S'unirono il Duca Sforza, Clemente VII, ed i Fiorentini, i quali

dovettero servire ai disegni d'un Papa di casa Medici padrona allora

della città. Ma da una parte il Duca d'Urbino capitano dell'esercito

della lega, ricordando le ingiurie sofferte da quella famiglia[8] non

v'andò mai di buone gambe, dall'altra il re Francesco, mirando solo

ad ottener la libertà de' suoi figli rimasti in Ispagna per istatichi,

si valeva degli sforzi degl'Italiani per avvalorare le sue continue

istanze presso la corte di Madrid, rovesciando su di essi tutto il peso

della guerra.

I collegati s'avvidero presto della sua dubbia fede, e raffreddandosi

pensarono ciascuno ai proprj interessi.

Il Papa cui i Colonnesi intesi con D. Ugo di Moncada vicerè di Napoli,

avevano assaltato e costretto a rifuggirsi in Castel S. Angelo,

conchiuse un accordo pel quale dovette essere il primo a staccarsi

dalla lega, e richiamare le sue genti di Lombardia. Queste cose

accadevano nel 1526.

Intanto Carlo V ingrossava in Italia. Le soldatesche calatevi con

Giorgio di Fransperg s'erano unite a Borbone, e si movevano alla volta

di Roma, il Papa preso allo zimbello d'una tregua conchiusa col vicerè

credette poter esser sicuro, e licenziò il suo esercito. Ma i soldati

di Borbone senza curarsi della tregua o d'altro, presero Roma e le

dettero quel sacco memorando che narrammo nel II capitolo.

I Fiorentini allora tenendo Clemente VII per ispacciato, levarono il

rumore e dopo aver cacciati, quasi sotto gli occhi dell'esercito della

lega, il Cardinale di Cortona, ed Ippolito ed Alessandro de' Medici,

riformarono la città, e ripresero a reggersi a popolo.

Ma il nuovo stato avea poco saldi fondamenti.

Non faceva per Carlo V che i Fiorentini, costanti da così lungo tempo

nell'amicizia di Francia, rimanessero in libertà. Il papa voleva ad

ogni costo veder prima di morire la sua famiglia stabilita nella

Signoria di Firenze; ed i Veneziani, per quella politica creduta

sottile dagli Stati italiani, finchè l'ebber poi vista partorire alla

spicciolata la rovina di tutti, desideravano, e forse erano per ajutare

copertamente lo strazio de' Fiorentini. Il solo re Francesco avrebbe

potuto e dovuto difenderli, ma presto s'avvidero (e molti se ne sono

avveduti in appresso) che i Francesi sapeano mirabilmente trarre altri

in impaccio per utile proprio, e lasciar poi che n'uscissero come

potevano.

L'Imperatore volendo passar in Italia, e riordinarla a suo modo prima

di pensar alle cose della Germania, conobbe aver bisogno che qualche

principe italiano tenesse dalla sua. Il papa che da molto tempo faceva

istanze per ottener pace venne scelto per alleato da Carlo, il quale

desiderava cancellar gli oltraggi fatti soffrire dalle sue soldatesche

al capo della chiesa.

Mentre si stavano lentamente discutendo i capitoli della pace generale

fra Carlo, Francesco ed i loro alleati, l'Europa udì con sorpresa che

il trattato di Barcellona avea terminate le differenze tra il papa e

l'imperatore, il quale fra gli altri impegni aveva assunto quello di

stabilire in Firenze il dominio de' Medici[9].

Quest'infelice città vide addensarsi il nembo sospeso sul suo capo;

e quando il re Francesco ebbe poco dopo firmata anch'esso la pace di

Cambrai abbandonando, ad eterna sua vergogna, tutti i suoi alleati[10];

conobbero i Fiorentini che non dovean porre oramai speranza di salute

che in Dio, nella giustizia della loro causa, ed in loro stessi.

Ma per potere usar le proprie forze avrebber dovuto esser tra loro d'un

volere medesimo.

Invece, le parti de' Piagnoni e de' Palleschi[11] inconciliabili per

odj vecchi, e per fresche ingiurie tenean divisa la città.

Quelli tra cittadini che eran saliti in riputazione, ed arricchitisi

all'ombra della casa Medici, uomini la più parte di buon tempo, amanti

de' piaceri e dello sfarzo; ed anco molti tra i popolani e gli operai

cui il largo spendere di quella famiglia facea far grossi guadagni,

ne avean veduta con dolore la cacciata, eran presti ad afferrar

l'occasione per farla ritornare, e la loro parte, nominandosi dallo

stemma Mediceo (sei palle rosse in campo d'oro) era detta Pallesca.

