stava leggendo un S. Agostino in foglio. Fra Benedetto alzò il naso
all'aria per porre sull'istessa linea le sue pupille, le lenti degli
occhiali ed il viso del laico; lo guardò un momento, come se la sua
fisonomia dovesse servirgli a regolar la dose nella predica che stava
per fargli.
La faccia di Fra Giorgio era compunta e modesta, ma sul suo viso la
modestia e la compunzione in quel momento mettevan paura.
Pure il buon vecchio facendosi animo, e vincendo la ripugnanza che
provava ad entrar in materia così strettamente con un tal uomo, si
tolse gli occhiali, li depose sul libro, e disse:
--Fra Giorgio, da un pezzo in qua mi vo avvedendo di certe cose che
poco mi piacciono. Forse avrei dovuto farvi motto prima d'ora: ma
dubitando di non mi apporre quando pensavo male del fatto vostro, ed
anco aspettando a ogni modo che voi vi dovessi mutare, sono stato
cheto. Ma ora egli è pur forza ch'io faccia il debito. Che novità son
queste figlio benedetto? Io non vi trovo più sollecito com'una volta
all'ufficio vostro. Una volta voi eri sempre in chiesa, e non v'era
modo a spiccarvi dalle predelle. Una volta voi ascoltavi le riprensioni
con faccia serena e tutto volenteroso di far bene. Ora vi veggo sempre
scuro in viso, se vi si parla, e' pare che l'abbiate per male; i frati
non hanno altro che dire «Fra Giorgio è tutt'un altro.... non ci si
può più combattere.» Ricordatevi, figliuol mio, la miglior parte della
vita l'avete data al demonio, il Signore potea lasciarvi nella via
dell'inferno, v'ha usata misericordia, non ripigliate ciò che gli avete
donato, ora che avete consacrato a lui l'altra parte, gli anni che vi
rimangon di vita; non tornate addietro, figliuolo.... Sta mattina poi
in tempo di messa!..... vi par egli? un disordine, uno scandalo a quel
modo?
E' mi duole d'avervi a riprendere d'un fatto nel quale mi ci trovo di
mezzo io.... non vorrei (già noi siamo tutti miserabili a un modo!)...
c'entrasse punto di ruggine con voi, perchè avete riso di me.... del
mio sgomento. Ho errato anch'io figliuolo, lo confesso, se fossi stato
col pensiero in Dio, com'era dovere, non ne sarei stato distolto da
così poca cosa! Dunque che ci resta a fare? Umiliarci tutti a due,
riconoscere che siamo fragili, che senza la grazia possiamo cadere ad
ogni passo, e perciò non mancare di far quanto è in noi colle orazioni
e colle penitenze per ottenerla.--
Fra Giorgio che una riprensione acerba avrebbe forse irritato, si sentì
commovere dalla mansuetudine, e dall'umiltà candida del suo superiore.
--Voi siete un Santo, gli disse, ed ho avuto mille torti... ma....--
--No figliuolo, non sono santo, son peccatore più di voi, e pur troppo
lo so io come sto! Ma questo ora non ci ha che fare. Ho caro vedere
che conosciate il vostro errore; tanto volevo. I mal abiti son come
la gramigna, la sradichi da una parte, rigermoglia dall'altra: vi
compatisco,... aver per tanti anni vissuto ne' campi tra soldati,
in mezzo ad uomini sfrenati, si fa l'uso a quel vivere sciolto,
pieno di fortune diverse, se poi l'uomo si vuole assestare... è dura
fatica... vi compatisco. Ma (seguiva sorridendo affinchè un'ombra di
scherzo addolcisse ancor più la riprensione) anche qui si tratta di
guerreggiare, e si vuol distruggere i nemici vecchi; in questa guerra
tocca a tutti ad armarsi, ed a noi più degli altri, s'ha a star sempre
all'erta, a combatter sempre... _violenti rapiunt illud_.--
Prima di riferire la risposta di Fra Giorgio preghiamo il lettore a
pensare se gli accade mai nel trattare con alcuno a quattr'occhi di
cosa che molto gli prema, udir verbigrazia una parola che assorbe
interamente la sua attenzione: l'altro va innanzi col discorso, ed
egli ruminando su quella parola, non l'ode: ritorna poi in se, vuol
riprendere il filo del ragionamento, ma non avendo ascoltato tutto,
nascon equivoci e per intendersi bisogna ricominciar da capo? Se
questa situazione non riesce nuova al nostro lettore sarà forse peggio
per i suoi affari, ma è meglio senza dubbio per l'intelligenza di
quest'istoria, poichè a Fra Giorgio accadde di trovarsi appunto in
questo caso.
