alloro: un desco, qualche sedia, l'aspo, compagno indivisibile di

tutta la vita, ecco qual era la camera della Nunziata. La sua persona

piccola ed asciutta come colei che avea durata troppa fatica alla vita

sua per poter ingrassare: i panni ruvidi ma ben composti senza una

macchia.

La buona vecchierella viveva felice in quella casetta senz'altra

compagnia che d'un gatto nero, il quale poteva dirsi più compagno che

soggetto, a veder quali modi teneva in tempo di pranzo e di cena.

Essa si cucinava e si serviva da se, soltanto le vicine, ora l'una

ora l'altra, vedendola vecchia ed inferma, attingevano l'acqua che le

bisognava, per loro amorevolezza non per mercede: giacchè generalmente

i poveri tra loro (aprite gli orecchi, ricchi e signori!) quando non

possono ajutarsi coll'avere, s'ajutano colle braccia.

Nella sua solitudine raramente interrotta, la buona vecchia aveva però

un pensiero vivo, incessante, che l'occupava tutta: quello del figlio.

Cominciando dall'allevarlo col proprio latte, e su via via per gli

anni dell'infanzia, dell'adolescenza e della gioventù, s'era ingegnata

con tutti quei modi che le suggeriva il suo amore, di dargli tale

avviamento ch'egli avesse per prima cosa a riuscire un uom dabbene, e

potesse poi godere di tutta quella felicità che era compatibile colla

sua povera fortuna. Al modo che lo vedeva stabilito in casa i Lapi le

pareva che tante cure e tanti pensieri avessero pur servito a qualche

cosa: ed ora faceva di tutto onde Lamberto coi suoi portamenti venisse

ogni dì più avantaggiando i fatti suoi. Quando un bel giorno ecco che

egli le confida il suo amore per la Lisa e le speranze che nutriva:

la buona donna, che non sapeva immaginare al mondo altro di grande,

di ricco, di potente che la casa Lapi: cui pareva già toccar il ciel

col dito vedendovi il figlio costituito in ufficio poco più che di

servo, conoscendo di giunta che testina avesse la Lisa, si sbigottì

tutta tremando che con quest'amore il figlio non venisse a far isdegnar

Niccolò, e guastar in tutto i fatti suoi, onde prese a mostrargli

quanto pericolo fosse in simil cosa, e molto lo pregò a volersene

togliere, e sospirando, diceva: «Se almeno avessi posto in Laudomia

l'amor tuo: Cotesta, figliuolo, farebbe per te, ma non è tua pari,

neppur essa. Pensaci Lamberto!»

Nunziata, come tutte le donne avanzate in età, che standosene sole

tutto giorno, se hanno cosa alcuna che le tenga in sospetto, a furia di

fissarvi sopra il pensiero, si scaldano il cervello, e se la dipingono

mille volte più terribile e pericolosa che non è in effetto, viveva in

grandissima sollecitudine pel figlio; e quando questi veniva a passar

qualche ora con lei, s'ingegnava con quelle ragioni, e quelle carezze

che sa trovar una madre amorosa, di fargli entrare quei consigli

ch'ella stimava fossero pel suo migliore.

Le cose erano a questo termine quando il discorso di Niccolò cambiò in

certezza la speranza di Lamberto e lo spinse a quelle risoluzioni che

abbiamo accennate.

Ma come annunciarle alla madre? Come separarsi da lei, e forse per

sempre? Come dire a lei, vecchia inferma, amorosa sopra tutte le madri

«_Vi lascio e vado in guerra_?» Lamberto, quantunque in molto travaglio

per queste idee, non si smarrì.