Costoro non si curavano della libertà ed amavano meglio il viver

lieto, e la licenza di costumi di che godevano sotto il reggimento de'

Medici.

I loro avversarj allievi, per dir così, di fra Girolamo Savonarola,

e seguaci della sua stretta dottrina, professavano somma austerità

di vita, orrore per gli spassi e pei divertimenti ancorchè leciti, e

favorivano la democrazia nel senso più esteso. L'abito d'aver sempre

alla bocca massime di morale e precetti d'austerità, e di deplorare

continuamente le sfrenatezze del vivere mondano, fu cagione che

venisser detti Piagnoni.

Se poi questo zelo per la religione e la libertà fosse sincero in

ognuno, o se a molti servisse per mascherare disegni violenti ed

ambiziosi, non assumeremo deciderlo. Poichè in ogni tempo i capi di

parte hanno scritto sulla loro bandiera «Noi vogliamo religione,

libertà, giustizia per tutti» e così hanno trovato chi li seguisse:

che invece ad avervi scritto ciò che spesso era vero «Noi vogliamo

religione che serva a noi, libertà a noi soli, e giustizia a modo

nostro» non avrebber trovato; e quantunque una tal riflessione paja

ovvia, gran parte de' guai del mondo e accaduta appunto dal non averla

avvertita.

Il contrasto tra queste due parti era però tutt'altro che palese. I

Piagnoni tenevano la città, ed ai Palleschi pareva far molto a potervi

stare nascondendo con ogni studio i loro pensieri: ed ottenevano a

forza d'ipocrisia di non esser taglieggiati, posti al tormento per

ogni piccolo sospetto, e mandati al bargello, o al patibolo.

Ma per questa oppressione, crescendo in loro l'odio contro la parte

nemica, supplirono alla forza coll'astuzia; e le pratiche segrete onde

rimettere i Medici si mantennero sempre, e partorirono alla fine la

rovina della repubblica.

Tra queste due opposte parti, come accade sempre ne' tempi di

rivoluzione, ve n'era poi una terza detta de' Neutrali che avea

desiderj più moderati. Quantunque anch'essa volesse il viver libero,

avrebbe però inclinato a cercar accordo col papa, e veder se,

ammettendo che i Medici tornassero come privati cittadini, si fosse

potuto fuggir la guerra ed al tempo stesso salvar lo stato. Di questa

setta detta anco degli Ottimati, perchè ad essa aderivano molti di

costoro più ricchi e perciò più paurosi, era capo Niccolò Capponi.

Essa, come vedremo, fu alla fine cagione della perdita della libertà.

Si sparse frattanto per tutta Italia la nuova essere Carlo V sbarcato

a Genova con grande apparecchio: e se tutti ne rimasero commossi, i

Fiorentini se ne sbigottirono più degli altri; ma ripreso animo a

poco a poco pei conforti del gonfaloniere Carducci e di più altri

cittadini della setta de' Piagnoni tra quali erano principali Niccolò

Guicciardini, Giovanni Battista Cei, Bernardo da Castiglione, Jacopo

Gherardi e Luigi Soderini; risolsero far quelle provvisioni che potevan

maggiori, ed infine voler morire piuttosto che perder la libertà.

La parte de' Neutrali riuscì però a vincere il partito che fossero

mandati ambasciatori a Cesare: vennero scelti Tommaso Soderini, Matteo

Strozzi, Raffaello Girolami, Niccolò Capponi, i quali prestamente

corsero a Genova.

La risposta dell'Imperatore, quantunque porta assai ammorevolmente, fu

breve ed assoluta; poichè egli era fermo di voler soddisfare in tutto

a Clemente VII. Le parole furono «Che si rendesse l'onore al Papa» la

sostanza «Che Firenze divenisse roba di casa Medici.»

Il gran cancelliere poi usò cogli oratori modi e parole più rigide.

Cavò fuori le solite pretensioni; Firenze esser feudo dell'imperio,

ed i Fiorentini entrando in lega col re Francesco aver perduto e

dritti e privilegi e libertà; esser ora grande umanità dell'Imperatore

l'indursi a perdonar la loro perfidia ed ingratitudine al solo patto

che rimettessero i Medici.

Gli ambasciatori risposero quattro parole a modo: «Firenze essere stata

sempre libera e di sua ragione» e rotta la pratica partirono.

