aver bevuto (e Dio sa se piovve sul bagnato) raccontò alla meglio che
potette colla lingua grossa, e la pronuncia mal sicura, i suoi casi
col canonico. Alla fine però d'ogni periodo della sua storia, ove lo
scrittore metterebbe un punto fermo, il narratore metteva un bicchier
di vino, ed i periodi, contro l'usanza dei cinquecentisti, furon brevi
e furon molti.
Poco stante comparì in chiesa strascinato da una ventina di que'
malandrini, un povero sventurato vecchio, che aveano, si può dir,
dissotterrato, traendolo dal fondo d'una cantina ove s'era appiattato.
Mostrava l'età di settant'anni all'incirca, tremante, curvo, in sola
camicia, che gli giungeva al ginocchio, e lasciava vedere le coscie
scarne, le ossa protuberanti alle giunture, le gambe consunte, enfiate
sui malleoli per la vecchiaja. Aveva ancora una calza vermiglia lacera
e cadente, solo avanzo della porpora. Quest'uomo così indegnamente
trattato era un cardinale; caritatevole, senza superbia, di costume
angelico, in fine un sant'uomo.
Quando si trovò scoperto, abbandonò ai soldati quel poco che avea
potuto salvare, riponendolo in un nascondiglio in fretta in fretta,
mentre già correva la voce per Roma che le mura eran vinte. Il tesoro
era piccolo, poichè dava tutto per elemosina: onde i soldati non
potendo credere vi potesse essere un cardinale povero, tennero per
fermo ch'egli non volesse palesare il tesoro maggiore, e che l'avarizia
fosse in lui più potente dell'amor della vita. Provarono dapprima a
spaventarlo, poi dalle parole presto passarono alle percosse, gli
strapparono di dosso i panni, lo pestarono coi pomi delle spade e de'
pugnali: visto che tutto era inutile lo spinsero in S. Giovanni de'
Fiorentini per vedere quale strazio fosse da farne.
Gli urli e il fracasso crebbero, se era possibile, all'apparire
di questa nuova masnada, che si fermò avanti alla botte sulla
quale era l'uomo dal piffero. Questi cominciò a farla da giudice,
e ad interrogare il povero vecchio, il quale viste le tante e così
abbominevoli profanazioni, scordava il proprio pericolo, e coprendosi
gli occhi colle mani dava in un pianto dirotto.
Ma le parole duraron poco, e si stava per venire ai fatti. Già un
soldato luterano, di quelli calati in Italia con Giorgio di Fransperg,
recava un ferro rovente per incominciare il tormento, quando afferrato
al polso del braccio destro, da una mano che parve una tanaglia, si
dovette fermare, ed il ferro gli cadde a piedi.
Era la mano di Fanfulla. L'ubriachezza avea per costui due periodi:
il primo gaio, vispo, manesco, pieno di risa e di pazzie fin che il
vino non era in troppa abbondanza; se poi seguitava a bere cadeva
nel secondo, ed allora diventava malinconico, tutto tenero, tutto
svenevole, abbracciava, baciava chi gli capitava innanzi, che pareva
proprio se ne struggesse.
In quel critico momento egli si trovava appunto in questo stato per
fortuna del vecchio prigione.
Respinse il soldato con tanta forza che quasi lo mandò a gambe
all'aria, e poi cominciò a gridare:
--E' non si la così co' galantuomini.... e' non si strapazza a quel
modo la carne de' cristiani!.... razzaccia di can rinnegati!... sì...
cani... cani... mille volte cani!.... Credete voi che abbia paura
perchè siete in tanti?.... Vi avevo in.... dieci anni prima che foste
nati! (avverta il lettore che ci manca l'ortografia per esprimere
le strane trasformazioni che subivano le parole pronunciate dalla
lingua annodata di Fanfulla, perciò la sua fantasia supplisca a questo
difetto). Guarda come me l'hanno conciato!.... E non si vergognano
mica i ladroni!.... Povero vecchio.... Ma non aver paura..... (ed
intanto gli si abbandonava addosso con tutta la persona baciandolo
ed abbracciandolo) Non aver paura.... C'è qui Fanfulletta tuo!....
vedrai come te li suona.... son gentaccia senza fede.... luterani....
scomunicati, fanno il peggio che sanno..... che vuoi sperare?....--
--E tu che speri, pezzo d'asino, gridò uno di que' forsennati, cavar
danari da un cardinale senza la corda e 'l fuoco?--
--Pel carattere di vescovo che ho in dosso, disse il vecchio cardinale
stendendo le mani scarne e tremanti verso i suoi persecutori, vi giuro
che non ho altro:....nè oro: nè argento--nulla, nulla... avete preso
tutto.--
--Dallo ad intendere a 'sto par di stivali, disse uno di quelli che
l'avean condotto: e buttando in mezzo un fardello che si sciolse
n'uscirono alcuni arredi sacri, un boccale col suo bacino d'argento,
due breviarj ed altre cosarelle di poco valore.
