Quest'offerta non venne accettata, come s'era immaginato Clemente, e

l'arcivescovo fu fatto accompagnare fuori della Porta S. Niccolò, sino

alle prime scolte del campo.

S'accrebbero i sospetti contro i Palleschi nel governo e

nell'universale per la venuta di costui, onde furono creati sei uomini

i quali insieme col gonfaloniere dovessero dichiarare quelli tra i

cittadini che tenessero per fautori de' Medici, o per sospetti alla

libertà dello stato.

Per questa legge molti vennero presi e sostenuti in palazzo, ove

rimasero serrati a buona guardia quasi fino alla fine dell'assedio.

Tutti gli Spagnuoli che per cagione di mercanzia si trovavano in

Firenze furono rinchiusi in una casa, ordinando chi li guardasse, e

che provvedendo amorevolmente ai loro bisogni non li lasciasse però

favellare con alcuno, nè scrivere se non quello che s'appartenesse alle

loro faccende private.

A queste severità, cui servivan di scusa i casi della città, se ne

aggiunsero altre più crudeli e fuori d'ogni ragione.

Carlo Cocchi ebbe mozzo il capo per non altro che per essergli

sfuggito di bocca «Firenze essere de' Medici, e perciò essere dovere

l'accettarli per signori senza aspettar la guerra.»

Altri sul dubbio che ordissero trame col papa furon posti al tormento;

e pur troppo è assai verosimile che in questi casi restassero vittime

molti od innocenti, od almeno meritevoli di minori pene; chè pur troppo

un'ingiustizia suol generarne cento: ma questi modi ingiusti e violenti

usati dai due partiti ogni volta che si trovavan giunti al potere, modi

ch'essi pazzamente credevan mezzo sicuro onde mantenervisi, furono

invece la vera cagione per la quale nessuno di essi non potè fermarvisi

mai stabilmente, finchè la sorte di Firenze non venne irrevocabilmente

fissata dall'armi straniere.

Comparve finalmente l'esercito, ed ai quattordici d'ottobre alloggiò

nel piano di Ripoli intorno al monastero del Paradiso. Si narra, che i

soldati spagnuoli quando giunsero all'Apparita, scoprendosi loro ad un

tratto tutta la città di Firenze, gridarono con indicibile allegrezza

brandendo le picche: «Senora Florencia apareja los brocados, que'

venimos a comprarlos a medida de picas!»[14].

Ai diciassette fu cominciata una trincea a Giramonte, ai ventiquattro

il principe fermò il campo sui colli che sorgono al mezzogiorno

di Firenze dalla porta di S. Niccolò a quella di S. Friano, e la

mattina dopo Malatesta Baglioni, per ordine dei Dieci di libertà

e pace, si presentò a levata di sole sui bastioni di S. Miniato

accompagnato dai capitani e dagli uffiziali dell'esercito, e seguito

da tutti i suonatori della città, e dopo lunghe trombettate, battendo

continuamente i tamburi, fece scaricare tutte le artiglierie grosse e

minute, che erano un numero infinito, quasi salutasse i nemici, o li

sfidasse a battaglia.

Il fragore di questo scoppio scosse la città e le mura, rimbombando ne'

poggi e nelle valli di Fiesole. I bastioni rimasero nascosti dal fumo

per qualche minuto, ed i Fiorentini conobbero che quell'assedio tanto

temuto era finalmente incominciato.

Questa dimostrazione fatta per seguire il costume militare del tempo,

non produsse però effetto veruno.

Ne' giorni seguenti le prime operazioni degli assediati si volsero

contro il campanile di S. Miniato, su cui era un famoso bombardiere

detto Gio. d'Antonio, e per soprannome Lupo, il quale con due sagri

facea grandissimo danno al campo nemico. Il principe fe' piantare

quattro grossi cannoni sul bastione di Giramonte, i quali durarono a

battere il campanile tre giorni continui.