Lo svanire dell'ultime speranze d'evitar la guerra, invece d'abbatter

l'animo de' Fiorentini, lo sollevò. Con una generosità ed un ardore

de' quali ha pochi esempi la storia, e che meritavano miglior fortuna,

risolsero difendersi fino agli estremi senza curarsi nè de' tradimenti

di Francia, nè dello sdegno di Clemente, nè dell'immane temerità di

voler soli stare contro tutta la potenza di Carlo V.

È cosa che stringe il cuore, veder tanta moltitudine di cittadini,

insieme colle donne e persin co' fanciulli, risolver tutti con tanto

ardire di volger il viso alla fortuna, affrontar con tanta prontezza

d'animo i rischi d'una lotta cotanto impari, i disagi, la fame, le

ferite, la morte, piuttosto che soffrire un'ingiustizia, e pensar poi a

qual fine doveva riuscir tanta virtù.

Non sappiamo resistere al desiderio di far conoscere minutamente

al lettore i modi che tennero per mandare ad effetto il generoso

proposito, e ci teniamo sicuri ch'egli non ce ne sappia il malgrado.

CAPITOLO V.

Primieramente per partito vinto fu condotta divotamente in Firenze

la Vergine Maria dell'Impruneta e la tavola di S. Maria Primerana di

Fiesole che collocarono in S. Maria del Fiore nella cappella di S.

Zanobi.

Poi soldarono molti capitani nuovi, massimamente di quelli delle bande

nere[12], accrescendo le compagnie, onde fatta una rassegna generale

si trovarono soltanto in Firenze, senza contare il contado, meglio di

ottomila fanti pagati sotto sei colonnelli, e circa ottanta capitani,

de' quali ve n'erano diciassette Fiorentini.

In oltre i quattro quartieri ne' quali si divideva Firenze, cioè S.

Spirito, S. Croce, S. Giovanni e S. Maria Novella avean ciascuno

quattro gonfaloni, sotto i quali era scritta la gioventù in modo

che veniva a formare sedici bande di quattrocento in circa per

banda, ognuna delle quali eleggeva colle più fave nere capitano,

luogotenente, banderajo, sergente, e capi squadra. Queste bande armate

di picche, corsaletti ed archibusi, ben ordinate ed ottimamente in

arnese, eran composte d'uomini tutti dai diciassette ai 40 anni. Dovean

ragunarsi una volta al mese ognuna su una piazza del proprio quartiere,

ove facevano evoluzioni, e tiravano al bersaglio cogli archibusi, ed

esercitandosi così in tutti gli uffici della milizia giunsero ben

presto a potere stare a paragone delle fanterie pagate. Di più, era

istituito che ogni anno quattro di quei giovani facessero in una

delle principali chiese un'orazione ciascheduno, che trattasse della

libertà[13]. Non piacque a Dio che quest'istituzione avesse lunga vita.

Oltre questi, che eran tutti soldati a piede, Amico d'Arsoli e Jacopo

Bichi sanese stavano a servigi del Comune co' loro cavalli che in tutto

non sommavano a quattrocento.

A D. Ercole d'Este primogenito del duca di Ferrara era destinato il

comando della milizia pagata, come capitan generale de' Fiorentini. I

Dieci gli fecero significare dovesse mettersi in ordine per cavalcare,

e gli furon al tempo stesso sborsati tremila cinquecento ducati, quali

eran tenuti somministrargli a' termini della condotta per soldar mille

fanti di guardia alla sua persona. Ma il duca Alfonso malgrado la fede

data, o dubitando del papa o temendo inimicarsi l'Imperatore, trovò

pretesti, e non volle nè mandare il figliuolo, nè restituire i danari.

Per questo tradimento dovettero i Fiorentini commettere il comando

generale al sig. Malatesta Baglioni, figlio di Gio. Paolo, soldato

della repubblica: gli mandarono a Perugia Bernardo da Verazzano

oratore, che lo vezzeggiasse con tutte le maniere di carezze e d'onori,

per mantenerlo in fede, onde non si lasciasse corrompere dal papa che

era intento a ciò continuamente.

Malatesta accettò ed assunse il comando per disgrazia de' Fiorentini.

Viene in mente alla prima il domandare perchè questi si fidassero

tanto d'un uomo che per molti motivi dovevano aver in sospetto? Prima

il tempo stringeva, e non era facile così subito trovar un altro che

nelle cose della guerra valesse quanto Malatesta. Poi gli ordini della

milizia in quel secolo eran talmente instabili, e la disciplina così

corrotta, che i diversi capi delle bande che costituivan l'esercito non

si sarebbero piegati mai ad ubbidire ad un loro eguale innalzato dalle

sue virtù al comando supremo, e comportavano appena di star soggetti a

chi poteva dirsi principe indipendente.

