Vedeva sotto il cappuccio, in mezzo alla fronte, un buco ton

NOTE DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

--L'indice non è compreso nell'opera originale. Ne è stato prodotto

ed aggiunto uno dal trascrittore.

--Il testo in grassetto è stato reso come =testo grassetto=.

--Gli apici sono stati resi con un accento circonflesso: parola^r indica

la lettera r soprascritta. Se le lettere soprascritte sono due o

più, sono racchiuse da parentesi graffe: Ill^{ma}.

NICCOLÒ DE' LAPI.

PROTESTA DEGLI EDITORI

La presente edizione Originale, è posta sotto la tutela delle veglianti

leggi e convenzioni dei Governi d'Italia che concorsero a garantire

le proprietà letterarie, e si agirà rigorosamente contro quelli

che ardissero eseguirne ristampe o introdurne edizioni estere nei

rispettivi Stati ove sono in vigore le dette convenzioni.

_Milano, luglio 1841._

NICCOLÒ DE' LAPI

OVVERO

I PALLESCHI E I PIAGNONI

DI

MASSIMO D'AZEGLIO

Videbis filii mi, quam parva

sapientia regitur mundus.

_Cancell. Oxenstiern._

MILANO

Coi tipi Borroni e Scotti successori a V. Ferrario.

A SPESE DEGLI EDITORI

1841.

=A Tommaso Grossi.=

_Amico carissimo_,

_Alla tua amicizia, che è un tanto bene della mia vita, intitolo questo

lavoro; e con che cuore, lo sai. Solo mi dolgo n on potere scrivere

l'affetto che ci lega, sovra più degno e durevole monumento._

_M.º Azeglio_

_Milano, 2 maggio 1841._

INDICE

PAG.

PREFAZIONE ix

CAPITOLO PRIMO 1

CAPITOLO II. 17

CAPITOLO III. 37

CAPITOLO IV. 58

CAPITOLO V. 71

CAPITOLO VI. 87

CAPITOLO VII. 105

CAPITOLO VIII. 127

CAPITOLO IX. 153

CAPITOLO X. 172

CAPITOLO XI. 190

CAPITOLO XII. 211

CAPITOLO XIII. 229

CAPITOLO XIV. 251

CAPITOLO XV. 279

CAPITOLO XVI. 301

CAPITOLO XVII. 324

CAPITOLO XVIII. 347

CAPITOLO XIX. 372

CAPITOLO XX. 398

CAPITOLO XXI. 427

CAPITOLO XXII. 448

CAPITOLO XXIII. 475

CAPITOLO XXIV. 507

CAPITOLO XXV. 530

CAPITOLO XXVI. 556

CAPITOLO XXVII. 580

CAPITOLO XXVIII. 605

CAPITOLO XXIX. 626

CAPITOLO XXX. 648

CAPITOLO XXXI. 671

CAPITOLO XXXII. 693

CAPITOLO XXXIII. 717

CAPITOLO XXXIV. 742

CAPITOLO XXXV. 766

CAPITOLO XXXVI. 790

CAPITOLO XXXVII. 807

CAPITOLO XXXVIII. 829

CAPITOLO XXXIX. 851

CONCLUSIONE. 877

RETTIFICAZIONE ERRORI. 905

PREFAZIONE

_Questo racconto che presento al pubblico non senza il batticuore

dell'amor proprio in pericolo, fu incominciato nel_ 1833, _e

tralasciato cento volte per cagioni ora funeste ora fastidiose. Se

egli serba le tracce di codesti disturbi, se per mio difetto rimane di

tanto inferiore al suo tema, non per questo potrei senza ingratitudine

dubitare del favore o dell'indulgenza almeno degli Italiani. Debbo

ricordarmi che in grazia appunto del tema essi amorevolmente accolsero

un mio primo saggio. Questo secondo lavoro, che anch'esso si raggira su

un fatto non meno onorevole al nome Italiano, promette dunque uguale

indulgenza a chi s'è disposto, insin che gli durin le forze e la

vita, non aver un affetto, non un pensiero, che non sia dedicato alla

patria._

_Quantunque abbia preso a trattare l'epoca luminosa e terribile per la

città di Firenze, in cui la repubblica si difese sola contro le armi

di Clemente VII e di Carlo V, non ebbi tuttavia per iscopo dipingere

il quadro completo dell'Assedio del_ 1529-30, _ed il titolo stesso di

questo racconto basta forse a mostrare che più degli eventi, mi sono

proposto descrivere le passioni che in allora agitavano il popolo

Fiorentino._

_La relazione intera, minuta e regolare dell'Assedio, l'ha scritta

meglio d'ogni altro il Varchi. Contemporaneo, attore anch'esso della

sua storia, mosso dagli affetti del tempo, chi potea far meglio di lui?

Chi oserebbe rifare il suo lavoro?_

_Agli storici dunque la storia. Al Varchi quella dell'Assedio; chè

malgrado i suoi lunghi ed intralciati periodi, malgrado l'oscura

irregolarità che talvolta s'incontra nella sua costruzione, sarà pur

sempre quella che trasporta il lettore al secolo XVI con maggior

illusione, che trasfonde nel cuor de' moderni, i pensieri, le passioni,

la vita tutta del cinquecento._

_Ma se il Varchi disse bene, disse egli tutto? Tutto quanto si vorrebbe

sapere sul fatto di quegli antichi uomini, che negli amori, nell'ire,

nella fede, ne' sacrifici e persin ne' delitti, mostrarono una ferrea

natura tanto lontana dalla moderna fiacchezza?_

_Ignoro qual sia la risposta del lettore. La mia è negativa._

_No, non conosco tutto quanto vorrei conoscere quando leggo gli onorati

fatti di que' cittadini animosi, le battaglie, i tumulti, le pratiche;