Questi pezzi scaricarono due volte in un'ora, ed agli artiglieri del

secolo XVI, pareva d'essere svelti. Le loro palle poi andavano ora a

destra ora a sinistra, or alte or basse, e se talvolta davano nel

campanile lo danneggiavan poco per la troppa distanza e per essere

solidissimo, e non facevano altro che scalcinarlo.

Nondimeno que' di dentro affinchè (come s'esprime il Varchi) chi era

venuto con tanta baldanza per prender tutto Firenze non prendesse

nemmeno una delle sue torri, lo fecero armare con grosse balle di

lana dalla parte che guarda i nemici. La cosa essendo venuta in

gara, e volendosi da ognuno vincer la prova, una notte i Fiorentini

bastionarono il campanile con un gran monte di terra, perchè gli

imperiali dovettero restar dall'impresa.

Piantarono invece una colubrina e preser di mira il palazzo de'

Signori. Ma nello sparare, il pezzo si aperse e la palla cadde

nella casa del manigoldo, onde messer Silvestro Aldobrandini ne

prese occasione di far due sonetti, in ischerno del papa i quali

incominciavano.

«Povero campanile sventurato»

e

«Vanne Baccio Valor dal Padre Santo»

In quei primi giorni di novembre si venne alle mani in molte piccole

scaramuccie, che non partorirono effetto d'importanza. I giovani della

città uscivano a fronte ogni giorno, per provarsi co' nemici contro i

quali avean concepito nuovo sdegno, per una cagione che dipinge al vivo

i costumi di que' tempi.

L'esercizio della milizia si considerava allora come un mestiere del

quale non avea diritto d'impacciarsi chi non fosse scritto tra i

soldati, ed arruolato secondo le regole. Questi si consideravano tra

loro quasi membri d'un'istessa confraternitàa, tra i quali, benchè

nemici, era patto d'osservar leggi e riguardi reciproci.

La conseguenza di questa usanza fu, che i soldati imperiali la più

parte invecchiati nelle guerre, e matricolati, per dir così, nell'arte

che professavano, guardavano con disprezzo i Fiorentini che usurpavano

(così dicevan essi) il diritto di impugnar l'armi in difesa della loro

patria, nè vollero acconsentir mai di far con loro a buona guerra,

come cogli altri soldati, dicendo ch'essi non eran tali, ma erano

gentiluomini.

Tra le pazzie della superbia umana, questa non sarà delle meno curiose.

La gioventù se l'ebbe tanto per male che trascorse a macchiarsi

di molti atti crudeli: tra gli altri Vincenzo Aldobrandini, ed il

Morticino degli Antinori avendo fatto prigioni due spagnuoli, in cambio

di porre loro la taglia, li scannarono.

Le cose di Firenze si trovavano in questo stato il giorno in cui Fra

Giorgio uscito dal convento di S. Marco camminava verso la casa di

Malatesta Baglioni.

CAPITOLO VI.

Il popolo di Firenze si trovava ottimamente ordinato per la difesa.

Forti le mura, numerosa e ben instrutta la milizia, ben fornito il

tesoro, abbondanti le vettovaglie, accesi gli animi d'amor di patria

e d'ardire: ma egli s'allevava un serpe in seno, e questo serpe era

Malatesta Baglioni.

I suoi maggiori erano stati capi de' nobili e de' ghibellini di

Perugia, ove Gian Paolo suo padre s'era fatto signore verso la fine

del secolo XV, e benchè due volte ne fosse stato cacciato, l'una da

Cesare Borgia, l'altra da Giulio II, pure gli era di nuovo riuscito di

stabilirvisi. Finalmente Leon X, volendo riunire Perugia agli stati

della Chiesa, adescatolo con larghe promesse e con un salvocondotto,

l'indusse a portarsi a Roma, ove in iscambio dell'accoglienza che gli

si prometteva, fu preso, posto al tormento e decapitato.

