Laudomia sapeva troppo che parlare alla sorella del suo amore

(quantunque inesperta s'avvedeva bene che amore doveva chiamarlo) e

non mostrarsele favorevole, era andar a rischio senz'altro frutto,

d'allontanarsela affatto. Parlar contro coscienza e lusingarla, non

era capace d'averne neppure il pensiero; onde taceva e badava a pregar

Iddio la salvasse da tanto pericolo.

Ma ogni giorno più s'andava avvedendo che le sue preghiere non eran

esaudite, e che il cuor della Lisa diveniva sempre più infermo. La

vedeva a mano a mano venirsi cambiando ne' modi e nell'aspetto, e

trascurare ciò che sin allora le era piaciuto: certi bei fiori che

teneva sul terrazzo dell'ultimo piano e de' quali, coltivandoli di

sua mano, avea preso sempre grandissimo piacere, appassivano per non

venir annaffiati. Un piccolo uccellino che era il suo caro ebbe quasi

a morire, che per due giorni era rimasto senza panico. E ciò, che più

di tutto rammaricava la Laudomia, la vedeva trascurare gli atti della

religione, o andar molto rimessa nel modo d'adempierli. Ognuna di

queste osservazioni era una puntura al cuore dell'ottima Laudomia.

Venne intanto il giorno di Calendi-maggio, festa che si celebrava in

Firenze dalle Potenze e dalle giovani specialmente con balli ed altri

spassi; e vestite de' migliori panni, incoronate di fiori, concorrevano

a veder giostrare, correre la chintana, o far al calcio. Lisa e

Laudomia andarono a veder la festa con una loro parente, e trovandosi

in piazza S. Croce, in una gran folla, che è, che non è, la Lisa non si

vide più; nè per quanto la cercassero venne lor fatto di rintracciarla.

Tornò però a casa poco dopo di loro, e se Niccolò e gli altri non ne

fecero gran caso come d'accidente assai ordinario in quelle confusioni,

Laudomia, ancorchè non lo dicesse, l'intendeva altrimenti, e le si

avvolgevano per la mente mille sospetti. Ma essa ne sapeva più degli

altri. Per tutta quella sera la Lisa, ancorchè facesse ogn'opera per

parere come al solito, non potè però nascondere all'occhio indagatore

della sorella un certo sbigottimento, un non so chè di nuovo nella

guardatura ed in tutta la persona.

Laudomia notando questi sintoni d'un amore sempre crescente che la

tenean ravvolta tra mille oscuri e dolorosi sospetti avea giusti motivi

di provarne amarissima afflizione. Vedeva troppo bene che non era da

sperarne virtuoso fine. Il giovane era di parte Pallesca: di quella

parte, che aveva recato al padre ed a tutta la sua casa infiniti mali,

che s'era sempre mostrata nemica delle antiche leggi, e dell'antica

libertà di Firenze. Era pur da supporre che Niccolò volesse aver per

genero uno di quella setta? Aggiungi a tutto ciò, che la giovane

domandando destramente e senza far parer di nulla ai fratelli o agli

amici di casa qual fosse costui, aveva udito sul fatto suo cose che

molto le dispiacevano. Ch'egli era un Messer Troilo degli Ardinghelli,

cagnotto de' Medici, uomo cortigiano e di rotta vita.

A questi motivi che riguardavano gl'interessi della famiglia e della

parte, un altro se n'aggiungeva intimo e domestico.

Nel fondaco di Niccolò lavorava un giovanetto di prima barba che sin

da piccolo fanciullo s'era allevato in casa ed avea nome Lamberto.

Costui era nato molto umilmente. Suo padre, lavorante dell'arte di Por

S. Maria[19], per la sua fede e per esser di buonissimo ingegno era

venuto in grado a Niccolò, che di povero operajo, l'aveva tirato su

fino a costituirlo capo d'ogni sua faccenda. Quest'uom' dabbene pagò

col sangue gli obblighi ch'egli aveva al suo benefattore.

Quando, addì 6 di aprile del 1498, i nemici di Fra Girolamo assaltarono

il convento e la chiesa di S. Marco, moltissimi Piagnoni, e fra

essi Niccolò, con Pietro padre di Lamberto, concorsero, e vi si

rinchiusero per difenderlo. Durò la battaglia molte ore della notte,

essendo quei di fuori in gran numero, e combattendo con armi d'ogni

sorta, con archibusi e sassi, e facendo quei di dentro grandissima

resistenza, non altrimenti che s'usa nell'espugnazione d'una rocca.