Avendo ritratto dalle prime parole del suo superiore che era in
_bonis_ più che non s'aspettava, invece d'ascoltarlo con attenzione
sino al fine, si pose a studiare in qual modo avesse a dire per fargli
conoscere che non ne voleva saper altro di far il frate; onde tutta la
predica di Fra Benedetto se giunse all'orecchio del laico non penetrò
certo più innanzi; soltanto a quest'ultime frasi «anche qui si tratta
di guerreggiare... in questa guerra tocca a tutti ad armarsi... ecc.
ecc.» si riscosse, ed il suo cervello balzano, che difficilmente poteva
capir più d'un'idea per volta, la interpretò nel senso che più faceva
per lui.
Si sentì consolar tutto, ed in cuore disse: «Avrà capito anche lui che
se non ci ajutiamo tutti contro quest'Imperiali, e se i frati essi pure
non danno una mano, la vuol finir male... Tutto il male non vien per
nuocer! La nespola di stamattina l'ha persuaso, che l'affare si mette
al serio.»
Questi pensieri però che hanno voluto da noi più d'una pagina di
spiegazione, passarono come un baleno per la mente di Fra Giorgio, il
quale tenendo superata ogni difficoltà, disse coll'effusione di chi
vede aprirsi inaspettatamente una porta ai proprj desiderj:
Fra Benedetto, io non ho altro desiderio al mondo... e se io stavo
tanto di mala voglia da un pezzo in qua, sappiatelo, e' non è stato
altro che per questo: ch'io mi tengo coll'ajuto di Dio pur anco buono
da qual cosa, e mi pareva portarmi troppo rimessamente in questa guerra
(al contrario dell'altra ove mi son travagliato per tanti anni, e pur
troppo quasi sempre a mal fine) io son certo che il combattere mi sarà
merito innanzi Iddio, ed ho in animo di farlo,.... e farò il meglio
ch'io saprò e voglia così Iddio farmi degno della sua gloria, e fosse
oggi piuttosto che domani.
Il vecchio seguitando ad intenderla a modo suo, parte si maravigliò
vedendo tanto fervore nel laico, chè tutt'altro aspettava, e disse fra
se «Oh tò!... gli ha ripreso per questo verso ora!» Pure contentissimo
di trovarlo in così buone disposizioni, soggiunse:
--Che siate benedetto figliuol mio! benedetto mille volte.... Già e'
non si sbaglia (e gli batteva sorridendo sul braccio) questi bravacci
se fanno tanto di volgersi al bene, lo fanno poi senza risparmio;...
tutto sta a saperli indirizzare... Orsù dunque quel gran core che avete
mostrato nelle guerre che dicevate testè per fini mondani, è tempo
d'adoprarlo ora in questa per fini santi: il contrasto sarà lungo e
grave, il nemico possente ed astuto... _leo rugiens_...... ma Iddio
sarà con voi...... non vi spaventi....--
--Spaventarmi? rispose Fra Giorgio maravigliato, e sorridendo; non ho
mai saputo di che colore ella fosse la paura.--
E, soggiunse sottovoce.--L'hai proprio trovato chi si spaventa.--
--Lo so, lo so, non siete pauroso, ma badiamo veh! anche il confidar
troppo nelle nostre forze, è male, e male grave, ma non vo' aggiunger
altro per ora.... non mettiamo troppa carne a bollire. Andate, ed il
Signore v'ajuti e vi dia forza.