L'odio che gli si portava dall'universale pe' suoi delitti, fece che la

voce pubblica assolvesse Leone della tradita fede.

I principj di Malatesta furono simili a quelli del padre.

Condottiere a' servigi de' Veneziani da prima, poi signore di Perugia,

infine, come vedemmo, capitano de' Fiorentini. Uomo di mente fredda,

sagace, astutissimo; d'instancabile pertinacia ne' suoi propositi,

superbo, avaro, tenace nelle vendette, e sopra ogni altra cosa maestro

di frodi e dell'arte di nasconderle e colorirle, persino allorquando

avessero partorito l'effetto; prode ed ardito della persona, ed

assai esperto capitano. Tipo insomma di que' signorotti tirannelli

che per secoli sorsero, caddero e ricomparvero in pressochè tutte

le città italiane: ora principi ora condottieri a servigi di altri

principi, o di repubbliche più potenti di loro, spesso capi di parte,

di fuorusciti, o di masnadieri. Esperti d'ogni fortuna, ed in tutte

animosi, insaziabili, irrequieti. Uomini che allevati tra domestiche

infamie e risse cittadinesche, vissuti in vicenda continua di violenze

e d'astuzie, finivano le più volte oppressi o traditi da nemici potenti

e palesi, ovvero sotto il coltello de' sicarj, o de' loro più stretti

congiunti. Onde in quell'età più che in ogni altra apparve vera la

sentenza di Giovenale:

_Ad generum Cereris sine cæde et vulnere pauci

Descendunt reges et sicca morte tyranni._

Non parrebbe che in cotesti ribaldi dovesse esser idea veruna di

religione o di fede. Eppure, a loro modo, essi avean l'una e l'altra;

tanto è vero che Diogene nel definir l'uomo un bipede implume, avrebbe

dovuto aggiungere «ed inconseguente.» Essi edificavan chiese, nutrivan

frati, arricchivan santuarj; credevan in Dio, nel vangelo, nel papa,

ed, avanti sempre coll'istessa logica, nelle streghe, nell'alchimia e

nell'astrologia.

Malatesta anch'esso prestava cieca fede ad un astrologo ebreo detto

maestro Barlaam, nativo d'Ungheria, il quale all'arte divinatoria univa

molto sapere nella medicina, e molta pratica nel modo d'esercitarla.

Viveva costui a discrezione in casa il Baglioni, lo seguiva in tutte le

sue imprese, e s'andava facendo ricco de' suoi danari.

Non si può dir però che fossero tutti egualmente rubati, e ne

guadagnava meritamente una parte colle cure continue che richiedevano

le gravi infermità del suo padrone.

Quella malattia tremenda, colla quale l'America s'è così pienamente

vendicata dell'Europa, e che nel secolo XVI raro o non mai si guariva,

andava consumando lentamente Malatesta. Egli aveva sortita dalla

natura una complessione robusta colla quale potè sostener le fatiche e

i disagi della milizia, finchè le conseguenze della dissolutezza non

ebber distrutta in lui la salute e le forze. Dapprima egli era largo

di spalle e di petto, di volto vegeto e brunetto, con barba e capelli

neri, corti e ricciuti; insomma era il vigore in persona.

In quale stato l'avessero ora ridotto i suoi malanni, lo vedremo tra

poco.

Il palazzo Serristori, ov'egli alloggiava, era, com'è al presente

(benchè al tutto mutato) in fondo alla piazza presso il Ponte alle

Grazie. La parte di dietro guardava sul canale delle mulina e sull'Arno.

L'istessa mattina dalla quale ha preso le mosse la nostra storia,

un'ora innanzi l'alba tutto il palazzo era cheto, il portone chiuso

ed il solo sportello rabbattuto, al quale era di guardia un soldato,

coperto di ferro le braccia, il capo e 'l busto, coi larghissimi

calzoni del cinquecento, a striscie rosse e nere, e colle calze a liste

de' colori medesimi.