quando li vedo in piazza magistrati, soldati, capi di parte; io ammiro

in essi la virtù, la costanza, la fortezza, l'ardire; io mi maraviglio

che la natura umana abbia prodotto individui di così potenti facoltà,

ma domando invano allo storico quali fosser costoro che eran pur padri,

mariti, figli, fratelli, quali fosser, dico, quando dopo una tempestosa

giornata ritornavan la sera tra le pareti domestiche; quando, deposto

l'arnese di guerra, e cercando un po' di sosta alle cure, ai travagli

che li stringevano al di fuori, riprendevano negli intimi colloqui

della famiglia la forza di gettarsi a nuovi pericoli, a nuove fatiche._

_Trovata muta, insufficiente la storia, mi volsi alle cronache, ai

carteggi, ai prioristi del tempo, alle tradizioni del popolo, ai

monumenti. Interrogai le torri, le mura di Firenze, i bastioni di

s. Miniato ove l'edera cresce e si stende ugualmente sui macigni

repubblicani tagliati dallo scalpello di Michelangelo, e sull'impresa

Medicea delle sei palle; come un'istessa tomba raccolse un tempo le

ceneri di Polinice e d'Eteocle. Interrogai il Palazzo Vecchio, antico

ed immoto testimonio di tanti trionfi, di tante rovine; che vide

sorgere e cadere tante fortune: che dall'alto de' suoi merli guelfi

vide oppresso il duca d'Atene, vincitori i Ciompi, arso Fra Girolamo,

strascinato il cadavere di Jacopo de' Pazzi, calpestata tre volte

l'idra medicea, e tre volte risorta: che sopravvisse alla repubblica,

la vide vendicata nelle impure e sanguinose vicende della razza di

Cosimo spenta vilmente dopo dugent'anni; edificio che ancora erge i

suoi fianchi, sostiene l'alta torre d'Arnolfo posata a sottosquadro

sulla facciata, destinato forse a veder tanti secoli nel futuro quanti

ne vide già nel tempo passato._

_Visitai il Palazzo del bargello, ove in età più remote i priori della

repubblica ebber il primo tetto, le prime sale che fosser loro proprie,

per ragunarsi a consiglio: vidi quella scala del cortile tutta di marmo

coperta d'una rozza tettoja come fosse la scala d'un contadino;[1]

quelle massicce lastre del cortile che nel centro invece di fontana o

di statua che l'adornasse, ebber tante volte il ceppo e la mannaja:

che divenner vermiglie pel sangue di tanti cittadini, morti ora a

dritto ora a torto, ma virilmente sempre: marmi che rimbombaron sotto

i colpi onde furon tolti di vita il Boscoli, il Capponi, Bernardo del

Nero, Francesco Carducci penultimo gonfaloniere della repubblica, e

tant'altri, i quali tutti persero il capo al tremendo giuoco che tra la

casa de' Medici ed il popolo di Firenze durò più di cent'anni._

_Io scorsi le antiche dimore de' cittadini, quei palazzi, o piuttosto

fortezze domestiche di sasso annerite, merlate, tutte a un dipresso

simili al palazzo Ferroni al Ponte s. Trinita; scorsi i cortili, le

scale, entrai per tutto tentando figurarmi qual viso, qual discorso,

qual costume avessero i loro antichi abitatori: come talvolta vedendo

un elmo antico tutto rugginoso, ed alzandone la visiera, la fantasia

tenta dipingersi il maschio ed ardito volto che dovette un tempo

riempierne il vano._

_Colla fantasia dunque (e qual altra guida potevo io avere?) cercai per

tutto ed in tutti i modi l'antico popolo di Firenze: quel popolo di

tanto nerbo, di tanta vita che, dopo 300 anni di agitazioni, di guerre,

di discordie, di furori, di proscrizioni, si trovò pure nel 1530

abbastanza vegeto e vigoroso da resister solo alla potenza di Carlo V,

e cadde dopo lungo contrasto più tradito che vinto; popolo che prosperò

quando pareva portasse in seno i germi della distruzione, che s'invilì,

perdette ogni generosità, ogni spirito quand'ebbe lunga e stabile

tranquillità sotto la dominazione de' Medici._

_Forse perchè principio dello stato antico era accendere il pensiero

della patria, principio dello stato mediceo conculcarlo ed estinguerlo._

_Ma le orme impresse sul suolo di Firenze dai suoi antichi abitatori,

la civiltà moderna le ha cancellate quasi del tutto. Le hanno

cancellate gli stranieri che ogn'anno scendono a godersi e vilipendere,

quasi cortigiana, l'Italia._

_Contristato e pensoso del terribil giudizio che pesa sul nostro

popolo, sperai almeno trovarne le antiche orme in qualche angolo

dimenticato, ove gli usi, la lingua, il corso delle tradizioni,

fosse rimasto puro, e non turbato dal passo delle genti nuove. Corsi

il contado, salii sui monti di Pistoja, e mi consolai il cuore e

l'orecchio udendo poveri pastori e contadini parlarmi la lingua del

Firenzuola: ascoltando ciò che mi sapean narrare di Castruccio, di

Francesco Ferrucci, che non avean certo conosciuti nelle storie o ne'

libri, ma d'età in età gli uni dagli altri avean imparato, che il

primo fu un prode, il secondo morì sui loro monti per la salvezza di

Firenze. Io benedico quelle ore ch'io passai colà seduto ad un umile

focolare prestando orecchio ai rozzi e pur nobilissimi racconti di

uomini semplici, che assai sapevano di quelle antiche e gloriose età,

e nulla della presente, quasi un intimo senso insegnasse loro quel che

essa vale. Io riuscivo persino in que' colloquj a dimenticare questa

età nostra, e mi parea, per dir così, viver in quell'altre, e vedermi

innanzi vivi e reali quegli uomini che m'eran noti soltanto per averli

veduti ritratti dagli storici, dai comici e dai novellieri._

_Io gli ho pur trovati! dissi tutto contento. Io ho trovato i modelli

che ho in animo di dipingere! E m'ingegnai di studiarli; di ritrarre

quanto potevo col vero prima, poi ajutandomi colle induzioni, e colla

fantasia, la vita intima, le passioni, gli affetti dell'epoca che avevo

scelta per collocarvi gli attori del mio racconto._

_Frutto di cotali studj, parte reali, parte fantastici, è questo

mio lavoro; col quale, imitando gli architetti, che per dimostrare

l'ordine interno d'un edifizio lo suppongono ne' loro disegni tagliato

pel mezzo, volli rappresentare in ispaccato la casa d'un popolano

fiorentino durante l'assedio._

_Io feci per fare bene tutto quanto potevo. Se invece feci male,

pensi il lettore che anche a far male costa fatica, e s'incontra

difficoltà._

CAPITOLO PRIMO

I fatti che stiamo per narrare accaddero circa il tempo in cui Firenze

era assediata dall'esercito di Carlo V, il quale per mandare ad

effetto il trattato di Barcellona conchiuso con Clemente VII, voleva

costringere i Fiorentini a sottomettersi al dominio de' Medici.

Il popolo di Firenze negava di riceverli pure come privati e si

difendeva, fatto animoso dalla memoria di que' Medici stessi tanto

facilmente cacciati nel 1527; dalle profezie di fra Girolamo

Savonarola; dal desiderio del viver libero; dall'armi e dalle fortezze

ond'era munito per cura della parte detta de' Piagnoni, i quali

s'avvedevano non esser l'Imperatore ed il Papa per contentarsi che i

Medici tornati in patria cogli altri sbanditi Palleschi vi stessero

quali privati cittadini, ma sotto tal modesta domanda aver in animo di

farneli signori.