Fra Giorgio si mosse per partire. Giunto all'uscio gli sorse un
pensiero in mente, e tornato addietro, riprese:
--Fra Benedetto, io v'ho a domandare una grazia.
--Dite.... purch'io possa.--
--Oh quando sia per questo, basta che voi vogliate.... Ma capisco
ancor io.... e' non istà bene... chi dà e poi ripiglia.... dice il
proverbio.... all'inferno si scapiglia.... ma non trovo altro modo....
non ve l'avrete per male....--
--Be' dite su.... parlate francamente.--
--Ecco vedete.... io non son uso così a piede... son della scuola
vecchia, intendete!.... Chè soltanto da un vent'anni in qua, si vede
(lasciamo star gli Svizzeri) buona gente mettersi nelle fanterie....
e si può dire anzi che il primo a metterle in riputazione è stato il
sig. Gonzalo Hernandez.... via, il Gran Capitano.... l'avrete inteso
nominare.... e per dir il vero e' gli venne fatto molto bene; che alla
giornata della Cerignola gli uomini d'arme francesi.... se gli aveste
veduti caricar una battaglia di que' fanti spagnuoli pareva n'avesser
a far tonnina: ma loro fermi colle picche spianate parevan inchiodati
alla terra.... e quei terremoti di francesi addosso come fulmini...
Saint Denis!... Saint Denis! non ci è Saint Denis che tenga, era come
percuotere in un bastione.--
Immagini il lettore se Fra Benedetto udendo questo discorso spalancava
gli occhi, e credea che a Fra Giorgio desse di volta del tutto. Ma non
era finito.
--Basta: lasciamo star le fanterie... So bene, anche tra loro sono
di valentuomini.... ma ognuno ha da far l'arte sua: ed io mi trovo
ormai troppo innanzi cogli anni per impararne una nuova, e se voi
volete ch'io possa far cosa buona mi dovete concedere... conosco ch'è
un grand'ardire il mio... voi vi maraviglierete.... ma ai termini
ov'è ridotta la città non mi riuscirebbe, cred'io, neppur con dugento
ducati.... chi l'ha l'adopera per se.... e poi già chi me li darebbe
questi danari; insomma, per non allungarla di più, se voi non mi
date licenza ch'io mi possa valere del mio cavallo, io mi troverò
impacciato.--
A metà di questo discorso Fra Benedetto s'era di nuovo posti gli
occhiali, ed appoggiando ambe le mani sui bracciuoli del seggiolone
si faceva innanzi colla persona alzando il capo verso il laico, e
guardandolo fiso, fiso. Quando finì di parlare il vecchio tacque per
mezzo minuto pur seguitando a guardarlo, poi con voce che sonava somma
maraviglia, disse due o tre volte:--
--Cavallo? Cavallo? Oh che Domin c'entra il cavallo? Ma a che modo
l'intendete? V'ho io detto forse che andassi a giostrare?--
--Ma Fra Benedetto mio, e' non è mal di giostra; chè qui si fa da
maladetto senno... e, com'io v'ho detto, e' mi basta la vista ancora di
far il mestiero a cavallo... ma a piede!--
--E chi v'ha detto di far il mestiero? e di farlo a cavallo o a
piede?... col ben che Dio vi dia! Che pazzie son queste? Vi dico di far
l'ufficio di buon religioso, d'attendere all'anima, alle cose di Dio...