Teneva in ispalla una lunga partigiana, e passeggiava sollecito sotto

l'androne dell'entrata battendo i piedi per riscaldarsi.

Gli uomini di guardia, avvolti ne' mantelli, russavano in un angolo

sdrajati sulla paglia presso un mucchio di cenere e di carboni spenti,

avanzo del fuoco che s'era fatto durante la notte.

Al primo piano tutti parimenti dormivano. Il solo Malatesta era già

desto da un pezzo. Stava a sedere su un letto in forma di rettangolo,

di legno nero lavorato di tarsia; le facce divise in compartimenti,

e su ognuno di questi era rappresentata una storia di mitologia in

basso rilievo. Le cornici che chiudevano queste istorie, presentavano

un curioso e complicato intreccio di fogliami, di figure d'animali,

di mascherine e d'ogni qualità d'arabeschi. Il letto sorgeva su una

predella che correva intorno alta un palmo dal pavimento.

Accanto al letto sopra una tavoletta tonda retta da una figura

d'atlante tutta curva e scontorta, ardeva una lucerna d'argento:

attorno a quella erano gettati in disordine un bellissimo pugnale

co' suoi cordoni a fiocchi per appiccarlo, anelli e collane, un

reliquiario ed un giojello di forma così strana, che riusciva difficile

indovinarne l'uso. Era una gemma tonda e schiacciata come una moneta

del color del balascio legata in un filetto d'acciajo. Per una punta

parimenti d'acciajo innestata nella legatura rimaneva sospesa per

virtù d'attrazione ad un ago calamitato, che stava fisso nella parte

superiore d'un cerchio entro il quale rimaneva in bilico la gemma. Il

cerchio stava fisso su un piccolo piedestallo di legno nero: il tutto

poi segnato di lettere e di segni cabalistici.

La camera era parata di cuojo rosso rabescato in oro: quadri alle

pareti, seggioloni a bracciuoli all'intorno pure di cuojo, pieni di

borchie e di frangie. Due grossi mastini russavano accovacciati in un

angolo.

L'aspetto di Malatesta era quello d'un morto dissotterrato. Cavi

gli occhi e le guance: la pelle d'un livido piombino: la barba e i

capelli così folti un tempo, radi adesso e malfermi che per nulla si

schiantavano e cadevano. Aveva infilato sulla camicia un giubbone di

sciamito rosato, che rimaneva aperto d'avanti, e lasciava vedere un

petto scarno, ove si sarebber potute numerare le costole. Eran queste

coperte dalla sola pelle, che tra l'una e l'altra s'avvallava in

solchi profondi. Umori densi e viziati fermandosi alle giunture vi

s'erano rappresi ed induriti in modo che ne imprigionavan i moti, e

rendevano le braccia in ispecie pressochè attratte.

Stava sorbendo lentamente un gran bicchiere di decotto che avea tolto

dalla tavola vicina, e guardava con un ghigno sardonico un Frate che

gli sedeva dirimpetto a due passi dal letto.

Questi vestiva l'abito di S. Francesco. Il cappuccio gli nascondeva

il viso e gli occhi in modo che non appariva altro se non un po' di

naso, e due guance vermiglie e ben nutrite. La barba che era bianca

e grandissima copriva bocca e mento, e veniva terminando diradata al

cordiglio.

Stava a capo basso, tenendosi con una mano il mento, gonfio il petto

di sospiri, ed al vedere, tutto assorto in pensieri che lo turbavano

fieramente.

Mormorava sotto voce:

--Sarebbe troppo una vil cosa! non sarebbe mai possibile... non me la

sento...--e seguitava a tener gli occhi a terra, chè se gli avesse

alzati in viso a Malatesta, ed avesse veduto quel riso diabolico credo

si sarebbe cacciato a fuggire. Buon per lui se così avesse fatto.

