questa. È più pulita, ecco: ma tutte sono nauseanti."
"Perchè non pranzare a casa, allora?"
"Oh questo, mai! Un giornalista pranza talvolta a casa, ma non vi fa mai
colazione."
"E la famiglia?"
"Quale famiglia?"
"La madre, la moglie, i figliuoli!"
"Io non ho nessuno," disse con una certa fierezza Riccardo Joanna.
"E gli altri?"
"Non hanno nessuno, come me: o se hanno famiglia, la nascondono."
"Lo vuole il caffè?" venne a domandare, con voce sonnacchiosa, il
cameriere. "Lo farò fare espressamente."
"No, caro."
"Lo paga, il conto?" disse più sommessamente, il cameriere.
"Sì, caro."
"E il vecchio?"
"Diventi decrepito!"
"Posso...." chiese con timidezza Antonio Amati, volendo pagar lui.
"No, signor Amati: è mio ospite."
E lasciò generosamente una lira di mancia al cameriere. Camminavano
piano, per la via affollata: due volte si fermò Riccardo Joanna, con due
persone. E dal modo come gli parlavano, dalla fiacchezza con cui egli
rispondeva, si capiva che erano creditori e che egli non dava loro
neppure delle buone ragioni. Antonio Amati si teneva in disparte, per
prudenza. Riccardo Joanna riprendeva il suo cammino, lentamente,
l'occhio impallidito sotto le palpebre rossicce: in Piazza del Duomo una
bella signora che passava, lo salutò, sorridente. Egli le fece una
profonda scappellata.
"Posso domandare?..." disse Antonio Amati.
"La contessa Colletta."
"Dama?"
"Dama."
"Amica vostra?"
"No."
"Amante?"
"No."
"E che cosa?"
"Ha un processo. Teme il giornalista. Dopo.... non mi saluterà più."
Traversarono la Galleria. Una delicata figurina di donna, trasvolante
rapidamente, negli abiti modestissimi, fece un timido saluto.
"Una signora?"
"Signora."
"Amante o amica?"
"Niente di niente."
"E che è?"
"Una povera: il _Tempo_ le ha fatto una colletta di milleottocento
lire."
"Che forza, il giornalismo!"
"Sì, dà da mangiare agli altri, ma non a sè stesso."
Erano giunti al Caffè Cova: entrarono. Riccardo Joanna si era
raddrizzato e teneva lo stuzzicadenti alle labbra. Buttato sopra un
divano di velluto verde, col panciotto bianco che si arrotondava sulla
pancia, misurando i quadrettini. Allo zucchero nella tazza del caffè,
Riccardo Joanna aveva la cera di un felice della terra, di un perfetto
gaudente.... Dei colleghi passarono: egli li salutò con un cenno superbo
e condiscendente della mano.
"Altri giornalisti?"
"Sì, il direttore dell'_Oggi_."
"Che.... mi pare.... è rivale del _Tempo_?"
"Rivale."
"Rivale sfortunato, naturalmente."
"No, fortunato."
"Oh!"
"Fortunatissimo."
"E ciò le secca assai?"
"Mi ha seccato, ora non mi secca più."
"E non odia quell'uomo?"
"Io? neppur per sogno. Non è un giornalista come me? Oggi tocca a me,
domani a lui."
"Non ci si è battuto in duello?"
"Sì, anche: e che perciò?"
"Quanti duelli ha avuti, signor Joanna?"
"Otto, o dieci, forse."
"Beato lei!"
"E perchè?"
"Mah.... l'idea del duello mi esalta."
"Io non ne fo più."
"Già: ne ha fatti tanti!"
"Non per questo. Un duello, dove ferite l'avversario, costa almeno
trecento lire: dove siete ferito leggermente, ne costa seicento: se la
ferita è grave, allora ci vogliono due o tre mila lire. Troppi
quattrini: non mi batto più."
Avevano anche preso il _cognac_: Riccardo Joanna ne aveva bevuto due
bicchieri, un lieve calore era salito al suo volto scialbo, una certa
vivacità aveva dato un'attrazione ai suoi occhi smorti.