Il padre co' suoi frati, dopo esser andato processionalmente per

tutto il convento, si ridusse in chiesa e, preso nel tabernacolo il

Sacramento lo pose sull'altare, e messisi quivi in orazione cantavano

tutti insieme «_Salvum fac populum tuum domine et benedic haereditati

tuae_» aspettando di punto in punto il martirio. Benchè il padre non

volesse consentire che s'usassero l'armi per difenderlo, Fra Domenico

da Pescia, e molti nobili cittadini, fra quali erano Francesco Valori,

Battista Ridolfi e T. Davanzati, si strinsero intorno e deliberarono

ribatter coll'armi i loro avversarj, i quali consumata col fuoco la

porta della chiesa, alla fine v'entrarono in folla attaccando battaglia

di mano, furiosissima co' Piagnoni e co' frati, la quale durò molte

ore. Un novizio chiamato Herico, tedesco, salito sul pergamo con un

archibuso ammazzò di molti nemici, ed ogni volta che dava fuoco diceva

anch'esso «_Salvum fac Populum tuum domine ecc_.» Ed un frate de'

Biliotti con un crocifisso di ottone cavò un occhio a Jacopo di Tanai

de' Nerli, e ciò sia detto per dar idea quali fossero codesti tempi.

Niccolò, che aveva allora 58 anni, combatteva in mezzo alla chiesa

rimpetto l'altare della Madonna, ed aveva allato il suo fedel Pietro

(così aveva nome il padre di Lamberto) il quale avvistosi d'un tale cui

Niccolò non poneva mente, che con un partigianone gli menava un gran

colpo che l'avrebbe passato banda a banda, non trovando altro modo a

ripararlo si gettò frammezzo, e ricevette nel petto il ferro che gli

uscì per la schiena, ed il suo sangue innondò da capo a piedi Niccolò.

Corsero alcuni frati, come usavano con chi cadeva, e raccolto il ferito

lo portarono presso l'altare ove, presa con grandissima letizia la

comunione, e ringraziato Iddio di quella morte, volse a Niccolò, che

gli reggeva il capo non senza lagrime, gli occhi moribondi, e gli

disse: «Io lascio la Nunziata ne' setti mesi.... vi sia raccomandato il

mio figliuolo, o figliuola che sia....» e senza poter dir altro rese

l'anima a Dio.

Da quel punto, come ognuno può immaginare, egli tenne cura grandissima

della Nunziata, e Lamberto nato due mesi dopo, trattò poi sempre come

se gli fosse stato figliuolo: e trovato che facilmente apprendeva, lo

fece ammaestrare tanto che fatto esperto in sulle scritture gli diede a

tener i suoi libri con buona provvisione, pensando giorno e notte qual

modo avesse a tenere per fargli uno stato e rimeritar per cotal via il

grand'obbligo che aveva col padre. Niccolò era ricco mercatante, perciò

avrebbe potuto dire a Lamberto, togli questo tanto in danari e fa i

fatti tuoi. Ma gli pareva prima di tutto che obblighi di quella fatta

mal si potessero compensare colla sola moneta; poi trovandosi molta

famiglia gli pareva fosse anche ingiusto sminuire l'avere de' suoi

figli per una cagione che a lui solo si riferiva.

Gli era nato il pensiero di dare a Lamberto una delle sue figlie con

tal dote che stesse bene, così veniva a salvare tutti i rispetti. Ma

quantunque il giovane, che era già oltre i vent'anni, fosse tale da non

temere un rifiuto da nessuna fanciulla, Niccolò aveva però troppo senno

e troppa giustizia per voler ordinar tal parentado senza conoscer prima

ben bene il cuore e la volontà di chi lo doveva contrarre. Muovere i

primi passi e proporlo egli stesso non gli pareva ci stesse dell'onor

suo, onde dato tempo al tempo aspettava che una qualche occasione

favorisse l'adempimento di questo suo disegno.