Era una mattina sul finir d'ottobre dell'anno 1529, e l'alba pareva

penasse più del solito a comparire, penetrando a stento la densa nebbia

che copriva Firenze. Cadeva una pioggia fitta, cheta e congelata, che

quasi si poteva dir neve, e per le strade, tranne qualche soldato,

e le compagnie degli uffiziali di notte che tornavano in Palagio

intirizziti, serrati ne' mantelli, co' becchetti de' cappucci avvolti

intorno al viso, non s'incontrava anima viva.

Le porte e le finestre tutte chiuse, le imposte serrate, mostravano che

la maggior parte de' cittadini era ancora immersa nel sonno. S'andavano

aprendo le chiese, ma non vi si trovava se non gli scaccini occupati a

spazzare, e qualche sagrestano attendendo a preparar gli altari.

In S. Marco soltanto, de' frati Domenicani, le campane che suonavano a

morto da un'ora innanzi giorno avean già radunato un piccol numero di

fedeli.

L'interno di questa chiesa non era ornato in quel tempo dalle colonne

d'ordine composito, e dagli altari che v'eresse poi Gian Bologna, ma si

conservava semplice e severo quale fu edificato per opera di Cosimo il

vecchio.

Davanti all'altar maggiore, tra quattro grossi candellieri di ferro,

era posata in terra una bara, nella quale giaceva il cadavere d'un

giovane che mostrava non passare i venticinque anni: tra le sue mani

giunte sul petto era acconcio un crocifisso, ed il suolo, come pure il

cataletto sparsi, secondo il costume di Firenze, di foglie e di fiori

di melarancio. Sul guanciale che gli reggeva il capo erano due candele

benedette accese, colle quali i devoti usavano segnare il defunto.

Quantunque avesse indosso l'abito di S. Domenico, si poteva supporre

che gli fosse stato posto per divozione soltanto dopo morto, ma che

non l'avesse usato in vita: e ciò che lo faceva credere era una spada

ed una rotella col giglio rosso in campo bianco (impresa del comune di

Firenze) che erano appese a' piedi del defunto.

Non essendo ancora uscita la messa, un solo candelliere ardeva. La

sua luce rossiccia illuminando un gruppo di persone che erano state

le prime a giungere, e pregavano in ginocchio raccolte intorno al

cadavere, lumeggiava le figure più vicine (come soventi usò Rembrandt)

con frizzi vibrati di luce, la quale cadendo sempre più debole sugli

oggetti a misura che si trovavan più lontani, finiva perdendosi in

fondo alla chiesa in una totale oscurità. In alto soltanto le tenebre

venivano diradate dai gran finestroni della volta, i quali cominciavano

a potersi discernere per la tinta pallida e cilestrina che veniva

nascendo col giorno sulle invetriate.

Non passava minuto senza che a uno, a due, a tre per volta non

entrassero uomini che ai passi gravi, al suonar delle stellette

degli sproni, ad un luccicare ottenebrato di corsaletti e giachi si

conoscevano per soldati. Venivano avanti e giungendo alle spalle di

chi si trovava già in chiesa posavano a terra il calcio o della picca,

o della ronca, o di un grosso archibugio, chè tutti avevano l'una o

l'altra di queste armi, e rimanevano con viso mesto e contegno tutto

raumiliato.

Poco stante comparve, accompagnato da venti uomini ben armati, il

Gonfalone del Leon d'oro del quartiere di S. Giovanni. Era una bandiera

quale usa la fanteria anche in oggi, con suvvi dipinto un leon d' oro

in campo bianco. L'uomo che la portava si fermò a metà della chiesa, e

vi rimase, messo in mezzo da' suoi.

Crebbe così a poco a poco la folla, serrandosi intorno al feretro ed al

gruppo che vi stava dappresso, il quale mostrava essere composto de'

più stretti parenti del defunto.

A due passi da' suoi piedi era un vecchio molto innanzi cogli anni.

Aveva indosso il lucco, abito usato nella repubblica fiorentina, dalle

persone gravi specialmente, che era una vesta di saja nera foderata

di pelli, sparata dinanzi e dai lati dove si cavan fuori le braccia,

ed increspata in alto ove s'affibbia alla gola: in capo il cappuccio,

composto di un cerchio di borra coperto di panno, e si chiamava il

mazzocchio: una parte dell'istesso drappo cadeva a guisa di pendone

sull'orecchio sinistro ed era detta la foggia; il becchetto poi era una

striscia che andava sino a terra, si ripiegava sulla spalla destra e

spesso s'avvolgeva al collo.

L'aspetto di questo vecchio, largo di spalle, grande della persona, era

valido e robusto. Gli stava ancor sulle guance quella tinta vegeta che

nasce da un'ottima complessione, non mai logorata da vizj.

Nella barba, che era lunga e folta, e nei pochi capelli che uscivano

di sotto il cappuccio, non era pelo che non fosse bianchissimo, le

sopracciglia sole conservavano ancora in parte il color bruno: ed una

frequente contrazione di muscoli che le avvicinava contribuiva a dare

a' suoi occhi neri una molto fiera guardatura.

Il nome di questo vecchio era Niccolò di ser Cione, di ser Lapo de'

Lapi, di famiglia popolana, uno de' capitudini[2] dell'arte della

seta, il quale poteva vantarsi d'essere giunto ad 89 anni, chè tanti

ne aveva, sempre integro, sempre amante della patria e dello stato

popolare, a pro del quale avea messo in molte occasioni la persona

e l'avere. Ma il vantarsi di tal modo di vivere neppure gli sarebbe

caduto in pensiero, tanto era nella natura sua, e pareva a lui il solo

possibile.

Tra i primi ed i più devoti seguaci di Fra Girolamo Savonarola mentre

viveva, lo piangeva morto, venerandolo come un martire; studiando di

osservare in ogni sua azione ed in ogni tempo, senza aver rispetto

a cosa del mondo, le severe massime del frate, le quali, dobbiam

confessarlo, lo portavano talvolta a convertire la mansueta legge del

vangelo in una legge tirannica ed impraticabile.

Ser Cione, padre di Niccolò, s'era trovato intinto nella congiura, che

diretta da Rinaldo degli Albizzi, riuscì a cacciar per un anno, di

Firenze, Cosimo, detto Padre della Patria, onde al ritorno di questi

andò con molti altri banditi a finir la vita in esiglio.

Niccolò, nato in una terra di Puglia, ov'era il confino del padre,

testimonio della sua miseria negli ultimi anni, e della morte oscura,

circondata da tutti i travagli dell'esiglio, avea colle prime

impressioni dell'infanzia concepito, quasi fatale necessità, un odio

orrendo contro i Medici e le parte Pallesca.

Come poi mettesse d'accordo quell'odio col vangelo che professava, lo

potrà intendere chi sa quale sia la logica degli uomini di parte.