--Ecco qui il tesoro, seguiva,... e non ha altro il cardinale!...
Guardate un po' se il fanciullino ha tutti i denti in bocca!.... Porta
qua quel ferro che al corpo... al sangue... gli ho da friggere il
core!--
Fanfulla anche questa volta entrò in mezzo, ed impedì l'esecuzione
della minaccia.
--Senti zi' cardinale,.... mi cominci a puzzar d'ammazzato.... che
vuoi? son villani..... gente bassa.... senza creanza... le parole
fan poco frutto, voglion esser ducati, fiorini, e se no ti fanno la
festa.... mortuus est in camiciola.... per loro ammazzar un cristiano,
è lo stesso che cacciarsi una mosca dal viso. Senza il pagamini, senza
il mammona iniquitatis, come dite voi altri preti, ti mettono allo
spiedo ad uso starna.... Animo... spirito... fuoco al pezzo.... una
parola è presto detta.... qua a Fanfulletta vostro in un orecchio....
Dov'è sotterrato il morto?--
--Ma io già v'ho detto che non ho tesoro, lo sa Iddio che ci vede, son
un povero prete:... vi par forse che a questi termini vorrei star a
badare a qualche sacchetto di fiorini?--
Fanfulla si scontorse, scosse il capo masticando e tirandosi colle dita
prima un baffo e poi l'altro.
--Io la credo a mio modo, e tu la dirai al tuo.--E chinandosi
all'orecchio del cardinale al quale teneva una mano sull'omero e glielo
ghermiva sempre più sodo a misura che andava avanti col discorso, disse:
--Avete capito che si tratta della pelle? Come vi s'ha da dire?... in
tedesco?... Seguita, seguita a far l'indiano e te n'accorgerai?...
E non s'intende già di dar tutto (seguì abbassando la voce onde gli
altri non udissero) un migliaretto di scudi.... di zecchini... sarà
meglio.... gran cosa! Son ubbriachi fradici dal primo fin all'ultimo,
vedete, questo branco di porci..... ci vuol giudizio..... io son
solo.... e tra tanti uno solo che stia in cervello non basta..... non
ti far strapazzare prete mio benedetto!....--
Il dialogo andò innanzi un altro poco su questo fare e finì come dovea
finire. Il vecchio asserì sempre che non avea altro, ed era la verità;
i soldati furon sempre più convinti ch'egli avesse, e la conseguenza di
questa persuasione fu di volerlo obbligare a palesare i tesori nascosti
a forza di tormenti.
Il buon volere di Fanfulla diveniva impotente contro il numero. Quando
conobbe affatto disperata la causa del suo cliente saltò di nuovo in
mezzo facendosi far largo ed urlando come uno spiritato.
--Zitti giovanotti, fermi tutti, e sentite se vi va a pelo questa.
Mattiamolo in una bara e facciamogli il mortorio attorno per Roma co'
ceri; chi sa trovandosi a questi termini, e vedendo che bel gusto sia
stare all'altro mondo gli potrebbe uscire il ruzzo dal capo.--
S'udì uno scoppio di voci discordi, che tutte insieme approvarono,
schernirono, rifiutarono il partito. Alla fine però la maggior parte
sperando trovar materia di ridere in questa mascherata, e sedotti dalla
stravaganza del pensiero stabilirono s'eseguisse.
In un momento furon trovati i ceri, la bara, i paramenti neri, le cappe
dai battuti, e fu messa insieme a furore questa pazza compagnia, che
tosto uscì di chiesa col povero vecchio stesso nel cataletto e s'avviò
per Banchi.