Disse alla fine il Baglioni con un fare di scherno, e tutto pace al

tempo stesso:

--Non se ne parli più.... Non mancherà ai signori Medici chi

voglia far loro questo poco di servigio senza tanti lezj e tante

fanciullaggini.... Lo sai, eh? che vi son fanciulli di dieci, di

venti.... di cinquanta.... insino di settant'anni?--Messer Baccio

Valori che fa sì gran capitale di te pare che non lo sappia però....

Va, va, non mancherà chi voglia corre la palla al balzo, se tu non

vuoi. E quando sul portone di palagio staranno le palle vi sarà

qualcuno che sguazzerà in casa i Medici, ed attenderà a darsi buon

tempo, e verrà portato a cielo, e non gli mancheranno nè cavalli

(Malatesta parlava adagio pronunciando spiccata ognuna di queste

parole) nè cani.... nè cornacchie..... nè vesti.... nè oro.... nè

balli.... nè commedie... e se punto punto, alcuno gli darà noja, e'

si potrà cavare di strane voglie: e tu lo vedrai e dirai _Ov'è costui

potevo esser io_.... Ti so dire che ti parrà un bel diletto.--

Il Frate soffiava, il petto gli s'alzava pe' sospiri, ma pur taceva.

--Vero è, proseguiva Malatesta, che queste cose e' sarà pel tuo

migliore il non vederle e metterti Firenze dietro le spalle. Ai signori

Medici non dovrebbe andar troppo a sangue che un uomo il quale ne ha

saputo tanto de' fatti loro, e non gli ha voluti servire, abbia a

sentire ancora il sapor del pane.--

In questo punto l'oriuolo della torre di Palagio suonò le dieci ore[15].

--Tra un'ora è giorno. Vatti con Dio. Ma tieni a mente, se il diavolo

ti tentasse, d'impacciarti più di cose di Stato, che e' conviene esser

uomo e non fanciullo a mettersi a codesta bisogna; e ricordati poi

sempre che questa (si toccò la lingua colla punta dell'indice) talvolta

fa cadere il capo.... e se trapelasse nulla di ciò che è stato detto

tra noi... que' due mastini so che non avran parlato, onde saprò con

chi me l'avrò a pigliare....--

--Un tradimento a quel modo!--diceva il Frate parlando con se stesso.

--Un tradimento! ripetè due volte Malatesta col suo solito riso,

sta a vedere che converrà andar dagli Otto e dir loro _Sappiate che

vi vogliamo torre lo Stato per darlo a' Medici, onde fate buona

guardia_... E' mi pare che abbi il cervello sopra la berretta!...

--Ma quello sventurato vecchio.... la figlia, la famiglia!....--

--Oh? son eglino de' Bardi, degli Strozzi, dei Frescobaldi?.... E'

pare che sia qualche gran casa, che s'abbiano ad aver tanti rispetti!

Pajonti questi, pensieri di gentiluomo par tuo? quando si tratta di sì

grandi cose, che principi e signori vi metton la vita, e tu mi stai a

mercantare un lavoratore di seta, come se fosse de' reali di Francia?--

Il Frate s'alzò ad un tratto come se una molla l'avesse spinto su dal

seggiolone. S'accostò al letto, prese la mano a Malatesta, gliela

strinse, e disse con voce rabbiosa:

--Farò tutto... che sia maladetta l'ora in cui nacqui al mondo!--

Malatesta rise di quella furia: e ritratta a se la mano, con un certo

chè di sprezzo soggiunse:

--Oh! oh! Hai mutato pensiero? Gli scrupoli son passati?... Quanti

minuti durerà questa risoluzione?--

--Durerà anche troppo pel mio malanno. E se romperò il collo in questa

impresa, e' mi starà molto bene.--

--Ora ascoltami, disse Malatesta mutando voce e modi ad un tratto.