Dopo molt'anni gli era venuto fatto di tornare a Firenze, Avea riaperto

il fondaco del padre, e fattovi grossi guadagni, coi quali soccorse

la città nel 1494, quando per la calata di Carlo VIII, e per la

dappocaggine di Piero de' Medici, lo stato di Firenze corse così grave

pericolo. In quell'occasione s'era visto quanto il popolo minuto, i

lavoratori di seta, e tutti gli operai in genere gli fossero divoti,

chè nella notte antecedente al giorno in cui Pier Capponi stracciò i

capitoli in faccia a Carlo, n'ebbe a sua posta più di seimila.

Quest'affetto della moltitudine, nato dalla riverenza che ispirava la

sua virtù, dal saperlo amatore sincero e costante del ben pubblico,

che in lui non era mai stato pretesto onde cercar l'utile privato,

s'era sempre fatto maggiore, e quando i Medici tornarono nel 1512,

il solo timore dell'opinion pubblica era bastato a salvarlo dalle

persecuzioni. La sua fama sola bastò nell'istesso tempo a preservarlo

dalle lusinghe e dalle seduzioni colle quali la parte Pallesca mai non

cessava d'adescare i suoi avversarj; e dal 12 al 27, anno dell'ultima

cacciata dei Medici, fu tenuto bensì in sospetto da questi, ma pur

lasciato stare, e dagli amatori dello stato popolare considerato come

uno de' loro capi, nel quale, più che in ogni altro, ponevan speranza,

ove nascesse occasione favorevole alla libertà.

L'amicizia poi che l'avea unito sì strettamente a Fra Girolamo,

l'osservar con fedeltà sì scrupolosa le sue massime, e soprattutto la

fede cieca che prestava alle sue profezie, facevano, per dir così,

sopravvivere in suo favore tra il popolo quella specie di culto che

avean professato pel celebre Domenicano. Gl'istessi frati di S. Marco

l'aveano in gran concetto, lo tenevano come uno dei loro, ed avean per

le sue parole quasi altrettanta deferenza, quanta ne aveano avuto già

per quelle del Savonarola.

Due anni prima dell'epoca di quest'istoria, quando per la partenza del

cardinal di Cortona, e d'Ippolito e d'Alessandro de' Medici, Firenze

tornò a reggersi a popolo, s'era adoperato con Niccolò Capponi e

Filippo Strozzi onde salvar la città che ondeggiava travagliata da

tanti umori, da tante parti diverse.

Era stato de' signori, de' Dieci di libertà e pace; ma più che sui

magistrati la sua autorità si fondava sulla fiducia che metteva in lui

la moltitudine.

Cominciò a bisbigliarsi dell'assedio, e Niccolò confidando nella famosa

profezia di fra Girolamo

«_Florentia flagellabitur, et post flagella renovabitur_»[3]

tenne sempre per la parte che rifiutava ogni accordo co' Medici, e pose

in opera quant'era in poter suo per accendere il popolo alla difesa.

Comparì l'esercito condotto da Filiberto di Chalons, principe d'Orange,

pose il campo sui colli che sono a mezzogiorno di Firenze il 24

ottobre 1529, e Niccolò, nei pochi giorni scorsi dacchè era cominciato

l'assedio, aveva già assistito all'esequie d'uno de' suoi figliuoli

morto combattendo sotto le mura. Ora assisteva all'esequie del secondo,

colla fronte alta, la faccia serena e la mente tutta assorta in Dio,

al quale offeriva non solo la vita di questi due figli, che teneva per

martiri, ma quella degli altri ancor vivi, e la sua, purchè salvasse

Firenze.

Di madonna Fiore, sua moglie, morta pochi anni prima, avea avuto cinque

maschi e due femmine; i tre superstiti erano con lui intorno alla

bara: due di loro avevano indosso il giaco o il corsaletto, che in

quel tempo, si può dire, la gioventù fiorentina non se lo cavava mai.

Il minore aveva nome Bindo, ed era un bel giovanetto di quattordici

anni, ma alla statura si poteva dargliene almeno diciotto, e non aveva

indosso giaco, nè arme accanto come i suoi fratelli.

La bella struttura delle sue membra, in perfetta armonia tra loro, la

tinta bruna e robusta della sua carnagione, gli occhi neri, mobili,

vivacissimi, e che avean la fierezza di quelli del padre, temperata

dalla grazia dell'adolescenza, facean pensare che gli sarebbe stato

troppo bene una spada accanto ed una corazza sul petto: ma il gran core

soprattutto ed il mirabile ardire che avea mostrato fin dall'infanzia,

lo facean degno di portare ormai l'armi anch'esso in difesa della

patria.

Niccolò si trovava riprodotto in questo suo figliuolo parte per parte

nelle forme del corpo come nelle doti dell'animo, perciò, benchè non

lo volesse mostrare nè concedere, l'amava con maggior tenerezza degli

altri.

Questa tenerezza l'aveva impedito sin'ora di condiscendere alle istanze

di Bindo, che si struggeva di combattere anch'esso cogli altri giovani

fiorentini.

Niccolò gli diceva spesso--Saresti un bel soldato a quattordici

anni!.... sei fanciullo, Bindo! lascia andar innanzi i più vecchi,

verrà anche troppo il tuo tempo.--

Poi finalmente per racquetarlo gli avea promesso che, ove alcuno de'

suoi fratelli venisse ucciso, gli concederebbe di prender l'armi in

vece sua. Il tempo d'attener la promessa era giunto, e Niccolò non era

uomo che potesse mancarvi.

La mattina prima d'uscir di casa non avea potuto a meno, malgrado la

sua natura austera, di far carezze al figliuolo; e tiratoselo in camera

gli avea detto--Bindo mio, sin'ora fosti fanciullo, dacchè ti basta

la vista d'esser uomo d'ora in poi, siilo al nome di Dio. Verraine con

esso noi.....gli è bene che tu conosca tosto come vadan le cose di

quaggiù. Prega Iddio che ti faccia un valentuomo... egli sia quello che

t'ajuti, come io ti dò la mia benedizione.--

Il vecchio un po' mutato negli occhi e nella voce baciò il figliuolo,

e vennero in S. marco. Quel fremito interno, quel batter di polsi più

rapido che nasce da una forte commozione d'animo, agitarono il petto

di Bindo quando si trovò accanto alla bara ove giaceva il suo povero

Baccio (così avea nome) che avea sempre veduto così vegeto, così vispo,

col quale s'era trastullato per tant'anni, ora pallido, immobile,

colla morte sul viso, ed all'età di Bindo, il morire par cosa tanto

impossibile!