Che Niccolò avesse in animo di far Lamberto suo genero, senza curarsi

ch'ei venisse di sì povero stato, non poteva recar maraviglia a chi li

conosceva ambedue. Il vecchio non era di que' tali che sono avversi

all'aristocrazia de' nobili perchè l'invidiano, e che la vogliono

spenta per occuparne il luogo. Egli teneva ogni uomo figlio delle

proprie opere, lo stimava a norma delle sue virtù, e perciò giudicava

sempre pericolose ad una città quelle sette o vuoi di grandi, o vuoi

di popolani, o mercanti, o di qualunque altra generazione esse siano,

che ristringendosi insieme, e separandosi dagli altri cittadini,

schifando imparentarsi con chi non sia de' loro, usando atti violenti

e portamenti superbi, cercano ottener autorità, ricchezze ed onori,

non per veruna particolar virtù che sia in loro, ma pel solo accidente

d'esser nati in codesta loro setta, o d'appartenerle in qualunque modo.

Ma quanto sono rari gli uomini che, simili a Niccolò, detestino gli

abusi per solo amor dell'equo e dell'onesto, e non pel timore di

riceverne danno o pel dispetto di non potersene valere ad opprimere

altri!

Lamberto poi dal canto suo avrebbe meritato di esser posto tra le

eccezioni anche da un padre che stimasse i natali e le ricchezze più

che non facea Niccolò.

Se il lettore desidera figurarsi il ritratto di Lamberto, immagini un

giovane alto di statura, ed atto per l'ottima proporzione delle membra

a tutto quanto può imprender l'uomo, che richiegga forza e destrezza.

E ciò basti circa il fisico. Nella parte morale, la natura l'aveva

favorito con quel dono che riserba a suoi più cari, a quelli che senza

distinzione di stato o di fortuna ella destina alle maggiori imprese;

dono che può nominarsi l'amore, anzi la smania della perfezione, seme

fecondo delle belle azioni e delle grandi virtù, e di tutto quanto è

di sublime nell'umano operare. Giudice severo, che dice all'orecchio

dell'uomo applaudito _Tu potevi far più_, sprone che punge sempre chi

è nato per sentirlo, perchè in ogni cosa, in ogni atto vede quanto è

più lunga la strada da farsi per giungere alla perfezione di quella già

fatta; tormento dell'anima ed insieme la sua vita, il fonte di tante

dolcezze, Sarebb'egli forse l'impressione rimasta nell'uomo da quel

soffio divino col quale Iddio l'ha chiamato dal nulla?

Questa nobil passione, che in Lamberto andava divenendo più fervida

col crescer degli anni, l'aveva eccitato a profittare con ogni studio

della ventura di venir allevato in una casa dove eran a sua portata

tutti i mezzi di educarsi a quelle discipline che procurano il perfetto

sviluppo delle qualità fisiche e morali. Presago forse che la sua vita

non avrebbe avuto a consumarsi tutta in un fondaco, s'era ingegnato

rendersi pari ad una più splendida fortuna, raffermandosi la sanità

e le forze con ogni sorta d'esercizj cavaliereschi, ne' quali era

riuscito mirabile sopra ogni altro; e maturandosi il senno colla

lettura degli storici principalmente, ai quali unendo i ragionamenti

che udiva farsi in casa da Niccolò e da quelli uomini di stato che vi

concorrevano, era venuto a formarsi un capitale di sode e variate

cognizioni, per le quali e per l'abito fatto fin dall'infanzia di non

far atto, non accettar opinione senz'avervi prima molto pensato, venne

a trovarsi uomo in quell'età in cui molti altri sono poco più che

fanciulli.

È vero altresì, per non tacere de' suoi difetti, che appunto per quel

suo amore del bello e del perfetto, egli facilmente e con incredibil

veemenza s'infiammava di quelle cose e di quelle persone, ch'egli si

immaginava avessero alcun che di grande, e colla calda fantasia se

le dipingeva d'una perfezione molto maggiore che non era in effetto:

conoscendo poi (come suole accadere sempre) d'essersi o in parte

o totalmente ingannato, passava dall'immoderata ammirazione ad un

immoderato dispregio.

Nè sarà forse fuor di proposito l'osservare, che se i giovani di mente

fervida e di cuor generoso come Lamberto si potessero premunire contro

questa smania di giudizj avventati ed eccessivi, eviterebbero molti

errori, non avrebbero a rimproverarsi molte ingiustizie, ed i mali che

ne sono la conseguenza; ed il disappunto delle illusioni svanite non

farebbe loro concepire contro l'umanità quell'odio cieco ed orgoglioso,

che ha forse prodotte molte belle declamazioni poetiche, ma non ha mai

reso gli uomini nè più virtuosi nè più felici.