Sapea che la madre, come tutte le donne del secolo XVI, era assuefatta

all'idea che è cosa virtuosa e virile talvolta il prender l'armi, e

che lo sconsigliarne i mariti ed i figli, ove abbiano onesta cagione

d'impugnarle, è atto vile e dappoco. Di fatto la Nunziata cresciuta in

tempi torbidi e travagliati, aveva, e per le cose vedute e pei discorsi

uditi continuamente, avvezzato l'animo alla lunga a pensieri forti

ed arditi; onde quando Lamberto, dopo averle replicate le parole di

Niccolò, le aprì il cuore interamente dicendole quanto avea fermato

d'eseguire, con tutte le ragioni ed i rispetti, che aveva lungamente

pesati in cuor suo, bensì sulle prime parea non sapesse risolversi

a tanto sagrificio, ma poi a poco a poco si diede se non contenta

almeno rassegnata alle ragioni del figlio. Essa era povera, non avea

lettere, ma era capace di que' pensieri generosi che germogliano in una

bell'anima anche senza l'ajuto de' libri. Passato quel primo sgomento,

e considerando più pacatamente la cosa, le piacque l'idea di Lamberto

di non accettare una tanta ventura prima d'essersene reso degno.

Sentì un nobile orgoglio pensando che il figlio diverrebbe genero

d'uno de' primi cittadini di Firenze, senz'esserne obbligato soltanto

alla sua umanità: che a quell'uomo dal quale s'eran ricevuti continui

beneficj senza mai poterli menomamente ricambiare, si potrebbe pur alla

fine render merito in qualche modo, o mostrare almeno d'avervi posto

ogni studio, onde se v'era difetto s'attribuisse alla fortuna e non

a viltà di pensieri. Insomma la partenza di Lamberto venne risoluta

d'accordo.

Mentre segretamente si metteva in ordine di panni, d'arme e dell'altre

cose che gli bisognavano, parte spendendo de' suoi danari, parte di

quelli della madre, che in questo suo bisogno gli volle donare tutt'i

risparmi fatti in tanti anni; una parola uscita di bocca alla Lisa lo

confermò sempre più nelle sue risoluzioni, e ne affrettò l'esecuzione.

L'udì un giorno, parlando co' fratelli d'un giovane loro parente che

attendeva allo studio delle leggi, dire: «Quanto a me non mi pare

uomo chi non vedo a cavallo colla corazza sul petto.» Queste parole

suonarono all'orecchio di Lamberto come gli avesse detto «_Ora se vuoi

avermi tu sai quel che hai a fare_».

Due giorni dopo sulla prim'alba il giovane coperto di tutte arme

picchiava all'uscio della Nunziata, per abbracciarla e domandarle la

benedizione. Il lettore potrà facilmente immaginare gli atti e le

parole d'ambedue senza che prendiamo a descriverli minutamente. Al

momento di dividersi, la povera vecchia preso tra le mani scarne e

tremanti il capo del figlio, che avea posto in terra le ginocchia,

lo baciò in fronte, lo benedisse, e ponendogli al collo un crocifisso

d'ottone gli disse «Questo non lo lasciar mai, figlio mio, ti porterà

ventura» e Lamberto partì.

Ma prima d'avviarsi alla porta S. Gallo ov'era il suo cammino, volse

il cavallo e lo fermò al portone di casa i Lapi. Mai gli era bastato

l'animo di parlar proprio schietto ed aperto alla Lisa; ma ora il

momento del distacco, la risoluzione presa, lo facevano animoso;

quell'arme stesse che lo coprivano, già gli pareva sentire l'avessero

mutato in tutt'altro uomo, e forse (era così giovane!) godeva mostrarsi

alla Lisa tutto lucente di ferro, e pensava: quando sarò lontano e si

ricorderà di me, mi vedrà colla spada e la rotella, e non con quel

maladetto braccio e quei maladetti broccati.

Smontò da cavallo, e su per le scale risolutamente giunse alla

loggia dell'ultimo piano. Lisa alzatasi pur allora era uscita con un

infrescatojo ad annaffiare i suoi fiori prima che levasse il sole.

Le parole furon pronte e brevi.

--S'io ritorno, disse Lamberto tenendosi a due passi dalla giovane, e

colle mani giunte in atto di preghiera, s'io ritorno sarò degno di voi,

s'io non ritorno... vorrà dire che Lamberto vostro avrà perduta la vita

per meritarvi. Ove ciò sia, avrete memoria di me? Se Iddio mi serba a

miglior fortuna, sarete contenta aspettarmi?--

Lisa s'era appoggiata al muricciuolo della loggia, chè quella comparsa

improvvisa, quell'arme, le parole del giovane gravi e tenere al tempo

stesso, le aveano messo in cuore siffatto turbamento, che le ginocchia

le tremavano.

