--Io vi servirò molto bene, se voi volete, a darne delle ferite, e non

a medicarle... e, per finirla in una parola, sappia la V. Magnif: ch'io

son Fra Giorgio da Lodi adesso, ma una volta ero Fanfulla da Lodi, e

son per ridiventarlo quando che sia, basta che la medesima si voglia

servir di me, e spero di farle vedere, che due anni di convento non

m'hanno tanto mutato ch'io non sia ancor buono da qualcosa.... ed ecco

qui (traendosi di petto un foglio) ecco l'attestato del sig. Prospero

Colonna.... e poi credo che la V. Magnificenza non mi senta mentovare

per la prima volta.--

Esclamò ridendo Malatesta:

--Oh impiccato, chè nol dicesti al primo tratto senza avvilupparmi

la Spagna con tante novellate di fisici e d'astrologi, che mi parevi

un predicatore. Oh quand'è così, e che l'animo tuo sia riprender la

lancia, io molto volentieri t'accetto, e t'adoprerò... e, a pensarla

bene, credo abbi ragione, chè dovrai, da quel che ho udito, riuscir

meglio per uomo d'arme che per predicatore.--

Letto poi il benservito di Prospero Colonna, disse restituendoglielo:

--E' non bisogna... chè senza questo già mi sapevo che sei un

valentuomo.--

Malatesta mosso dalla novità del caso, volle però conoscere per quali

accidenti un così rinomato soldato fosse andato a finir frate, e

Fanfulla molto volentieri gli soddisfece. Udito ch'egli ebbe il tutto,

si volse ad Amico d'Arsoli capo d'una delle bande di cavalli ch'erano

a servigi de' Fiorentini, e che si trovava costì con altri ufiziali,

dicendogli:

--In mio servigio, sarete contento torre costui nella compagnia.... Ma

a proposito, dico io.... Fanfulla, come si sta ad arnese ed a cavallo

soprattutto? che non vorrai cominciar ora a far il mestiere a piede,

suppongo.--

--In arme, rispose Fanfulla, sto bene.... quanto poi al cavallo, a dir

il vero è un po' sulle spalle, ma se piacerà a Dio potrà accadere,

vedendoci in viso con uno di questi tedeschi di fuori, ch'io me ne

procacci uno migliore, e glielo paghi col ferro della lancia.--

--Al nome di Dio, rispose Malatesta. A ogni modo avrai una paga subito,

se mai t'occorresse pe' tuoi bisogni: ora va, prendi le tue armi, e

torna, che presto darò da fare a ciascuno.--

Fanfulla uscì che non capiva nella pelle per l'allegrezza, ed in un

lampo fu in convento.

Colà era già sparza la voce che Fra Bombarda, come lo chiamavano, se

n'andava, e sapendone tutti anche la cagione, molti frati, e laici

eran pel chiostro curiosi di vederlo partire trasformato in uomo

d'arme. Esso appena giunto avea sellato e condotto in cortile il

suo cavallo: salito poscia in cella, s'era messe indosso ed accanto

le sue armi, e sulla corazza a guisa di sopravvesta, la pazienza di

saja nera dell'ordine di S. Domenico che la cintura della spada gli

teneva ristretta alla vita. Per conservar del frate quanto potesse,

tolse inoltre la corona, e l'appese ad un suo grandissimo pugnale che

portava dal destro lato, ed in quest'ordine s'avviò alla cella di Fra

Benedetto, chè non gli parve onesto partirsi senza toglier commiato.

Udite modestamente le sue ultime ammonizioni, e baciatagli la mano

scese in cortile ove trovò i frati che l'aspettavano per dargli la ben

andata. Dopo aver salutato gli uni, abbracciato gli altri e stretta la

mano a parecchi (questi non furono i più fortunati; tra ch'egli era

gagliardo, e tra ch'egli aveva il guanto di ferro, fu lo stesso diletto

che sentirsi prender le dita da una tanaglia) si dispose a salire in

sella.