"Andiamo in ufficio: forse Sua Eccellenza avrà risposto," mormorò, con
una dolcezza nuova nella voce.
"Ma Agabito non sarebbe venuto?..." osservò Antonio Amati.
"Forse Agabito mi cerca dappertutto.... andiamo in ufficio."
E furono subito in quella Via di San Dalmazio stretta e sinuosa, a quel
terzo piano tetro e nudo. Agabito era seduto in anticamera e con un
forbicione tagliava le fascette dei giornali.
"Vi è nulla, per me, Agabito?"
"Nulla, signor cavaliere. Vi è di là il signor Casiraghi."
"Bene, bene."
"Aspetta da un'ora."
"Continui pure il suo articolo, signor Amati."
Ed entrò nella sua cameretta. Antonio Amati udì che una voce si alzava,
irosa, e che un'altra, fredda tranquilla, gli rispondeva, come per
acquietarla. La discussione si chetava, poi ricominciava, più forte: e
impediva ad Antonio Amati di scrivere. Infine Riccardo Joanna schiuse la
porta, venne sino al tavolino di Amati, guardò per poco il giovanotto
che si affaccendava a scrivere e d'un tratto, gli disse:
"Ce le avrebbe mille lire, addosso, signor Amati?"
"No.... non le ho.... non le ho proprio...." fece l'altro, interdetto,
tremante.
"A casa, allora? Le vada a prendere."
"Mi dispiace.... ma neppure a casa.... mi scuserà.... sono confuso...."
"Non importa. Le volevo dare qui, a Casiraghi, che non stampa il
giornale se non ha per lo meno mille lire."
"E come si fa?"
"Ma non si dia pena. Continui il suo articolo. Grazie tanto."
E voltò sui tacchi, con disinvoltura giovanile, come se nulla fosse
stato. La discussione, di là, ricominciò più viva. Riccardo Joanna
ritornò fuori.
"Che le avrebbe disponibili quattrocento lire, signor Amati? Casiraghi
si contenta di queste, intanto."
"Non mi mortifichi, signor Joanna: ma io non ho neppur queste."
"Non importa. Continui pure il suo articolo."
Di là vi fu un discorso a voce più bassa, ma concitata. Il signor
Casiraghi, un omaccione grosso e rosso, uscì con la faccia stravolta:
andò via sbattendo le porte. Tutto contrito, Antonio Amati si azzardò a
penetrare nella cameretta di Riccardo Joanna. Costui era seduto
tranquillamente nella poltrona, col capo rovesciato sulla spalliera e
guardava il soffitto.
"Che dice?" chiese con ansia dolorosa il neo-giornalista.
"Casiraghi? Vuole quattrocento lire: se no, non va in macchina."
"Deve aver molto?"
"Quindici, o diciottomila lire, o forse ventimila."
"Non sa bene?"
"Non so."
"E come farà, oggi?"
"Mah!..."
"E può esser tranquillo così?"
"Sulle prime non si è tranquilli; poi.... ci si abitua. Ha finito il suo
articolo?"
"L'ho finito: ma è certamente bruttissimo."
"Non importa," rispose distrattamente Riccardo Joanna.
E si mise a rivederlo, minutamente, con l'abitudine del vecchio
giornalista. Antonio Amati guardava Riccardo Joanna, il gran giudice
inappellabile e tremava in sè. Ma Riccardo Joanna non disse nulla: e
nulla osò domandare Antonio Amati. Agabito si presentò al suono rauco
del timbro rotto: Joanna gli consegnò il manoscritto:
"Va' in tipografia, Agabito. Il sor Rinaldo è venuto?"
"Sissignore: è andato subito a far colazione. Scriverà in tipografia."
"Se viene il cronista, lo manderai in tipografia anche lui."
"È venuto: ha chiesto dell'amministratore."
"È ammalato. Andiamo, signor Amati, qui non vi è più nulla da fare."