Sentì velarsi la vista da una nube dì lagrime, e rispose sotto voce

volgendo il capo in altra parte:

--Sì, povero Lamberto!--

Stesa poi la mano ad un vaso di rose tutto in fiore, ne colse una, la

diede a Lamberto, e fuggì nelle sue camere.

Lamberto in un momento fu in istrada: il moto del salire a cavallo

sfrondò la rosa, ed un po' di vento che soffiava ne disperse le foglie.

Lamberto tutto sbigottito le guardava volare tremolanti e spandersi

all'intorno.

Si pose in seno, sospirando, il gambo e le fronde verdi che rimanevano,

e spronò al suo viaggio col cuore stretto ed il pensiero a quella rosa

che tanto poco era potuta durare intera.

Non lo deridiamo, povero giovane! quando il cuore si trova a questi

passi, un'inezia basta ad affliggerlo come a consolarlo.

La Lisa intanto aveva narrato il successo alla sorella, e presto

Niccolò ed i fratelli seppero anch'essi la partita di Lamberto. Saliti

nella sua camera trovaron, lasciata sulla tavola, una lettera per

Niccolò: in essa il giovane dopo avergli rese le grazie ch'eran dovute

al tanto bene che avea avuto da lui, dopo avergli chiesto perdono

s'egli partiva senza toglier commiato, e senza aver da Niccolò, come

da padre, la benedizione, gli si apriva interamente, dichiarandogli che

nonostante il grande amore nutriva per la Lisa, non ostante le benigne

parole del padre, egli non era però tanto cieco da non conoscere

quanto la persona sua fosse inferiore alla ventura che gli si voleva

far sperare: che gli sarebbe parsa gran villania, e troppa indegna

riconoscenza dei tanti beneficj, il valersi sul momento della generosa

profferta che Niccolò gli faceva per effetto di sua buona natura: che

andava a porre in opera tutte le virtù dell'animo e le forze del corpo

per mostrare almeno al mondo che s'egli era persona umile e povera avea

però spiriti e pensieri meritevoli di miglior fortuna. Pregava poi la

Lisa ad aver qualche memoria di chi tanto fedelmente l'amava, e ad

aspettarlo un pajo d'anni, sperando potere, prima che fosser trascorsi,

farle udir tali novelle che avesse a dire: _Lamberto è divenuto un

uomo_.

E ciò lo scrisse con un frego di sotto, volendo riferirsi alle parole

della Lisa.

Niccolò per la sua fiera natura amante de' caratteri forti,

rimase ammirato del partito preso da Lamberto; e quantunque molto

glien'increscesse non si sapeva saziare di lodarne l'alta cortesia.

E la Lisa considerando che il giovane soltanto per amor suo andava

incontro a tante fatiche e a tanti pericoli, colta nel lato debole del

cuore, crebbe agli occhi suoi proprj, e sentì che potea andar superba

d'un tale amante.

Per ogni donna che sia del carattere della Lisa, è ben raro che l'amor

proprio appagato non ischiuda la porta all'amore: ed in quei primi

momenti udendolo desiderare e lodare da tutti le parve amarlo e forse

l'amava realmente. Interrogata da Niccolò in quel primo calore, rispose

ch'era contenta aspettarlo, e nella sua inesperta semplicità, già le

pareva vederlo tornare signore d'un reame.

Ora vuoi sapere, o lettore, chi aveva posto in animo a Niccolò il dire

ciò che disse a Lamberto? Era stata la buona Laudomia, che accortasi

del suo amore, e stimandolo gran ventura per la sorella, avea con

quella sua celeste bontà, cancellato tosto, o rinserrato almeno nel più

profondo del cuore, ogni pensiero di se stessa, per occuparsi soltanto

del bene della Lisa e di Lamberto, che da quel punto amò sempre come

gli fosse stato fratello.

Tanto è vero che a questo mondo, vivon talvolta nascoste in qualche

angolo ignoto, anime di eroi, a petto alle quali Alessandro, Cesare, e

tanti altri simili a questi, son pure la povera e la meschina razza!

e la differenza è presto capita. I secondi tormentaron gli altri per

giovare a sè. I primi tormentan se stessi per giovare agli altri.