e vo' m'uscite fuori col cavallo, colle picche e colle fanterie! E' mi
par che vogliate la baja del fatto mio! Andate, andate che vo' m'avete
chiarito... ed io che gli davo retta! Oh Signore, Signore, dammi
pazienza con costui!--
--Fra Benedetto.... non v'adirate, disse Fra Giorgio accortosi dallo
sbaglio, e tutto doloroso di trovarsi da capo quando già credeva d'aver
aggiustate le cose sue. E' non c'è mal nessuno..... vo' l'intendete a
un modo, io l'intendevo a un altro.--
Visto poi che il superiore taceva e soffiava con certi scrollamenti di
capo che non presagivano nulla di bene, si risolse in tutto, dacchè si
trovava avere scoperto l'animo suo, di volerla vincer egli; e venendo
un tratto a mezza spada, disse col fare di chi non è più per tornare
addietro:
--Orsù Fra Benedetto, ascoltatemi. Se voi non mandavi per me sarei
venuto di mio, ch'io mi trovo in troppo travaglio per poterla durare.
Io vi confesso che stamattina ho fatto errore in tempo di messa, e
vi prego a perdonarmi come spero mi vorrà perdonare il mio Signore
Iddio. Io vi confesso che gli altri frati hanno mille ragioni di
dolersi di me, che i miei portamenti non sono quelli d'un buon
religioso. Io sono un omaccio, un pezzo di carne cattiva.... ma forse
ci ho che far io s'i' mi sento struggere, s'i' perdo il sonno, s'i'
mi rodo giorno e notte di non trovarmi in sulle mura quando vi si fa
all'archibusate!.... Ci ho che far io se ho una natura tanto nuova,
tanto pazza.... dite pure tanto perversa, che io non ho bene se non
quando mi trovo in mezzo alle picche, agli archibusi, alle busse e a
mille malanni?.... Io non ho mancato di far il dovere, come m'avete
insegnato, per ispegnere codeste fantasie: io digiuni, io orazioni,
io discipline.... E sono stati scherzi! Ora io vi protesto che il mio
cuore non s'è discostato un dito dal glorioso barone S. Domenico, nè
dalla sua santa regola, e ch'io voglio vivere e morire in quella. Io
mi ricordo de' miei peccati, e so che ho da farne la penitenza... e la
vo' fare. A questa guerra io non ci vo' nè per avvantaggiarmi, nè per
salire in grado, nè per altri fini mondani. Io ci vo' perchè a questo
modo io non ci posso stare, ch'io impazzerei; ci vo' per difendere
questo stato popolare, come volle il nostro Beato Fra Girolamo.... e
quanto alla penitenza voi la farete in convento, io su per le mura
alla neve, e al freddo; voi digiunerete ed io digiunerò; voi farete le
discipline e io troverò ronche e spiedi che mi conceranno Dio sa come!
Io non sono in _sacris_.... sapete voi s'io ho lettere latine!...
Ma lo fossi anco... la buona memoria del cardinale Sanseverino l'ho
veduto con questo pajo d'occhi (chè allora ce gli aveva tutt'a due)
alla giornata di Ravenna su un bel bajo turco, tanto bene a cavallo,
tanto ardito e ben armato che io ne disgrado il sig. Giovanni,[6] e
Napoleone Orsino, l'Abatino di Farfa, non corr'egli Casentino co' suoi
cavalleggieri? e poi tant'altri.... E se v'è caso in cui anche voi
altri preti dobbiate ajutar la difesa, è questo senza dubbio; e volete
che ve la canti chiara? Quest'esercito non è per far da motteggio, e
vedo di gran nugoli serrarsi addosso Firenze, e se ognuno di noi non
val per tre, e' può venire il punto che ce n'abbiamo a pentire....