Acciocchè non mancassero i danari per pagare queste genti, vennero

eletti sedici ufficiali detti di Banco, i quali tra tutti avessero a

servire il Comune d'ottantamila fiorini. Fissandosi per loro utile

a ragione di dodici per cento. Si creò un magistrato di quattro

cittadini il quale dovesse porre un accatto che non s'avesse a rendere;

e nel tempo stesso fu ordinato che si restituissero i residui delle

imposizioni passate. Si vendettero all'incanto tutti i beni di ciascuna

delle ventun'arti, e quelli delle fraternità e compagnie così della

città come del contado. Clemente VII, con suo breve aveva conceduto che

questi beni ecclesiastici si potessero vendere quando in Firenze erano

ancora i Medici, onde il danaro che se ne ricavasse fosse adoperato da

questi per mantenersi nello stato. Non s'era fatto uso in allora di

questa licenza, che fu messa ora a profitto in difesa della libertà.

Prima del 1526 le mura erano difese da innumerabili torri, che i Medici

fecero abbattere per consiglio di Pietro Navarro. Ora Michelangelo

Bonarroti, che avea bensì mostrato tentennare scostandosi da Firenze

quand'era minacciata, ma poi tosto tornato in se vi s'era condotto per

far il dovere di buon cittadino, diede opera di fortificare d'ogni

parte le mura. Chiuse nel loro circuito il colle che sta fra Porta

S. Niccolò e S. Miniato, circondandolo con un bastione, e mettendo

in fortezza il convento, la chiesa, ed il campanile di S. Miniato.

Condusse molti altri bastioni dove gli parean bisognare, coi loro

fianchi e fosse, e bombardiere secondo insegnava l'arte in quel tempo.

La corteccia di fuori di tali bastioni era di mattoni crudi fatti di

terra pesta mescolata col capecchio trito: di dentro era di terra e

stipa molto bene stretta e pigiata.

Nel consiglio degli ottanta fu vinta una provvigione «che i borghi

della città si dovessero incontanente tutti rovinare dai fondamenti,

e tutti gli edificj d'intorno a un miglio, o piccoli o grandi, così

sacri, come profani, che potessero recare o comodità alcuna a quei di

fuori, o scomodità a quei di dentro si spianassero e mandassono a terra

ecc.»

I padroni però furono scritti come creditori del valore riconosciuto

secondo la stima.

I borghi erano in quel tempo quasi altrettante città, il contado pieno

per tutto di case, di ville, di palazzi, con orti e giardini, più ricco

e meglio ornato che paese del mondo. Non è possibile immaginare il

danno che risultò sì al pubblico che ai privati da questa distruzione

nella quale vi ebbero famiglie peggiorate più che di ventimila fiorini.

Ma i cittadini non guardando nè a danari nè a possessioni accolsero

animosamente la provvisione ed uscendo a frotta giovani, vecchi, ricchi

e poveri ed i padroni istessi andavano a questa o a quella villa, e

non solo rovinavan le case, ma guastavan gli orti ed i giardini, le

fontane, i vivaj ed abbattendo colle scuri gli alberi fruttiferi, o

di bellezza, sbarbando viti, ulivi, cedri, melaranci, tornavano a

Firenze con muli ed asini carichi di fascine che si adoperavano poi

nell'innalzare i bastioni.

Gli edificj di maggior solidità si rovinavano con un istrumento fatto a

guisa d'ariete: era una trave che retta orizzontalmente in bilico colle

funi veniva dimenata e spinta con grandissima forza da molti uomini, i

quali battendo con essa a furore, inanimando l'un l'altro colle voci e

colle grida mandavano a terra lunghi tratti di muro.

Il volgo dava a quest'ordigno un nome che non ci è lecito porre

sott'occhio al lettore; in altro modo era detto Battitojo.

Accadde nel corso di queste devastazioni un fatto che mostra, quanto

dagli uomini di quel secolo fossero tenute in pregio le arti.

Una turba di cittadini, soldati e contadini, avean gettato a terra

con una di quelle macchine buona parte della chiesa e del convento

di S. Salvi. Giunti colla rovina in luogo d'onde si scoperse loro il

refettorio nel quale era dipinto il Cenacolo, opera di Andrea del

Sarto, ad un tratto tutti quanti si fermarono quasi fossero loro

cadute le braccia: nè bastando l'animo ad alcuno di metter le mani su

quell'opera maravigliosa lasciarono in piedi quel pezzo di muro e la

pittura rimase intera.