Ma s'egli avea sperato che anche al cavallo fossero tornati gli

spiriti marziali, dovette presto accorgersi che avea fatto torto alla

sua costanza.

Anticamente, non c'era verso di tenerlo fermo alla staffa, ed appena

sentiva l'uomo in sella, partiva come uno strale. Ora in vece lasciò

che il suo signore salisse molto a suo bell'agio, senza far altro moto

che piegarsi tutto sul lato manco ove sentiva il peso. Vi volle un

pajo di discrete spronate per farlo muovere, e ve ne vollero delle più

gagliarde, affinchè s'avviasse al portone che mette in Piazza, invece

di avviarsi alla stalla, come procurava ostinatamente di fare malgrado

la briglia che gli torceva il capo alla parte opposta. Pure, come a Dio

piacque, dagli, ridagli, tira, alla fine infilò l'androne ed andò al

suo cammino, mentre Fanfulla, non restando di punzecchiare, s'andava

volgendo salutato, e salutando, finchè potè vedere ed esser veduto.

Pochi giorni dopo, circa alle 6 ore di notte, egli girava per Firenze

alla testa di sei alabardieri, cercando e ricercando tutte le strade e

tutti i chiassi del quartiere di s. Giovanni, e facendo ciò che ora si

direbbe la pattuglia o la ronda, e che allora veniva detta la scolta.

Era un tempaccio rotto, come spesso ne porta il novembre a Firenze;

freddo, vento, ed acqua a catinelle. Fanfulla non se ne curava; e, per

intrattenere la sua brigata, che era di soldati giovani di nuova leva,

(anche pensando d'esser egli cagione che facessero un po' di bene)

faceva dir loro la corona così strada facendo. Egli innanzi il primo, e

gli altri dietro alla sfilata muro muro per bagnarsi meno.

Non creda però il lettore che i soldati d'allora fossero altrettanti

cappuccini, poichè nemmeno i compagni di Fanfulla non pregavano se non

pel timore del manico d'un gran partigianone ch'egli aveva in ispalla

col quale avea già fatto l'atto di voler spolverare le spalle d'uno di

loro che s'era immaginato di far _l'ésprit fort_.

Persuasi dunque da quest'argomento che, se le regole della

versificazione l'avessero permesso, si poteva benissimo includere cogli

altri in quel bel verso de' trattati di logica

_Barbara, celarent, dario, ferio, baralipton_

camminavano già da un'ora con quel diletto che conosce chi ha dovuto

talvolta portar il nome in una brutta nottata d'inverno a sette o otto

corpi di guardia.

Alla fine voltando la cantonata d'Or S. Michele per andar in porta

Rossa, videro, al lume di un torchio che avean con loro, come un

viluppo di panni in terra vicino al muro; perchè accostatisi e

considerato attentamente s'accorsero che era una donna accovacciata:

per difendersi dall'acqua s'era tirati i panni in capo, e a veder

com'era tutta inzuppata e lorda di fango si capiva che doveva essere

costì da un pezzo. Se fosse stata a giacere si sarebbe potuto

sospettarla vittima di qualche violenza, ma era seduta.

--Che diavolo.... che domin sarà--disse Fanfulla fermatosi co' suoi

uomini a considerarla.

--Qualche pazza fuggita--disse uno.

--Pare una figura dell'inferno di Dante--disse un altro che voleva far

il letterato.

--Fosse la notte di S. Giovanni, soggiunse un terzo, si potrebbe

credere fosse... avesse a essere...--

--Sì proprio! una strega! rispose sorridendo con disprezzo _l'ésprit

fort_ della compagnia, non vedi che non ha il piede di capra!......

ignorante che tu se'!--

--Vediamo insomma--disse Fanfulla, e fattosele dappresso le diceva:

--Quella giovane!... Ohe, quella giovane, quella donna! dico a voi!