Si potrebbe anzi dimostrare che invece li ha fatti più duri per gli

altri e più amanti di sè, togliendo loro il conoscere una verità

trivialissima e palese ad ogni cervello riposato, che se al mondo

sono molti bricconi, son pure molti galantuomini, e gli uni e gli

altri, compresivi anche questi feroci odiatori della nostra specie,

fanno promiscuamente delle cose buone e delle corbellerie, onde alla

fine tutto poi si riduce ad aver la santa flemma di segregare le une

dalle altre, lodar il bene, biasimare il male; compianger gli uomini

che per loro natura debbono ondeggiar sempre in tra due; e finalmente

ammonirli ed ajutarli se si può, invece di strapazzarli e di maledirli

inutilmente.

Queste riflessioni sarebbero però state affatto inutili per Lamberto.

Egli aveva incontrato pochi guai, e trovato invece nella famiglia del

suo protettore infinite carezze, il suo carattere non avea perciò avuto

motivi d'inasprirsi, e non ostante il difetto che gli abbiamo apposto,

la sua aggiustatezza, i suoi modi affettuosi ed onesti, e la tenera

gratitudine che mostrava a Niccolò, gli avevan compro l'amore del

vecchio, de' figli e di tutti quanti lo conoscevano. V'era però in casa

tal persona che l'amava senza esserne forse neppure avveduta, in modo

diverso dall'altre, ed era Laudomia.

Per verità, se mai due cuori dovevano incontrarsi, i loro erano quelli.

Ma Lamberto quantunque si sentisse portato verso di lei dalla simpatia

che nasce dalla somiglianza de' caratteri, era però rattenuto da quello

splendore puro e verginale che appariva in essa, pel quale veniva a

giudicarsi troppo inferiore a cosa tanto alta e divina.

Rade volte la vedeva, e più rado le parlava, e gli parea persino

Laudomia l'avesse in poco conto, e lo sfuggisse. Il timido ed onesto

giovane pensava «merito forse un suo sguardo?» Ma la figlia di Niccolò

era lungi dall'averlo in dispregio, e lo sfuggiva per quell'intimo

senso di pudore che era sua guida.

Lisa invece teneva con Lamberto altri modi. Lo trattava con quella

sicurtà confidente, di chi è certo non gli si trovi a ridire. L'anima

amorosa e candida di Lamberto era in quella stagione ove tanto

facilmente s'apre all'amore, come all'aura d'una nuova vita: ove il

potere di questo si fa sentire prima d'aver trovato l'oggetto su

cui fermarsi. Tempo pieno di perigli, d'angosce, di dolcezze e di

trepidazioni, ove l'uomo è quasi sempre colto al primo laccio ed

allettato dalla più agevol'esca. Tutto sta a non capitar male!...

Il cuor del giovane che non avea osato innalzar i suoi voti sino a

Laudomia, si volse a Lisa appoco appoco senza quasi avvedersene e

volerlo, e finalmente se le diede vinto, ponendo in essa sola ogni suo

bene ed ogni suo pensiero.

Quel senso avveduto e sottile che la natura ha posto in ogni donna, e

che precede l'esperienza, mostrava a Lisa benchè giovanetta qual fosse

per lei il cuor di Lamberto. Essa godeva di sapersi amata. E qual

cuore umano non ne gode, sia pure illibato ed innocente? Ma questa

compiacenza era forse per essa più di amor proprio che di cuore.

Sentendo molto altamente di se, aveva caro codesto amore come una

prova di più di quanto valesse: se si vuole avea caro anche Lamberto;

l'avrebbe fors'anco amato perdutamente, ma non poteva capirle in mente

l'idea di divenir moglie di chi passava la vita sua col braccio in mano

a misurar broccato.

Lamberto poi, che per natura e per sapersi persona cotanto umile già

dubitava di sè, parte immaginando i pensieri della giovine, talvolta

usciva di speranza affatto, talvolta vedendosi tanto accarezzato da

Niccolò e trattato come un figliuolo, un poco si riconfortava, ed il

vecchio, che pure per quanto glielo concedevano i suoi molti pensieri,

s'ingegnava scoprire qual fosse il cuor della figlia pel suo Lamberto,

fatto quasi certo che tra esso e la Lisa qualche cosa ci fosse,

procurava senza troppo aperte dimostrazioni di lasciar però conoscere

ch'egli non avrebbe posto ostacolo alla loro unione.