Faceva l'anno dacchè Lamberto era partito, nè, da una prima lettera

in poi ove diceva essere agli stipendj del sig. Filippino D'Oria e

militare sulle sue galee, s'era potuto saper altro sul fatto suo. Si

cominciava a dubitare non fosse capitato male, e nel cuor della Lisa la

sua immagine s'andava cancellando per la lontananza, per l'incertezza

dell'evento, e più di tutto perchè l'immagine di Troilo veniva

occupandone il luogo. Si può pensare se alla buona Laudomia, recasse

dolore veder quel Lamberto che il suo cuore avea saputo così bene

conoscere e pregare, cui avea però rinunciato con tanta virtù per farne

felice la sorella; quel Lamberto che avea lasciato patria, parenti, agi

ed amici, ed avea mostrata tanta altezza di pensieri per amor di essa,

vederlo, dico, posto in obblìo così presto per un pazzarello, per un

cortigiano scannapane, per uno di quella parte dalla quale erano venute

addosso a Firenze, e sulla sua casa cotante sventure. Laudomia era

gelosa dell'onor di Lamberto, e non potea patire di vedergli fare un

così gran torto; questa era la più potente cagione per la quale tanto

l'offendevano i portamenti della sorella.

Nè potendo più reggere alla passione e tacere, una sera sull'imbrunire,

in quell'ora che più di tutte può dirsi l'ora della confidenza,

trovandosi sola con essa in camera, le prese le mani e le disse quasi

piangendo--Oh Lisa! ed il povero Lamberto!.... la sua fede!.... il suo

amore!.... l'hai proprio dimenticato del tutto?.... Alle quali parole

Lisa ne rispose poche e brevi, ma amare e superbe. Laudomia tacque,

uscì di camera, e trovatasi sola pianse dirottamente, come si piange

quando, sulla virtù, sui pregi di persona che s'ami si è costretti a

dire: «Io m'era ingannato!»

Ma venne ben presto il tempo in cui quella freddezza che sentiva per

essa scomparve e si cangiò in compassione, in premura più calda, più

tenera che mai. Verso il finir di maggio Niccolò si condusse colla

famiglia ad un podere ch'egli aveva presso il Poggio a Cajano, villa

de' signori Medici. Egli ed i figli venivano di continuo a Firenze

per loro faccende, onde spesso le due sorelle rimanevan sole con una

vecchia fante detta Mona Fede, buona, ma credula e di corto ingegno che

non si potea trovar peggio.

Una mattina Laudomia che soleva dormire colla sorella, svegliatasi

a levata di sole, non se la trovò più allato. Pensando fosse scesa

in giardino per goder l'ore fresche, v'andò; ma non v'era, e neppure

la fante, tantochè non sapea che pensare. Dopo un pezzo comparvero

ambedue, ma come sbigottite e scompigliate, e pareva parlassero e

rispondessero a sproposito. Laudomia cominciò a tremare, e condottasi

in camera la sorella, le domandò affannata che cosa l'avesse così per

tempo condotta fuor di casa, e che volesse dir quel suo sbigottimento.

Diede, l'incauta giovane, in uno scoppio di pianto, e buttandosele al

collo disse: «Sono sua moglie!».... Laudomia all'udir quelle terribili

parole che suonarono al suo orecchio come la profezia d'interminabili

sventure, rimase senza respiro: e coprendosi il viso colle mani

potè dir solo «Ah sciagurata, che cosa hai fatto!» Visto poi che in

quel momento non avrebbe potuto ricavar altro dalla sorella, corse,

per chiarirsi, alla fante, e con parole affannose ora pregando,

ora sgridandola, pur alfine fece parlare quella povera vecchia, che

maravigliandosi molto di veder tanto turbata la Laudomia per questo

fatto, non restava di dire che Troilo era un gran gentiluomo, e molto

onorato partito per la Lisa, e che se avea voluto far le cose così in

segreto, co' signori non bisognava guardarla tanto pel sottile, avendo

anch'essi le loro fantasie, e che Niccolò alla fine si sarebbe poi

trovato contento, ed altre simili sciocchezze.