Vedeva sotto il cappuccio, in mezzo alla fronte, un buco tondo, largo

come uno scudo, fatto dalla palla d'uno de' grossi archibusi che

s'usavan nel 1500. Avea sin a quel giorno parlato, ed udito parlar

più volte di fatti d'arme, di ferite, di morti, s'era acceso in quei

discorsi ed ardeva di trovarsi all'atto ancor esso, ma ora ne vedeva

sotto gli occhi proprio veri e reali i terribili effetti, e non v'è

piccol divario!

Due calde lagrime stavano per cadergli dalle palpebre, e si sentì il

cuore scosso in un modo che gli riusciva nuovo affatto.

Sbigottì di se medesimo un momento, e si domandò--avrei io paura?--

Preghiamo il lettore a non voler rispondere affermativamente alla

semplice interrogazione di Bindo poichè s'ingannerebbe.

Il senso che provava non era timore, era un misto di stupore,

d'afflizione, di smania di gloria, di indegnazione; e non è maraviglia

che alla sua età non fosse in grado di rendersene ragione.

Degli altri figliuoli di Niccolò, il maggiore, uomo sui quarant'anni,

avea nome Averardo, il secondo Vieri.

Le due giovani inginocchiate, sedute sulle calcagna, s'eran poste a

qualche distanza dai maschi.

La maggiore si chiamava Laldomine o Laudomia, la minore Lisa.

Intanto il frate sagrestano aveva accese quattro candele all'aitar

maggiore. S'accostò alla bara tenendo la canna che aveva attorcigliato

in cima un pezzo di stoppino, e dopo aver acceso i tre candellieri,

trovandosi presso a Niccolò, gli disse sotto voce accennando il morto:

--Egli era de' Lapi, messer Niccolò, e non ha tralignato punto! Pace

all'anima sua.--

--_Amen_, rispose il vecchio, ed il frate con un sospiro s'avviò verso

la sagrestia.

Un momento dopo uscì la messa. Il celebrante era fra Benedetto da

Faenza superiore del convento, vecchio venerabile che mostrava sentir

tutto il peso degli anni.

Il laico che serviva in rocchetto, aveva un viso che non si poteva

lasciarvi cader su un'occhiata, e poi volger lo sguardo altrove

senza più curarsene, come si fa colla maggior parte de' visi che

s'incontrano. Costui invece aveva una fisonomia, un portamento così

nuovo, ed un non so che di dissonante e di disarmonico in tutta la

persona, che, veduto una volta, pareva non fosse possibile perderlo

d'occhio nè finir di considerarlo.

Mostrava una cinquantina d'anni, piuttosto alto e magro, ma nerboruto

e diritto come un giovanotto. L'occhio ardito, ed in questo caso

l'espressione dev'essere presa _ad literam_, poichè ne aveva un solo;

la guancia destra segnata da una lunga cicatrice. Poi in ogni suo

moto, in ogni atto, un fare disinvolto che riusciva curioso coll'abito

che portava. Nell'istesso tempo era impossibile d'apporgli nulla di

sconvenevole, o che sapesse d'irriverenza: anzi avea lo sguardo basso,

il contegno raccolto, rispondeva a tempo con voce ragionevole senza

mangiar le parole, come fanno per lo più i chierici nel servir la messa.

Tuttavia non andò molto, che si potè conoscere esser per lui in quel

momento uno sforzo non indifferente il seguir la massima dell'_Age quod

agis_.

Le artiglierie piantate dagl'imperiali a Giramonte fecero sentir

qualche sparo. Ma non se ne faceva caso come di cosa giornaliera: però

i colpi a poco a poco divenivan più numerosi e più frequenti, e molti

de' soldati che si trovavano in chiesa per assistere ai funerali del

loro compagno, cominciarono a bisbigliare parlandosi all'orecchio,

vergendo gli sguardi verso la porta con moto involontario e

sicuramente inutile, poichè non vi trovavan certo la spiegazione d'un

fatto che accadeva in tanta distanza. I loro discorsi erano di questo

genere:

--Comincia a soffiar per tempo la chimera[4] questa mattina--Eh!

saran fuochi d'allegrezza per qualche altro malanno che ci viene

addosso.--Possiate morir quanti siete!--(s'udì uno scoppio più

forte). Senti, senti! Dev'essere l'archibuso di Malatesta[5]--Senti

che nespola!--Che mattinata senza liuto!--Oggi in guerra, doman

sotterra--Malann'aggia chi rimane--Oh che vorrà dir questo! Vuol dir

panicco pesto.... ec. ec.--

Queste parole ed altre simili che uscivano di mezzo alla turba che

era in fondo alla chiesa, formavano un susurro che, unito agli spari,

cagionava una gran distrazione al povero laico.

Non ardiva voltarsi del tutto, ma non si vedeva più star immobile

all'ufizio suo come prima: tendeva l'orecchio, e talvolta gettava così

sopra la spalla ed alla sfuggita un'occhiata verso la porta.

A Niccolò non piacque udir in chiesa un tal bisbiglio, e voltando

appena il capo verso chi ne era cagione, disse con voce ferma e chiara

quantunque sommessa:

--E' pare che siamo in piazza!

Un maestro di scuola temuto che comandi il silenzio con voce burbera

ad una trentina di fanciulli, non è obbedito più pienamente, ne più

presto, di quel che lo fu Niccolò da quella turba, composta d'uomini

che però non si sarebbero lasciati dar sulla voce da altri così

facilmente. Il silenzio fu a un tratto generale e perfetto: cosicchè il

prete che diceva le segrete all'altare appena a mezza bocca, si potè

udire da un capo all'altro della chiesa. Ma questa quiete dovea durar

poco.

Unitamente ad uno scoppio più forte delle artiglierie del campo, i

vetri, i piombi ed il legname d'una delle maggiori finestre, infranti

in minutissimi pezzi caddero in chiesa, sfracellandosi e rimbalzando

pei cornicioni, per le mura e per tutti gli sporti che venivan

trovando, con tanto calcinaccio e polverio e ragnateli che parve

rovinasse la volta.

Per fortuna gran parte de' rottami cadde su un altare chiuso da un

balaustro, onde nessuno venne offeso.

V'era il costume in que' tempi tra i soldati che campeggiavano una

terra ogni volta che, venissero loro sborsate le paghe, o fosse la

festa del Sovrano che li pagava, nelle occasioni infine, ove parea

loro da mostrare allegrezza, di abbassar d'un palmo le culatte de'

pezzi d'artiglieria piantati per batter i bastioni, poi dar fuoco

sparando all'impazzata senza torre la mira, onde le palle dando loro

quest'arcata passavano al di sopra delle mura ed andavano a cadere

in mezzo alla città ove storpiavano ed uccidevano Dio sa quanti,

che ci avevano che fare quanto la persona che ci usa la cortesia di

tener questo libro tra le mani. E questa bella allegria (tutto sta

intendersi) si chiamava far gazzarra.