Ohe.--

Ma l'altra non si movea. Ripetè ancora due o tre volte la sua chiamata,

poi, sollevando i panni che la nascondevano, la prese pel braccio, la

scosse, ed essa alzando allora lentamente il capo mostrò un viso che si

capiva dover essere stato bello; ma in quel momento appariva affilato

e livido come quello d'un cadavere. Gli occhi spalancati, ma stravolti

e spenti, s'affissavano sugli astanti senza mostrar di vedere. In

grembo aveva un bambino di poco tempo tutto ravviluppato in una coperta

di lana; dormiva riposato, con certe gote tonde tonde tutte latte e

sangue, perchè la madre facendogli tetto colle braccia e col capo, era

riuscita a difenderlo dall'acqua e dal freddo.

Tutto a un tratto la meschina, come svegliandosi e riscotendosi da quel

torpore, si scosse, ed il primo moto fu stringersi al petto il bambino,

ricoprendolo colle mani e co' panni, mentre Fanfulla le diceva:

--Oh! che domin fate voi qui a quest'ora, a codesto modo? Animo, su,

alzatevi.... che è stato? che v'è succeduto?.... diteci dove state di

casa, vi ci meneremo....--

--Dove sto di casa? soggiunse la giovane dando in uno scoppio di

pianto, io non ho più casa.... eccola, casa mia è questo fango....

questo è il mio tetto... la culla di questo povero figlio mio

sventurato.--E così dicendo stampava sulla bocca al fanciullo certi

baci disperati che lo destarono; e svegliarsi e cacciarsi a piangere fu

tutt'uno.

--Bel gusto di svegliare e far piangere quel povero innocente, che non

ci ha che far niente, disse Fanfulla, che alla fine aveva poi buon

cuore, come l'hanno in genere tutti gli uomini valorosi, ed un po'

latini di mano, per un curioso capriccio della umana natura.

--Ma non avete parenti, marito, padre... madre almeno?.... male che

vada, madre se non altro l'abbiamo tutti.--

E la donna piangeva sempre più forte senza dar altra risposta.

--Oh insomma, disse Fanfulla, qui ci vuol altro che piangere e

disperarsi; è notte, piove, e fa freddo, e questo fanciullo non sarebbe

mai vivo domattina, onde levatevi di qui; al coperto intenderemo il

fatto.... andiamo.--

E con amorevoli parole, usando così pure un poco di forza, sollevò

di terra la donna, e s'avviò con essa a lento passo non restando di

reggerla e confortarla, e portandole alla fine anche il bambino, che

faceva un bel vedere in collo a Fanfulla, finchè l'ebbe condotta al

palazzo de' Signori nelle camere terrene, occupate dalla guardia del

portone, ove almeno non piovea, e v'era anche acceso un buon fuoco.

Colà appoco appoco, rasciutta e ristorata alquanto, cominciò la donna

a parlare. Sul primo stava come in sospetto, vedendosi attorno molti

soldati che la consideravano senza cerimonie, nè tralasciando pur anche

ognuno di dir ciò che gli veniva bene sul fatto di essa: ma Fanfulla,

accortosi che quell'investigazione e que' discorsi l'offendevano, li

fece ritrarre in una stanza vicina, parte con buone parole, parte

mostrando di adirarsi, e di voler usare quel tal argomento, accennato

di sopra, che i maestri di logica hanno scordato di mentovare.

Non sapeva perchè, ma sentiva premura per quella sconosciuta, e non

è cosa che non avesse fatto per farle piacere: la donna anch'essa,

rassicurata un poco e rincorata dal buon cuore che traspariva dai

modi un po' ruvidi, è vero, ma pure amorevoli del vecchio soldato, si

lasciò persuadere ad aprirsi a lui, e raccontargli le sue vicende. Ma

considerando che questo racconto riuscirebbe per avventura interrotto

e mal connesso, quale si dovrebbe aspettare da una persona posta in

tanta agitazione d'animo, e confusione di pensieri, crediamo bene di

tralasciarlo: essendo però necessario che il lettore sappia chi era

costei, e conosca i suoi casi, ci giova per questo riprender le cose

indietro un po' alla lontana, e riferir molti particolari appartenenti

alla famiglia di Niccolò, ai quali non abbiam fin ora saputo trovar

luogo nel nostro racconto.