Il palazzo di Jacopo Salviati, la villa di Careggi di casa Medici

vennero arsi da una brigata di giovani guidati da Dante e Lorenzo

Da Castiglione, de' più fieri nemici che avesse questa famiglia. A

Castello ed a Poggio a Cajano per poco non toccava la stessa sorte.

Queste arsioni però non essendo fatte in servigio della città ma

soltanto per isfogar l'odio contro i nemici, vennero biasimate dagli

uomini gravi, ed il gonfaloniere Carduccio diede commissione onde

ne fossero castigati gli autori. Ma il tempo non comportava troppa

severità contro tali insolenze, e la commissione non ebbe effetto.

Il principe d'Orange vicerè di Napoli aveva frattanto ricevuto l'ordine

dall'Imperatore di mettere insieme le genti e muoverle contro lo stato

fiorentino ad ogni richiesta del papa. Giunse il vicerè a Roma agli

ultimi di luglio con cento cavalli e mille archibusieri, e s'alloggiò

in Borgo nel palazzo Salviati.

Venuto a parlamento con S. S. vi fu molto che fare prima che si

mettessero d'accordo.

Al papa, di natura stretto e sospettoso, parea fatica lo spendere

e l'anticipar sussidj; il principe vicerè, persona altiera, non

potea patire che si procedesse con tanta miseria in un'impresa così

importante. Convennero finalmente nelle somme da sborsarsi dalla Camera

Apostolica, ed il principe andò all'Aquila ove era rimasto l'esercito

guidato da Gian d'Urbino, per farlo muovere verso Fuligno ove si dovea

far la massa.

In questo tempo Roma commossa dagli apparecchi d'una tal guerra

s'andava empiendo di genti d'arme. Spagnuoli, Tedeschi ed Italiani,

soldati di ventura, s'arruolavano a torme tratti dalla cupidigia di

saccheggiar Firenze. Si tenevano tanto sicuri del fatto (e seguitiamo

a lodare il buon tempo antico!) che v'ebbe di quelli i quali essendo

citati in giudizio, e dubitando per questo ritardo di non giungere in

tempo, protestarono agli avversarj loro pei danni ed interessi del non

trovarsi al sacco di Firenze.

Il papa sentendosi offeso perchè la repubblica avea mandati

ambasciatori all'Imperatore e non a lui, si mostrava tanto infiammato

a volersi vendicare che non v'era chi ardisse tentar di placarlo.

Due soli cittadini fiorentini, Jacopo Salviati e Roberto Pucci, gli

parlarono a viso aperto, facendogli considerare a quanto rischio

mettesse la sua patria, ed a quanta infamia esponesse se stesso.

Ma Clemente s'era fatto a credere che i Fiorentini fossero per

piegarsi, prima d'esser ridotti agli estremi, nè si distolse punto dal

suo proposito.

Per cura del principe d'Orange l'esercito si trovò presto riunito nelle

pianure intorno a Fuligno, in numero di trentacinquemila fanti, e circa

milledugento cavalli. Tra questi si trovavano i tedeschi condotti in

Italia da Giorgio di Frondsberg, o per dir meglio quelli avanzati alla

guerra, alla peste di Roma, ed alla fame di Napoli, soldati veterani,

valentissimi.

I primi signori e condottieri d'Italia guidavano queste genti. Tra

principali capitani si contavano D. Ferrante Gonzaga fratello del

marchese di Mantova, Pier Luigi Farnese, Giovanni Battista Savello

Marzio, Piero, Sciarra Colonna, il conte Pier Maria Rossi di S.

Secondo di Parma, Alessandro Vitelli da Città di Castello, Braccio e

Sforza Baglioni: più tardi sopravvenne il marchese del Vasto monsignor

Ascalino Astigiano, e Giovanni da Sassatello, il quale avendo preso

soldo da' Fiorentini pensò bene senza render loro i danari di condurre

i suoi tremila soldati al campo d'Orange.

Fabrizio Maramaldo di nazione sardo senza esser nè condotto, nè

chiamato a servir l'Imperatore, predava intanto e taglieggiava sul

Sanese, e su quel di Volterra con tremila più malandrini che soldati.

Questo era il bell'ordine di guerreggiare che s'usava in quel tempo.