Alla fine, un giorno ch'egli era solo in camera con ambedue, essa a

caso uscì, e Lamberto non pensando di venir osservato le tenne dietro

col guardo: con un guardo che assai diceva. Niccolò sorridendo, e

postagli una mano sul capo gli disse: «Lamberto, io ti voglio quanto

bene io ho, perch'io ti conosco intero uomo dabbene, e sappi che

per dar marito alla Lisa io non guarderò che sia ricco nè che sia

di gran casato; ma che sia un giovin dabbene e che le piaccia» e

soprastato così un momento, guardando amorevolmente il giovane che

avea il viso come una brace, ripetè ancora «che le piaccia, tu m'hai

inteso.» Niccolò era già uscito di camera, che Lamberto aveva ancora

a batter palpebra, ed a muoversi, tanto gli parea di sognare. Alla

fine riscossosi, e pazzo per l'allegrezza disse «ora s'io non saprò

guadagnarmela avrò a dolermi di me.» Ma ad avvelenar questa gioja gli

sovvenne ad un tratto, ciò che gli era parso indovinare, che la Lisa

fosse troppo altera per porre l'amor suo in basso luogo, e per la prima

volta in vita sua si sentì offeso dell'oscura povertà de' suoi natali:

per la prima volta pensò sospirando «Oh fossi nato un signore!» Ma

tosto quasi facendo vergogna a sè stesso di questi inutili rammarichi,

diceva scuotendo il capo: «Non son io forse un uomo come un altro?» e

colla fervida fantasia vedeva quasi schierarglisi innanzi quanti in

Italia per le loro virtù eran di povero stato, saliti in grado ed in

autorità. Rammentava quanto aveva letto di Castruccio, d'Uguccione

della Faggiuola, e di Sforza, e del Carmagnola, e di tant'altri, e

prendendo per se quel passo del Purgatorio di Dante, esclamava Son io

pure «di quel paese

....ove un Marcel diventa

Ogni villan che parteggiando viene.»

Passando poi da un'idea all'altra vieppiù si confermava in questi

pensieri così ragionando: «Niccolò, è vero, mi darebbe la Lisa,

perchè son figlio di chi ha dato il sangue per lui, ma non per questo

tralascerà di conoscere che io son nato d'un povero operajo, e che

potrebbe, purchè volesse, dar la Lisa al primo uomo di Firenze, e

gliene saprebbe il buon grado.»

L'animo di Lamberto nobilmente altero si sdegnava all'idea che

il suo benefattore, che la Lisa, non avrebbero però mai cagione

di andar superbi di lui, e riscaldandosi in quest'immaginazione

gli pareva già veder Laudomia sposa d'un qualche grande, e che il

cognato si vergognasse del povero Setajolo, che gli amici e le

brigate lo lasciassero da canto, che la sua Lisa (secondo il solito

se la dipingeva una perfezione) offesa da questi sprezzi lo volesse

difendere, avesse a farglisi sostegno, quasi a proteggerlo!....

quest'idea lo trafisse a un tratto così amaramente, e passar la vita

a quel modo gli parve cosa tanto dolorosa e vigliacca, che con subita

risoluzione fermò in cuor suo di voler ad ogni costo prepararsi quella

che si sentiva poter meritare. Pieno d'ardire e di speranza si vide

a un tratto apparire innanzi agli occhi come una scena nuova tutta

piena e risplendente di fatti d'arme, di vicende e di gloria; in fondo

alla quale vedeva se stesso chiaro nella milizia, signore di castella,

onorato e potente, e la Lisa tenuta in conto di gran signora, ed

invidiata dalle compagne e dalle amiche; ebbro di queste seducenti

immagini, conoscendosi saldo d'animo e di corpo, atto d'ogni difficil

cosa, esclamava, quasi sdegnato di non aver avuto prima cotali pensieri:

«Pur beato ch'io m'accorsi alla fine d'aver cuore e braccio al pari

d'ogni uomo!» e soggiungeva: «Se Iddio m'ajuta come m'ajuterò da me,

Niccolò non avrà ad arrossire di suo genero, nè la Lisa ad invidiare

altra donna.»