Quanto a questo chi non vuol porsi a rischio nessuno, ha a rimanere nel

carruccio del babbo. Ma chi vuol uscirne e diventar uomo da qualcosa

e non consumar la vita sua vilmente a innaspar lana, o a cimar panni,

e' convien commettersi alla fortuna. Credi tu che i Medici ti vorranno

far grande e ricco, perchè quand'era tempo d'operare tu invece stavi

a grattarti il corpo? A te sta la scelta. Ben sai che codesta casa ha

sempre rimeritato i servigi da quella casa ch'ella è, come ha fatto

le vendette a misura di carbone. E se i suoi vecchi non avessero

avuto altr'animo di quello che tu hai, l'impresa delle Palle starebbe

ora appiccata sulla porta d'un fondaco, e non su pei palagi e per le

fortezze... Il mondo è di chi se lo piglia e non di chi si ravvolge tra

tanti scrupoli e tante paure.--

--Orsù, sarà fatto... Se pure si presenterà l'occasione... chè così

alla prima non vedo strada.--

--Oh pensa se Niccolò non avrà caro di veder la Lisa maritata ad un par

tuo.--

--Niccolò? Ma lo sapete voi chi è Niccolò? La scannerebbe colle sue

mani proprie prima di darla ad altri che a un Popolano... A me poi?...

a uno di parte Pallesca? Si vede bene che la Vostra Magnificenza non lo

conosce.... Se Niccolò sapesse come sta la cosa.... chi sa.... ma chi

sarebbe tanto ardito di dirgliene?--

--Io t'ho inteso, rispose Malatesta, bisogna pensarci: ma intanto vatti

con Dio, chè non vorrei ti si facesse giorno per istrada. Dirai a

messer Baccio ch'io me gli raccomando.--

Il Frate, aperta una porticella che era nascosta sotto un panno

d'arazzo, se n'andò.

--Anche questa la s'avvia bene--disse Malatesta quando si trovò solo: e

si stropicciò insieme le mani come soleva fare quand'era contento. Ma

quel moto gli fe' provare certe trafitture di dolore che lo costrinsero

a fermarsi: gli sfuggì un ahi! si morse il labbro inferiore, e

bestemmiò i suoi malanni.

Chiamò ad alta voce due volte:

--Barlaam!--

Comparì un vecchietto impresciuttito, col viso pieno di tante grinze

che pareva formato di matasse di spago: naso profilato ed adunco, due

occhietti come grani di pepe, ed una bocca sempre ridente; ma di quel

riso che non essendo accompagnato da alcuna letizia nel resto del

volto, pare piuttosto uno stiramento convulso delle labbra.

--Io credo, disse Malatesta, che la metà di tutto il maladetto

legno[16] che m'hai fatto ingozzare da un mese in qua, e' sarebbe

bastato a bruciarti vivo.... e sa Iddio s'io ne sarei stato peggio!--

--La V. M., rispose il vecchio senza turbarsi punto, avrebbe ora un

buono e fedel servidore di meno.--

--Ma non lo sai, nemico di Dio, che non ho un'ora di bene in tutta

la notte? Che mi pare mi buchin cogli aghi le midolle dell'ossa? Ci

vuol tanto a trovar un'erba, una polvere, un diavolo che mi faccia

dormire un'ora? Alla fediddio, ch'io non darò sempre le spese a chi mi

strazia.--

--Io troverò questa state il celidonio, pietra che nasce nel ventre

della rondine, e la V. M. legherà questa pietra in un pannolino, e la

cucirà alla camicia sotto la poppa manca, che tocchi la pelle.....

oppure s'io potessi andare insino in Dalmalzia, v'è un monte....--

--E' sarebbe meglio andassi insino all'inferno... ho paura che vi sarei

prima di te.... Io t'ho inteso... Orsù, levamiti d'innanzi, e chiama

messer Benedetto, e fa presto.--

Il vecchio uscì.