E se ne andarono di nuovo in Galleria, a ciondolare, chiacchierando un
po' qui, un po' lì. Riccardo Joanna presentava a tutti Antonio Amati
come un nuovo suo redattore: anzi lo presentò a due o tre celebrità, di
musica e di letteratura. Il giovanotto bergamasco si ringalluzziva: e
due o tre volte volle entrare nel discorso, credendo di dire qualche
cosa di spiritoso e provocando certe occhiate di profondo disprezzo. Che
importava? Egli apparteneva oramai a quel mondo, era un giornalista. Il
più grande dei giornalisti italiani lo conduceva a passeggio, lo
proteggeva, lo presentava a tutti.
"Viene con me da Margari?"
"Vengo dove vuole lei."
"Margari è il negoziante di carta. Vedrà, è un bel tipo, si divertirà."
Andavano, per la Via dei Mercanti, ai vecchi quartieri di Milano, al
Broletto, dove ferve così forte quella vita industriale. Attraversarono
un cortile tutto pieno di balle ed entrarono in un camerone semibuio,
tanta era la carta che vi era accumulata.
"Quattrini?" disse un vecchietto, dal volto raggrinzito come una mela,
uscendo di dietro a un monte di carta.
"Niente, Margari."
"E niente carta, sor Riccardo."
"Volete che il _Tempo_ muoia, Margari?"
"Voglio dei quattrini."
"Non ne ho."
"Io non ho carta."
"Ve ne darò di quattrini."
"Datemeli adesso: mi contenterò di un cinquemila lire, sulle trenta che
mi dovete."
"Non le ho cinquemila."
"Duemila, allora."
"Non le ho."
"Via, mille, ce le avrete. Avete fatto i rinnovi."
"Scarsi."
"Mi contento di cinquecento lire."
"Se vi dico che non ne ho, Margari."
"E allora che siete venuto a fare qui?"
"A chiedervi la carta per oggi."
"Io non ve la do se non veggo i quattrini."
"Niente."
"E niente, sor Riccardo."
Antonio Amati assisteva alla scena, muto, addolorato, non osando
intervenire, non osando interrompere, con gli occhi abbassati, un po'
stordito da quel sazievole odore di carta che era nel camerone. Il
vecchietto, tutto coperto di risecature di carta, di filucci bianchi di
carta, prendeva tabacco da una piccolissima tabacchiera rotonda e
aspettava pazientemente, come se da un momento all'altro gli dovessero
capitare le sue trentamila lire. Era un ometto piccino e bonario, tutto
roseo, malgrado quell'aria affogante di carta che si respirava lì
dentro. A un tratto Riccardo Joanna, decidendosi, disse ad Antonio
Amati:
"Avrebbe per caso cento lire?"
"Queste, sì, le ho, mi servono per finire il mese, ma non importa,"
disse Antonio Amati, tutto felice di aver le cento lire.
"Bene, gliele ridarò domani o dopodomani, per certo, o fra tre giorni.
Me le favorisce?"
"Non le ho addosso, le ho a casa."
"Senta me, porti sempre addosso tutto quello che possiede."
"Lo farò sicuramente. Mi permette? Vado e torno."
Uscì di corsa. Riccardo Joanna ebbe un lieve sorriso di trionfo. Aveva
vinta una delle difficoltà della giornata. Il sor Margari
tranquillamente andava e veniva fra le sue balle di carta, pigliando
annotazioni sopra un taccuino, attaccando cartellini con lo spago, genio
sorridente e familiare. Riccardo Joanna fumava ancora un mozzicone di un
sigaro di Avana, comperato al Caffè Cova, e appoggiato alle balle di
carta guardava il fumo salirsene al soffitto. Antonio Amati ritornò dopo
un quarto d'ora tutto scalmanato. Principescamente, senza contare, prese
i quattrini dalle mani di Antonio Amati e li depose in quelle del sor
Margari. Costui contò e scomparve in uno stanzino.
"Andiamo," disse Riccardo Joanna, crollando le spalle come se si
liberasse di un peso.