Li conosco questi Bisogni[7], questi Lanzi gli ho veduti al sacco di
Roma.... dove pur troppo.... anch'io.... basta, Iddio mel perdoni.... e
se riescono a rovinar in città un giorno o l'altro addio Parigi... e'
non vi sarà nè chiesa nè convento che tenga. Ora voi m'avete inteso,
conoscete l'animo mio; datemi dunque buona licenza, e coll'ajuto di Dio
non ve n'avrete a pentire.--
Il buon vecchio udendo quel parlare cotanto risoluto, rimase senza
parola. Egli non era sprovveduto di quel coraggio che sostiene l'uomo
virtuoso quando si tratta d'adempiere al proprio dovere, ma come s'è
veduto, l'ardire proprio de' soldati non era il fatto suo, e si può
credere che avrebbe amato meglio trovarsi un po' più lontano da quelle
benedette artiglierie: onde il vedere ora un uomo sui confini della
vecchiaja che mostrava non poter più vivere se non andava a cacciarsi
in mezzo alle schioppettate, gli parve cosa tanto pazza che credette il
povero laico presso ad uscir di senno.
Perciò si guardò bene dallo sgridarlo, ed anzi considerando la cosa
così in fretta in fretta disse tra se «E' non sarà male con buona
maniera levarselo dinanzi prima che ne faccia qualcuna delle sue e
mandi a soqquadro la casa» e senza mostrarsi alterato gli rispose:
--Certo non mi sarei mai aspettato.... ma se avete tanto desiderio...
che per me non so intendere... basta, se così vi piace... non essendo
voi in sacris vi si potrà concedere. Ma riflettete bene a quanti
pericoli andate incontro; pazienza quelli del corpo. Ma per l'anima
come andrà? Voi tornate nella via vecchia, tornate in mezzo alle male
compagnie, tra ribaldi che vi porranno innanzi mille occasioni di mal
fare!--
--Quanto a questo voi dite il vero; ma Iddio conosce i miei fini, egli
m'ajuterà.--
--Poi ricordatevi; la difesa è lecita; ma debb'essere fatta col minor
danno possibile: _cum moderamine inculpatæ tutelæ_, ferir le parti meno
vitali, mai il capo, nè il busto.--
Il laico non si potè tenere di non sorridere un poco udendo questi
precetti che mostravano quanto il superiore conoscesse i modi che si
tengono nel combattere; ma pure ascoltò fino alla fine cogli occhi
bassi (e non gli parve fatica, tant'era l'allegrezza che provava di
sentirsi ridiventar soldato) un'ultima ammonizione di Fra Benedetto
piena di consigli e di precetti sulla carità, sulla prudenza, sui buoni
e cattivi esempi, e che per essere stata un po' lunghetta pensiamo di
non riferirla parola per parola. Quando fu finita, disse Fra Giorgio:
--Dunque siete contento ch'io mi valga del cavallo.--
--Sì, sì... che ad ogni modo le noci son macinate, e per l'olive serve
il ciuco... Che Dio vi benedica.--
Fra Giorgio se n'andò contento. L'altro guardandogli dietro giunse le
mani, strinse le labbra, ed alzò gli occhi al cielo.
CAPITOLO IV.
--Il cavallo è trovato... e' ti pare aver fatto tutto!... resta a
vedere se ti potrà portare, che non s'ha a far i conti senza l'oste.--
Così diceva Fra Giorgio avviandosi verso la stalla. Andava pensoso, col
cuore piccino piccino, come chi trovandosi costretto a far una spesa e
non avendo numerati da un pezzo i quattrini che ha in borsa, si dispone
a contarli, ma il cuore gli dice che non arriveranno.
Ne' primi tempi dopo che era entrato in convento, ogni tanto andava a
trovare il suo cavallo e sempre s'ingegnava di razzolar qualche cosa
per supplire alla scarsità e cattiva natura della pietanza che gli
somministrava l'ortolano. Per una bestia avvezza a farsi il fianco
tondo ogni giorno con paglia, orzo, e biada ci voleva altro che star
ai pasti del ciuco e di due vacche smunte che erano i suoi compagni di
stalla e di lavoro.