CAPITOLO VIII.

In faccia alla porticciuola di fianco di S. Maria Maggiore si vede

ora una casa dell'architettura insipida e senza carattere del secolo

XVIII, che dopo essere stata la locanda dell'Aquila nera, vien detta

in oggi la nuova York. In quest'area medesima, occupata prima dal

Seminario, ed in parte, più anticamente, dalla casa de' Cerretani, era,

all'epoca di cui scriviamo, la casa di Niccolò, fabbricata dal tre al

quattrocento, e simile ad alcune di quel tempo che ancora rimangono in

Firenze. Dio voglia conservarla un pezzo, o liberarla da un padron di

casa di que' tali che, per aumentar le pigioni, d'una camera ne fanno

quattro, apron finestre, danno il bianco alle facciate.... ma lasciamo

questo discorso, che è un brutto combattere e parlar di gusto, di

memorie, d'architettura, con chi risponde quattrini.

La casa ove abitava la famiglia de' Lapi (divisa da' Carnesecchi dalla

via de' Conti) era quadra, soda, massiccia, a tre piani, con un bugnato

sino al primo di pietre scarpellate ed annerite dal tempo; le mura al

disopra tutte piene di rabeschi a graffito, ed in cima affatto una

loggia retta da colonnette sottili. Il tetto sporgeva innanzi di molte

braccia, e le travi dell'incavallatura che lo reggevano, prolungandosi

fuori del muro, mostravano a guisa di gran mensoloni ornati alla

grossa di qualche intaglio. Le finestre del pian terreno, forse un

po' troppo a portata di chi era in istrada, eran munite da grosse

ferriate, sott'esse una panca di sasso quant'era larga la facciata, ed

in questa, all'altezza di dieci braccia, eran commesse tra le bugne

spranghe di ferro lunghe tre palmi, ripiegate all'insù, con un bocchino

in cima ove si piantavan, in occasione di feste, torchj o stendardi, e

dalle quali pendeva un grandissimo anello: sull'angolo poi del palazzo

era, all'altezza medesima, uno di que' lampioni pure di ferro, quali

ancora si vedono sugli angoli del palazzo Strozzi, opera del Caparra.

Al portone posto nel mezzo, si picchiava con due campanelle di bronzo

grandissime che pendevan dalla bocca di due maschere di leoni: ed a

veder come le imposte eran per tutto afforzate di chiodi e di lastre,

nasceva l'idea, che per i ladri una visita in quella casa non sarebbe

stato tempo perduto.

Entrando si trovava un androne la cui volta era a scompartimenti a buon

fresco, e che metteva in un cortile quadrato, intorno al quale, sotto

un atrio arioso e ben disposto, si vedean molte storie pure a fresco,

dell'epoca e della scuola di Masaccio. A metà dell'androne sopraddetto,

due porte davano adito al terreno. Quella a mano manca conduceva a

quattro sale ove Niccolò avea il fondaco, lo scrittojo, e v'attendeva

co' suoi giovani alle faccende mercantili: l'altra a destra serviva

d'ingresso al suo quartiere, che avea prescelto dacchè la vecchiaja,

benchè verde, gli avea però reso grave il disagio di far le scale. Il

primo piano era occupato dai figli: l'ultimo dalle figliuole e dalle

donne, che venivano così ad esser in luogo più guardato, e divise

affatto dal resto della casa.