"Pigliate la ricevuta!" disse il vecchietto dal suo stanzino.
"A che serve?" fece il direttore del _Tempo_.
"Per regolarità di amministrazione."
"È ammalato l'amministratore."
Il vecchietto ritornò con la ricevuta dall'inchiostro ancora fresco.
"Fatevi dare da questo vostro amico le trentamila lire, sor Riccardo."
"Non le ha, sor Margari; a quest'ora me le avrebbe date."
"E voi le avreste mangiate."
"Non io, il _Tempo_; è il mio verme solitario, mangia tutto."
Uscirono. Il facchino, nel cortile, già caricava le risme di carta del
_Tempo_, per portarle in tipografia; e le sue nerborute spalle si
piegavano sotto i colli che trasportava al carrettino. Stava la carta,
rettangolare, avvolta nella sua fodera di cartone grosso, scuriccio,
stava massiccia, fitta, elevantesi l'una dall'altra risma, come pietra
fortissima di un edificio incrollabile. Il facchino compariva sulla
porta del deposito, curvo in due sotto il peso delle risme, e
trascinantesi a stento veniva a deporle, con un tonfo sordo, sul
carrettino. Riccardo Joanna e Antonio Amati rimasero fermi a guardare lo
spettacolo, e mentre il vecchio e grande giornalista aveva ripreso la
sua cera di uomo esaurito, sfinito, morto, Antonio Amati, al cospetto di
tutta quella carta bianca, era nervoso, ridacchiava come preso da un
principio di ebbrezza. Quando l'ultima risma fu messa sul carrettino,
egli si accostò timidamente e toccò col dito, come un bimbo pieno di
soggezione, la carta.
"Questa fa venir la voglia di stampare giornali," mormorò Antonio Amati.
"Sì, la carta è bella," rispose Joanna.
"Quanto peserà?"
"Pesa ventisette chili la risma."
"E in tutto? Quell'uomo potrà trascinarla?"
"La può trascinare: sono centonovanta chili."
"È assai, è assai," ripeteva Antonio Amati, preso da un rispettoso
timore, "quante risme?"
"Sette."
"E ogni risma, quante copie? Diecimila?"
"No, mille."
"E voi mettete sette risme?"
"Sette."
"Sicchè avete settemila copie di tiratura?"
"Settemila."
"Io credeva.... credeva che tiraste sempre centomila copie."
"Le ho tirate, cinque anni fa."
"E perchè tenete quel centomila, in testa al giornale?"
"Mah!... per abitudine."
"Ah! ah!" fece Antonio Amati, guardando con malinconia il carrettino
torreggiante di carta, che traballando se ne andava verso la tipografia.
"Settemila copie! Sono poche, mi pare."
"Sono pochissime," confermò Riccardo, non accorgendosi neppure che Amati
gli dava del voi.
"Come è stato, come siete disceso a settemila da centomila?" si azzardò
a chiedere Antonio Amati.
"Non dimandate," ribattè Riccardo, con durezza. Essi tacquero,
ritornando verso il centro di Milano.
Lentamente Riccardo Joanna e Antonio Amati si avviarono di nuovo verso
l'ufficio del _Tempo_. Non parlavano. Il vecchio giornalista aveva
abbassato il cappello sugli occhi e portava il capo chinato sul petto:
non come colui che è preso da un forte e assorbente pensiero, ma come
colui che si piega sotto la stanchezza. Il giornalista novellino non
osava dire più nulla, temendo di turbare quel sacro silenzio: e andava
accanto a Riccardo Joanna, timidamente, impacciato, con le mani
penzoloni, guardando le botteghe.
"Io l'annoio, forse...." mormorò, a un tratto, facendo quasi per
allontanarsi.
"No, no," fece Riccardo, trasalendo, cercando di scuotersi.