Malgrado le cure di Fra Giorgio, dopo il primo mese, l'ossa dell'anche
cominciarono a sorgere, indi a numerarsi le costole: il collo, la
schiena e la groppa s'avvezzarono a star abitualmente sull'istessa
linea, l'orecchie anch'esse non potendo più opporsi alla legge di
gravità si chinarono sulle tempie, l'occhio divenne malinconico, ed il
povero Grifone (così gli avea posto nome il Fanfulla d'altre volte)
acquistò la seria ed afflitta immobilità del ciuco suo vicino.
Fra Giorgio, non reggendogli il cuore di veder questa brutta
metamorfosi fino al fine, l'abbandonò per disperato e da più d'un anno
non avea messo piede in istalla. V'entrò adesso preparato al peggio.
Al di sopra delle vacche e dell'asino vide sorgere il dorso del suo
sventurato Grifone: ma pareva un di quegli animalacci rari che si
conservano ne' musei, o per dir meglio la loro pelle retta su quattro
stili, e pochi regoli in traverso, ed imbottita qua e là di paglia e di
borra.
Fra Giorgio si messe le mani ai capegli e fu per voltarsi a fuggire
com'avesse veduta la versiera. Pure si rattenne. Fin che v'era filo di
speranza non volle rinunciarvi. Considerò le spalle e le zampe, e non
gli parve di trovarvi gran male: fece di metter insieme uno stajo tra
orzo e biada, e dopo averlo abbeverato, glielo pose innanzi.
«A corpo pieno ci riparleremo» disse, e per allora lo lasciò stare.
Pensò di dare intanto un'occhiata alle sue armi dicendo: «Anche qui vi
saran de' guai.» S'avviò ad una camera terrena specie di guardaroba,
ove le avea lasciate per vestir l'abito. Era uno stanzone posto in un
angolo del chiostro, e vi giaceva buttato alla rinfusa un monte di
mobile vecchio, di suppellettili di sagrestia; v'erano scale, legnami
a stagionare, orci, stuoje vecchie, mele a maturar sulla paglia, agli
e cipolle appiccate alle chiavi della volta, ed in mezzo a questa
confusione trovò, parte pendenti dal muro, parte caduti in terra, tutti
i pezzi che componevano il suo arnese, colla sella, la briglia e gli
altri guernimenti del cavallo. I ferri erano pieni di ruggine; le cuoja
screpolate coperte d'un velluto di muffa verde e turchina.
De' ragnateli poi e della polvere non se ne parla.
Raccozzò ogni cosa alla meglio e portò il tutto nella sua cella:
aiutandosi con olio e con un pezzo di legno dolce si diede a giocar di
schiena finchè dopo un'ora buona di lavoro ebbe scoperto che la ruggine
non avea tanto danneggiate quell'armi da renderle inservibili.
Tornato alla stalla ove il cavallo s'era un poco ristorato dallo
stento, lo sciolse dalla mangiatoja, e lo trasse in una piccol'aja che
era tra la casa e l'orto. Dopo avergli infilata la briglia, con un
salto si trovò su, e così a bardosso cominciò a provare a farlo muovere
in volta. La povera bestia trovandosi satolla, e non le era accaduto da
un pezzo, avea ripreso spirito, e si maneggiava ancora meglio che il
cavaliere non avrebbe pensato.
Questi saltò a terra molto contento e confortandosi che un migliore
scotto per qualche giorno l'avrebbe finita di risuscitare, ritornò
nella sua cella.
Per non perder tempo (chè ad ogni minuto si sentiva crescer la smania)
dispose d'uscir tosto per cercare ove potesse venir adoperato. Si
rassettò i capelli e la barba, scosse la tonaca, e tiratosi in sugli
occhi il cappuccio, si trovò presto sulla piazza S. Marco avviato verso
il Renajo de' Serristori (passato il ponte Rubaconte, ora detto alle
Grazie) ove abitava il signor Malatesta Baglioni capitan generale de'
Fiorentini.