La camera del vecchio (e dagliela con le descrizioni! dirà il

lettore.... ma come si fa a dipingere un gruppo di figure se non si fa

loro un po' di campo?) la sua camera dunque era in tutto appropriata

a chi l'abitava, cioè di stile grave e severo. Tesa d'un panno

d'arazzo di Fiandra, che rappresentava varj fatti della Bibbia, con

un soffitto di legno oscuro, a larghi cassettoni; non conteneva che

questo poco mobile; un letto di noce lucido, la cui camerella quadra

di sciamito pavonazzo, era portata da quattro colonnette piantate su

un soppidiano che a guisa di zoccolo o basamento circondava il letto

e serviva a salirvi: due cassoni di legno tutti intagliati a mezzo

rilievo (la moglie di Niccolò gli aveva recati in casa quando v'era

venuta sposa, e secondo l'uso d'allora, contenevano il corredo,) infine

molti seggioloni a bracciuoli di cuojo pavonazzo, fermato con borchie

d'ottone.

Accanto al letto era una nicchia nel muro alta quattro braccia dal

pavimento, nella quale stava appiccata una tonaca da domenicano;

sott'essa un'urna d'argento a modo d'un cofanetto, ed una lampada

appesa con una catena al soffitto le ardeva davanti. La tonaca era

l'ultima che avea portata fra Girolamo Savonarola (il cui ritratto si

vedeva attaccato alla parete vicina, chiuso in una cornice d'ebano) ed

era quella che gli avean tratto di dosso all'atto del suo supplizio:

l'urna conteneva le ceneri del rogo sul quale era stato arso, e

queste cose che Niccolò teneva quali reliquie d'un martire, e come

memorie d'un maestro e d'un amico, erano da lui guardate con tenera ed

altissima venerazione.

Pochi giorni dopo l'esequie di Baccio, egli era seduto dopo cena, ove

solea porsi sull'imbrunire, sotto la cappa d'un gran cammino, nel quale

ardeva un buon fuoco: avea intorno tutti i suoi di casa, ed alcuni

degli uomini che allora più potevano in Firenze, i quali spesso si

trovavan quivi insieme a veglia; non che Niccolò fosse allora d'alcun

magistrato, ma soltanto per l'affetto che gli portavano, pel molto

conto in che tenevano la sua pratica nelle cose di stato, e per la sua

autorità nella parte de' Piagnoni della quale potea dirsi l'anima ed il

capo.

V'era Bernardo da Castiglione, padre di Dante, odiatore ferocissimo

del nome Pallesco, ed uno dei più riputati della sua parte, quella de'

popolani, che volevano la più estesa democrazia, avversi perciò alla

setta degli Ottimati, della quale, come dicemmo, era stato capo il

gonfaloniere Niccolò Capponi.

V'eran due frati Domenicani, Fra Benedetto da Faenza, che abbiamo

trovato superiore di S. Marco, grandissimo uomo dabbene, e di assai

vaste cognizioni, sia nelle materie teologiche, sia nelle lettere

latine e greche; ma di natura troppo mite per quei tempi d'arditi e

tremendi consigli: e Fra Zaccaria da Fivizzano di S. Maria Novella,

predicatore facondo ed agitatore bollente del popolo, che era da lui

infiammato alla libertà coll'eloquenza incalzante e fatidica del

Savonarola.

V'era Francesco Ferruccio di mercante divenuto soldato, uomo che

si potea dir di ferro schietto anima e corpo; di que' tali che si

uccidono, ma non si vincono, nè si piegan giammai: di quelli che bastan

talvolta essi soli a ritardar la rovina degli stati; intrepido soldato,

capitano avveduto, fortunato nelle fazioni, rigido per la disciplina

ed inflessibile co' soldati, che ciò non ostante l'amavano, perchè lo

conoscevano al tempo stesso giusto e liberale. Caldo ammiratore de'

modi e della scuola di Giovanni de' Medici, capo delle bande Nere,

ch'egli studiava d'imitare, onde si diceva tra suoi ch'egli volesse

far troppo del sig. Giovanni; macchiò, dobbiam dirlo, tante virtù, con

qualche atto crudele; ma pensiamo ch'egli viveva nel secolo XVI, che

amava la sua patria, e che dovette vederne l'agonia lunga e dolorosa, e

prevederne l'inevitabil rovina!