Ma mentre andavano, fra la gente, Riccardo ricadde nel suo mutismo: una
lieve tinta giallastra, ora, gli si distendeva sul volto, un pallore di
collera, un pallore di bile. Sotto il mustacchio brizzolato, il labbro
pendeva, scolorato. E pareva vecchissimo, ora; più che vecchio pareva
accasciato, consumato, crollato come per interna macerazione.
"È preoccupato?..." chiese Antonio Amati.
"Io? no," rispose, come ridestandosi da un sogno, Riccardo Joanna. "Di
che dovrei essere preoccupato?"
"Mah!... Del suo articolo, forse...."
L'altro dette in una spallata.
"Chi pensa mai all'articolo?" disse, con disprezzo.
"È vero," mormorò il novellino, "ma noi altri che arriviamo, sa, bisogna
compatirci...."
"Lei farà.... farà...." disse Riccardo con profonda malinconia.
Erano di nuovo in Via San Dalmazio. Un uomo, tutto unto, lo fissò coi
suoi occhi smorti e glaciali.
"Era per quel conticino del sarto...." disse, a bassa voce.
"Quale sarto?" chiese Joanna con fare altiero.
"Roberto Pacilio."
"E deve avere?"
"Duecentosessantatrè lire."
"Non vi ho dato degli acconti, varie volte?"
"Due volte: una volta sette lire, una volta cinque."
"Venite domani," disse imperiosamente Riccardo Joanna.
"Domani?" fece l'esattore intimidito, ma esitante.
"Domani."
"Mi darà il saldo?"
Riccardo Joanna fece un gesto così largo di magnificenza, che l'esattore
andò via subito. Ma il direttore del _Tempo_ fu ancora fermato, innanzi
al casotto del portinaio: questa volta era un esattore lungo e scarno,
uno scheletro ambulante:
"Signor cavaliere, scusi, sa, venivo per quel conto del tappezziere
Martelluzzi...."
"Ebbene, che vuole? Io non li ho più i suoi mobili."
"È vero, è vero, signor cavaliere, ma la colpa non è di Martelluzzi se
le han fatto la vendita. Alla fine sono ottomila lire.... e capirà...."
"Capisco: venite domani."
Ma l'esattore doveva conoscere il valore di questa promessa, perchè
guardò Riccardo Joanna con un'aria di rassegnazione malinconica.
"Domani, dunque," mormorò.
"Alle tre," ribattè Joanna imperiosamente.
L'esattore di Martelluzzi lo guardò con un muto e ossequioso rimprovero,
come a dire: -- Che ti ho fatto, per parlarmi così? -- E pian piano, se ne
andò, crollando il capo, fidando in questo domani che egli udiva da tre
anni, fingendo di fidarsi, non osando, nella sua povertà di servo,
mostrare alcun dubbio.
"Ha debiti, lei?" domandò Joanna, per le scale, ad Antonio Amati.
"Io, no," fece l'altro, come vergognoso.
"Ne farà.... ne farà.... non dubiti che ne farà," canticchiò Joanna.
Per le scale scendeva un giovanottino piccolino, dal musetto di volpe,
vestito leggermente per la stagione, tenendo un mozzicone spento e nero
fra le labbra.
"Buon giorno, direttore. Che le serve la cronaca, oggi?"
"Parrebbe," disse profondamente Joanna.
"Mi dica la verità, tanto non faccio un lavoro inutile."
"Il lavoro è sempre inutile," soggiunse Joanna, con gli occhi socchiusi,
con la sua aria di bronzo.
"Ce le avrebbe cinque lire, oggi, direttore? Ho la moglie di parto."
"Quanti figli?"
"Cinque."
"Non legge Malthus, lei?"
"No, direttore."
"Fa bene, non legga mai nulla; e non scriva neppure."
"Dunque, direttore?"
"Passi dall'amministratore."
"Mi ha detto di venir da lei."
"È uno sciocco. Buon giorno."
E passò avanti con la sua aria principesca. Il cronista, colpito, non
disse più nulla: ma scendendo per le scale, fischiettava di mala voglia.
Nell'anticamera l'usciere dormiva, col capo sulle braccia.