Vedevi uno colla pianeta alla rovescia, un altro col piviale, e la
spada cinta di sotto glielo teneva, colla punta, alto da terra tre
palmi: Fanfulla con una granata che intingeva in una secchia piena di
vino, e che adoperava a uso d'asperges su quanti incontrava, precedeva
il corpo: facce, poi, che Dio ve ne scampi sempre: femmine tra mezzo
d'aspetto diabolico, peggiori degli uomini. Udivi un cantar lungo più
ululato, che canto, col quale voleano imitare quello de' preti: poi
chi rideva, chi urlava, chi faceva il verso di qualche bestia, chi
cacciava fischi, chi dava fiato ad un fiasco vuoto, chi percuoteva
insieme padelle e rami da cucina, chi cantava canzonaccie da postribolo
e tutto in una volta un ferir di voci divenute rauche a forza di bere
e d'urlare, un miscuglio di parole tedesche, italiane e spagnuole,
e d'altre lingue, chè in quella turba v'era d'ogni gente, d'ogni
generazione d'uomini.
Questa canaglia girò così molte ore per Roma facendo baccano, ed a
notte avanzata tornò in S. Giovanni.
Deposta la bara, dissero al cardinale:
--Su, messere, alzati e discorriamola.--
Ma non era più in loro mano il poterlo tormentare. Il vecchio non avea
retto a tanto disagio, ed era spirato per istrada.
Fanfulla alcuni giorni dopo nel passar presso al portone di S. Spirito
per andar a mutar le guardie venne ferito nel capo da certi rottami
che le artiglierie di Castello aveano staccati dalle mura vicine.
Giunse in termine di morte, e guarì a stento molto tempo dopo che
l'esercito per l'accordo fatto da papa Clemente era uscito di Roma
carico delle sue spoglie.
La cura che ebbe di lui un povero prete, giovò egualmente all'anima ed
al corpo del buon Fanfulla, e finalmente possiamo presentarlo al nostro
lettore come un uomo nuovo, affatto diverso da quel di prima, ed è lo
stesso che dire come un galantuomo.
S'avvide che n'avea fatte di grosse assai e che bisognava pensare a far
un po' di penitenza in questo mondo, onde non gli toccasse farla tutta
nell'altro. Stette infra due, o di farsi frate o di tor moglie (la
nostra lettrice non se l'abbia per male, e si ricordi che quantunque
buono, era però sempre Fanfulla) alla fine si attenne al primo partito.
Uscì di Roma una mattina sul suo buon cavallo coll'armi indosso ed
accanto, portava infilzate all'elsa della spada, una corona, e al
manico del pugnale una disciplina, arnesi che adoperava ogni sera
all'albergo. Per Viterbo, Radicofani e Siena finalmente giunse a
Firenze. Senza scavalcare si condusse alla porteria del convento di S.
Marco, e picchiò col calcio della lancia. Uscì fuori il portinaio e gli
domandò che voleva.
--Che m'insegniate la stalla per rimetter questo cavallo, che mi vo'
far frate.--
Sulle prime il portinaio credette che fosse pazzo od ubbriaco, pure
dopo molte domande e molte difficoltà, dopo un diluvio di ma, di come,
di perchè, s'indusse a lasciarlo entrare, ed a presentarlo a Fra
Benedetto da Faenza il quale, udita la voglia dello strano postulante,
considerandone l'abito, il taglio, e la faccia fiera non sapeva
definire se dicesse da senno o da burla.
Senza dar precisa risposta prese tempo alcuni giorni, durante i quali
avendo avuto campo di far esaminare la sua vocazione, alla fine
credette bene non dar ascolto a qualche dubbio, che pure gli rimaneva,
e si risolse riceverlo per laico.
Fanfulla depose tutta la ferraglia che portava addosso, vestì l'abito
di S. Domenico, e si pose nome Fra Giorgio da Lodi. In pochi giorni
imparò tanto del suo nuovo mestiere, da poter far discreta figura in
coro ed in refettorio; ed il cavallo, che incominciava ad aver i denti
lunghi ed il sopracciglio infossato, imparò anch'esso presto a portar
sacchi al mulino ed a girar il bindolo dell'orto. Al punto in cui
abbiamo trovato il suo antico padrone servendo messa, era già circa
due anni dacchè ambedue aveano mutata la vita del campo con quella
del chiostro, trovandosi contenti del loro nuovo stato, colla sola
differenza, che non è probabile tornassero in mente al cavallo i tempi
in cui correva la lancia, mentre all'opposto si rappresentavano ancora
molto vivi talvolta alla memoria del cavaliere.
CAPITOLO III.
La messa da requie era terminata senz'altro disturbo. Il celebrante
spogliatasi la pianeta, prese il piviale per far l'ultime esequie al
cadavere, e scese dall'altare con tre chierici innanzi: l'uno portava
la croce, gli altri due i candellieri. Fra Giorgio seguiva colla
secchiolina dell'acqua benedetta.