Messer Benedetto de' Nobili, dottor di legge, grande amico de' Medici,

si trovava spesso con Malatesta onde conferire degl'interessi della

parte Pallesca. Veniva a lui di notte ponendo ogni cura affinchè

quelle visite non si risapessero in palagio ove in quel tempo non si

scherzava.

Era messer Benedetto un vecchione di bella e grave presenza, uomo del

resto di natura vile e malefica: ingordo, simulatore, ingegnoso in

trovar cavilli e grandissimo ipocrita. Egli solo tra Palleschi aveva

comunicazione col Baglioni; e questo riguardo era necessario affinchè

il capitan generale non venisse in sospetto al popolo, la qual cosa

avrebbe rovinato affatto le speranze del partito mediceo.

Mentre il Frate e Malatesta tenevano insieme i discorsi che abbiam

riferiti, messer Benedetto stava aspettando in una camera poco lontana.

Dirà taluno: Non poteva egli trovarsi presente al trattato ed ajutarlo?

Malatesta avea per costume, le cose che si posson dire a quattr'occhi

non dirle a sei. Entrò messer Benedetto: avea indosso il lucco, in capo

il cappuccio. S'adagiò sul seggiolone ov'era stato il Frate, e disse:

--E così?--

--E così le cose camminan bene, rispose il Baglioni; ecco qua una

lettera di messer Baccio.--

Cavò di sotto il capezzale una letterina che il Frate avea portata

cucita in un lembo dell'abito. Era in cifra.

--Una ne fa, cento ne pensa costui,--disse Malatesta ghignando.

Aprì il foglio, e lette le prime linee con quel mormorìo

inintelligibile che serve per trapassare le cose inutili e giungere

alle importanti, seguì:

«Jer mattina parlando con Troilo degli Ardinghelli, delle belle donne

di Firenze, mi venne a raccontare d'una certa fanciulla ch'egli aveva

vagheggiata e sposata segretamente (il modo ve lo dirà egli) figlia di

Niccolò de' Lapi. Io tosto feci disegno sopra Troilo, che è il meglio

costumato, il più sollazzevole ed ingegnoso giovane di Firenze, e

credetti bene di mandarvelo. Se gli vien fatto di mettersi in casa di

Niccolò, e farsi accettar per genero, e mostrarsi de' loro, egli sa

così ben fare, che potrà saper ogni cosa, servirci maravigliosamente

durante l'assedio, e dopo, far che questi Piagnoni abbiano a pianger

daddovero. Io non mi sono voluto aprire interamente al giovane,

perocchè avendogli dato qualche cenno così alla lontana, mi parve e'

nicchiasse. Ma egli è povero gentiluomo, ed ama lo spendere e vivere da

principe; egli è uso in corte tra signori, e non può patire d'aversi

tutto dì a 'nzaccherar gli usatti nel fango di questo campo. Non sarà

cosa ch'egli non voglia fare per venire in grado a' signori Medici, ed

essere adoperato da loro. Io ho detto alla V. M. più che non bisogna,

ed essendo la medesima di quell'autorità e di quella prudenza ch'ella

è, potrà molto facilmente voltarlo ec. ec. ec.»

--E' non l'ha pensata male il ribaldone. Eh?--

--Anzi ottimamente. Tutto sta che riesca... Oh lo conosco bene questo

giovane, di veduta però, e sono di S. Gimignano gli antichi suoi...

Me lo ricordo quando giocavano alla Chintana, innanzi il portone del

palazzo Medici... (avea un cavallo turco che andava come un razzo)...

e poneva nel saracino con tanta bella grazia che mai più. Bello come

un sole poi. Oh! suo padre era tutto cosa del Magn: Giuliano, onde il

figlio se non traligna ha ad esser Pallesco insino al cuore...... Ma

come domin gli è venuto fatto cacciarsi in casa di quel serpentaccio di

Niccolò?--

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 5 / 51 段