"È venuta nessuna lettera di Sua Eccellenza?" domandò forte Joanna.
"Niente, niente," balbettò l'altro fra distratto e sonnolento.
"Andate a domandarla di nuovo."
"Va bene," fece l'altro sbadigliando.
Poi, come rammentandosi:
"Signor cavaliere, è venuto il postino delle raccomandate."
"Ah!" fece Joanna, e un lievissimo rossore gli salì alle guance. "Ha
lasciato?"
"Non ha voluto...."
"Che bestia!"
"Tornerà alle sei. Veniva da Napoli."
"Forse...." pensò ad alta voce Joanna. "Forse è un manoscritto...."
Ed entrò nella sua stanzetta, seguito da Antonio Amati. Il giornalista
novellino taceva, ora, senza più voce: tanto quello che vedeva e
ascoltava lo empiva di meraviglia. Riccardo Joanna si sedette al suo
posto e un sospiro di stanchezza si sprigionò dal suo petto: stava col
capo chino, gli occhi chiusi dalle palpebre rosse e gonfie, più pallido,
più giallastro che mai. Ad Antonio Amati parve che il direttore del
_Tempo_ avesse cento anni, ma cento anni di dolori, di travagli, di
sfinimenti.
"Orsù...." fece Joanna, come se fosse solo e si decidesse a qualche
cosa.
E cercò un foglietto e una busta, fra le sue carte. Ne trovò: era una
carta a mano elegantissima, delicatissima, con certi bizzarri
geroglifici verdi per cifra.
"Le piace questa carta?" domandò ad Amati.
"Assai. Che dice il motto?"
"Non si dice."
"Scusi."
Mentre Antonio Amati abbassava la testa, come mortificato, Riccardo
Joanna carezzava la carta dolcissimamente.
"Ho sempre amata la bella carta: è stata la gran seduttrice, per me," e
parlava come a se stesso.
Ora, con la penna sospesa sulla carta, pensava. Due o tre volte
l'abbassò, per scrivere, ma si pentì: due o tre volte fece un cenno di
sfiducia, con la mano sinistra, come per dire: -- A che serve? -- Antonio
Amati, per darsi un contegno, sfogliava i giornali, giunti dalla posta,
ancora chiusi dalle fascette. Riccardo Joanna non si decideva a
scrivere: guardava in aria, almanaccando. Alla fine abbassò il capo,
cominciò a scrivere. Ma un signore entrò: era un ometto con la barba
rada, come sporca, con una pancetta rotonda e una calvizie che lasciava
vedere il cranio giallo, con certe labbra grosse e violacee. Tenne il
cappello in testa, si appoggiò al pomo del bastone. Riccardo Joanna gli
fece qualche barzelletta, ma l'altro non si placò, era venuto per avere
le sue millenovecento lire, non aveva voglia di scherzare, facesse il
piacere di dargliele. E si faceva insolente, col cappello abbassato
sopra un'orecchia, insultando i giornalisti, chiamandoli tutti bugiardi
e straccioni. Riccardo Joanna faceva ancora dello spirito, ma gli occhi
gli si erano intorbidati; e l'ometto calvo, dalla barbetta sudicia,
continuava a sfogarsi, nulla curandosi della presenza di Antonio Amati
che era sulle spine.
"Vuoi una cambiale, o strozzino?" domandò Riccardo Joanna al suo
creditore, e la voce gli tremava di collera.
"E che me ne faccio?"
"Allora battiti in duello con me: ma non seccarmi più."
Il creditore voleva aggiungere qualche cosa, ma vide che la mano di
Riccardo Joanna giocherellava nervosamente attorno al calamaio di
bronzo.
"Addio," disse, "vado a vendere il mio credito al direttore del
_Fulmine_."
"Oh, non ha denari da comperarlo!" strillò Riccardo, ridendo,
esasperato.