Perugia, Cortona, Arezzo caddero presto in mano degl'Imperiali che per

il Val d'Arno di sopra scendevano senza grandi ostacoli verso Firenze.

I progressi del nemico avevano alquanto commosso gli animi di molti

cittadini, e la parte de' moderati riuscì a persuadere che si

mandassero oratori al papa. Si condussero a lui con gran difficoltà

essendo rotte le strade, chiusi i passi, e corso il contado da

saccomanni.

La risposta di Clemente fu che «trattandosi dell'onor suo voleva che

i Fiorentini si rimettessero in lui liberamente, e poi mostrerebbe a

tutto il mondo, ch'egli era fiorentino anch'egli, ed amava la patria

sua.»

Tosto che l'esito di questa legazione fu noto in Firenze, gli animi

di tutti, deposto ogni pensiero d'accordo, si volsero a crescer le

munizioni ed a rinforzar le difese.

I lavori delle mura che erano già molto innanzi si proseguirono con

maggior alacrità, massimamente quelli intorno al bastione di S.

Miniato, ed il gonfaloniere in persona li sollecitava con incredibile

diligenza.

Quando il sole era tramontato si continuava l'opera tutta la notte al

lume de' torchi.

Agli operai ed a marrajuoli s'univano i soldati, i giovani, le donne, i

vecchi, i fanciulli, ingegnandosi ognuno d'ajutare fin dove giungevan

le forze trasportando terra, sassi, fascine, mettendosi a gara ai

servigi più vili e più faticosi con quella fiera allegrezza che si

desta all'avvicinarsi di grandissimi pericoli, in chi sa d'incontrarli

per la giustizia.

In breve le fortificazioni si trovarono condotte a termine d'essere

inespugnabili per un esercito di quei tempi.

A misura che il pericolo s'avvicinava la parte de' Piagnoni diveniva

più rigida contro i Palleschi. Molti di questi delle prime case di

Firenze s'erano fuggiti spaventati dai pericoli dell'assedio, o dalle

persecuzioni de' loro avversarj, i quali li accusavano ai magistrati,

gli oltraggiavano per le piazze e per le vie, e spesso avean tentato di

manometterli.

Dante da Castiglione, giovane feroce, ardentissimo, il Sorrignone,

Cardinale Rucellai, Pietro Poldo dei Pazzi, Domenico Boni ed altri

della setta nemica ai Medici, avean piena la città di queste

loro insolenze e dicendo pugnare per la libertà, erano i primi a

distruggerla.

Gli uomini savii che pur conoscevano quanto simili modi fosser contrarj

al viver libero, ciò non ostante li comportavano per non parer freddi,

e venivan così strascinati da questi più furibondi, a prender partiti

violenti ed estremi.

A questo punto, per impedire che altri fuggisse dalla città, e far sì

che i fuggiti ritornassero, tutti coloro che si trovavan fuori vennero

citati per pubblico editto a doversi presentare al magistrato entro un

tempo determinato. Quelli che non ubbidirono ebbero bando di ribelli, e

vennero loro confiscati i beni. Alcuni però tornarono.

A Baccio Valori, commissario pel papa al campo d'Orange, come a

traditore della patria, venne inoltre posta una taglia di mille

fiorini a chi lo desse vivo, a chi lo desse morto di cinquecento. Di

più, secondo un'antica legge contro i traditori della patria, venne

sfregiata e sdrucita una lista della sua casa da capo a piede.

Al papa intanto venivano giungendo le nuove del campo d'ora in ora:

udendo guastarsi tutto il contado con arsioni, ruberie e mille mali,

forse glien increbbe, e fisso nella sua opinione che i Fiorentini

fossero per diventar più manosi, ora che l'esercito si trovava nel

cuore del loro stato, risolse innanzi che fosse diserto del tutto,

mandare in Toscana l'arcivescovo di Capua. Gl'impose passasse per

Firenze, che ancora si trovava aperta, sotto colore di portarsi presso

il principe d'Orange, e vedesse così di suo se vi fosse modo che senza

spinger le cose più oltre i Fiorentini si volessero piegare.

Venne l'arcivescovo, alloggiò presso Agnolo della Casa, ma tosto si

levò un rumore tra il popolo, ch'egli venisse per corrompere i capi

della città.

Furon mandati dalla Signoria quattro cittadini per intendere il motivo

della sua venuta: rispose che andando al campo era passato di Firenze

per sua comodità. S'offeriva nell'istesso tempo d'intromettersi tra i

cittadini e Sua Santità.

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 4 / 51 段