Il tempo ch'egli impiegherà per istrada non crediamo inutile (prima
d'entrare in altro) impiegarlo a por sottocchio al lettore a qual
termine si trovasse allora Firenze, ed a ricordargli le congiunture
politiche, che ve l'avevan condotta.
Dai primi anni del secolo XVI l'Europa si trovava sconvolta.
Tre uomini ai quali era dato trarsi dietro la moltitudine coll'autorità
del grado, colla potenza dell'armi, o con quella dell'ingegno, Carlo V,
Francesco I e Martino Lutero, parve in quel tempo facessero a chi di
loro poteva metter più sottosopra l'umanità.
I due primi divenuti nemici, dacchè cessarono di essere rivali nelle
loro pretensioni alla corona Imperiale ottenuta da Carlo, mossero l'un
contro l'altro, e durarono finchè vissero in un'alternativa continua
di guerre lunghe, atroci, macchiate di frode e di crudeltà, e di brevi
paci accordate vilmente, ed oltraggiosamente turbate.
Il terzo, povero frate Agostiniano armato di dottrina, d'ingegno,
d'audacia ad ogni prova, potente de' mali umori che gli abusi della
giurisdizione ecclesiastica avean generati tra popoli della Germania
destò quell'incendio, che dovea consumare il cattolicismo nella metà
dell'Europa.
L'ambizione, l'amore di gloria vana e avventurosa, ed il fanatismo
di religione, che erano le passioni dominanti di questi tre uomini,
divennero le passioni di tutti nel secolo XVI, al principiar del quale
l'umana società entrò per una strada nuova, che dovea battere senza
guardarsi indietro sino a tutto il XVIII.
I re che fin allora avean condotte a stento guerre brevi e locali
coll'ajuto di vassalli mal domi obbligati a seguirli soltanto per un
tempo limitato, trovarono danari aumentando le gravezze, per pagar
soldati i quali non lasciavan mai le bandiere e stavano a posta del
principe dove e quanto pareva a lui. Furono allora posti i fondamenti
di quel sistema d'eserciti numerosi e stanziali, e di tasse sempre
maggiori; sistema che uscito d'ogni termine ragionevole, partorì
all'età nostra gravissime difficoltà.
La politica per tener dietro a questo nuovo stato, dove pel passato
era quasi interamente circoscritta entro i limiti d'ogni nazione, si
dilatò, e concepì il disegno di stabilire l'equilibrio Europeo, pel
quale i governi venuti a potenza maggiore e più compatta si sostennero
a vicenda sodando in certo modo gli uni per gli altri.
La religione fondata sin allora sull'autorità, fu scossa dalla dottrina
dell'esame individuale, e la fede rovinando si sminuzzò, se ci si
concede l'espressione, in altrettante quanti erano i seguaci della
riforma. Le forze di questa intromettendosi tra i monarchi rivali ora
ne turbarono ora ne ajutarono i disegni, rendendo più complicate le
loro gare cui dovettero prender parte più o meno tutti gli stati minori.
Narrare le tante vicende che ne seguirono, non fa per la nostra storia.
Basterà toccare rapidamente quelle che ebbero più diretta influenza sui
destini de' Fiorentini.
Dopo il trattato di Madrid col quale Francesco I ricuperò la libertà,
si conobbe tosto che le sventure ed i poco generosi trattamenti di
Carlo V aveano spenta nel monarca francese quella lealtà cavalleresca
che lo avea tante volte indotto a spinger la fiducia sino alla
credulità, e la generosità sino all'imprudenza.
Non solo trovò il modo di coonestare il rifiuto di cedere la Borgogna
secondo l'accordo, ma si fece capo d'una lega contro Carlo V, detta
la lega Santa, cui s'accostarono i principali stati d'Italia che la
smisurata potenza dell'Imperatore metteva in sospetto.