Bernardo seduto accanto a Niccolò parlava seco sommésso, e pareva aver

appiccato ragionamento d'importanza. Fra Benedetto soprappensieri,

voltando al fuoco ora la palma ora il dosso della mano, veniva

appresso, ed alla sua destra, seguendo il semicerchio intorno al

cammino, era Fra Zaccaria, che fissando in alto due occhi neri tagliati

come quelli del Giove Olimpico di Fidia, si teneva la barba folta e

lunga colla mossa fiera ed ispirata del Mosè di Michelangelo. Francesco

Ferruccio, ritto nel mezzo, voltava la schiena al fuoco, e la sua ombra

vacillante a seconda della fiamma era portata sulla parete dirimpetto,

ove disegnava in dimensioni gigantesche l'alta e robusta sua figura.

Intorno, per la camera buttati sui seggioloni, e stanchi delle fatiche

del giorno, stavano Averardo e Vieri, figli di Niccolò, armati di loro

corsaletti. Bindo stava ritto accanto ad un desco ove Lisa e Laudomia

attendevano a preparare sfili e cucir fascie pei feriti: egli teneva

fra le mani un suo elmetto che aveva finito di forbire, e pur guardando

sott'occhio se il padre gli badasse, pregava sommesso Laudomia gli

trovasse un pajo di penne per farsene un cimiero. La giovane scrollando

il capo con un mesto sorriso gli accennava di tacere. Forse la vista

della buona spada di Baccio, al fianco del fanciullo, le rammentava il

fratello ucciso: forse l'occupavano pensieri ancor più angosciosi e

pungenti della mal consigliata ed infelice sorella.

Lisa era minore d'un anno, ne avea diciotto, ambedue potean dirsi

belle; ma all'aspetto ognuno avrebbe tenuto Laudomia per la più

giovane. Sul suo viso onesto e malinconico, nel muover tardo e soave

delle sue pupille azzurre, e fin nella voce e nell'atteggiarsi,

splendeva quel non so che virgineo ed illibato, che ogni occhio

discerne, ogni cuor sente, ed è pur impossibile definire: che

senza esser proprio d'un'età più che d'un'altra, senza appartenere

esclusivamente a nessuno stato, orna sovente il volto d'una madre di

molti figli, e si desidera indarno su quello d'una fanciulla: quel non

so che (se ardissi dirlo) che pare la beltà dell'anima trasparente

sotto il velo corporeo; che essendo cosa affatto distinta dalla

bellezza, però sempre o la rende irresistibile e divina, o la compensa

con usura: quello finalmente, che vendica persino gli oltraggi della

fortuna, facendo onorata ed augusta la povertà umile ed oscura.

Quest'aureola d'un'anima non mai contaminata da un pensiero di colpa,

facea del volto di Laudomia un volto d'angiolo; nè la sua vita era

stata punto difforme da ciò che mostrava il suo aspetto. Rimasta

a quindici anni orfana della madre, avea con prematuro giudicio

conosciuto, che a lei stava farne le veci colla sorella, e n'aveva

assunto, e mantenuto già molti anni l'impegno. Pel resto della famiglia

era si può dire il perno sul quale s'aggirava la somma delle cure

domestiche. Se poi v'era in casa qualche parola dispiacevole, Laudomia

con un motto detto accortamente, e a tempo, l'acchetava o la volgeva

in riso; chi aveva un affanno lo confidava a lei, che con que' suoi

modi amorosi pareva tosto lo facesse suo, dolendosi coll'afflitto,

ma trovandogli però sempre qualche ripiego o qualche consolazione.