Il campo del principe d'Orange si trovava appunto in uno di questi tali

impeti di buon umore, e facendo gazzarra quella mattina, una palla

colse la chiesa di S. Marco, un'altra ferì in piazza S. Giovanni, uno

de' migliori soldati del capitano Sandrino Monaldi, ed in altre parti

della città furon fatti molti inaspettati danni.

Questo caso non alterò gran fatto nè i soldati nè Niccolò nè i suoi

figli. Le due giovani un poco si sbigottirono, ma visto non era altro,

presto si dettero pace.

Quello che si mostrò meno ardito di tutti, e gli servan di scusa lo

stato e l'età cadente, fu il padre che diceva messa.

Il senso del timore superò in lui in quel momento ogni altro rispetto,

e per dir il vero tanto rovinìo e tanto fracasso a chi non se

l'aspettava, dovea fare un certo senso: fe' gobbe le spalle, abbassando

il capo, e coprendosele colle mani disse--Dio mio, misericordia!--E se

il robusto laico non l'avesse afferrato sotto l'ascella forse cadeva.

Fin qui però v'era poco male, ed il laico avea meritato bene anzi chè

no dal suo superiore.

Il male fu, che nel reggerlo, vistolo tanto sgomentato per un accidente

che a lui pareva assai leggiero, gli venne una tal voglia di ridere,

che a malgrado de' suoi sforzi per vincerla alla fine pur gli convenne

lasciarsi andare, e scoppiò in una risata la più sonora e sgangherata

del mondo, ed avendo le mani impedite nel sostenere il buon vecchio,

che ancora tremava a verga a verga, non potè nè volgere il capo

altrove, nè porsi una mano sulla bocca, nè soccorrer se stesso con que'

rimedi che s'adoprano in cotali casi.

CAPITOLO II.

Molti fra gli astanti avean posto mente allo sbigottimento del frate

che diceva messa. Pel rispetto che gli si portava, era saputo male alla

maggior parte che il laico fosse stato tanto ardito da ridergli in viso

a quel modo, e se ne maravigliarono credendolo un laico da dozzina, un

qualche villano che avesse lasciata la vanga per entrar in religione.

S'ingannavano: ed affinchè il lettore anch'esso non istupisca del suo

fare, gli diremo chi egli fosse più brevemente che si potrà.

Gl'Italiani al giorno d'oggi sanno l'istoria della loro patria, onde se

il nostro lettore è italiano, avrà a mente senza dubbio una disfida che

venne combattuta presso Barletta dai nostri contro i francesi, ove gli

ultimi rimasero perdenti.

Ove poi questo nostro libro venisse tra mano a qualche straniero

lo pregheremmo a dar un'occhiata al Guicciardini, al Giovio, od al

Muratori, anno 1503, e vi troverà narrata questa disfida, e, tra i

guerrieri Italiani, mentovato un certo Tito da Lodi, soprannominato il

Fanfulla, il quale al dir del Giovio specialmente, era uomo prode, ma

di nuova e capricciosa natura.

Costui quando Consalvo ebbe conquistato interamente il regno di Napoli,

ricevè come gli altri uomini della compagnia del signor Prospero

Colonna alla quale apparteneva, la sua parte delle spoglie de' vinti, e

la convertì con grandissima fretta in due centinaja di bei ducati d'oro.

L'ultimo giorno del primo mese che passò in Napoli, dopo aver riscosso

questa somma dovette dividersi dall'ultimo de' suoi ducati, il quale

andò nella borsa di coloro che giocavano al lanzichinecco (oggi

zecchinetta) con miglior fortuna, o maggior astuzia di lui, a tener

compagnia agli altri centonovantanove.

Egli avrebbe avuto, è vero, un buon cavallo ed un ottimo arnese da

vendere, o da impegnare, e potuto così scialare un altro poco, ma ebbe

pur senno bastante per capire che sarebbe stato lo stesso come per un

cieco vender il violino che lo fa campare.

Si rassegnò, confortandosi col dire «Oramai mi son fatto tanto

conoscere, che dove m'accosto trovo pane.»

Il signor Prospero non l'avea voluto più nella compagnia per non so che

quistione avuta con certi compagni, nella quale avendo il torto, s'era

fatta una ragione a suo modo a furia di busse.

Ciò non ostante quando si trovò al verde, l'andò a trovare al palazzo

Gravina, sulla piazza ove oggi è la fontana di Montoliveto, senza

curarsi di passar per un'anticamera piena di que' suoi avversari, e

quando gli si trovò davanti, disse che non veniva a richiederlo d'altro

se non che d'un attestato in iscritto com'egli avesse combattuto nella

disfida di Barletta, e poi gl'insegnasse per sua cortesia qual fosse il

paese più vicino ove si menasser le mani.

Il signor Prospero, che pur gli voleva bene, conoscendolo un diavolo

ardito, come se ne trovan pochi, gli fece una carta a modo di

benservito, tutta in sua lode, poi l'avviò in campagna di Roma ove si

messe colla parte colonnese durante i torbidi che tennero dietro alla

morte d'Alessandro VI, che turbarono il breve pontificato di Pio III,

ed il principio di quello di Giulio II.

Seguì questo fiero pontefice nelle sue imprese di Romagna, poscia,

per non allungarla troppo, venne al suo solito mutando padroni sino

al 1527, ed in quel frattempo non accadde in Italia fatto d'arme

d'importanza ove egli non si trovasse.

Lasciò un occhio alla battaglia di Ravenna, due dita della mano manca

a Marignano, rimase per morto sul campo alla giornata di Pavia, e

quantunque dopo tante batoste si trovasse ridotto a camminare un

po' sciancato, a dolersi ne' luoghi ov'era stato ferito, ogni volta

che volea cambiar il tempo, quantunque i suoi baffi già così neri,

apparissero ora come se vi fosse brinato, nulladimeno lo troviamo

la mattina del sei di maggio del 1527 (e Dio sa se vorremmo poterlo

tacere!) al piè delle mura di Roma tenendo colle due mani in

equilibrio una lunga scala a piuoli in mezzo alla feccia de' più

sfrenati malandrini che prendessero in quel tempo il nome di soldati,

i quali guidati da Borbone stavan per dar l'assalto alla capitale del

mondo cristiano.

La scala di Fanfulla, detto fatto, si trovò appoggiata ai merli e

piena dal fondo alla cima d'altrettanti di quei satanassi quanti aveva

piuoli. Sul più alto, già s'intende, era Fanfulla, che i suoi compagni

videro un momento dopo cacciarsi tra i merli e sparir tra il fumo delle

archibugiate, e volendo seguirlo vennero ributtati, nè poterono superar

le mura se non alcuni minuti dopo.