La folla si ritrasse dal feretro attorno al quale rimasero soltanto
Niccolò ed i suoi figliuoli. Si recitaron le orazioni, si compierono le
cerimonie e le aspersioni prescritte, e quando i preti furon tornati
in sagrestia, Niccolò fattosi accostar Bindo spiccò la rotella e la
spada di Baccio e reggendole colla manca, pose la destra in capo al
figliuolo, al quale disse:
--Bindo! Questa spada e questa rotella ch'io dò a te, ell'erano di
Baccio che vedi qui morto per aver fatto il dovere di buon cittadino.
Ora, guardami gli occhi: ti par egli ch'io pianga?--
Il fanciullo tutto attonito accennò col capo di no.
--E s'io non piango sappi che non è per poco amore ch'io portassi a
codesto mio carissimo figliuolo e tuo fratello, ma perchè conoscendo
essere ogni uomo obbligato in primo luogo al nostro Signore Iddio,
ed alla sua santa fede, in secondo luogo alla patria, e dover porre
in loro servigio le forze e la vita, ed essendo certo serbarsi a
coloro che così fanno, onorata memoria in questo mondo, ed eterno
premio nell'altro, io stimo la morte sua essere stata bellissima ed
invidiabilissima. S'io piangessi dunque perchè egli lasciando noi tra
la miseria di questa vita se n'è ito a godere l'infinite dolcezze
dell'altra, mi parrebbe mostrarmi ingrato alla divina bontà, ed
invidioso del ricco guiderdone che s'è comprato colle virtù sue.--Ora
to' quest'armi col nome di Dio: fa di mostrarti valente qual era
Baccio, e con esse in mano o tu vinci o tu mori: e per quanto temi la
maledizione d'un padre, l'ira di Dio, ed il vituperio tra gli uomini,
abbi sempre innanzi gli occhi con qual viso e con qual core hai veduto
me stare accanto alla bara d'un figliuolo morto virtuosamente; sappi
ch'io vedrei te al luogo suo coll'istesso viso... Dio me ne darebbe la
forza....--Ma sappi ancora (qui levò alta in atto fiero e terribile
la mano che avea tenuta sin allora in capo a Bindo) che se tu, che
Dio non voglia.... ti mostrassi.... no, non mi vo' lordar la bocca
con queste parole..... nè immaginar pure tanta bruttura nel sangue
mio.....--Basta, chè tu m'hai inteso!.... Allora, se pur pur stimassi
ancora la vita, fa che questi miei occhi non t'abbiano a veder mai
più.--
Al fine di queste parole, che dette da un uomo di tanta autorità, in
occasione, e con modo così grave produssero gran senso su Bindo e sugli
astanti, volle cingerli la spada. Il fanciullo alzando le braccia lo
lasciava fare. Ma la cintura che stava bene alla vita di Baccio era
troppo larga per quella del fratello. Disse Niccolò:
--Troppo sei scarzo, povero Bindo mio!--E portando la fibbia addietro
tre o quattro punti soggiunse:
--Così starà bene....--
Ma pensò nell'istesso tempo alla dura necessità che costringeva un
fanciullo così tenero ad esporsi a tanti pericoli, pensò alla rovina
che stava per cadere su Firenze, ed a chi n'era cagione; si fece più
scuro nel volto e non potè rattenere un sospiro, mentre gli affibbiava
la cintura.
Ciò fatto si volse a Messer Giovan Gondi, capitano del Lion d'oro, il
quale si teneva presso il suo Gonfalone, coperto fino a mezze cosce
d'una bellissima camicia di maglia.
--Messer Giovanni, gli disse con voce e con volto sicuro, s'io ho
perduto un figliuolo, voi non avete perduto un soldato. Eccovi questo
invece di Baccio; e confido in Dio che non sarà per mostrarsi da meno
di lui.--
--E voi valorosi cittadini, non isdegnate averlo per compagno
perch'egli sia così fanciullo, David era fanciullo anch'esso quando
vinse Golia.
Il bisbiglio e le parole interrotte che sorsero fra soldati mostraron
ammirazione e rispetto per Niccolò, stima ed amore pel giovanetto.