Insemina, per dirla in una parola, la cosa era fatta, ed il turpe

modo, il lettore lo conosce: ma nessuna di quelle povere donne lo

conosceva, anzi la fante per vieppiù rassicurare la Laudomia, narrava

particolarmente la cerimonia esaltando la cortesia dello sposo ed

affermando essersi eseguito il tutto colle debite regole in chiesa col

prete, i testimonj ec., tantochè l'animosa giovane conosciuta niuna

cosa esser più vana ed inutile, che disperarsi quando il male non ha

rimedio, prese il savio partito di volger tutte le cure a prevenirne le

tristi conseguenze. Il suo primo pensiero, ed il consiglio che diede

alla Lisa fu gettarsi tosto a' piedi di Niccolò e confessargli il

tutto, ma non le bastò l'animo di seguirlo. Rade volte chi ha bisogno

di un tal consiglio è capace di mandarlo ad effetto. Si spera coprire

colla simulazione un primo fallo, ma quel male che conosciuto tosto

amine Merebbe rimedj, ignoto si fa incurabile. Se Lisa avesse dato

retta alla sorella, avrebbe avuta ad incontrare senza dubbio la prima

furia di Niccolò, ma poi volendo questi aver in mano le prove della

validità del matrimonio si sarebbe scoperta la vile ribalderia che

v'era sotto; diveniva facile, ed in tempo il rimedio, e la misera Lisa

non sarebbe finita.... Ma narriamo le cose per ordine.

Il cuore umano è talmente impastato dell'amore di se stesso, che

le anime più nobili anch'esse, in parte almeno gli vanno soggette.

Laudomia udito il caso della sorella non potè non pensar subito «Dunque

Lamberto è libero!» Ma fu tanto dolente di aver avuto un tal pensiero

quasi per primo, le parve cosa tanto abbominevole e vile aver potuto

trovar bene a se stessa nella colpa della sorella, che nell'innocente

sua semplicità già si teneva per una perversa, e piangeva amaramente.

Raddoppiò le premure per Lisa, e le pareva quest'aumento di tenerezza

le alleggerisse il cuore, stimandolo quasi un risarcimento del torto

che credea averle fatto. Colla speranza che il tempo offerisse poi una

qualche occasione favorevole di dare miglior piega alle cose, scelse

per partito migliore (dacchè a ogni modo era pur moglie di Troilo)

ajutarla a tener quest'unione celata ed agevolarle i modi onde talvolta

segretamente potesse trovarsi con suo marito.

La cosa andò così innanzi più mesi con poca soddisfazione però della

povera Lisa che potea vederlo ben rare volte per la soggezione in cui

vivea: costretta poi a premere i suoi dispiaceri e vivere in continuo

sospetto, s'era dimagrata, avea perduto il fiore giovanile, e non

pareva più quella di prima.

L'appassire della sua bellezza le era di tanto maggior dolore, quanto

le era parso avvedersi d'un certo raffreddamento per parte di Troilo,

ch'essa amava invece ogni giorno più ciecamente. Prima, quando non gli

riusciva accostarsele, si mostrava però a lei in istrada, in chiesa,

ovunque potesse: poi le era sembrato che piano piano andasse rimettendo

di queste premure. La povera giovane si sentiva, com' è naturale,

pungere da' sospetti; pensieri di gelosia tanto più tormentosi quanto

meno era in grado di saperne il vero, le pullulavano in cuore;

tutt'insieme menava vita meschina e malcontenta, e coglieva pur troppo

presto gli amari frutti dell'errore commesso.

Ma l'infelice era appena in principio de' suoi guai. S'accorse in modo

da non poterne dubitare che presto non sarebbe più sola a portar la

pena del suo fallire.

Quel momento aspettato bensì, ma pure pieno di tanto nuova allegrezza,

di tanta trepida sollecitudine per le spose novelle, fu per la povera

Lisa come l'annunzio d'una sventura. E qui nuovi motivi e nuove

difficoltà per celarsi; aumento di patimenti pel presente, aumento di

timori per l'avvenire.