Per quanto possa un cervello umano esser fertile ad immaginar fatti i

più strani, i più turpi, i più atroci onde formarne un tutto che gli

rappresenti il sacco dato a Roma in quell'occasione dall'esercito di

Borbone, rimarrà sempre addietro dagli orrori, de' quali gli storici

hanno a noi tramandata la memoria.

Passò un giorno, poi un altro ed un altro, e nacque tra soldati un

bisbiglio.

--Fanfulla dov'è? Che è stato di Fanfulla?--tutti ne domandavano e

Fanfulla non compariva.

Quelli che conoscono di qual pasta sia il buon cuore della gente

d'arme, non dureranno fatica a credere che, a malgrado di questa

premura, non trovar Fanfulla, domandar di lui, crederlo morto e

sotterrato, e non pensarvi più, tutto accadde in un quarto d'ora.

Ma Fanfulla non era morto.

Stava zitto e contento nella cantina d'un canonico di S. Maria in

Trastevere, ove s'era chiuso conducendovi il padrone e la fante acciò

gl'insegnassero la botte migliore. Riposatosi molto a suo bell'agio, e

fattovi un fianco da prelati, riscappò fuori dopo tre giorni.

Ma il povero canonico, o fosse lo spavento provato in tutto quel

tempo di vedersi a discrezione d'un omaccio di quel taglio, che ad

ogni momento gli pareva avesse a spiccargli il capo con un rovescio

di quel suo maledetto spadone, o fosse il disagio sofferto, chè

Fanfulla ubbriaco per far ora tra un pasto e l'altro, voleva per forza

insegnargli a schermire, e quando non lavorava a suo modo le pugna

fioccavano, il fatto sta che s'ammalò ed in pochi giorni se n'andò

all'altro mondo.

Ora finalmente ci troviam presso a poter dir bene del nostro Lodigiano:

pure ci rimane a narrare l'ultima sua pazzia, la quale pur troppo non

fa parer bugiardo il proverbio volgare «che la più dura a rodere è

sempre la coda».

Uscito dunque mezzo balordo e trasognato dalla cantina del povero

canonico, trovò la città vinta e soggetta del tutto, e le chiese, i

palagi, le case, gli sventurati cittadini, le loro robe, tutto insomma

in balìa, non dirò dell'esercito, che questo nome suppone Capi che

comandino, e soldati che obbediscano, ma di quella masnada d'assassini

senza legge, senza fede, senza discrezione, e senza misericordia.

Clemente VII dall'alto di castel S. Angelo ove era chiuso poteva

scorgere gl'incendj serpeggiare per la città, udir gli urli, i pianti,

i lamenti di quelli che venivan tormentati onde scoprissero i tesori

nascosti, le grida forsennate, le risa feroci, lo sgavazzare sfrenato

dei vincitori.

Per le strade di Roma si trovava qua una casa che ardeva, là un'altra

consumata di fresco dalle fiamme divenuta uno scheletro informe ed

annerito. Sulle cime de' muri rimasti in piedi vedevi star in bilico

travi ancor fumanti, disordinate e sporgenti. Sotto monti di rottami,

di calcinacci, di tavole e di masserizie infrante ed abbrustolite

giacevan cadaveri schiacciati, de' quali molti perduta ogni umana

sembianza mostravan fuori delle rovine o braccio, o piede, o capo,

tutto poi intriso di sangue, sozzo e contaminato d'ogni bruttura.

Più lungi cadeva con fragore svelto da' gangheri un portone d'un

palazzo: la folla dei predatori si scagliava nell'interno urlando:

in un momento dalle cantine alle soffitte tutto s'empieva di que'

ladroni; dalle finestre sconficcate, piovevano in istrada gettati

alla rinfusa, cofani, sedie, tavole, quadri, vasi, bronzi, coltri

di seta, suppellettili d'ogni genere: fra quelli che aspettavano il

bottino nella via fu visto taluno rimanere storpiato, o malconcio da

qualche pezzo di mobile che all'impensata gli rovinava addosso, altri

contender furibondi la medesima preda, sguainar le spade, ferirsi,

poi sopraggiunger una nuova frotta che la strappava loro di mano e

fuggiva con essa. Drappi, vesti di gran valore si fermavano appiccate

ai cornicioni, alle inferriate; parte vi rimanevan neglette per

l'abbondanza della preda, parte si facevan cadere colle punte delle

partigiane e delle picche. Ad ora ad ora scoppiava un urlo generale più

forte; tutti i visi si volgevano, tutte le bocche s'aprivano.--Dov'è.

Che è.--Guarda là, là, lassù...--tutti guardavano in alto: ad una

finestra v'era o ritta, o ginocchioni, o spenzolata mezza fuori qualche

vecchia, qualche matrona, pallida, abbandonata come uno straccio, o

domandava pietà o cacciava strida: la turba la voleva tosto--Giù,

giù... a noi--venga. Le si dava l'andare, veniva a terra tra le risa e

gli evviva, e rimaneva fracassata sul lastrico, o fermata in aria sulla

punta delle ronche. Quando tutto era devastato s'appiccava il fuoco,

onde se v'eran padroni nascosti dovessero sbucar fuori.

Trovati alle volte senza un tal mezzo nei nascondigli, su pei

cammini, nelle cantine, nelle fogne, pe' cessi, strappati di là a

forza, percossi, bistrattati, rivedevano la luce del sole, e stavano

come insensati e immelensiti all'aspetto di que' visi infocati dal

furore, dall'ubriachezza, dalla gioia di potere sgozzare, distruggere,

stuprare; alla vista di quei pugnali che splendevano loro ad ogni

tratto sugli occhi, delle corde, de' ferri roventi preparati per

istraziarli, delle fanciulle oltraggiate, poi derise, delle donne, o

vecchie o brutte che fossero, fatte tombolar per le scale o morire

sotto il bastone, dei giovanetti ridotti a tali vituperii che gli

sventurati parenti si dolevano di vederli vivi.

Nelle chiese le immagini de' santi rovesciate od infrante; le pitture,

le tavole degli altari lacerate od imbrattate; fatti in pezzi i vasi

e gli arredi sacri onde partirli più facilmente. Finito il devastare,

nè essendovi da far altro danno, divenivano stanza de' soldati, che vi

alloggiavano co' muli e co' cavalli, pe' quali gli altari servivan di

mangiatoia.

I banchi ed i confessionari fatti in pezzi ardevano in un angolo sotto

pajuoli e spiedi pieni di carni: in un altro gozzovigliavan giorno

e notte a tavole sempre imbandite, soldati, meretrici ebbre avvolte

ne' paramenti sacerdotali, e tra mezzo monache, matrone, fanciulle

onorate che lo spavento, le percosse, gli strapazzi, avean fatte uscir

di senno, senza saper più nè dove fosser, nè che facessero, stavano a

tutte le voglie di quella gente perduta, che intronava loro gli orecchi

di schiamazzi, di motteggi, d'orrende bestemmie e di canti osceni.