Quando il creditore fu uscito, egli rideva ancora: ma come se non si
ricordasse più della presenza di Antonio Amati, si nascose la faccia fra
le mani, in un disperato accasciamento. Il giornalista novellino lo
guardava, e non osava parlare: mentalmente, confusamente, egli faceva il
conto dei debiti di Riccardo Joanna, e avrebbe voluto avere quei
quattrini, per darglieli, per levarlo di quella pena. Ma dopo un
momento, appena Riccardo Joanna aveva ripresa la penna, un altro
creditore entrò: era un trattore, dove Joanna aveva pranzato, per due
mesi, un po' pagando, un po' senza pagare, e infine aveva piantato il
chiodo, non ritornandovi più. E quello di cui più si lamentava il
trattore, più del debito, più del tempo che era passato, si lamentava di
questa disistima, di questa offesa al suo amor proprio di trattore. E
Riccardo Joanna pretestava un viaggio, un'assenza di due mesi, una
dimenticanza: prometteva che sarebbe ritornato, senz'altro, ad
assaggiare quel buon risotto alla _cappuccina_: il trattore usciva,
obliando di chiedere i suoi quattrini. Poi due altri ne vennero insieme,
un litografo per certe incisioni di un numero-strenna, pubblicate un
anno e mezzo prima, e il commesso del camiciaio, per certe camicie, da
notte, di seta, un conto vecchissimo. Parlavano a gara, l'uno
interrompendo l'altro, cantando monotonamente la stessa canzone,
insistendo, insistendo con una pazienza, con una rassegnazione di chi
conosce la inutilità dei suoi sforzi, ma che pure vuol compire il suo
dovere.
Riccardo Joanna li ascoltava, col capo arrovesciato sulla poltrona, con
la bocca socchiusa, con gli occhi socchiusi, come se dormisse: e
stringeva una stecca di avorio, fra le dita, lassamente, come se
dormisse: alla fine tacquero ambedue, come stanchi. Riccardo Joanna non
rispondeva.
"Ebbene?" domandò il litografo.
"Ebbene?" domandò il commesso del camiciaio.
"Che cosa?" fece Joanna riscosso.
"Almeno mi dica il giorno," balbettò il litografo.
"Il giorno," aggiunse il commesso del camiciaio.
"Domani," fece Joanna.
"Domani?"
"Sì."
"Anche per me, domani?"
"Anche per voi, domani."
I due se ne andarono, curvando le spalle, come se si fossero scaricati
del loro obbligo. Antonio Amati, più che mai confuso, aggiungeva tra sè
e sè queste altre cifre, a quelle precedenti, dei debiti di Riccardo
Joanna. E le cifre ballavano la ridda nella sua testa, egli pensava che
ci voleva una somma favolosa per liberare Riccardo Joanna da tutti i
suoi debiti. Due o tre altri ne vennero, volta a volta umili o
impertinenti, chiacchieroni, lunghi, ripetenti continuamente la stessa
canzone, anch'essi: era il meccanico che aveva messo il gas, nell'altro
ufficio: era il negoziante di vini, che aveva fornite molte bottiglie di
_champagne_, per una cena d'inaugurazione: era un creditore del
redattore capo, che lo mandava dal direttore Joanna, il quale lo
rimandava al redattore, come il Cristo da Erode a Pilato. Venne anche un
altro sarto: e Joanna s'imbrogliò, lo confuse con l'altro, che aveva
trovato sulla porta, ne nacque una lite, perchè l'altro aveva avuto
dodici lire in acconto, e costui non aveva avuto mai nulla.
"Quando debbo ritornare?" finiva per chiedere il creditore, esausto,
disperato.
E la risposta, fiduciosa, superba, era immancabilmente:
"Domani."
Il creditore se la faceva ripetere, sempre: e si aggrappava a questa
parola, a questo uncino, se ne andava, con una speranza. Ma in questo
l'usciere entrò, trascinando il passo, sonnacchioso.
"Ebbene, avete questa risposta?"
"Sua Eccellenza la manderà lui, alle sei."
"Siete sicuro."
"Manda lui, alle sei, qui."
"Bene," fece Joanna, rasserenato.