È inutile distendersi nel minuto racconto dei modi tenuti da ambedue le

sorelle per celare in quegli ultimi giorni d'angoscia e di dolore prima

la madre, poi il bambino. L'esperienza ha più volte mostrato poter

passar segreti ed inosservati fatti simili a questo anche in famiglie

nelle quali vegli l'occhio materno: in casa i Lapi poi fu cosa agevole

celarsi a Niccolò, lontano le mille miglia da cotali sospetti, tutto

avvolto ne' pensieri della città e della mercanzia, spesso fuor di

casa, e, quando vi era, sempre racchiuso nelle sue stanze terrene.

Ma questo segreto custodito con tanto studio, e per tanto tempo,

per poco non si venne a scoprire per cagione della Lisa medesima.

Per quanto Laudomia e la fante la scongiurassero, non vi fu verso a

persuaderla si separasse dal suo bambino per confidarlo ad una balia.

In un carattere più docile codesto amore, quantunque bello e virtuoso,

si sarebbe però piegato sotto la quasi assoluta necessità, ma essa

volle: e trovata opposizione volle con tal impeto, con tali smanie, che

facendo dubitare della sua vita in quei momenti di sfinimento, bisognò

pure arrendersi e contentarla. Ma allora fu indispensabile aprirsi ad

altra donna. Sotto colore che pel governo de' panni bisognasse una

fante di più, fu presa in casa una giovane d'un sesto assai lontano, la

quale venutavi col bambino della Lisa ne fu creduta madre e si teneva

l'allattasse.

Per non esser in casa altro che uomini i quali avean il capo a

tutt'altro, anche questa andò bene.

Bensì, Niccolò e taluno de' figli udendo talvolta su in alto i vagiti

del bambino dicevano alle giovani «Che domin siete andate cercando di

metterci in casa questa tristizia! Mancan eglino donne in Firenze?» Ma

la cosa tosto si quietava.

Gli uomini la dicevano, e le donne la facevano a modo loro: come

accade per lo più nelle famiglie quando tra uomini e donne si discute

circa le cose domestiche.

Troilo intanto malgrado la cacciata de' Medici, e l'abbassamento

della parte Pallesca, era rimasto in Firenze con buon numero de' suoi

consorti, e vi s'andava mantenendo per trovarsi a portata, ove gli

venisse fatto, di giovare ai suoi signori ed alla parte.

Quando poi i capitani di Carlo V rupper guerra a' Fiorentini

apertamente, cresciuti i sospetti nel governo pei quali si mostrava

ognora più rigido verso i fautori della famiglia sbandita, parve a

molti di questi tempo oramai di fuggirsi. Il seduttore della Lisa

partito anch'esso segretamente, si condusse al campo degl'imperiali,

che facean la massa a Fuligno: non potè, o non volle far motto alla

figlia di Niccolò, prima di lasciar Firenze: le scrisse però in modo di

consolarla e racquetarla alquanto. Non essere, scriveva, atto di leale,

e d'onorato gentiluomo romper fede a' suoi signori, ed abbandonarli

nella mala fortuna; stesse di buon animo, avesse cura di se, del loro

piccolo Arriguccio; sperasse tempi migliori; poi proteste di amore,

giuramenti di non esser giammai per mancarle ecc....

Quanto fosser sincere queste espressioni è difficile giudicarlo, poichè

non sempre anche gli effetti contrarj, sono sufficiente argomento per

asserire sieno state usate con animo di mancarvi.

Il fatto stà però, che da quella lettera in poi o Troilo non volesse

farsi sospetto ai suoi con mostrare di tener pratiche in Firenze, o

realmente fosse già spenta del tutto nel suo cuore ogni idea di virtù,

d'onore, di compassione per la sua vittima, essa non ebbe più nè

lettera nè riscontro veruno che le desse nuova de' fatti suoi: e se

ne vivesse malcontenta e sconsolata vel potete immaginare. Soltanto

dopo parecchi mesi, quando già i nemici erano a campo sotto Firenze,

venne a sapere pel canale di certi prigioni, che Troilo era in campo, e

militava fra i gentiluomini del principe d'Orange.

Allora cominciò la meschina ad aprire gli occhi ed a tener per certo

che Troilo fosse a lei traditore come lo era alla patria. «Esser così

vicino, pensava, e non farmi aver una linea di scritto, non farmi dir

una parola? Ah fossi io dov'è egli! fossi ne' suoi panni! saprei ben io

trovare i modi!»

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 9 / 51 段