Se v'era nulla da risolvere d'importante Niccolò sentiva lei più

d'ogn'altro, ed essa con parlar timido e diffidente di se, ma con

giudicio sicuro, quasi sempre s'apponeva nell'indicare il partito

migliore. Insomma e tra suoi, e fuori tra gli amici ed i vicini non era

detta altrimenti che _l'Angelo de' Lapi_.

Circa un pajo d'anni prima d'ora avea notato spesse volte un giovane

vestito alla foggia de' gentiluomini, che passava quasi ogni giorno

sotto le finestre di casa ora solo ora con suoi amici, spesso ancora

su un suo bel giannetto col quale si maneggiava mirabilmente, e le

era venuto detto colla Lisa che le sedeva accanto lavorando, _Che bel

giovane_, ma senza pensar più in là e come avrebbe detto _che bel

fiore_; ed ogni qualvolta veniva a passare, lo guardava con piacere e

senza sospetto come avrebbe guardata una giovane di consimili bellezze.

Un giorno i Magnifici Alessandro ed Ippolito de' Medici cavalcando per

la città capitarono sotto casa i Lapi, e le due sorelle videro con

qualche maraviglia quel giovane andare a paro con loro. Tutti e tre a

un punto alzarono il capo affissandole; poi quando furon passati, or

l'uno or l'altro si volgeva e ridevan tra loro.

Laudomia che s'era affacciata si ritrasse indietro e per la prima volta

arrossì: le parve quelle risa l'offendessero, e provava quasi un senso

d'umiliazione e di rimorso senza saper perchè. In ogni modo, docile a

quella interna misteriosa voce che per le giovani è pur guida saggia e

sicura quanto l'esperienza, e vien detta il Pudore, d'allora in poi,

quando venivano a passar cavalli, non s'affacciò e non guardò più in

istrada.

Ma la povera Lisa benchè ammonita dalla sorella a far lo stesso,

testina com'era, fece pur troppo altrimenti. La prima volta aveva come

Laudomia guardato il bel giovane; in appresso, senza volerle dar retta,

quando sentiva nascer lontano lo strepito del cavallo sul lastrico

abbassava il capo, arrossiva, e fattasi alla finestra pareva guardasse

tutt'altro, lasciando però cader l'occhio tratto tratto sul cavaliere

che passava.

La buona Laudomia non penò un pezzo ad avvedersi di ciò che v'era

sotto: ne toccò leggermente con poche parole la sorella, che se l'ebbe

quasi per male negando risolutamente: ma il suo viso era divenuto come

una vampa di fuoco. Laudomia conobbe come stava la cosa e tacque.

Ben sapeva che aveva un capo da non guidarsi con un fil di seta.

Difatti il cuor della Lisa era buono, l'animo generoso e leale, ma la

madre, che la teneva un portento e si struggeva di qualunque cosa le

venisse fatta o detta, non avea conosciuto, o troppo tardi, quanto

funesto sia quell'amore, che per risparmiare qualche lagrimetta ad una

fanciulla, trascura d'avvezzarla a non creder che ogni cosa ed ognuno

debba sempre piegarsi alle sue voglie. Usa a volere fin da piccina,

non potea patire che non le si andasse a versi: usa alle lodi, (e

potean dirsi adulazioni) della madre, ogni minima correzione che altri

s'attentasse a farle, stimava nascesse da malevolenza; e dove una

direzione saggia ed autorevole avrebbe potuto renderla donna d'alto

pensare, e d'animo costante, lasciata in balìa di se stessa s'era fatta

piuttosto altera ed ostinata.

Intanto da quelle prime parole in poi dette da Laudomia alla sorella

sul fatto del giovane, mai più erano entrate su questo proposito. E

siccome fra due persone che sogliono dirsi scambievolmente ogni loro

pensiero, nulla tanto genera freddezza, quanto l'avere una corda che

da ambedue si sa non doversi toccare, così era nata tra loro, non

dirò ruggine precisamente, ma insomma ognuna non vedeva più l'altra

coll'occhio di prima.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 7 / 51 段