S. Giovanni de' fiorentini, tra l'altre chiese, era nel modo appunto

che abbiamo descritto, ridotto un rancio da soldati, una stalla, un

postribolo, quando sul far della notte v'entrò Fanfulla uscito allora

dalla sua cantina.

Egli aveva indosso la sola corazza. L'elmo, i bracciali, gli stinieri,

i cosciali, legati colle loro corregge in un fascio gli pendevano sulla

schiena annodati alla spada che portava in ispalla reggendola colla

mano manca. In capo la berretta del canonico: e sotto questa usciva

quel suo viso spiritato, tra giulivo e sonnolento pel gran bere che

aveva fatto.

Si fermò sulla porta fischiando e cominciò a guardare lo strano

parapiglia che era là entro.

Sui capi di molti barili rizzati in piedi stavan posate imposte di

finestre, assi, battenti di porte, e formavano una tavola lunga

quanto la navata della chiesa. La tovaglia mancava all'imbandigione,

ma questa povertà era compensata abbondantemente. Calici, pissidi,

piatti e vasi d'argento lavorati sottilmente a cesello sul gusto delle

opere di Benvenuto Cellini, ampolle, boccali che aveano ornate le

mense di cardinali e di prelati, splendevan' ora tralle mani ruvide ed

abbronzate de' soldati.

I candellieri degli altari servivano ad illuminare quest'orgia, e

perchè forse parean pochi, eran incastrati qua e là ne' fessi delle

tavole pezzi di torcie e candele, quali lunghe, quali corte, alcune

rotte e rovesciate in modo che la punta accesa cadendo sulla tavola

a poco a poco l'accendeva senza che alcuno se ne curasse. All'uno

de' capi era posto un orcio pieno d'olio a guisa di lucerna, ed una

tovaglia d'altare attorcigliata, ardeva per lucignolo, all'altro era un

mezzo barile sfondato, ed in esso un mazzo di forse cinquanta candele,

le cui fiamme attraendosi a vicenda s'univano e formavano una fiamma

sola e grandissima.

Dall'una e dall'altra parte del desco, seduti sulle panche della

chiesa, chi mangiava senza guardare attorno, chi dormiva appoggiate le

braccia alla tavola, ed il capo sovr'esse. A quattro, a sei giocavano

a dadi o al lanzichinetto, o a germini; e ad ogni poco senza dir che

ci è dato, era un gridare, un dirsi ogni villania, un rizzarsi, un

prendersi pe' capelli, un guizzar di pugnali; poi chi era caduto sotto

la tavola o ferito o morto vi rimaneva con altri che già v'eran da

prima sepolti o nel vino o nel sonno: i compagni seguitavano a giocare.

Un pezzo d'omaccio grande e grosso s'era sdraiato boccone per dormire,

sulla tavola stessa, quant'era lungo, tutto imbrodolato dal vino uscito

da' vasi che avea rovesciati, cogli stivali pieni di fango sui piatti

d'argento, e russava senza darsi per inteso del diavoleto che si faceva

intorno a lui.

Le più sozze cortigiane s'aggiravano in quel disordine, come i vermi

sguazzano nell'acqua corrotta. Correvano qua e là cogli occhi ardenti,

le guancie infocate, quali tutte scinte, quali seminude; accolte ora

con turpi carezze, ora con villane parole, con percosse, o con urtoni,

senza che paresser curar più le une che gli altri.

Un soldato salito a cavalcioni su una botte vuota sonava un piffero,

e cacciava fischi che s'udivano a malgrado delle voci, delle grida,

de' canti e dello schiamazzar generale: un altro con una briglia da

muli piena di sonagli, batteva a gran sferzate sulla botte per far la

battuta; un terzo picchiava con un turibolo sovr'un paiuolo rovesciato,

e questa musica diabolica serviva a far ballare chi poteva ancora

reggersi in piedi.

Fanfulla si fermò un momento sulla soglia ammorbato dal tanfo del vino,

di sudiciume, di rifritto che esalava di là entro; poi venne avanti e

scaricò sulla tavola la ferraglia che avea in collo senza guardare nè a

stoviglie nè a bicchieri, e ne fracassò tanti quanti ne colse.

Lo strepito che fecero l'arme cadendo, e rompendo piatti e boccali fe'

volgere uno de' seduti a tavola che lo guardò, e ravvisatolo gridava:

--Oh Fanfulla!--

E poi un altro, e un altro, e un altro, poi tutti si dettero ad urlare

battendo le mani, o percuotendo co' pugni sulla tavola.

--Fanfulla! e tornato Fanfulla, è risuscitato il guercio (che così

avea nome dacchè gli mancava un occhio).--Evviva il guercio cane!--Ti

credevamo all'inferno da tre giorni!--Dove sei stato sin ora brutto

anticristo?--Vien qua, bevi,... che non ti possa uscire di corpo!--Ohe!

ohe! Qua vino, carne, capponi, saette per Fanfulla, che è tornato!--Sia

ammazzato chi ne dice bene! Evviva Fanfulla!--Evviva il guercio!...--

E quest'ultimo evviva fu uno scoppio tale di tutte le voci unite che

riuscì sino a coprire il fischio del piffero, fece soprastare quello

che battea colla briglia, e l'altro dal turibolo, fermar chi ballava,

e svegliarsi colui disteso sulla tavola, il quale alzò un visaccio

strano, contraffatto dal sonno, si guardò attorno con male umore,

disse «che siate morti a ghiado» e ricacciato il capo tra le braccia

ricominciò presto a russare.

Quegli che riceveva dalla brigata segni così lusinghieri di

benevolenza (il lettore non guardi troppo a minuto al modo

d'esprimersi, chè tutto sta intendersi, come abbiamo detto nel capitolo

antecedente), il nostro Fanfulla stava ritto, colle braccia intrecciate

sul petto, sogghignando per la compiacenza di vedersi tanto innanzi

nella stima e nell'affetto di quest'uomini dabbene.

Venne una cuoca tutta sudicia, stracciata, e coll'untume fin sulla

punta de' capelli, recando le vivande che erano state domandate; ma

Fanfulla con un pugno a sottomano, mandò per aria i piatti e ciò che

v'era.

--Che mangiare? M'avete preso per morto di fame?....--

La fante si ritrasse sbigottita, ed egli togliendosi la berretta del

canonico la piantò in capo a quello che si trovò più vicino dicendogli:

--Da bere!--

--Prima hai da dire dove sei stato questi tre giorni.

--Sono stato coi trentamila paia di diavoli che vi portino quanti

siete... Da bere!--

Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni · 第 1 / 51 段