--Egli è d'una razza che non falla!--Questo vecchione egli è di ferro
stietto!--Ve' se gli esce nemmeno una lagrima! E il figliuolo! Ti so
dir che non canzona.--Dagli tempo un pajo d'anni!--Un pajo d'anni? Va,
va alla torre in Mercato Nuovo, dove insegna a schermire il figlio del
Grechetto, vavvi la mattina, lo vedrai come gioca di spada e pugnale.
E' si provò jer l'altro col Morticino, sai pur che diavoletto egli
è!.... Be' glien'ha dato un carpiccio, de' buoni... e per poco non
facean quistione daddovero!...--
Si fece innanzi un soldato col libro sul quale stavano scritti gli
uomini del Gonfalone, l'aprì, e lo resse avanti al Gondi, il quale,
scrittovi alcune linee, le presentò a Niccolò.
Questi lesse ad alta voce le seguenti parole:
--Addì 17. ottobre 1529. Bindo di messer Niccolò, di messer Cione de'
Lapi, del Popolo di S. Giovanni.... Sta bene.... Ascoltami, Bindo!
Sappi che d'or in poi questi (additando il capitano) è tuo padre.
Questa (additando la bandiera) è la casa tua. Costoro (additando i
soldati) i tuoi fratelli.... Ora inginocchiati (Bindo ubbidì: il padre
gl'impose le mani, e levati gli occhi al cielo disse ad alta voce)
Bindo, ti dò la mia benedizione.--
Il lettore conosce oramai abbastanza la natura ed i pensieri degli
attori di questa scena, per formarsi un'idea de' varj affetti che
provarono in un tal momento. Per alcuni minuti nessuno parlò, nessuno
si mosse: soltanto Bindo, alzandosi, cinse colla destra (la manca
era impedita dalla rotella) il busto del padre sotto l'ascella, gli
appoggiò la fronte sul petto e rimase immobile. Le mani del vecchio,
che pure alfine furon viste tremanti, s'immersero nella folta
capigliatura del figlio, e quando questi alzò il capo sciogliendosi da
quell'abbraccio alcune stille caddero strisciando lungo la saja del
lucco.
Molti de' soldati ch'erano stati più stretti amici di Baccio
s'accostarono allora alla bara e l'uno dopo l'altro lo segnarono colle
candele benedette. Il moto de' baffi dava a vedere che recitavan sotto
voce preghiere in suffragio dell'anima sua. Fra Benedetto che era
venuto con alcuni de' suoi frati per porgere a Niccolò qualche parola
di conforto, e fargli onore all'uscir di chiesa prima che se n'andasse,
gli facea motto sommessamente.
--Fra Benedetto, disse il vecchio, mentre si movea per partire, vi
raccomando nelle vostre orazioni vi ricordiate di Lamberto; onde
Iddio ce lo renda sano e salvo. E' m'ha scritto, che a giorni sarà in
Firenze.... ma i cavalli del marchese del Vasso si son veduti sulla
via di Bologna..... Dio non voglia che.... Lisa, sta di buon animo
(seguitava volto alla figlia che udendo quelle parole s'era scossa)
Lamberto non è pazzo e sa quel che convien fare, e non passeranno
molti giorni che coll'ajuto di Dio sarà in parte dove le capre non lo
cozzeranno.
Lisa stringendosi alla sorella nascose il viso in modo che non fu
possibile conoscere con qual animo accogliesse il discorso del padre.
Quelli tra gli astanti che sapevano essere stabilito il parentado
fra Lamberto e la Lisa, giudicarono quel nascondersi venisse dalla
peritanza che soglion mostrar le fanciulle in tali occorrenze.
Niccolò intanto, attorniato dalla sua famiglia e seguito da quanti
erano in chiesa uscì, e non rimase in S. Marco altri che il sagrestano,
il quale dopo aver tirato un lembo di lenzuolo sul viso al defunto e
spenti i lumi, se n'uscì anch'esso per la porta della sagrestia.
Fra Giorgio, finita la messa, se n'era venuto alla sua cella, e vi
s'era chiuso. La risata sfuggitagli in chiesa lo martellava; conosceva
d'aver mal fatto, e provava quella amarezza, quella stizza contro se
medesimo, che nasce nel cuor degli uomini, quando debbono contrastare
di continuo ad abiti inveterati.