Il disegno di Lamberto di darsi al mestier dell'armi non era in quel

secolo privo d'una certa probabilità che venisse a riuscire ad una

splendida fortuna; ben inteso che chi vi si metteva avesse ad un grado

eminente le doti che rendono atto a tale ufizio, e che una palla

d'archibuso non gl'impedisse troppo presto di farle valere. Durava

ancora per la milizia il costume de' condottieri, ed era libero a

ciascuno di divenirlo, purchè salisse in tal riputazione tra la gente

d'arme che molti si contentassero d'averlo per capo. Ogni soldato,

facendo il mestiere per propria scelta, e come un modo d'arricchire

e salir in grado, concorrevano in maggior numero a quel condottiere

col qual si ripromettevano miglior fortuna. Esso poteva, accettando e

rifiutando a sua posta, farsi una compagnia scelta; e questo modo di

formar l'esercito avea di buono, che nessuno senza esser valente della

sua persona, e senza grand'esperienza nelle cose di guerra non giungeva

al comando.

Ma al momento di mandar ad effetto le sue risoluzioni, un pensiero gli

si parò d'innanzi, se non come ostacolo insuperabile, almeno come una

difficoltà, che sempre è più grave, quanto più è virtuoso l'uomo che

l'incontra. Lamberto aveva ancor sua madre. Essa era, prima di prender

marito, una buona contadina di quel di Lucca, e venuta a Firenze con

Piero, era stata seco molt'anni prima che le nascesse Lamberto. Si

sarebbe potuto applicarle l'elogio racchiuso in quelle quattro parole

che serviron d'epitaffio ad un'antica dama Romana:

_Domum mansit=Lanam fecit_[20].

Ma mi pare di sentire qualcuna delle mie leggitrici, se avrò la fortuna

di trovarne, dire sorridendo «già noi povere donne non abbiamo ad esser

buone ad altro che a star a casa a filare!»

Ah care le mie donne! (già suppongo che siamo d'accordo sul non prender

letteralmente le parole dell'epitaffio) se sapeste quanto vi rende

grandi, nobili, importanti ai miei occhi, l'incarico a voi commesso

dalla provvidenza nel mondo!

Se il vero bello, il vero grande, l'importante finalmente ha a

misurarsi dall'utile e dalla virtù, chi potrà credersi più importante

d'una buona moglie, d'una buona madre? Chi regge i primi passi, chi

consola i primi affanni di questi uomini superbi, che cresciuti poi

si tengono dappiù di voi, ed a voi pure debbon ricorrere se voglion

trovare sollievo alle miserie della vita? Chi al par di voi è capace

viver vita di sagrifici, immolarsi del tutto al bene, alla felicità

della persona cui donaste il vostro amore? Gli atti d'eroismo presso

gli uomini sono sempre sostenuti dagli applausi e dalle lodi: per voi

invece quanto può operar d'arduo e di grande la virtù in un cuore

umano, resta il più delle volte ascoso ed obbliato tra le pareti

domestiche. E se ciò non ostante siete virtuose ed utili, qual gloria,

qual merito maggiore!

Se sapeste quanto stia in vostra mano il bene dell'umana società, che

tutto è posto alla fine nel bene delle famiglie! Se sapeste quanto da

voi dipenda far gli uomini generosi, arditi, amanti della patria, farli

umani, operosi, sapienti, fargli gentili e costumati, non invidiereste

al nostro sesso i tristi privilegi d'ammazzar uomini in battaglia, o

coll'ampolle e le ricette, che sono i due modi approvati per mandarli

all'altro mondo; di tormentarli, o rovinarli coi codici, le cause e

mille malanni; di torcer loro il giudicio, e gabbarli coi libri.... e

Dio voglia che la gentil leggitrice non aggiunga del suo «e di farli

sbadigliare con dei racconti simili a questo!» Ma non voglio supporla

ingrata: che se le donne non son dalla mia questa volta, non c'è più

speranza. Ora torniamo alla madre di Lamberto.

CAPITOLO IX.

Essa era stata sempre non solo moglie fedele ed illibata, che se ciò

basta ad un marito quanto all'onore, non basta quanto alla felicità,

ma avea saputo, nei limiti angusti d'una povera casa, esser massaja

senza miseria, provvedendo che il marito ed una fanticella non patisser

di nulla, e potessero anche mostrarsi onorevolmente vestiti secondo

lo stato loro. Ciò non ostante ad ogni fin d'anno trovava il modo

di riporre qualche danaro pei casi impensati. Dove non giungeva la

provvisione che veniva pagata a Piero da Niccolò, cercava supplire col

lavoro dell'aspo, che facea girare tutto il giorno e parte della notte

talvolta; tantochè le vicine, quando sgridavano i loro bambini perchè

eran frugoli, che non istavan mai fermi, dicevan loro «Tu sembri l'aspo

della Nunziata.»

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 8 / 51 段