Non s'era punto freddata in lui la volontà di cancellare coll'austerità
della vita claustrale gli errori della passata, ed in questi primi
due anni le cose gli erano andate assai quietamente. Se talvolta la
fantasia gli correva a rammentar fatti d'arme, pensava, ammonito così
da' suoi superiori, esser questa tentazione del demonio, e tanto
faceva che riusciva a cacciarla. Gli era pur riuscito di sottometter
quasi pel tutto la sua natura bizzarra, intollerante di freno, facile
ad accendersi, ed a passar tosto dalle parole ai fatti. Gli altri
frati, considerando chi egli era stato, gli sapean grado della fatica
che durava per istare in cervello, e quantunque forse in cuore poco
l'amassero, perchè Fra Giorgio avea quel certo fare che agli uomini
quieti suol dar fastidio (quantunque tra loro usassero chiamarlo per
soprannome Fra Bombarda) tuttavia parlando di lui conchiudevano dicendo
«Talvolta e' crede di star ancora colla lancia alla coscia, e non vuol
esser stuzzicato, ma poi a ogni modo e' non è cattivo il poveraccio.»
Ma allor quando fu avviato l'assedio, che per Firenze non si vedevano
se non cavalli, e fanti, ed uomini d'arme, e s'udiva giorno e notte uno
scarichìo incessante d'archibusi e d'artiglierie, e batter tamburi,
a sonar pifferi, e trombe; nè v'eran altri discorsi che sui modi
d'offendere e difendersi, e sui casi di guerra che venivano accadendo
alla giornata, allora l'abito di S. Domenico, principiò a parere a Fra
Giorgio più grave di quattro armature.
La notte nella quiete del dormitorio mentre intorno a lui il silenzio
non era interrotto che dal russare lento e profondo de' frati che
dormivan nelle celle vicine, il povero laico sonnecchiava appena un
poco, riscosso a ogni tratto da cento immagini di battaglia che tosto
gli si presentavano in sogno purchè velasse l'occhio un momento.
Costretto a vegliare si volgeva all'orazioni; ove non bastassero a
metterlo in pensieri santi, arraffava con istizza una disciplina, che
stava sempre appiccata al muro sopra il capezzale, cominciava a sonar
a distesa sulle spalle, col capo basso, gli occhi chiusi ed arruotando
i denti, ed in questo duello contro sè medesimo, si portava senza
misericordia come s'era portato in molti con altri.
Molte volte la tentazione nasceva da cause reali e presenti. Udiva
sorger lontano lo scalpitar d'una truppa di cavalli, tendeva
l'orecchio, rattenendo l'anelito; lo strepito cresceva, cresceva.
Sboccavano sulla piazza S. Marco, quand'erano a passar sotto la sua
finestra il rimbombo facea vibrar le invetriate, s'allontanavano, lo
strepito diminuiva, al voltar d'un canto appena più si poteva udire,
poi cessava del tutto. Allora soltanto rimetteva l'anelito; e per lunga
pratica avea potuto discernere in mezzo a quel frastuono confuso tutti
i diversi strepiti e le cause che li producevano. Aveva potuto dirsi:
questo è stato uno scudo percosso, questo un puntale di spada che ha
urtato in uno stiniere, questo un cavallo punto dallo sprone al quale è
sdrucciolato un piede sul lastrico, questo un tronco di lancia che ha
dato in un elmetto ec., ec.
Una simil vita di smania continua gli aveva alla fine tolto il sonno
del tutto, e gli parea d'impazzare. Il giorno si mostrava insofferente
cogli eguali, cupo co' superiori, ed ogni volta che uno sparo
d'artiglieria gli veniva all'orecchio diceva tra denti «Così non ho io
a stare!»
Quand'era entrato in religione si trovava la salute e la complessione
indebolite e stanche dai tanti strapazzi, e forse senza fargli torto,
questa depressione delle forze fisiche aveva in parte determinata la
sua vocazione, ma la vita riposata e metodica l'avea ristorato, e
sentendosi ora di nuovo forte e sano come una volta, badava a dire:
«Così non ho io a stare!»
Queste benedette parole gli erano di nuovo uscite di bocca, quando udì
i passi d'un uomo che s'accostava all'uscio. Giuntovi, battè due colpi
colle nocche delle dita dicendo «_Deo gratias_.»
--Sempre _Deo gratias_, avanti--rispose frate Giorgio, ma il mal'umore
col quale pronunziò queste parole, era poco d'accordo col loro senso.
Aprì ed entrò un laico, che gli disse:
--Fra Benedetto vi vuole.--
Fra Giorgio immaginò tosto di che cosa si trattasse, e disse «questa
tocca a me» tuttavia s'avviò francamente, e per istrada risolse,
poichè gli s'offeriva l'occasione, di voler a ogni modo uscire di quel
travaglio.